I saggi dell’AIST: La Contea di Saruman

Elisabetta MarchiIl saggio di Elisabetta Marchi che viene proposto qui è un testo importante. Già in passato questa socia dell’AIST ha dato prova di sapere applicare mirabilmente la propria formazione sociologica alla lettura dell’opera di Tolkien. Suo è il saggio Bilbo Baggins e la Contea: una carriera deviante, pubblicato su questo stesso sito web e che ha dato vita a una bella discussione.
Questa sua ultima prova, invece, analizza con gli strumenti dell’indagine sociologica la Contea di Saruman, cioè il nuovo ordine imposto da Saruman al paese degli Hobbit, per come viene descritto da Tolkien nel capitolo “Percorrendo la Contea” del Signore degli Anelli.
L’importanza del saggio consiste nel fatto che coglie un’evidenza paradossalmente poco considerata nell’annoso dibattito su quel capitolo.
Tolkien compassFin dalle letture allegoriche degli anni Cinquanta, che vedevano nella Contea di Saruman una critica ai governi laburisti del decennio 1945-55, rigettate da Tolkien stesso (vedi lettera n.181); passando per quelle diametralmente opposte degli anni Settanta, con il saggio di Robert Plank “Tolkien’s View of Fascism” in Tolkien Compass (1975); fino alle più recenti letture anarcocapitaliste di Carlo Stagnaro e Alberto Mingardi in Tolkien politico (2003), i critici non hanno mai smesso di tirare quel capitolo da una parte o dall’altra.
Elisabetta Marchi non ignora questo pregresso e parte quindi da una constatazione necessaria: «Si tratta di avere ben chiara l’idea che ogni spiegazione causale è soltanto una visione frammentaria e parziale della realtà indagata. Il postulato fondante di una lettura mirata sta quindi nella precisa consapevolezza che il punto di vista da cui si legge è inscindibile dai valori del ricercatore, la cui onestà sta unicamente nel leggere le affinità che ritrova nel testo senza inventarle».

Ogni lettura è parziale. Ma solo le letture che non inventano ciò che non c’è – o, si potrebbe aggiungere, che non ignorano ciò che c’è – possono dirsi intellettualmente oneste.
Helmut Dohle: SarumanElisabetta Marchi si limita a leggere ciò che c’è nella storia di Tolkien, l’essenziale, e fa cadere in un attimo molti castelli di carta. Innanzi tutto quelli di chi ha voluto leggere nel celebre capitolo un’allegoria del cosiddetto totalitarismo novecentesco.
Il potere secolare di Saruman nella Contea infatti non assomiglia né ai regimi nazifascisti né a quelli comunisti, dato che è privo delle due leve principali che hanno sorretto quei sistemi: l’ideologia fondativa e la propaganda che la diffonde e crea consenso. Non c’è alcun piano retorico-ideologico nel dominio che Saruman instaura subdolamente nella Contea. Saruman avrà pure una voce suadente, ma gli serve per insinuarsi gradualmente nel paese degli Hobbit, senza chiasso e senza rivoluzioni (vere o presunte), sfruttando piuttosto delle teste di legno (Lotho Sackville-Baggins).

Che tipo di regime instaura Saruman? Si tratta di un sistema che prevede l’avvio dell’industria, la pianificazione delle attività produttive, l’organizzazione del commercio, l’aumento della burocrazia e del controllo poliziesco. Questi sono tutti aspetti che la storia europea ha conosciuto bene, ma in tempi precedenti e con risultati assai più duraturi di quelli dei cosiddetti regimi totalitari. Corrispondono infatti alla grande trasformazione che ha traghettato l’Europa dalle società tradizionali a quelle moderne.
Ciò che Tolkien racconta con l’avvento del potere di Saruman è qualcosa di molto simile alla nascita dello stato moderno. Lo stato che ha bisogno di omologare i comportamenti e di renderli funzionali: «L’influenza livellatrice dell’organizzazione, infatti, non può che ostacolare le decisioni indipendenti, finendo così per soffocare e controllare l’individuo».

Disegni: "The Hill: Hobbiton across the Water" di J.R.R. TolkienL’autrice però è attenta a non cascare in facili semplificazioni, ed entra piuttosto nel merito di questo passaggio, constatando come la Contea che subisce la violenta trasformazione non sia già più una società tradizionale. All’arrivo di Saruman, infatti, è un luogo già in parte moderno, dove l’aristocrazia è un vago retaggio, le differenze di censo prevalgono sulle differenze di status, l’etica della common people prevale su quella gentilizia, ecc.
Ciò che Saruman imporrà alla Contea è la razionalizzazione della legislazione, della produzione, del commercio, dell’uso del territorio. La razionalizzazione – che non è sinonimo di razionalità – è il processo innescato dallo stato moderno, appunto, che smantella i vecchi schemi sociali e le appartenenze tradizionali, per rendere la società più controllabile e più efficiente. E può attuarsi nella Contea – al contrario che in altre società della Terra di Mezzo – proprio perché gli Hobbit sono già oltre il feudalesimo, sono già approdati a una visione del mondo protoborghese.

Razionalizzare e modernizzare significa anche migliorare il rapporto tra costi e benefici, laddove i benefici sono intesi come maggiore margine di profitto: il mulino industriale soppianta il mulino ad acqua, gli alberi vengono abbattuti per farne legname e fare spazio a nuovi edifici utili a immagazzinare il surplus di prodotto da esportare.
Nell’economia capitalistica la frazione chiave è quantità di prodotto su unità di tempo. Poiché il tempo è denaro, risparmiare tempo equivale a risparmiare denaro e aumentare il margine di profitto. La fretta è il tratto distintivo della moderna società capitalistica, ma è anche il grande difetto di Saruman, secondo quanto sostengono Barbalbero e Gandalf.

«Attraverso l’affermarsi della razionalità in molti degli ambiti della vita sociale e l’aumento dell’utilizzo della tecnologia, la Contea si trasforma in una società spersonalizzata, la cui legittimità poggia sull’autorità burocratica codificata da procedure certe, verificabili e socialmente condivise».
Questo punto – fa notare ancora l’autrice del saggio – segna anche la differenza qualitativa tra il regime di Saruman e quello di Sauron. Se, come dice Frodo, attraverso Saruman lo spirito di Mordor è arrivato nella Contea, è pur vero che il potere di Sauron a Mordor non è affatto un potere “moderno”. In quel caso si tratta infatti di una dittatura monocratica e schiavistica, basata sul carisma e sul terrore incusso direttamente dal tiranno. Insomma tutto il contrario della razionalizzazione e spersonalizzazione che sta alla base del moderno potere sarumaniano.

Illustrazione: dettaglio di "The Scouring of the Shire" dei fratelli HildebrandtC’è infine un ultimo elemento di riflessione, forse il più spinoso del saggio, e riguarda un aspetto caro a Tolkien: l’esercizio del libero arbitrio rispetto alle imposizioni delle circostanze. Libero arbitrio significa esercizio della libertà di scelta, dunque assunzione di responsabilità. La passività e l’inerzia della società Hobbit sotto il dominio di Saruman deve lasciare il posto al ripristino della libertà e della responsabilità in un modello sociale che però – lo si è visto – non è né statico né specchio di un ordine eterno.
Se è vero che Tolkien stesso manifesta la più antimoderna sfiducia per la formalizzazione dei princìpi in quanto premessa “costituzionale” dello stato moderno (vedi lettera n.186), è altrettanto vero che, da cattolico, confida nella possibilità che l’essere umano usi da sé la ragione per fare la cosa giusta, cioè per praticare e affermare quei princìpi e quelle virtù. Ma questo implica anche la possibilità che la ragione individuale entri in conflitto con la storia, ribellandosi all’imposizione e non già affidandosi remissivamente alla provvidenza (Tolkien non è Manzoni). Da questo punto di vista, se da un lato la moderna società pianificata si basa sulla delega delle decisioni alla casta dei pianificatori produttivisti, dall’altro lato nemmeno la società di tipo organicistico può garantire l’esercizio del libero arbitrio. Dunque – volente o nolente – Tolkien rimane, come chiunque, un uomo del proprio tempo, un moderno post-illuminista:

«A un modello economico e sociale basato sui principi della razionalità formale in cui l’influenza livellatrice dell’organizzazione burocratica finisce per soffocare e controllare l’individuo privandolo della libertà di scelta, Tolkien contrappone così il libero arbitrio e la ragione illuministica, vale a dire la capacità dell’individuo di avvalersi del proprio intelletto come guida nelle scelte da compiere».

Inutile dire che un tasto come questo, anche solo sfiorato, potrebbe far nascere un bel dibattito.
Buona lettura.

Scarica il saggio di Elisabetta Marchi:
La Contea di Saruman – Elisabetta Marchi

ARTICOLI PRECEDENTI
– Leggi l’articolo: Bilbo Baggins e la Contea: una carriera deviante

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65 Comments to “I saggi dell’AIST: La Contea di Saruman”

  1. Norbert ha detto:

    Bellissimo saggio! Brava Elisabetta. Per commentarlo come si deve, direi che mi ci vorrà *almeno* un’altra rilettura.

    Butto qui, di getto, alcune considerazioni iniziali:

    1. sicuramente (come scrivi) Saruman non usa magia o persuasione e nemmeno “mezzi di comunicazione di massa” per tenere sotto controllo gli Hobbit.
    Ma i “media” non li usa perché non esistono, nella TdM. Più sottilmente usa, a mio parere, l’abitudine hobbit a rispettare le regole perché considerate giuste. Inoltre gli Hobbit, popolo assai provinciale e “chiuso” non sanno letteralmente cosa fare, come reagire. Ci vorranno Merry & Pipino a organizzare una risposta militare all’oppressione degli sgherri di Saruman

    2. Saruman non ha alcuna intenzione di “sviluppare” la Contea (verso una proto-industrializzazione?). Vuole solo vendicarsi della “tana di Gandalf” (come lui considera la Contea) e dei 4 Hobbit. Pertanto inquina, abbatte alberi e sfregia il paesaggio. Ma, se non all’inizio, non fa alcunché di costruttivo o migliorativo.
    Costruisce il mulino più grande per macinare più in fretta, e quindi di più. Ma non risulta si interessi di aumentare la produttività dei campi di grano; o anche la loro produzione

    3 **Personalmente** ho sempre trovato “Percorrendo la contea” *anche* una sorta di manuale contro i soprusi. Se chini la testa il sopruso non cessa (“Chi pecora si fa, lupo se la mangia” dice un proverbio italiano) e bisogna combattere (nelle forme adatte) per i propri diritti

    4 Anche qui ritrovo il motivo tolkieniano che più risuona nel mio cuore: l’importanza della scelta (“the doom of choice”, dice Aragorn a Eomer al loro primo incontro). E’ male rimanere “passivi” per cercare di proteggere egoisticamente solo il proprio “particulare”.
    Un altro esempio, a mio avviso, è Rohan, piccola e meschina quando si chiude a riccio “per difendere Meduseld” disinteressandosi nel resto del mondo. Ma anche li comandava Saruman, via Vermilinguo
    La “rinascita” di Theoden e Rohan si ha proprio quando Theoden decide di lottare, col suo popolo: e con alleati inattesi, come gli Ent

  2. Giovanni Costabile ha detto:

    “Tolkien illuminista” è una cosa che non si può veramente sentire. L’esercizio della ragione individuale, se proprio lo si deve ricondurre a una matrice culturale precisa, sarebbe da ravvisare nella democrazia ateniese, non certo per primo in Voltaire che, ricordiamolo, Tolkien neanche nomina mai. Tolkien come sapete bene aveva studiato ampiamente i classici greci e latini e indubbiamente nelle sue riflessioni politiche il confronto con la Grecia classica, come per tutti gli intellettuali dell’epoca, tornava automatico. La sua antipatia per la Francia è invece ben nota e non ha bisogno di ulteriori commenti.

  3. Wu Ming 4 ha detto:

    A me pare che ciò che il saggio fa notare non sia tanto che Saruman non usi i mass media per propagandare una teoria sociale o il culto della personalità, quanto piuttosto che Saruman non fondi il suo potere secolare nella Contea su una teoria sociale e sulla propaganda (che può essere fatta anche con mezzi low tech). Questo lo rende incompatibile con il cosiddetto “totalitarismo” per come il concetto è stato coniato da Hannah Arendt negli anni Cinquanta del secolo scorso.

    Il movente di Saruman, poi, sarà pure la vendetta, ma quello che fa ha una ratio. Non si trasforma un mulino ad acqua (basso impatto ambientale) in un mulino industriale (maggiore impatto ambientale) tanto per fare un dispetto. Ma a prescindere dal movente, comunque si creano delle conseguenze che di fatto corrispondono a una trasformazione storicamente avvenuta nella nostra realtà primaria. Perché macinare più in fretta? Per avere più prodotto. Per farsene cosa? Insomma non può essere un elemento casuale. Come non è casuale che che Saruman acquisisca prima peso economico attraverso l’accaparramento di terre e conseguentemente peso politico, dal quale poi fa derivare maggiore controllo sociale, repressione del dissenso, ecc. Tolkien racconta una trasformazione strategica, non una devastazione caotica come sarebbe potuta essere, ad esempio, quella derivata da un’invasione di orchi.

    Sul fatto che il capitolo sia anche una sorta di manuale contro i soprusi, per altro, direi che non ci piove. E si tratta di resistere non solo ai soprusi, ma anche alle imposizioni subdole, inerziali, e al quieto vivere.

    A proposito di resistenza, è evidente che il razionalismo di Tolkien non ha matrice francese. E non tanto perché gli stesse antipatica la Francia. Anche la matrice classica non è comunque diretta, bensì filtrata attraverso il recupero “tomistico”, cristiano-cattolico. Nondimeno Tolkien è cresciuto nel contesto culturale anglosassone, dove l’illuminismo si era sviluppato con caratteristiche proprie fin dal XVII secolo, con un filosofo come John Locke, tanto per nominare un pezzo da novanta, ed è poi proseguito nel secolo successivo con un altro mostro sacro come David Hume (Voltaire non c’entra niente e il saggio di Elisabetta Marchi non lo nomina neppure). Il proto-illuminismo britannico teorizzò il diritto di resistenza al tiranno, appunto. Quello che mettono in pratica gli Hobbit contro Saruman, e che enuncia limpidamente Gandalf nei confronti di Denethor quando afferma che i suoi sottoposti hanno il diritto di disobbedire ai suoi ordini se significano follia e infamia. È ciò che fecero gli inglesi con le loro due rivoluzioni, avvenute nel XVII secolo appunto – molto prima che Voltaire scrivesse una riga o che in Francia si muovesse foglia contro l’assolutismo monarchico – la seconda delle quali sfociò nell’istituzione del “King in Parliament”. The doom of choice…

  4. Testi ha detto:

    Ciao Elisabetta, permetti di dire che è un grande piacere vedere progredire nuovi studiosi tolkieniani, che seguono un metodo di ricerca finalmente basata sui testi e sulla lettura della più seria bibliografia secondaria: è questa del resto la principale finalità dell’AIST.
    Venendo a tuo articolo, sono molto convincenti le prime parti: è chiarissima (e non scontata per tutti) la distinzione che operi tra “Sarumanismo” e “Mordorismo”: negli argomenti che porti per questa distinzione quello imho più debole è legato al non uso della magia da parte di Saruman. Devi infatti tener presente che per Tolkien la magia e la tecnologia non per certi aspetti la stessa cosa: uso di un potere finalizzato al dominio e esercitato attraverso apparati esterni che permettono di sorpassare i limiti del soggetto [cfr. Lettera 131 ma anche nn.75, 155, 131, 181]. Comunque a parte questo appunto la distinzione è più che fondata.

    Così come è ottimamente argomentata la tua dimostrazione che la Contea di Saruman non sia un regime totalitario, bensi “solo” la realizzazione della moderna società antiumanistica-industriale-tecnocratica-statalista-omologante-burocratica (caratteristiche queste che vanno prese tutte assieme come ben dici tu). Qui la tua analisi è quasi sovrabbondante, nel senso che (se mi permetti il consiglio) una maggior sinteticità avrebbe ancor più giovata al contenuto.

    La parte finale (par. 7) è invece imho più problematica per almeno tre motivi:
    a) staccare il pensiero illuminista dagli esiti della modernizzazione è per lo meno “ardito” e va spiegato molto meglio, dato che l’Illuminismo è forse la quintessenza della modernità, sia come volontà di instaurare un ordinamento completamente diverso dal precedente, sia come culto della ragione calcolante, scientifica e tecnologica
    b)Le tre caratteristiche che elenchi nel finale (valore della scelta individuale, inutilità dell’immobilismo, responsabilità morale verso gli altri) non sono certo caratteristiche della sola ragione illuministica, ma ben presenti già nel contesto antico e medievale
    c) Infine, sempre imho, va meglio spiegata la frase “Tolkien contrappone così il libero arbitrio e la ragione illuministica”, perché se c’è una ragione che ha più di un aspetto inconciliabile con la prospettiva tolkieniana (progressismo, negazione del valore delle culture precedenti, scientismo, negazione della riflessione metafisica, negazione del valore della fede religiosa) è proprio quella illuministica.
    Peraltro secondo me questo accostamento non è nemmeno funzionale al cuore del tuo saggio che si trova nei precedenti paragrafi.

    Complimentandomi ancora e sperando di averti fatto cosa utile per ulteriori riflessioni, ti saluto caramente.

  5. Giovanni Costabile ha detto:

    L’opposizione ai tiranni di un Locke o di un Hume, parimenti alla filosofia voltairiana e all’Illuminismo francese in genere, difficilmente può essere considerata influente su Tolkien, che infatti non li cita mai. E questo si può ben capire, oltre che per le ragioni motivate così bene da Claudio (incompatibilità del rifiuto della religione rivelata e altre istanze con la posizione tolkieniana), anche per quanto riguarda strettamente la politica. Hume rifiuta il concetto dell’autorità divina del sovrano, un concetto che, al di là della figura di Aragorn, Tolkien viene trovato a difendere a più riprese, per esempio nella Lettera 52, dove si dice a favore di una monarchia non costituzionale (quindi pre-Magna Carta!). La stessa lettera dove peraltro, contrariamente a quanto afferma Wu Ming, Tolkien riprende una concezione eminentemente platonica in maniera non mediata, vale a dire senza chiamare in causa nessuna mediazione Cristiana, anzi nessun concetto religioso del tutto: si tratta dell’idea per cui non è adatto al potere colui che il potere desidera, presa direttamente dal Repubblica.
    A mio parere giova sempre inquadrare la prospettiva di Tolkien all’interno della cornice più generale degli Inklings, e se si confronta quanto dice Tolkien con le posizioni e i temi di C. S. Lewis e Charles Williams emergono ancor più di prepotenza:

    – una concezione sacrale del governo e una nozione sacrale di Inghilterra quale Logres;

    – la strenua opposizione al processo di secolarizzazione;

    – la pertinenza non solo mediata attraverso gli autori Cristiani ma anche diretta e immediata di diversi aspetti e autori del mondo classico (ma per questo si pensi alla leggenda degli alberi del sole e della luna che fornisce l’ispirazione per Telperion e Laurelin a detta dello stesso Tolkien, o anche a Beren e Luthien come Orfeo ed Euridice: il Sir Orfeo medioinglese costituisce indubbiamente lo spunto per il lieto fine, ma il lieto fine è temporaneo perché Beren e Luthien comunque devono morire e di conseguenza la tragicità della storia originale riecheggia nel proiettare il dubbio sul destino ultraterreno dei due)

    Alla luce di queste istanze, di quanto affermato da Testi e dalle dichiarazioni dello stesso Tolkien, propendo per trovare una matrice classica anche per la opposizione al tiranno (né c’è niente di strano che per un Professore di Oxford del primo Novecento il primo tiranno che venisse in mente fosse Pisistrato)

  6. Wu Ming 4 ha detto:

    Secondo me il ragionamento che esclude ogni influenza dell’illuminismo su Tolkien soffre di un vizio idealistico.

    È fuor di dubbio il background di studi classici di Tolkien, almeno quanto lo è il suo essere – e rivendicare di essere – inglese fino al midollo. Bisogna essere prudenti nel prendere gli scritti privati come dichiarazioni di idealità politica. Nella stessa frase della celebre lettera 52, Tolkien si dichiara favorevole anche a una seconda opzione politica oltre alla monarchia non costituzionale, vale a dire l’anarchia “come abolizione di ogni controllo”, da intendersi come controllo statale, appunto, tant’è che prosegue: “arresterei chiunque usi la parola Stato”. Però in quella lettera Tolkien sta usando un’iperbole dietro l’altra, è evidente. Tant’è che aggiunge: “..e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!”. Dovremmo forse dedurne che Tolkien era favorevole alla persecuzione delle idee personali fino alla pena di morte? Ovviamente no.

    Nel passo successivo della lettera invece il tono diventa più serio, e Tolkien passa a una considerazione filosofico-antropologica molto interessante: “Comunque lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo; e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini”.
    Ecco il tema citato – di matrice platonica, sì, può darsi – del non assumere il potere volentieri, non bramarlo, ma a fronte di una sfiducia totale per *qualunque forma di governo*. E infatti più avanti riprende il tono sarcastico: “Datemi un re il cui interesse principale siano i francobolli, i trenini o le corse di cavalli; e che sia in grado di cacciare il suo visir (o come lo vuoi chiamare) se non gli piace la foggia dei suoi pantaloni.”. E di seguito pronuncia un’invettiva violentissima contro l’antica Grecia, tra l’altro. Qui è tornato a usare le iperboli, è chiaro. Infatti finisce con l’inneggiare agli attacchi dinamitardi contro le fabbriche e le centrali elettriche, auspicandosi che diventi un’abitudine generalizzata. È chiaro che sta scherzando pesante, a meno di non volere immaginare un Tolkien teorico dell’ecoterrorismo.

    Non c’è nemmeno l’ombra di una concezione sacrale del governo, bensì un’avversione dichiarata per *ogni forma di governo*. Gestire il potere è solo una triste necessità della storia.

    Questo per quanto pertiene il suo pensiero personale, piuttosto sfuggente, comunque (che Tolkien non fosse un pensatore politico è palese), e diverso da quello di altri Inklings. Lewis era un anglicano liberale, Tolkien certamente no. Nell’anglicanesimo il monarca è capo della chiesa, ergo ha un potere per grazia di Dio, che lo porta a presiedere l’istituzione religiosa. A occhio e croce, il cattolico (o “papista”, come ancora qualcuno avrebbe potuto chiamarlo all’epoca) Tolkien aveva altre vedute. E infatti tra il male stalinista e quello franchista, nella guerra di Spagna, opta per quello che ritiene minore, cioè i cattolici franchisti. Lewis al contrario, da liberale, è molto meno disposto ad accettare un aut aut tra comunismo e fascismo e litiga furiosamente con Roy Campbell (che invece Tolkien apprezza).
    Ma siamo sempre e comunque a una visione del potere come male minore, appunto: tra atei mangiapreti e fascisti cattolici sceglie i secondi. Ma ancora una volta, sarà da rilevare che non lo fa pubblicamente, sono pareri e posizioni espresse in lettere private, e di cui non vi è traccia nella sua scrittura pubblica.

    Va da sé che l’opera letteraria di Tolkien non va presa per un manifesto politico, errore in cui ahimè molti sono incorsi e seguitano a incorrere, tirandola di qua o di là. Si può tutt’al più cercare di rintracciare influenze, spunti, concetti, di sicuro non sistematici, quale appunto l’avversione per lo stato moderno, come fa il saggio di Elisabetta Marchi.
    Da questo punto di vista, allora, senza voler forzare la narrazione dentro una teoria politica, bisognerà pure distinguere il tema del tirannicidio, dell’opposizione al tiranno, assai antico, e quello dell’insurrezione popolare contro il tiranno. Norbert dice che il capitolo del SdA in questione è una sorta di manuale, appunto. Ma quello che viene raccontato sulla pagina è l’insurrezione di un popolo contro il tiranno e il suo apparato di potere. E il ripristino della libertà pre-statale, tutelata dall’Editto di Re Elessar che proibisce agli Uomini – incluso il monarca stesso – di entrare nella Contea.
    E sarà anche il caso di considerare che se è senz’altro vero che il potere regale di Aragorn è “sacro” e l’incoronazione avviene tramite una cerimonia, con Gandalf come officiante, per così dire, è altrettanto vero che l’incoronazione del nuovo re passa anche per l’acclamazione popolare. Anche a Gondor-Rohan, come nella Contea, il soggetto “people” gioca la sua parte.
    In questo non mi pare così strano vedere un riflesso della storia inglese (e non francese).

  7. Wu Ming 4 ha detto:

    Comunico che se Elisabetta Marchi non sta partecipando alla discussione è perché in questo momento è impossibilitata a farlo per cause di forza maggiore. Speriamo che più avanti possa intervenire, quando avrà l’opportunità di farlo.

  8. Giovanni Costabile ha detto:

    E’ indiscutibile che, come dice G.R.R. Martin, “non sappiamo nulla sulla politica fiscale di Aragorn”, vale a dire la figura del vero Re si tinge di connotazioni se vogliamo idealistiche, ha un alone di sacro che garantisce non tanto, non soltanto o non più la presenza di un uomo capace di risolvere i problemi, quanto quella di un uomo la cui reggenza è sinonimo che i problemi non si verifichino affatto. Il reame prospera e, per essere cinici, niente di interessante accade, al punto che quando Tolkien scrive il seguito The New Shadow, poi abbandonato, esso deve prendere le mosse dopo la morte di Aragorn, semplicemente perché prima a livello narrativo “niente accade”.
    Questo è più vicino al regno di Aslan a Narnia, più vicino al modello regale di Manwe a Valinor se vogliamo restare nel tolkieniano, ma soprattutto è più vicino a re Artù nelle sue concezioni più idealizzate come quella adombrata nella Space Trilogy di Lewis o nei poemi arturiani di Williams, più che riflettere una concezione del sovrano funzionalista come quella di Martin.
    Martin e tutti coloro che seguono il suo ragionamento mancano di cogliere il fattore fondamentale, ovvero che Tolkien e gli altri Inklings chiaramente distinguevano il governo esteriore dell’ Inghilterra, tanto in quanto rappresentato dalle camere nell’effettivo governo politico, tanto in quanto monarchia nel senso tradizionale e rappresentativo, dal governo interiore, il governo dell’anima che pertiene a ciascuno e alle guide spirituali a cui si affida, siano esse la Chiesa cattolica o la Chiesa d’Inghilterra.
    Il sogno è che il governo interiore e quello esteriore possano arrivare a coincidere, e questo è ciò che Aragorn rappresenta, e il motivo per cui è detto spesso essere figura cristica: nella croce, come nell’Anello, nell’Incarnazione, nella Resurrezione, si realizza esattamente il connubio tra l’interiore e l’esteriore secondo la tradizione cristiana. Ma, come dicevo, il tema è già platonico in origine e appartiene alla Repubblica.
    In questo senso sia la monarchia sia l’anarchia possono essere accomunate nel ricongiungere l’unità perduta dell’uomo, del suo essere materiale e spirituale, a sè stesso e quindi alla sua sorgente, tagliando tutti gli impacci e gli impedimenti dei sistemi che possiamo classificare come più moderati ma che puntano alla frammentazione e alla perdità dell’identità dell’uomo ridotto a numero e funzione. Ben lontano dall’essere uno scherzo, il paradossale programma espresso dall’alternativa di Tolkien coglie un punto fondamentale a livello filosofico. D’altra parte, cosa rappresenta la libertà apolitica delle guardie di Rohan che lasciano passare il bastone di Gandalf contravvenendo agli ordini del re per la salvezza del re? La perfetta immagine di una monarchia anarchica.

  9. Giovanni Costabile ha detto:

    Piccola nota: che quest’idea dell’anarchia divina sia debitrice a L’uomo che fu giovedì di G. K. Chesterton?

  10. Wu Ming 4 ha detto:

    Bene. Acclarata la distinzione tra posizioni politiche e posizioni poetiche, cioè tra biografia e letteratura, sarà quindi opportuna una certa prudenza nei confronti di quelle linee interpretative che desumono dalle storie di Tolkien o di altri Inklings una sorta di idealità politica. Quindi l’ossimorica “monarchia anarchica” – che definirebbe il regno di Aragorn, ma che in definitiva rimanda all’unità di governo interiore ed esteriore, di spirito e potere, e che si rifà ai cicli letterari e leggendari del passato, alla concezione cristiana o platonica, ecc. – è appunto una creazione letteraria. O meglio, una citazione letteraria.

    Siccome però Tolkien è un uomo moderno, con parecchi problemi moderni, riusa quella materia e quelle concezioni mentre in parallelo racconta della nascita di uno stato moderno nella Contea (e qui le fonti non sono certo antiche). La sua grandezza creativa è poi sempre questa: rideclinare l’antico, partendo dalle figure canoniche per poi riplasmarle, facendo della filologia creativa anche mentre fa letteratura, appunto.
    Lo stato moderno non è incarnato né da Sauron né ovviamente tanto meno da Aragorn, bensì da Saruman. E si afferma nella Contea, dicevamo.
    Di questo parla il saggio di Elisabetta Marchi.

    Sul finale parla anche – ma più come spunto di discussione che come linea di analisi – di una razionalità giocata contro la razionalizzazione, e chiama in causa l’Illuminismo.
    Nella discussione il sottoscritto ha poi aggiunto una specificazione riguardante il diritto di resistenza e di insurrezione (che è cosa diversa dal tirannicidio) enunciato da Gandalf e praticato dagli Hobbit, e si è chiesto se essere immersi in un universo culturale in cui tale diritto si pone alla base della società politica non possa c’entrare qualcosa con il racconto tolkieniano.

    A questo si ricollega la questione della disobbedienza e la fiducia nella ragione individuale. Chi infatti contravviene agli ordini del re di Rohan non sono le povere guardie della reggia, che si lasciano irretire dall’astuzia di Gandalf, il quale spaccia il bastone per quello della sua vecchiaia, bensì Éomer.
    Nel celebre dialogo con Aragorn, la prima volta che si incontrano, Éomer viene messo davanti al dilemma. Obbedire alle leggi del suo re, o seguire quello che la sua testa e il suo animo gli suggeriscono essere giusto fare. E Aragorn si dice certo che questa scelta sia sempre possibile perché in definitiva il bene e il male non sono tanto diversi per gli uni o per gli altri, e la difficoltà consiste solo nel riconoscerli. Ma “tocca a ciascuno di noi distinguerli” (il tema è tomistico, direbbe l’amico Claudio Testi).
    Aragorn non chiama in soccorso alcun principio d’autorità. Né spirituale, né religiosa, né tanto meno politica. Può darsi che una volta ripristinata l’arturiana e sacrale unione “tra governo esteriore e governo interiore” sotto il suo regno le cose saranno più semplici, ma sta di fatto che Aragorn qui sta riponendo tutta la sua fiducia nella capacità di scelta individuale.

    Ora, io qui purtroppo non posso che provare a parafrasare il saggio, data l’impossibilità di Elisabetta Marchi di intervenire. Posso quindi dire che non si tratta di paragonare Tolkien a qualsivoglia pensatore illuminista, ma semplicemente di riconoscere, o, anche solo ipotizzare, che essere nati e cresciuti in una data epoca storica e in un dato contesto culturale influenzi il racconto, incluso quello tolkieniano. È una cosa più banale di quanto possa sembrare, in realtà.
    Per spiegarmi prenderò ad esempio una celebre definizione data da Kant nel suo saggio sull’Illuminismo:

    “L’illuminismo è dunque l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.”

    Ora, un motto di questo tipo potrebbe pure stare bene a Saruman, se inteso come equivalenza di sapere e potere (scientia potestas est), a sua volta connessa al discorso sulla Macchina, agli apparati potenzianti, appunto, della conoscenza come dominio sulla natura, ecc.
    Se però il motto non viene associato all’equivalenza di cui sopra e all’aspirazione al potere, al dominio sul mondo, cioè a quell’elemento che per Tolkien abbiamo visto era così problematico e che fa senz’altro parte della sua critica implicita alla concezione del mondo illuministica, allora paradossalmente non è tanto lontano da ciò che Aragorn chiede di fare a Éomer. Vale a dire: non affidarti all’autorità, ma ragiona con la tua testa, fidati di te stesso e di quello che ti dice il tuo buonsenso. E aggiunge che tutti, sempre, dovrebbero avere il coraggio di farlo, tanto in circostanze straordinarie quanto in quelle ordinarie (“nel Bosco d’Oro quanto nella propria casa”). È precisamente ciò che i pigri, bigotti, inerziali Hobbit della Contea non fanno, lasciandosi circuire dallo scaltro Saruman, che invece sa bene quale uso fare della propria intelligenza per sottomettere il prossimo. Mutatis mutandis, Sam è in linea con questo discorso quando parla al guardiacontea Robin Tanabuca e lo incita a non essere connivente con il regime di Sharkey/Saruman. E la risposta di Robin è molto interessante:

    “Se ci arrabbiassimo tutti insieme potremmo ottenere qualcosa. Ma sono questi uomini, Sam, gli Uomini del Capo. Li manda dappertutto, e se uno di noi piccoli pretende che si riconoscano i suoi diritti [lett. “our rights”] lo trascinano alle Cellechiuse.”

    Quella che si verificherà nella Contea, infatti, grazie alla svegliata che le danno gli Hobbit di ritorno dalla guerra, è un’insurrezione dei piccoli “for our rights”, basata sulla scelta di individui eguali (common people, per la maggior parte) contro il potere vessatorio dei più grandi e più forti.
    La si pensi come si vuole, ma per me è ben difficile non leggere in queste pagine un’influenza – anche indiretta – della storia moderna inglese che ha partorito appunto i diritti individuali.
    Allo stesso modo le parole di Sam e quelle di Aragorn implicano una fiducia nella capacità dell’individuo e nelle sue scelte che è tutt’altro che estranea alla vicenda dell’Illuminismo, di cui l’Inghilterra è stata la patria assai prima che la Francia, dicevamo, e che nondimeno in Tolkien rimane sempre connessa al tema cristiano-cattolico dell’esercizio del libero arbitrio.

    Ecco perché ho accennato a quello che mi pare un pregiudizio idealistico, cioè quello che sente la necessità di concepire la letteratura come manifesto di una concezione del mondo, come fosse un trattato di filosofia o teologia. È una tendenza che si riscontra spesso nei lettori cattolico-tradizionalisti, ma non solo, in questo caso talmente insofferenti alla parola Illuminismo (perfino se intesa nel senso più lato e blando possibile) che appena la sentono mettono subito mano alla… tastiera.
    Dovrebbero invece stare sereni, perché è assai più probabile e pacifico che la letteratura – almeno quella buona – si arricchisca di elementi spuri, di elementi anche paradossali (in effetti la summenzionata “monarchia anarchica” lo è quasi per definizione), e di influenze culturali anche indirette che non implicano alcun rischio “ereticale”, per dirla scherzosamente.

    Va be’, l’ho fatta lunga, ma spero di essere riuscito a spiegare o almeno a fornire la mia personale interpretazione degli accenni finali del saggio di Elisabetta Marchi.

  11. Giovanni Costabile ha detto:

    Spero che non te la prendi se rispondo tanto brevemente a una così dettagliata disquisizione quale ho appena avuto il piacere di leggere, ma solo una cosa è sufficiente sottolineare: il concetto di ragione di Tolkien coincide con quello dei Padri della Chiesa, come provato da Testi quando sottolinea la presenza dei libri di San Tommaso d’Aquino nella sua biblioteca e ne mette in connessione il contenuto con l’Athrabeth e altri scritti; come provato dalla mia scoperta di un parallelo innegabile tra The New Shadow e le Confessioni di Sant’Agostino, nel prossimo numero di Tolkien Studies; e come Dimitra Fimi ha sottolineato la presenza del concetto ortodosso di Χαρμολύπη in Sulle fiabe e nel Signore degli Anelli. Questa ragione non è in contrasto con la fede, così come non è in contrasto la vita di Tolkien con quanto lui pensava e credeva e scriveva, ma ne è l’espressione. Invece il tratto peculiare dell’Illuminismo è proprio l’istituzione di una ragione che rifiuta per principio di confrontarsi con i temi del soprannaturale, di Dio e dell’aldilà in nome di una serie di personaggi che hanno creduto di decretare che la loro incomprensione della Scolastica andasse imputata a presunti difetti di questa anziché del loro comprendonio. E’ la triste storia dell’Occidente, ma come dicevo prima Tolkien voleva tornare non solo a prima che ciò si verificasse, ma a prima dei suoi più lontani prodromi politici (Magna Charta).
    Quanto a Gandalf, cito il Signore degli Anelli, visto che dici che le guardie ritengono il bastone sia l’appoggio di un vecchio (ma forse ti confondi con il film): “‘Il bastone nelle mani di uno stregone potrebbe essere più di un semplice sostegno’, disse Hama osservando il bordone di frassino a cui si appoggiava Gandalf. ‘Tuttavia, nel dubbio, un uomo di valore avrà fiducia nella propria saggezza. Vi credo amici e gente d’onore, priva di intenti malvagi. Entrate pure.'” (ISdA, III, vi, Rusconi 1999, p. 623).
    Shippey commenta questo passo in termini di rivelazione della Provvidenza attraverso le azioni degli uomini, e quindi coincidenza di destino e libero arbitrio, in “La via per la Terra di Mezzo”, che conviene sempre tenere presente come testo, dal momento che invecchia come gli Elfi.

  12. Wu Ming 4 ha detto:

    Be’, sì, Hama è più sospettoso, e il suo atteggiamento “provvidenziale” ancora chiama in causa la saggezza, appunto, e l’ascolto di se stessi (che è un tratto distintivo di tutti i personaggi positivi del romanzo in questione). Insomma si può dire che sceglie di bersi la storia di Gandalf, ecco.
    Ma a parte questo, il punto è che qui nessuno sta parlando di un conflitto tra la concezione tolkieniana della ragione e quella cristiana. Si è soltanto detto che si avvertono anche altri influssi, non necessariamente contradditori, anzi, in buona parte perfino compatibili, come nel caso dell’appello alla ragione/scelta individuale. E si è portato un esempio di quanto di più simile a una rivoluzione moderna, cioè un’insurrezione in nome dei diritti individuali/naturali di chi sta sotto contro chi sta al vertice, si verifichi nelle storie di Tolkien. La quale non a caso avviene nella parte più “moderna” della Terra di Mezzo (che come tale verrà conservata e tutelata dal re sacro reinsediatosi a Gondor, come una sorta di enclave). La storia della modernità e dell’illuminismo c’entra qualcosa con questo oppure no? La domanda è rimasta appesa. Ma può pure restare lì dove sta, non è mica un problema.

    Detto questo uno può fare la caricatura degli illuministi come un gruppo di pensatori troppo stupidi per confrontarsi con i giganti della patristica e i filosofi medievali, e che non si posero il problema di Dio (consiglierei comunque un’occhiata a due testi contrapponibili come il Saggio sull’intelletto umano di Locke e la Storia Naturale della Religione di Hume), ma qui appunto l’impostazione ideologica cattolico-tradizionalista di cui parlavo si autodichiara candidamente. Così come si avverte chiara nell’idea tutta da dimostrare – repetita iuvant (?) – che ciò che uno scrittore racconta in un romanzo sia ciò che auspica per sé stesso e per il mondo: tornare addirittura a prima della Magna Charta, magari cancellare la “triste storia dell’Occidente” e reinsediare il re sacro…:-) Queste ben note letture ideologiche dell’opera di Tolkien per fortuna da qualche anno a questa parte non vanno più tanto di moda. Qui la divergenza è ovviamente inconciliabile, giacché appunto è d’impostazione e approccio alla letteratura. C’è chi prende i romanzi per trattati ideal-politici o filosofici. A me pare che Tolkien abbia sempre rigettato ogni tentativo di caricare la sua narrativa di un certo tipo di “portato”, appunto, ma ognuno è poi libero di leggere i romanzi come crede, ci mancherebbe.

  13. Giovanni Costabile ha detto:

    E chi sta parlando di “uno scrittore” in generale?
    Io stranamente ho questa particolarità di star parlando di Tolkien, però tu ovviamente sei libero di parlare di Rousseau e chiamarlo Tolkien, qual è il problema, mica si deve essere necessariamente intellettualmente onesti, no? Oh, no, aspetta, invece sì, si deve. Che strano!

  14. Giovanni Costabile ha detto:

    Ma forse sono cattivo e penso male. Dopotutto, perché chiamare in causa la disonestà intellettuale quando si dimostra chiaramente di ignorare non solo la critica straniera, da Fimi a Shippey, salvo poi aver passato gli anni a rimproverare questo ad altri, ma se poi si ignora anche l’opera stessa?
    Ah, si, Hama, mica l’avevo dimenticato, io!

  15. Giovanni Costabile ha detto:

    Vale la pena dire due parole su quello che veramente succede nella Contea. Il tiranno Saruman (il potere economico basato sull’industria) impone la rovina dell’idillio bucolico degli Hobbit. Quando succede una cosa del genere nella storia inglese? Oh, aspetta, proprio dopo la Rivoluzione inglese, con l’Illuminismo e, per citare Yeats, con la giannetta che fila? Ma pensa, che strano!
    Però pecccato che a un certo punto ritorni un gruppo di “viaggiatori” che è stato in altri “paesi”, vale a dire nel mondo reale chi legge il romance e conosce il mondo medievale rappresentato da Rohan (Anglosassoni), Gondor (Italiani e la Chiesa) e dagli Elfi.
    Questi viaggiatori sobillano il popolo a sollevarsi contro la Macchina e l’Industria e a realizzare una rivoluzione luddista, cioé il ritorno al Paradiso bucolico precedente. Se si deve trovare un antecedente politico, questi è il socialista William Morris, non certo Locke, e il problema non è il fatto che il potere sia accentrato, ma accentrato nelle mani DI CHI. Vale a dire esattamente come nelle rivolta contro i tiranni greci.
    Ora vienici a raccontare che Tolkien non avrebbe voluto che si ripristinasse il paesaggio della sua infanzia a Sarehole Mill, così le abbiamo sentite proprio tutte.

  16. Wu Ming 4 ha detto:

    Purtroppo due parole non bastano. Toccherà spenderne un po’ di più, più che altro per fare ordine.

    Il problema del potere è legato alla persona nella misura in cui chi detiene il potere decide il modo di esercitarlo. Quello di Aragorn è un potere per così dire “leggero”, non statale, appunto, che si autolimita.
    Il fatto che Aragorn ponga un divieto per ogni uomo, incluso il re, di varcare il confine della Contea, ci dice proprio questo.
    Ci dice anche che per preservare l’idillio bucolico è necessaria una sorta di improbabile isolamento, di autarchia. Ma noi sappiamo che nemmeno così la Contea degli Hobbit potrà sottrarsi al divenire della storia, ce lo ha ricordato il saggio elfo Gildor già all’inizio del romanzo:

    «- Ma la Contea non appartiene solo a voi. Altri l’hanno abitata prima degli Hobbit, e altri l’abiteranno quando non ci sarete più. Il mondo si estende tutt’intorno a voi: potete rinchiudervi in un recinto, ma non potete impedire per sempre al mondo di penetrarvi.»

    Tolkien sa che la storia è in divenire (“una lunga sconfitta”) e che non può tornare *davvero* indietro, né le cose possono essere conservate identiche in un ordine statico e immutabile, come vorrebbero gli Elfi “imbalsamatori”, malati di nostalgia. Non si può tornare all’infanzia, sia essa l’età d’oro di Sarehole Mill o quella del mondo, per quanto possa essere desiderabile e per quanto ciò possa realizzarsi nelle serissime favole che ci raccontiamo e che a volte assumono anche la veste di romanzi. Così come sa che l’idillio bucolico della Contea è stato ottenuto con una dura guerra contro gli alberi, contro la Vecchia Foresta (non saremo mai grati abbastanza a Verlyn Flieger per averci fatto notare questi aspetti del racconto tolkieniano) ed è quindi un equilibrio precario, come ogni equilibrio nella storia (in questo caso equilibrio uomo-natura), appunto. E dopo il regno di Aragorn verrà quello di suo figlio e potrà sempre sorgere una “Nuova Ombra”.
    Solo una lettura allegorica a chiave, quella tanto odiata da Tolkien, può portarci a non vedere certi elementi che sfuggono all’ansia di “rime baciate”, per così dire, fino a scambiare Il Signore degli Anelli per un trattato di idealismo politico. Dicevo che esiste un filone di lettura che si impegna da sempre proprio in questo arruolamento forzato di Tolkien nella propria battaglia culturale.

    La differenza tra Tolkien e Morris è proprio questa, se vogliamo: Tolkien non ha mai scritto un manifesto politico-culturale, tanto meno in forma di romanzo, mentre Morris non ha fatto altro per tutta la vita.
    Ciò che i due hanno in comune è ben noto, riguarda la suggestione poetica, non la politica. Morris credeva davvero che fosse possibile un socialismo ecologico cooperativista pre-industriale e si è impegnato per questo. Tolkien no. Perché non era socialista e perché era un credente cattolico. Certo che nella rivolta degli Hobbit riecheggia il luddismo (perfino un ignorante come il sottoscritto ci ha speso sopra un po’ di inchiostro qualche anno fa, figuriamoci) così come la fascinazione morrisiana per un’altra via alla modernità, che non prevedesse l’industrializzazione e la scomparsa del lavoro artigiano, che mantenesse il gusto del bello e dell’utile insieme, eccetera eccetera. Ma appunto mentre Morris fondava il movimento Arts and Crafts e la Lega socialista dei Lavoratori insieme alla figlia di Marx, e ingaggiava battaglie allegorico-letterarie con Edward Bellamy, Tolkien non si sarebbe mai sognato di fare niente del genere. Perché non condivideva affatto il progressismo di Morris (ancorché sui generis), dato che era invece un pessimista, e perché non pensava che lo scopo della letteratura fosse quello di predicare, educare, propagandare, ecc., come afferma a più riprese nei suoi scritti privati. E questo è ciò che fa di Tolkien un grande scrittore e di Morris un mediocre scrittore, ancorché fosse un intellettuale straordinario.

    Detto questo, per tornare a Saruman e alla Contea (ché sempre da lì siamo partiti), bisogna notare che il potere economico di Saruman nella Contea in realtà non si basa solo sull’industria. Inizia con l’accaparramento di terre. E forse si insinua addirittura prima, attraverso la compravendita dell’erba pipa, cioè con il commercio. L’industria è la conclusione di un percorso, per così dire, la ciliegina sulla torta. E questo in qualche modo c’entra con la storia inglese, con la nascita dell’impero, dei commerci, e con la rottura del mondo medievale e la nascita dello stato moderno, con le sue leggi e i suoi “cancelli”.
    Occorre però mettere un po’ d’ordine, dicevo, nella confusione tra Rivoluzione inglese (quale? la prima o la seconda? Ci sono quarant’anni di mezzo), Rivoluzione industriale, che avviene nel secolo successivo, e Illuminismo, che si colloca a cavallo di questi grandi eventi.

    Le due rivoluzioni inglesi avvengono prima della rivoluzione industriale.
    In particolare, durante la rivoluzione “puritana”, cioè quella degli anni Quaranta del Seicento, che non è ancora “illuminista”, uno dei problemi sul piatto era proprio la privatizzazione e recinzione delle terre, la fine della libertà di movimento, di libera raccolta nei boschi, e di tutti quei benefit di cui i ceti più poveri avevano potuto godere durante il Medioevo. Si potrebbe pure fare notare che la libertà di movimento è il primo diritto che Frodo rivendica quando rimette piede nella Contea e una delle accuse che gli vengono mosse è proprio di avere violato le recinzioni.
    La chiusura dei terreni comuni creò una grande massa di poveri che, nel corso del secolo seguente, dalle campagne avrebbe iniziato il lento spostamento verso le città, per andare a prestare manodopera nelle manifatture laniere, dato che nel frattempo quei campi recintati erano stati messi a pascolo dai proprietari terrieri e la lana sarebbe diventato il maggiore prodotto di esportazione del regno.
    L’accaparramento di terre e la nascita dell’industria e del commercio, nella storia inglese sono fenomeni spalmati nel tempo, ma strettamente interconnessi. E forse Tolkien l’aveva presente se li ha riuniti nella storia dell’avvento di Sharkey/Saruman. Insomma, capitalismo e stato moderno vanno a braccetto (ed è proprio quello che i lettori anarcocapitalisti del SdA non registrano).

    Ma le due rivoluzioni inglesi hanno primamente una connotazione politica. Si tratta cioè di insurrezioni parlamentari contro il tentativo tutto moderno di introdurre l’assolutismo monarchico, cioè di mettere le prerogative del re al servizio dello stato moderno. Hobbes lo chiamava il Leviatano, cioè un mostro. Lui diceva anche che bisognava tenerselo, perché era il male minore, ma Locke la pensava diversamente e così tanti altri. Comunque non è questo che importa qui, perché la particolarità che si faceva notare era come l’insurrezione contro il tiranno in nome dei diritti naturali sia qualcosa che nasce tra gli Hobbit, ovvero è un hobbit che pronuncia la parola “diritti” (e ho il presentimento che sia l’unica ricorrenza nel romanzo e per questo tanto più importante, almeno quanto il famoso “heathen”) per rivendicare la sfera della libertà personale, in particolare del popolo minuto, contro la legge positiva dello stato tirannico.

    Per il resto, si può stare sereni, ribadisco, perché nessuno qui intende annoverare Locke o chi per lui tra le fonti politiche di Tolkien. Ci si limitava semplicemente a osservare che il dibattito libertà individuale/legge dello stato, popolo/monarca, diritto naturale/diritto positivo, ecc. ha tenuto banco proprio in Inghilterra nella prima età moderna e ha segnato massimamente e originalmente la vicenda della società britannica (non dimentichiamo che si tratta di un sistema basato sul diritto comune). Non ci sarebbe niente di strano quindi che facesse capolino all’interno della narrazione di quanto accade nella Contea, cioè il luogo più moderno della Terra di Mezzo, per come ci viene descritto.
    Certo a meno di non voler rinchiudere tutta la vicenda in una coerentissima e sistematica narrazione utopica del ritorno all’età dell’oro e dei re sacri.
    Ma appunto è quello che Tolkien ha sempre affermato di non voler fare.

  17. Giovanni Costabile ha detto:

    Se anche in questi termini, ben diversi da un generico parlare di Illuminismo, si dovesse accettare che tra i vari riferimenti culturali di Tolkien vi sia quello delle rivoluzioni non solo economiche ma anche politiche del Sei-Settecento, la nota principale non sarebbe di celebrazione, ma di biasimo. La Contea dell’inizio Quarta Era è la Contea che non riconosce Frodo, e in cui lui non può più vivere, non avendo ora altra possibilità che andarsene nelle Terre Immortali.
    E’ l’Inghilterra del dopoguerra, ma anche già Illuminista, nel senso di Ted Sabbioso, gretta e meschina, non crede più alle Fate, e una nuova corruzione è dietro l’angolo. Non servo io per rimarcare che non è assolutamente una storia a lieto fine, e tu stesso menzionavi la lunga sconfitta.

  18. Wu Ming 4 ha detto:

    Ah, be’, su questo non ci piove. Personalmente non ho mai dato credito alle letture “happyending” del romanzo e in generale del ciclo della Terra di Mezzo, che pure esistono.

  19. Giovanni Costabile ha detto:

    Sul ciclo intero la questione è più complessa, vedi Dagor Dagorath eccetera, ma non è il caso di entrare nel merito qui.

  20. Elisabetta ha detto:

    Arrivo solo ora a leggere con attenzione i commenti e ringrazio Wu Ming 4 per aver anticipato i motivi del mio silenzio. Sono stata trattenuta. Entrerò volentieri nel merito di ogni risposta successivamente, ma essendo arrivata a percorso iniziato vorrei chiedere ai partecipanti alla discussione un’unica cortesia: un passo indietro, o meglio a lato, rispetto ai sentieri intrapresi, per iniziare, se volete, un cammino insieme che parta dal punto centrale, la luce che mi ha guidato nella stesura del saggio. Saranno più di due parole, anche se cercherò di usarne il meno possibile, per avere poi la possibilità di entrare nel dettaglio in quelli successivi senza sembrare ripetitiva.
    In a postmodern medievalist Verlyn Flieger dice:”We must abandon our preconceptions and start seeing and reading Tolkien (…) as a man of his time. We must (…) set him solidly in the context of the twentieth century that shaped him and produced his work.”
    Cosa vuol dire pensare a Tolkien come a un uomo del suo tempo? In che modo possiamo pensare che il contesto in cui è inserito lo abbia formato?
    Qui è fondamentale arrivare a capire la distinzione tra ciò che è la cultura personale di un individuo, se volete la biblioteca a cui attinge, e la trasmissione culturale, il processo di socializzazione in cui l’individuo è plasmato, in modo unico e creativo, dai significati oggettivati della società di cui fa parte. Il rapporto tra la sfera individuale e quella sociale è ciò di cui si occupa la sociologia, da sempre definita come figlia del cambiamento, una disciplina talmente recente il cui stesso nome appare per la prima volta solo nel 1835. Tolkien aveva una biblioteca particolare, e viveva in un tempo particolare: il ventesimo secolo, a tutti gli effetti la società moderna. La sociologia è figlia del cambiamento, dicevo, sia che la si guardi nei suoi aspetti di disciplina rivoluzionaria, in quanto espressione del cambiamento, che in quelli conservatori, legati al tentativo di contenere lo stesso. Qual è però questo cambiamento? In effetti, i cambiamenti che plasmano la modernità, oggetto primario dell’indagine sociologica, sono due, di cui permettetemi di sottolinearne solo in breve le particolarità:
    1)la rivoluzione francese
    Da sempre simbolo della trasformazione sociale è il momento in cui si sgretola un determinato modo di concepire l’ordine sociale in nome di ideali laici. Con la rivoluzione non cambiano solo le basi della legittimità del potere, ma si instaura la relatività delle istituzioni umane.
    2)la rivoluzione industriale
    La rivoluzione industriale non è soltanto una rivoluzione tecnologica (anche se la macchina a vapore può essere paragonabile alla rivoluzione neolitica che portò all’agricoltura stanziale). Da una parte il maggiore asservimento della natura porta alla costruzione dell’idea di un individuo esterno alla natura stessa e alla società, primo passo verso una razionalità calcolatrice e un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’ambiente. Dall’altra la nascita della città industriale porta ad una rivoluzione sociale legata all’urbanizzazione e all’instabilità delle classi sociali.
    Se la modernità è figlia di queste due madri, il padre è l’Illuminismo in cui è fondamentale la figura dell’intellettuale che possiede la ragione come arma/strumento per cambiare la società. Lo stretto rapporto tra ordinamento della conoscenza e trasformazione della realtà sono la chiave attraverso cui cogliere la differenza tra la visione di Saruman e quella di Aragorn di cui ha giustamente scritto Wu Ming 4 in un precedente commento. In gioco, a far pendere le parti, la visione del potere. E di questo vorrei parlare dopo, più diffusamente. Ora vorrei insistere sul nodo centrale della discussione. Definire Tolkien un uomo del ventesimo secolo vuol dire sottolineare l’influenza che questi cambiamenti hanno avuto sulla società in cui vive (e da cui è stato plasmato), generando nel tempo significati e istituzioni socialmente definite in cui procedure, regole, modi di pensare o di agire vengono definiti e accettati come plausibili per assolvere determinati bisogni. O come spiega molto chiaramente Wu Ming 4“non si tratta di paragonare Tolkien a qualsivoglia pensatore illuminista, ma semplicemente di riconoscere, o, anche solo ipotizzare, che essere nati e cresciuti in una data epoca storica e in un dato contesto culturale influenzi il racconto, incluso quello tolkieniano”. Ecco perché il centro dell’analisi legato al rapporto tra ragione (illuministica) e razionalità (formale) non si basa sul tentativo di capire quale teoria individualistica del 600/800 abbia potuto trovare posto tra i suoi scaffali. Non mi sono interrogata se sarebbe andato d’accordo con gli anticipatori dell’illuminismo come Spinoza o Locke, teorici della democrazia moderna e rappresentativa, o avrebbe preferito Voltaire che individuava il modello inglese come esempio di intesa sociale. Potrebbe essere un buon spunto di riflessione, ma non è mai stato il mio intento, e per ragioni ben precise:
    1) Prima di tutto perché il contributo della sociologia è stato proprio quello di recuperare il sociale senza definirlo come il prodotto dei contratti tra uomini.
    2) In secondo luogo perché il centro dell’analisi è la modernità e il modo in cui possa essere rintracciata nella Terra di Mezzo
    3) Infine perché Tolkien possa essere definito come un individuo moderno, contrario alla modernità, senza che questo comporti un ritorno forzato alle teorie basate sul recupero della tradizione.
    Il primo punto è parte fondante della nascita della sociologia, il motivo per cui si discosta dalla filosofia e dalla speculazione teorica per avvicinarsi alle scienze esatte. Come potete ben vedere il secondo punto ci riporta tutti al modo in cui sono arrivata a leggere Tolkien nel precedente saggio. Se partiamo dal presupposto che nelle società tradizionali l’individuo ha un’identità stabile, uno status ascritto, troviamo invece che nelle società moderne la sua identità è fluttuante. Si può arrivare a status diversi, per esempio attraverso l’istruzione, inserendosi comunque in un percorso istituzionale, come succede a Sam, oppure attraverso una socializzazione difficile in cui la relatività dei valori fa saltare il concetto di normalità, come accade a Bilbo. Anche in questo saggio il percorso teorico che ho voluto seguire è stato assolutamente simile e parallelo. Se in Bilbo: una carriera deviante ho privilegiato il punto di vista dell’individuo, ne La Contea di Saruman ho guardato alla società degli hobbit attraverso la trasformazione delle sue istituzioni. In ogni caso il centro dell’analisi e la frase a cui mi sono ricollegata resta la stessa.
    “We must start seeing and reading Tolkien as a man of his time”
    La modernità, cosi come intesa all’interno della sociologia, non può essere svincolata né dall’Illuminismo, né dalla rivoluzione francese, né da quella industriale. Questo non comporta in nessun modo che gli uomini che la vivono siano d’accordo o meno col pensiero illuminista, inattivi o partecipi del cambiamento tra uomo e natura. Semplicemente la modernità nasce e si costruisce da questi momenti storici. Il contributo della sociologia, la traccia che ho cercato di inserire nell’arazzo tolkieniano, riguarda semmai la prospettiva attraverso cui un individuo moderno, in questo caso il creatore della Terra di Mezzo, arriva a percepire gli esiti della modernità. Indipendentemente dalle proprie personali visioni del mondo e della vita e della propria particolare biblioteca. Il punto fondamentale è che la cultura personale e la trasmissione culturale che ogni società opera sull’individuo non sono la stessa cosa. Tutti siamo influenzati dall’illuminismo perchè tutta la società in cui viviamo lo è. Possiamo scegliere di non aderire ai suoi valori? Certo. Eppure già la scelta è un optional moderno. Tolkien era illuminista quanto lo sono io o chiunque sia nato nella società moderna. Il mio saggio non parla però di questo, ma di come un individuo moderno, del suo tempo, possa guardare in maniera critica alla modernità. Il problema che Tolkien si pone, come Orwell, e non potrei pensare a persona più distante per visioni personali di vita, è proprio questo, a mio avviso.
    Tolkien nelle Letters dice:“I am not a ‘democrat’ only because ‘humility’ and equality are spiritual principles corrupted by the attempt to mechanize and formalize them, with the result that we get not universal smallness and humility, but universal greatness and pride.” J.R.R.Tolkien, Letters, Letteran.186. Tolkien non crede che umiltà ed uguaglianza, in quanto virtù personali, possano essere formalizzate e adeguate ad un modello collettivo. Orwell, al contrario, è un sostenitore dei diritti universali, così come emerge in Why I write, del 1946. “ Every line of serious work that I have written since 1936 has been written, directly or indirectly, against totalitarianism and for democratic socialism, as I understand it. “ Pur partendo da posizioni completamente diverse, entrambi trovano che nel rapporto individuo/società la mancata applicazione o la corruzione di principi individualmente validi, siano essi diritti o virtù, porta alla spersonalizzazione della società “But the special horror of the present world is that the whole damnded thing is in one bag. There is nowhere to fly to”, dice Tolkien nella Letteran.52; mentre in una lettera a Willmett, Orwell specifica:” Everywhere the world movement seems to be in the direction of centralised economies which can be made to ‘work’ in an economic sense but which are not democratically organised and which tend to establish a caste system”
    Uno dei punti fondativi del saggio riguarda perciò il rapporto tra ragione illuministica e razionalità formale, non quanto Tolkien possa essere stato d’accordo con Spinoza, Locke o Bayles, o se mai Voltaire, che non ho mai citato e a cui sinceramente, tra i tanti, proprio non penserei , gli sarebbe piaciuto.
    “A un modello economico e sociale basato sui principi della razionalità formale in cui l’influenza livellatrice dell’organizzazione burocratica finisce per soffocare e controllare l’individuo privandolo della libertà di scelta, Tolkien contrappone così il libero arbitrio e la ragione illuministica, vale a dire la capacità dell’individuo di avvalersi del proprio intelletto come guida nelle scelte da compiere.”
    Di questo vorrei parlare nel prossimo commento

    • Testi ha detto:

      Scusa Elisabetta, mi sono un po’ perso in questa ridda di mail 😉 in cui si è un po’ usciti dal tuo articolo: ma ne hai poi parlato del contrasto tra razionalità formale e illuministica (lo accenni in chiusura del tuo primo post)? Questo mi interessava capire bene come ti ho già scritto.
      A proposito del tema, è forse “simpatico” ricordare l’opera di Yestov che vede in Sauron & Co i portatori della rivoluzione industriale e illuministica contro all’oscura e fanatica magia di Gandalf e dei Popoli Liberi: https://www.jrrtolkien.it/2011/02/10/mordor-al-contrattacco-tra-fan-fiction-e-copyright/

  21. Giovanni Costabile ha detto:

    Elisabetta, se tutti i moderni sono figli dell’Illuminismo ne segue logicamente che non lo è nessuno (in particolare). Ma forse il problema è politico non soltanto per Tolkien, ma anche per voi che volete recuperarlo a ciò che più avversava. Allo stesso modo i combattenti per la Resistenza erano fascisti e la Rivoluzione francese è la principale espressione delle tendenze monarchiche. Leggere Tolkien all’interno del suo tempo equivale piuttosto a fare emergere la carica profondamente tradizionale che anima il suo pensiero e i suoi scritti, e sottolineare come egli si ponga in totale controtendenza rispetto alle trasformazioni del suo tempo, ottenendo in questo consensi enormi e sentiti, vale a dire l’adesione spirituale delle masse che anche solo inconsciamente sono stufe della macchina e desiderano vedere il giorno in cui il sole sorga sulle rovine delle autostrade in un mondo dove la necessità spinga gli uomini a tornare fratelli. In fondo questa è la differenza tra noi, tu leggi Tolkien attraverso la sociologia e lo pieghi a istanze radicalmente contrastanti alla sua stessa natura oltre che pensiero, io leggo Tolkien attraverso Tolkien.

  22. Giovanni Costabile ha detto:

    E cosa ha da dire Tolkien a riguardo della storia europea?
    Come ricorda il suo amico gesuita padre Murray, Tolkien in una occasione “sostenne con grande vigore che uno dei più grandi disastri della storia europea fosse stato…”
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    Facciamo un attimo di suspence per chi ancora non lo sapesse…
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    Cosa sarà?
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    La II guerra mondiale?
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    La I guerra mondiale?
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    Forse qualcuno che conosce un pò Tolkien qui c’è, quindi diciamo Hastings 1066, la Conquista Normanna?
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    E la risposta è…
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    Il fatto che i Goti divennero ariani: se non fosse stato per quello le loro lingue, già pronte a divenire classiche, sarebbero state arricchite non solo di una versione della Bibbia ma anche, secondo i principi bizantini, di una liturgia in vernacolo, che sarebbe servita come modello per tutti i popoli Germanici e avrebbe dato loro un Cattolicesimo proprio che non si sarebbe mai separato dalla Chiesa. E con ciò si alzò e in tono splendidamente sonoro declamò il Padre Nostro in gotico”

    (Scull & Hammond, Companion and guide, ii, p. 467)

    Questo è Tolkien, e chi deve capire capisce, anzi non ha nemmeno bisogno che glielo si dica.

  23. Giovanni Costabile ha detto:

    Proprio mio padre tralaltro, ordinario di sociologia all’UNICAL, autore di uno dei manuali di sociologia comunemente adottati nell’università italiana, mi insegna proprio che per lo stesso Max Weber, il padre della sociologia, la razionalità di qualsiasi tipo, sociologica o non sociologica, ha senso finché ci permette di dare voce all’uomo, altrimenti è meglio anche l’irrazionale (affermazione scandalosa in clima positivista!).
    Appunto in questo caso quello che stai facendo non è spiegare Tolkien, ma appiattirlo su tendenze che per quanto diffuse nella sua epoca non gli si possono attribuire in alcun modo.

  24. Giovanni Costabile ha detto:

    In che modo Tolkien viveva il suo tempo?

    Chiediamolo a Tom Shippey:

    “Il senso di perdita è pervasivo nell’opera di Tolkien, sia accademica sia letteraria: perdita della lingua, perdita della cultura, perdita dell’immaginazione. Più e più volte si dedica a riparare queste perdite – riportando indietro la Terra di Mezzo nel Signore degli Anelli, riscrivendo l’Edda Antica nella Leggenda di Sigurd e Gutrun – e la storia dietro il Signore degli Anelli è un analogo tentativo nostalgico, e forse colmo di rimpianto, di riparazione”

    (Shippey, T.A., “Goths and Romans” in “J.R.R. Tolkien: The Forest and the City”, p. 32)

    Altro che uomo moderno, questo è un uomo medievale strappato alla sua epoca. E come non capirlo?

  25. Elisabetta ha detto:

    Giovanni Costabile, a dir la verità la cosa che meno ho capito è l’uso del voi a seguito del mio nome, e a meno che tu non lo intenda come gesto di desueta cortesia, ti inviterei ad abolirlo dal resto della discussione. Io nel frattempo posso parlare del mio saggio e della lettura di Tolkien che mi appartiene . Francamente non uso strumenti inappropriati nella tesi di cui mi avvalgo, quindi anche il termine “piegare” lo trovo fazioso in linea di principio. Sarà comunque interessante discutere le posizioni che hai espresso nell’ottica di una mia più chiara esposizione di ciò che ho inteso esprimere scrivendo sulla Contea. Come hai notato all’inizio del saggio riporto in maniera onesta e documentata quale sarà la chiave di lettura, ripresa da Weber, unico grande metodologo su cui si basa tutta la sociologia del ‘900. Ciononostante sono in disaccordo con la tua affermazione per cui “leggo Tolkien attraverso la sociologia e lo piego a istanze radicalmente contrastanti alla sua stessa natura oltre che pensiero.” Sarebbe impossibile usare la sociologia in generale, come affermi tu, così come qualsiasi altro strumento conoscitivo, dalla filosofia alla religione, per arrivare ad esprimere una tesi. Ci si può invece basare su autori che, come indicato da Weber nella famosa Methodenstreit, possono interessarci in quanto affini ai nostri valori. Non è soltanto il “verstehen” weberiano (secondo cui il ricercatore capisce l’oggetto perché simile a lui) ad essere messo in gioco nell’esposizione delle mie argomentazioni, in quanto anche l’esplicita osservazione del filosofo della scienza Kuhn vi trova spazio. E’ impossibile separare lo scienziato freddo e analitico osservatore della società dai valori sociologici che sono poi valori sociali e che quindi fanno parte dello scienziato. Dove sta l’obiettività? Nella dichiarazione d’intenti, tra le altre cose. Nella selezione degli elementi entrano i valori dell’osservatore, di cui deve essere consapevole e che deve dichiarare. Per questo parlo di lettura mirata come di una visione frammentaria e parziale della realtà indagata. Questo non vuol dire piegare il testo o l’autore, ma semplicemente ritrovarne la complessità, complessità che dal mio punto di vista risulta essere un valore e non un’incrinatura nel quadro idilliaco e monolitico di un individuo.
    Per il resto fatico a separare tutta la sequenza di ossimori con cui hai inteso argomentare “se tutti i moderni sono figli dell’Illuminismo ne segue logicamente che non lo è nessuno”. La società moderna, come avevo spiegato, è figlia dell’Illuminismo. I moderni, se così vuoi chiamare gli individui nati all’interno di una società moderna, non lo sono per forza. Voglio riportare un passo di Mead, un altro grande sociologo statunitense, per meglio esprimere la differenza tra trasmissione culturale e individuazione che avviene all’interno del processo di socializzazione.
    “Ciascun Sé individuale, all’interno di una data società o comunità sociale, riflette nella sua struttura organizzata l’intero modello relativo di comportamento sociale organizzato che quella società o comunità rivela o sta sviluppando, e le sue strutture organizzate e costituite da questo modello; dal momento perciò che ciascuno di questi sé riflette un irripetibile diverso aspetto o prospettiva di questo modello nella sua struttura, dalla propria particolare o irripetibile posizione o punto di vista all’interno del processo globale, e occupa in esso il suo punto focale essenzialmente irripetibile di rapporti, la struttura di ciascuno è da questo modello costituita in modo diverso dal modo in cui la struttura di ciascun altro è secondo lo stesso modello costituita.”
    Il che equivale a dire che gli individui possiedono differenze proprie, non riconducibili alla trasmissione culturale, altrimenti ci troveremo di fronte ad un incubo sociale degno de Il mondo nuovo di Huxley. Possiamo quindi definire una volta per tutte che Tolkien non era un illuminista più di quanto lo sia io o tu stesso. La società moderna in cui viveva era stata generata anche attraverso gli ideali dell’illuminismo.
    Ciò su cui maggiormente dissento all’interno delle tuo pensiero è però focalizzato in questa tua frase
    “Leggere Tolkien all’interno del suo tempo equivale piuttosto a fare emergere la carica profondamente tradizionale che anima il suo pensiero e i suoi scritti e sottolineare come egli si ponga in totale controtendenza rispetto alle trasformazioni del suo tempo”
    Quando Verlyn Flieger parla di Tolkien come di un uomo del suo tempo, formato nel ventesimo secolo, a mio avviso aveva in mente altro. Non so se hai ben compreso la vicinanza che ho osservato tra Orwell e Tolkien, ma se sono stata parca di esempi in questo mio precedente commento, ti esorto a rileggere il saggio alla luce di tutte le citazioni in cui ho trovato la descrizione della Contea di Saruman fatta da Tolkien come assolutamente in linea con l’analisi delle trasformazioni del suo tempo portata avanti da chi, esattamente come lui, intuiva il baratro tra ciò che l’utilizzo della ragione e della razionalità comporta per l’individuo. Il passaggio tradizione-modernità e il rifiuto della modernità non comportano affatto, a mio avviso, “l’adesione spirituale delle masse” ad alcunchè. Quanto all’alba e alle autostrade e ai fratelli, per quanto poetica possa sembrarti, è una visione che non riesco a rintracciare all’interno di Tolkien.
    Spero con questo commento di aver dissipato ulteriori dubbi sull’illuminismo. Io andrei avanti.

  26. Giovanni Costabile ha detto:

    Il paragone tra Orwell e Tolkien è di Shippey in primo luogo, quindi sono benissimo al corrente della cosa. Vedo che fai di tutto per non considerare la sua citazione o quella di Tolkien, perché, per l’appunto, Tolkien tutto sommato non ha niente a che fare con la tua linea di pensiero. Ma se ti interessa fare ricerca sull’Illuminismo sono sicuro che le università offrono ampie prospettive, così come alla ricerca sociologica. Ma Tolkien per l’appunto né come accademico né come scrittore si interessa nel modo più assoluto di Illuminismo né di sociologia weberiana.
    Ammettendo che come dici tu sia in buona fede, anche allora resta un problema fondamentale: la difficoltà tutta italiana di confrontarsi con Tolkien sul suo stesso terreno, vale a dire prettamente letterario, filologico e degli studi sul folklore. Il discorso letterario viene sempre ripiegato sui classici manualistici, e poco c’è sul Beowulf, sul Sir Gawain, sull’Edda che vada al di là della superficie. Figuriamoci investigare Geraldo di Galles. Nel filologico il problema riconosco che non è solo italiano, ma che fine ha fatto la filologia a livello universitario? Per quanto riguarda il folklore gli studi comparatistici italiani si contano sulle dita di una mano.
    E allora su, via, studi sulla sociologia tolkieniana, studi sull’ Illuminismo tolkieniano, perché di Tolkien in fin dei conti non ne vogliamo sapere.

  27. Wu Ming 4 ha detto:

    La differenza d’impostazione pare chiara. Si può leggere un autore attraverso l’autore stesso (cioè atttraverso la nostra lettura dell’autore stesso) oppure cercare nella sua opera le eccedenze, le aporie, i punti di fuga e di contatto che lo mettono in relazione al suo tempo. Sono due approcci diversi, che nella discussione sono emersi chiaramente.

    Flieger e Shippey sono senz’altro sostenitori del secondo approccio, proprio come Elisabetta e il sottoscritto (almeno siamo in buona compagnia). Shippey ha definito Tolkien un autore del secondo dopoguerra, e Flieger considera la sua opera una “risposta alla risposta” dei modernisti (lo scrive in Question of Time, mi pare) e lui stesso come “un uomo del suo tempo”, appunto.
    Soprattutto Shippey ci ha fatto notare che c’è un elemento fondante delle storie di Tolkien che non ha nulla a che vedere con il Medioevo e che tradisce la sua natura di uomo moderno indaffarato con problemi del XX secolo. È precisamente il tema del potere. Per farlo cita una frase di Lord Acton: “Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Non è certo un’idea medievale, né platonica (per cui il potere non va desiderato ma esercitato sì, eccome, e i grandi uomini, i santi, non corrono rischi, anzi, sono guidati da Dio). La disillusione verso il potere è figlia della modernità, e forse proprio della contemporaneità. In Tolkien autore del secolo, Shippey lo definisce “l’anacronismo più rilevante, vale a dire una convinzione interamente moderna”.
    E si potrebbe aggiungere che nella Terra di Mezzo i Saggi lasceranno il destino collettivo nelle “piccole mani” degli hobbit, piccoli uomini comuni moderni. Nemmeno questa è una visione della storia di stampo medievale – che è invece storia di grandi figure sante/sacre e non certo di common people. Men che meno di common people che lotta “for our rights” (nel Medioevo?!).

    È giusta la citazione da Shippey sul “senso di perdita” che pervade l’opera di Tolkien e sul fatto che “la storia dietro il Signore degli Anelli è un analogo tentativo nostalgico, e forse colmo di rimpianto e di riparazione. Ma Shippey sta parlando di letteratura, si riferisce a “lingua”, “cultura” e “immaginazione”, cioè appunto agli elementi con cui Tolkien costruiva le sue storie, non alla sua poetica o alla sua politica. Da lì a immaginare Tolkien come un sostenitore del ritorno del Re Sacro, cioè scambiare Il ritorno del Re per un manifesto politico, ce ne passa (e Tom infatti non l’ha mai fatto).
    Tra l’altro bisognerebbe anche considerare come Tolkien non sia affatto propenso a indulgere nella nostalgia. Come si faceva notare, nelle sue storie – e anche nelle sue lettere, in effetti – ha giudizi piuttosto duri nei confronti del volgersi indietro, del contemplare il passato o rimpiangerlo. Per un fatto molto semplice: la storia umana è perdita. Nulla può essere conservato, perché tutto diviene nel flusso storico. Può essere una perdita dolorosa, e per Tolkien probabilmente lo era, soprattutto quando riguarda le cose belle, ma non può essere evitata. Perfino dopo l’eucatastrofe che ripristina il regno, verrà il decadimento.

    In definitiva ci sono elementi evidenti che contraddicono l’immagine di Tolkien come “un uomo medievale strappato alla sua epoca”, questa sì davvero anacronistica e fantastica. Ogni uomo è figlio del proprio tempo, a prescindere da quanto ci si possa trovare scomodo. E ci sono ancora più elementi che contraddicono l’idea di un Tolkien romanziere a tesi, cantore ideologico di un ritorno al Medioevo… un’immagine che stando a quello che leggiamo nelle lettere probabilmente gli avrebbe fatto venire l’orticaria :-).

  28. Giovanni Costabile ha detto:

    La cosa è semplice. Voi state bene in questo tempo e amate tutto il suo squallore, quindi vi dà fastidio che ci sia un immenso scrittore di successo oltre che di maestria capace di cantare la nostalgia del passato e il ritorno a esso. Vi urta proprio, non ci dormite la notte e allora avete deciso di occuparvene per traviare il suo messaggio e depistare chi vuole attingervi.
    A questo punto mi rivolgo a chi ci legge, e so che sono diverse persone, e voglio dire a quelli di loro che si chiedono dove sia il vero Tolkien che egli ha passato tutta la vita insieme con Lewis a combattere contro gente che sosteneva quello che sostengono Wu Ming e la Marchi, e quindi se anche voi siete stanchi di una società malata che passa le ore a mettere mi piace alle idiozie di facebook, state pur certi che c’è stato nel Novecento qualcuno che obiettava già ai più antichi prodromi della degenerazione contemporanea e se seguite le sue tracce scoprirete la realtà “quando l’aria era pulita e il mondo più verde”.
    Detto questo, Wu Ming e Marchi, scrivete pure il Saggio sulla Nancanza di Intelletto Umano, anzi di Intelletto Vegetale pure, a me non interessa.

  29. Wu Ming 4 ha detto:

    Ma come, tutto qui? Finisce così? Con una melodrammatica invettiva contro la società malata e la degenerazione contemporanea, “o tempora o mores”, e contro i perfidi traviatori del messaggio di Tolkien (proprio Tolkien scriveva di non voler trasmettere alcun messaggio, ma non importa…W il Medioevo! :-D) e con tanto di appello a chi non ne può più di facebook? Presente! Io non ho mai avuto facebook.
    Davvero, è uno scherzo o cosa? Si sperava in qualcosa di meglio, sinceramente, ma si vede che non siamo fortunati. O forse lo siamo perfino troppo 😉
    Comunque la discussione è stata pure interessante, a mio avviso. Speriamo che qualcuno abbia avuto la pazienza di sciropparsela tutta, ché è fluviale. Buona notte e buona fortuna.

  30. Giovanni Costabile ha detto:

    Da buon laureato in filosofia ho l’amore della discussione ma non del botta e risposta fine a sé stesso evidentemente. Chi cerca Tolkien ed è interessato alla sua PALESE assenza di messaggi, visto che come ci insegna Fimi e altri TUTTE le dichiarazioni di Tolkien vanno prese per buone, anche quando dice che non sopporta le cose celtiche o che i suoi libri NON sono allegoria di eventi contemporanei, come per l’appunto stavi dicendo anche tu, chi cerca Tolkien lo troverà tra le pagine dei suoi libri comunque, nonché ovviamente in un tuo romanzo veramente accurato dove incontra Lawrence d’Arabia, Indiana Jones e Indiana Pipps e sono sbagliati buona parte dei riferimenti biografici (ops, mi è sfuggita!). Buona giornata.

  31. Giovanni Costabile ha detto:

    Per chi volesse approfondire… ti faccio un pò di pubblicità gratis Wu Ming, sei contento? 😀

    https://tolkieniano.blogspot.it/2017/03/stella-del-mattino-di-wu-ming-4-e.html

  32. Wu Ming 4 ha detto:

    Oddio, spero che chi cerca Tolkien non lo cerchi in un romanzo dove è un personaggio finzionale e dove la maggior parte delle cose che accadono sono frutto della fantasia dell’autore. Solitamente è quello che capita nei romanzi. Per questo è poco accorto leggerli come biografie, saggi…o come manifesti politici, appunto. La conseguenza potrebbe essere quella di rendersi ridicoli. 😉

  33. Giovanni Costabile ha detto:

    Beh, per un romanzo che afferma di riempire i buchi della biografia di Tolkien… ahem! (scusa se mi schiarisco la voce, è che ci sono spifferi!) Dicevamo, “ridico…” cough! cough! (scusa la tosse, queste correnti d’aria!) Tutta colpa di Lawrence che si tiene lo scirocco tutto per lui in un otre, e a noi arrivano esclusivamente i venti gelidi del Nord! 😀

  34. Wu Ming 4 ha detto:

    :-DDDDDDDDDDD Buona questa!

  35. Giovanni Costabile ha detto:

    Lietissimo di incontrare il tuo favore. Allora a presto, e se mi trovassi a organizzare una serata cabaret so chi chiamare. 😉

  36. Wu Ming 4 ha detto:

    Yessssssss! 😀

  37. Elisabetta ha detto:

    Dove eravamo rimasti?
    Claudio, ti ringrazio per aver evidenziato quelli che consideri i punti di forza del mio saggio, con altrettanta gratitudine cercherò di rendere conto delle prospettive che avverti come più problematiche. Perché la ricerca, a mio avviso, è questo: un percorso. La lettura dei testi e della bibliografia più seria ti portano ad intraprendere una strada, ma è il confronto con altri viaggiatori, soprattutto se competenti dal punto di vista concettuale e relazionale, a rendere l’esperienza ancora più piacevole.
    Riprendo le tue parole
    La parte finale (par. 7) è invece imho più problematica per almeno tre motivi:
    a) staccare il pensiero illuminista dagli esiti della modernizzazione è per lo meno “ardito” e va spiegato molto meglio, dato che l’Illuminismo è forse la quintessenza della modernità, sia come volontà di instaurare un ordinamento completamente diverso dal precedente, sia come culto della ragione calcolante, scientifica e tecnologica
    b) Le tre caratteristiche che elenchi nel finale (valore della scelta individuale, inutilità dell’immobilismo, responsabilità morale verso gli altri) non sono certo caratteristiche della sola ragione illuministica, ma ben presenti già nel contesto antico e medievale
    c) Infine, sempre imho, va meglio spiegata la frase “Tolkien contrappone così il libero arbitrio e la ragione illuministica”, perché se c’è una ragione che ha più di un aspetto inconciliabile con la prospettiva tolkieniana (progressismo, negazione del valore delle culture precedenti, scientismo, negazione della riflessione metafisica, negazione del valore della fede religiosa) è proprio quella illuministica.
    Peraltro secondo me questo accostamento non è nemmeno funzionale al cuore del tuo saggio che si trova nei precedenti paragrafi.
    Nell’argomentazione delle mie risposte mi sento costretta a non ripercorrere in ordine cronologico la suddivisione nelle tre aree. Innanzi tutto perché la prima e la terza sono, a mio avviso, strettamente collegate, e meritano di essere definite all’interno dello stesso quadro d’insieme che ne ha creato le premesse, senza contare che si riallacciano allo stesso concetto di funzionalità a cui accenni. La seconda, invece, è di più facile argomentazione. Non solo. I termini in cui tu stesso la poni, mi permettono di usarla come introduzione a quella che sarà la risposta più complessa.
    Quando alla fine del saggio ho riportato quello che a mio avviso era il significato alla base della battaglia all’interno dell’angolo più moderno della Terra di Mezzo, non mi stavo riferendo a caratteristiche proprie della ragione illuministica o del contesto antico e medievale. Erano semmai in parte la riproposizione degli stessi concetti espressi da Tolkien “circa l’impossibilità di preservare a lungo un’oasi di equilibrio mentale in un deserto di irragionevolezza servendosi di semplici steccati, senza una concreta azione offensiva, pratica e intellettuale”. All’interno della ricerca, quando ho letto A postmodern medievalist? , sono rimasta colpita dalle parole di Verlyn Flieger “ We have appropriated Tolkien, pronounced his work to be “medieval”, and continued for too long to read both book and author by that light. It is time for a change”. Il cambiamento, a mio avviso, parte anche dall’abbandono dei nostri preconcetti, non tanto in quanto opinioni autonome, indiscutibili e personali categorie attraverso cui guardare al mondo, compreso Tolkien, ma nelle caratteristiche di rigidità che spesso li accompagnano. Cosa non sempre facile, lo capisco e lo si è visto. Erano quindi caratteristiche della sola ragione illuministica o già presenti nel contesto antico e medievale? In realtà né l’uno né l’altro.
    L’idea che ha sostenuto il mio percorso di ricerca è stata rinforzata anche da ciò che sottolinea Verlyn Flieger in un altro passo, vale a dire che la confusione tra l’autore e il libro va a detrimento di entrambi. Di qui la necessità di guardare a Tolkien in maniera diversa, come sottolinea Verlyn Flieger. “We will have to abandon our conventional understanding of words like medieval and postmodern, and, instead, start regarding Tolkien afresh and as he is and always been.” Ecco perché poggiarlo solidamente all’interno del ventesimo secolo non vuol dire farlo diventare un illuminista, così come rintracciare le immagini di classe in Tolkien come fa Tom Shippey in Noblesse oblige non rende il professore un rivoluzionario. Un uomo del suo tempo, si. Consapevole delle difficoltà della società moderna, si, certamente, e a mio avviso con una sua propria e ben chiara idea di quali possano essere le scelte che l’individuo si trova a dover affrontare. Citando sempre Verlyn Flieger, anche se in una diversa occasione, “Posso comparare Il Signore degli Anelli alla Terra Desolata di T.S. Eliot, un classico della letteratura modernista, in quanto entrambi descrivono un mondo frammentato, un mondo in decadenza, afflitto dalla guerra e incerto sulle sue verità. Quando Aragorn dice a Éomer: “Bene e male non sono cambiate rispetto al passato”, Tolkien sta parlando del e al suo secolo travagliato, che non era per nulla sicuro di esser nel giusto”. L’ottimismo legato alle speranze e alle aspettative dei pensatori dell’Illuminismo erano, come dice Bernstein, un’amara e ironica illusione. Un’eredità ormai smascherata da tutti i massimi protagonisti del dibattito sulla modernità. Ecco quindi che le tre caratteristiche che ho individuato non appartengono alla ragione illuministica o al contesto antico medievale. Appartengono, a mio avviso, ad una determinata critica della società moderna portata avanti da figure assolutamente diverse tra loro, per esperienze e scelte di vita, accomunate dalla stessa visione pessimistica di ciò che la modernità comporta. Di questo vorrei continuare a parlare nel prossimo commento, se mi permetti, legando il centro della problematica che hai ben individuato al cuore del mio saggio.
    Solo un’ultima cosa. Hai assolutamente ragione. La mia dimostrazione della Contea di Saruman come realizzazione della moderna società antiumanistica-industriale-tecnocratica-statalista-omologante-burocratica è stata davvero un po’ troppo minuziosa, giusto per essere leggeri nel giudizio. Avrei potuto renderla più fluida e più sintetica, ma a dir la verità, a volte sono come un Nano: determinata a scavare nei testi e impossibilitata, poi, ad abbandonare le gemme che vi ritrovo 🙂

    • C.Testi ha detto:

      Elisabetta, dai testi che citi della Flieger (in particolare “We will have to abandon our conventional understanding of words like medieval and postmodern, and, instead, start regarding Tolkien afresh and as he is and always been.”) e dalla tue ulteriori precisazioni, mi pare di capire che quando scrivevi alla fine del saggio “illuminismo” non intendevi un determinato pensiero politico di un determinato periodo storico, quanto piuttosto un atteggiamento “a-temporale” (o comune a diverse visioni storicametne datesi in diversi periodi storici) che valorizza il ruolo dell’individuo e della sua libertà nelle vicende umane. Forse, e dico forse, sarebbe stato meglio usare “umanistico” che, anche se non esatto esatto, faceva meglio capire i tuoi intenti. E del resto mi pare stai andando in questa direzione quando scrivi in colnclusione “Ecco quindi che le tre caratteristiche che ho individuato non appartengono alla ragione illuministica o al contesto antico medievale. Appartengono, a mio avviso, ad una determinata critica della società moderna portata avanti da figure assolutamente diverse tra loro, per esperienze e scelte di vita, accomunate dalla stessa visione pessimistica di ciò che la modernità comporta”. Di questo vorrei continuare a parlare nel prossimo commento”: e resto quindi in attesa del prossimo commento 😉

  38. Giovanni Costabile ha detto:

    Quelle frasi di Flieger sono dovute a una polemica sul fatto che Tolkien appartenga a un’altra età in senso deteriore, vale a dire di essere superato e che non abbia nulla da dire al nostro tempo. Ma questa polemica in Italia non è stata proprio sollevata, anzi tu adesso tirando fuori gli argomenti della risposta di Flieger senza chiarirne il contesto stai creando una nuova e opposta polemica.

  39. Giovanni Costabile ha detto:

    Io poi personalmente non degnerei affatto di considerazione simili polemiche in ogni caso, dal momento che considero la parola medievale un complimento, e anche molto bello.

  40. Giovanni Costabile ha detto:

    Citando ancora lo stesso saggio di Shippey: “Tolkien chiaramente ha creato una sorta di ‘mondo perduto’ nella Contea, una contea West Midland idealizzata che non ha mai conosciuto una conquista normanna – dove gli hobbit potevano semplicemente continuare a cavarsela da soli” (p. 32).
    E’ chiaro che quello che Tolkien sta proponendo nella sollevazione a Saruman è la sua credenza, fortemente plausibile, che la retorica dell’Illuminismo era composta da 9 parti di non-senso e 1 parte di comune buon senso, e quest’ultima parte la spacciavano per loro prerogativa mentre era sempre stata caratteristica umana.
    Nella sollevazione contro Saruman quindi abbiamo semplicemente un gruppo di West Midlanders anglosassoni che rovesciano un potere moderno industrializzato e degenere in virtù del loro autonomo senso di rivalsa contro un invasore e contro stili di vita che non sono proprii.
    Il fatto che la Contea contenesse elementi moderni già prima di Saruman va posto in relazione col fatto che Tolkien intendeva alludere al fatto che comunque il West Midland fino alla prima guerra mondiale non era stato ancora corrotto, senza che questo impugni le sue caratteristiche prettamente anglosassoni e quindi ovviamente medievali.

  41. Giovanni Costabile ha detto:

    Altrimenti suggerisco di continuare questo filone con un bel saggio sull’imperializzazione degli Ewok desumibile dalla loro rivolta contro l’Impero ne Il Ritorno dello Jedi! 😀

  42. Wu Ming 4 ha detto:

    “Il fatto che la Contea contenesse elementi moderni già prima di Saruman va posto in relazione col fatto che Tolkien intendeva alludere al fatto che comunque il West Midland fino alla prima guerra mondiale non era stato ancora corrotto, senza che questo impugni le sue caratteristiche prettamente anglosassoni e quindi ovviamente medievali.”

    E però, attenzione, perché “prettamente anglosassoni” e “ovviamente medievali” non combaciano. Anzi, potremmo dire che la caratteristica più tipicamente anglosassone è proprio il mix originale di modernità e Medioevo. Lo fa notare Shippey alla fine di “Noblesse Oblige”, quando conclude dicendo che la riflessione narrativa di Tolkien in merito ai modelli sociali probabilmente prendeva le mosse proprio dagli anacronismi sociali e istituzionali britannici.

    Anche questo c’entra con la questione posta dal saggio di Elisabetta e su cui giustamente Claudio insiste (quella della razionalità illuministica o pre-illuministica), perché è un punto di divergenza e senza dubbio spinoso.
    Io sto provando ad affrontarla proprio dall’angolazione del sistema sociale e politico. Non per convincere nessuno (magari per divertilo! :-)), ma almeno per chiarire in maniera sempre più approfondita le rispettive posizioni (dato che qui non siamo su FB, per fortuna, e scripta manent).

    Dunque, abbiamo detto che la Contea fotografa una porzione delle Midlands Occidentali di fine Ottocento, come scrive Tolkien nelle lettere, e che quel mondo – piccola enclave scampata alla massiccia industrializzazione che aveva stravolto altre aree del paese -, non era comunque già più un mondo medievale. Infatti la mentalità, lo stile di vita, l’organizzazione e la composizione sociale della Contea non sono feudali, né aristocratici, come invece sono a Rohan e a Gondor. I valori che vigono sono quelli protoborghesi (edonismo, quieto vivere, rispettabilità, cura della proprietà privata), ma… depurati dall’ansia “protestante” del profitto capitalistico, che viene invece sobillata da Saruman.
    Questo aspetto lo analizza bene Shippey sempre in “Noblesse Oblige”. Tra l’altro in quel saggio Shippey fa notare che nella Contea vige un parametro di giudizio sociale tipicamente borghese come la “rispettabilità”, che scinde condizione sociale e qualità morale.
    Inoltre, come dimostra l’abile strategia di Saruman, l’accumulo di ricchezza e i buoni affari possono essere un mezzo per guadagnare posizioni sociali e acquisire perfino potere politico: una cosa impensabile a Rohan o a Gondor, dove il potere è saldamente nelle mani della nobiltà e dell’aristocrazia guerriera.
    Nella Contea si attua una mobilità sociale sconosciuta nelle società feudali della Terra di Mezzo. Un giardiniere diventa sindaco. E il potere ereditario del Thain è più che altro onorifico, nominale. Come dice Shippey, la stranezza più grande è che non c’è nessuno al vertice della società. Anche questa non è affatto una cosa tipicamente medievale, dato che presume invece una società di individui indipendenti in grado di autogovernarsi. Quella della Contea sembra piuttosto una sorta di anarchia autoregolata (quella che Tolkien evoca elliticamente nelle lettere, appunto), sulla quale nemmeno il Re che ritorna metterà becco, anzi, cercherà di conservarla sotto una campana di vetro.

    Ora, l’Inghilterra è stata la patria del contrattualismo (ben prima della rivoluzione industriale, si ricordava), che poi è stato raccolto dai francesi e ha prodotto la teoria dello stato moderno.
    Il contrattualismo si basa su un’ipotesi teorica: gli individui scelgono razionalmente tra lo stato di natura, cioè di incertezza, conflitto sregolato, concorrenza, ecc., e la vita regolata in società in cui il potere viene affidato a qualcuno per tutti. Così stringono un patto tra governati e governanti, un do ut des sulla base della convenienza e del male minore. Gli individui ripongono il potere nello stato, lo stato garantisce i loro diritti naturali. Tanto è vero che i contrattualisti (o almeno alcuni di essi) prevedevano il diritto di rivoluzione nel caso lo stato invece di tutelare i diritti individuali naturali li avesse violati.
    Quello che mi interessa qui sottolineare sono tre aspetti del contrattualismo moderno inglese:
    1) il fatto che si fondi su una scelta razionale;
    2) il fatto che si fondi su una scelta razionale individuale;
    3) il fatto che si fondi su una scelta razionale individuale sulla base di un’eguaglianza giusnaturale.

    Sono elementi che ritroviamo nella rivolta della Contea contro Saruman? A mio avviso sì. Cito sempre il buon Robin Tanabuca, quando dice che bisognerebbe “arrabbiarsi tutti insieme” per vedere riconosciuti “i nostri diritti”. Quel “tutti insieme” è riferito alla common people vs stato tirannico per difendere “i nostri diritti”, cioè diritti di tutti, universali. C’è in gioco qualcosa di un po’ più complesso che il semplice spodestamento di un tiranno.
    È evidente che, contro la teoria contrattualista, gli Hobbit non approdano allo stato moderno, ma anzi, lo abbattono, almeno quanto è evidente che non approdano a un modello sociale organicistico di stampo medievale, dal quale sono usciti da tempo, se mai ci sono stati dentro.
    Quella degli Hobbit è una terza via ibrida, un’invenzione letteraria, ovviamente, non un’utopia politica (Tolkien lo precisa bene nei suoi scritti privati), che assomiglia molto alla società moderna depurata dallo stato e dal capitalismo.

    Resta il fatto che alla base di quella società troviamo una razionalità individuale che produce scelta quindi azione in nome di un diritto universale – cioè una razionalità pragmatica -, che è ben difficile non vedere come figlia della modernità e dell’Illuminismo. Questo a prescindere da quanto l’Illuminismo fosse inviso al buon Tolkien, che nondimeno ne era influenzato in quanto uomo del proprio tempo.
    Questo è al fondo quanto mi pare sostenere il saggio di Elisabetta.

    • C.Testi ha detto:

      Wu Ming 4, siccome mi hai chiamato in causa 😉 eccomi. Cito il tuo brano che scompongo in due parti:

      “A) Ora, l’Inghilterra è stata la patria del contrattualismo (ben prima della rivoluzione industriale, si ricordava), che poi è stato raccolto dai francesi e ha prodotto la teoria dello stato moderno. Il contrattualismo si basa su un’ipotesi teorica: gli individui scelgono razionalmente tra lo stato di natura, cioè di incertezza, conflitto sregolato, concorrenza, ecc., e la vita regolata in società in cui il potere viene affidato a qualcuno per tutti. Così stringono un patto tra governati e governanti, un do ut des sulla base della convenienza e del male minore. Gli individui ripongono il potere nello stato, lo stato garantisce i loro diritti naturali. Tanto è vero che i contrattualisti (o almeno alcuni di essi) prevedevano il diritto di rivoluzione nel caso lo stato invece di tutelare i diritti individuali naturali li avesse violati. Quello che mi interessa qui sottolineare sono tre aspetti del contrattualismo moderno inglese:
      1) il fatto che si fondi su una scelta razionale; 2) il fatto che si fondi su una scelta razionale individuale; 3) il fatto che si fondi su una scelta razionale individuale sulla base di un’eguaglianza giusnaturale.

      B) Sono elementi che ritroviamo nella rivolta della Contea contro Saruman? A mio avviso sì. Cito sempre il buon Robin Tanabuca, quando dice che bisognerebbe “arrabbiarsi tutti insieme” per vedere riconosciuti “i nostri diritti”. Quel “tutti insieme” è riferito alla common people vs stato tirannico per difendere “i nostri diritti”, cioè diritti di tutti, universali. C’è in gioco qualcosa di un po’ più complesso che il semplice spodestamento di un tiranno.”

      Su A), e in particolare su Hobbes che è il padre geniale del contrattualismo moderno, l’autore che ha scritto le pagine migliori è sicuramente Rosebury nel magistrale capitolo 5 del suo “Tolkien: un fenomeno culturale” (proprio dedicato al posto di T. nella storia delle idee). Ebbene lui vede (imho giustamente) la posizione Tolkien opposta a quella di Hobbes: “La simpatia di Tolkien per l’anarchia, nel senso di abolizione di ogni controllo, è pertanto radicata nella su stessa visione morale dell’universo. All’opposto dell’interpretazione hobbesiana, il diritto naturale al dominio è proprio ciò che non possediamo: quanto a Dio, anche se lo possiede, è quello di usarlo il minimimo indispensabile a un Creatore buono (p. 264). Per Hobbes ogni individuo ha i diritto naturale di dominio, a cui liberamente rinuncia per demandarlo allo stato Moderno (Il Leviatano), per evitare che gli uomini si scannino tra loro (homo homini lupus). In Tolkien invece alla base della società deve esserci la rinuncia al potere ovvero l’abolizione di ogni controllo, abolizione-rinuncia che ha un fondamento teologico (Rosebury perla di “anarchismo teologico”). Alla base vi è l’idea che una società civile si costituisce per una sorta di auto-organizzazione, in cui le leggi non sono determinate da un’entità astratta superiore (ecco il senso di T. quando vuole abolire la parola “stato”), ma si generano per consuetudine in base alle diverse situazioni “ambientali” in cui ci si trova a convivere. Quindi nessun contrattualismo, ma piuttosto l’idea che gli uomini sono per natura “adatti” a vivere tra loro, auto-organizzando la loro convivenza in maniere storicamente “funzionanti” senza un qualcosa che a tavolino imponga leggi astratte e non fondate sulla vita comune: le assurde disposizioni di Saruman (così bellamente illustrate da Elisabetta) ne sono un esempio chiarissimo.

      Venendo al punto B), tu sottolinei un aspetto verissimo in T., che è il “diritto” (anzi io direi il dovere) di ribellarsi quando le leggi non sono “giuste”. Nel SDA vi sono altri splendidi esempi di questo dovere: Eomer che lascia andare Aragorn, Gimli e Legolas disobbedendo alle disposizioni del sovrano; oppure Beregond che non ubbidisce a Denethor salvando così Faramir. Questo diritto-dovere è sì presente nella riflessione moderna (però sempre declinato all’interno della logica contrattualistica), ma imho non è un “proprium” della riflessione illuministica. Pensiamo all’Antigone (per la grecità) o alla tesi tommasiana per cui una legge non giusta non è nemmeno una legge (per cui non bisogna obbedirvi). Questa è la tematica del diritto naturale, che in effetti viene recuperata anche all’interno della tradizione moderna illuministico-giusnaturalistica e che in fondo sta all’origine della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Per concludere e tentare di risponderti: d’accordo quando dici (specie il punto 3) che la ribellione “si fondi su una scelta razionale individuale sulla base di un’eguaglianza giusnaturale” ma questo non è proprio della sola riflessione illuministica. Il tutto sempre imho, naturalmente.

      • Wu Ming 4 ha detto:

        Grande Claudio! Mi sei mancato… 😉
        Mi piacciono le tue controargomentazioni. Vorrei però centrarle meglio, se mi permetti.

        Partiamo da A.
        Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di associare Tolkien a Hobbes. Se c’è uno che accettava la necessità dello Stato (Leviatano), come scrivevo, quello era Hobbes, appunto. Attenzione però a non fare di tutti i contrattualisti un fascio, perché ad esempio l’innominabile Locke aveva un’idea diversa dello stato di natura, e ancora diversa ce l’avranno gli illuministi. Ma non importa. Ciò che scrivi è giusto: la società pre-statale, per Tolkien, è non solo plausibile, ma perfino auspicabile, almeno nella subcreazione letteraria. Il suo anarchismo cristiano – nella discussione si è parlato di “monarchia anarchica” – è ben rappresentato nella Contea, dove il re è vacante, lontano nel tempo o – una volta reinsediato – nello spazio.
        In questo, secondo me, non è possibile non vedere il riflesso del sistema consuetudinario britannico basato sulla common law, cioè su una legge pre-statale, appunto, non positiva.

        Detto questo, quello che ti chiedevo è: *nonostante* questa evidenza, ti pare che la ragione pragmatica attivata dagli Hobbit – e non solo – ossia l’appello alla razionalità individuale finalizzata a un’azione di rivolta contro la legge positiva sia del tutto estranea alla modernità (contrattualista e illuminista) o che le debba qualcosa? Attenzione, non sto dicendo che quella riflessione debba essere un “proprium” della modernità o dell’illuminismo, lo so bene che il medium è l’umanesimo, ma che forse storicamente le deve qualcosa e che questo si rifletta nel racconto.
        Per spiegarmi meglio devo trattare il punto B, sul quale al fondo mi pare di concordare con te, ma fatta salva una specifica importante.

        Domanda: gli Hobbit, insorgendo contro Saruman e i suoi sgherri, abbattono un potere politico che è anche un potere economico, cioè abbattono anche un sistema di potere e un modello sociale (in questo caso imposto surrettiziamente)?
        A me pare proprio che si debba rispondere affermativamente. Dunque gli Hobbit fanno quanto di più simile a una rivoluzione capiti nelle storie di Tolkien.
        Mettono cioè in pratica il diritto di resistenza e il diritto alla guerra giusta, quello per cui il popolo ricorre legittimamente alla violenza quando i suoi diritti sono schiacciati. Abbiamo perfino un personaggio che – ricorrenza unica in tutto il romanzo – parla di difesa dei “nostri diritti”, cioè diritti di tutti, per motivare la necessità dell’insurrezione.
        Inoltre non ci sono dubbi che la rivolta degli Hobbit è una rivolta di popolo, appunto, guidata da esponenti del popolo, non da re che ritornano, non da aristocratici condottieri, non da stregoni o grandi uomini carismatici, bensì da altri hobbit, appartenenti allo stesso status dei loro conterranei, ancorché con molta più esperienza e determinazione.

        Tenendo ben chiaro questo, vediamo a cosa corrisponde storicamente.
        Il diritto di resistenza è già presente nel mondo antico e medievale, come fai notare tu. Però si configura diversamente rispetto alla sua declinazione moderna. Nel mondo greco classico il diritto di resistenza al tiranno potrebbe essere ben rappresentato dal conflitto Antigone/Creonte, vero, ma proprio per questo non prevede la rivoluzione di popolo. L’azione del soggetto politico “popolo” rimane fuori dall’orizzonte degli eventi del mondo antico.
        San Tommaso prevede la possibilità per i sudditi di disobbedire e anche spodestare un re che legiferi contro la legge naturale. E infatti il mio presentimento è che Tolkien abbia nella Scolastica la sua fonte “politica”, per così dire, se mai ne ha una. Proprio in quanto cattolico Tolkien non ha problemi a chiamare in causa quell’idea. Tuttavia non è sufficiente, perché non bisogna dimenticare – correggimi se sbaglio – che nella visione tomistica il popolo non può esercitare il diritto di resistenza direttamente, ma solo attraverso la mediazione di ministri e magistrati, che devono controllare e contenere il tiranno. Contro i tiranni eccessivi ed empi si può agire solo in virtù di una pubblica autorità, non si può cioè sciogliere il patto sociale e “appellarsi al cielo”, per dirla con Locke. Il diritto di resistenza si esercita quindi in passivo. Insomma non c’è rivoluzione di popolo nemmeno nel Medioevo.

        Infatti le rivoluzioni sono fenomeni che connotano la cosiddetta modernità – a partire dalla rivoluzione dei contadini tedeschi del 1525, fino alla Rivoluzione francese. Il diritto di resistenza attivo ha, per altro, anche una declinazione cristiana, che conosci meglio di me, quella della scuola neotomistica di Salamanca (i gesuiti tirannomachi Mariana, Suarez, Bellarmino), che però approda all’idea di sovranità popolare, cioè a un concetto moderno, appunto, e già in odore di contrattualismo. Siamo infatti alla fine del XVI secolo, cioè in epoca moderna.
        Ecco perché non vedo contraddizione tra la matrice cristiana della visione storica di Tolkien e la citazione storica di una rivoluzione moderna nel SdA, dato che proprio la modernità recupera il diritto di resistenza dal cristianesimo e lo esalta facendone un pilastro della società politica. Ma è fuori di dubbio che gli Hobbit fanno una cosa molto più simile a una rivoluzione di popolo moderna che a una jacquerie medievale. Perché è solo nella teoria e nella storia politica moderna che il popolo (insieme di individui portatori di diritti) nasce come soggetto politico attivo ed esercita appunto il proprio diritto di difesa dei diritti naturali. Nella Contea è il popolo ad agire, non il re. Ecco la parentela – passami il termine – con il contrattualismo e l’illuminismo. Ecco cosa intendo quando dico che il racconto tolkieniano della Contea è figlio dell’epoca moderna.
        Spero di essermi spiegato meglio.

        • C.Testi ha detto:

          Mi pare che, dopo le reciproche precisazioni, sul contrattualismo come opposto a un fondazione della società pre-statuale-consuetudinaria ci siamo più o meno intesi. Ora mi chiedi:
          DOMANDA WM4: “quello che ti chiedevo è: *nonostante* questa evidenza, ti pare che la ragione pragmatica attivata dagli Hobbit – e non solo – ossia l’appello alla razionalità individuale finalizzata a un’azione di rivolta contro la legge positiva sia del tutto estranea alla modernità (contrattualista e illuminista) o che le debba qualcosa?”

          PERCORSO: Provo a rispondere con due sotto-risposte e una risposta finale, in perfetto stile da quaestio tomistica medievale 😉

          DEFINIZIONI A BASE DELLA MIA RISPOSTA1: “La RIVOLUZIONE è il tentativo accompagnato dall’uso della violenza di rovesciare autorità politiche esistenti e sostituirle al fine di effettuare profondi mutamenti nei rapporti politici, nell’ordinamento giuridico-costituzionale e nella sfera socio economica. La Rivoluzione si distingue dalla RIBELLIONE o RIVOLTA poiché quest’ultima è generalmente limitata a un’area geografica circoscritta, è per lo più priva di motivazioni ideologiche, non propugna una sovversione totale dell’ordine costituito ma un ritorno a principi originari che regolavano i rapporti autorità politiche-cittadini” […] “[Si ha RIVOLUZIONE soltanto dove il mutamento si verifica nella direzione di un nuovo inizio, dove si fa uso della violenza per costruire una forma di governo del tutto nuova, per dar vita a un nuovo ordinamento politico, dove la liberazione dall’oppressione miri almeno all’instaurazione della libertà” (Arendt, On Revolution 1963 p. 28).” [cito dalla voce “Rivoluzione” (curata da Pasquino) del Dizionario UTET di Politica di Bobbio-Matteucci-Pasquino, molto chiaro e fatto da autori serissimi]

          RISPOSTA 1: se si tengono distinti questi due concetti (che tu nel tuo ultimo post usi a volte come sinonimi), possiamo dire che nella Contea si ha rivolta e NON rivoluzione.
          NB: il concetto di rivolta sopra esposto si applica anche alla “rivoluzione” inglese (ma anche a tante rivolte precedenti), che in questo senso si distingue dalla “rivoluzione in senso stretto” che invece si applica a quella francese alla concezione di marxista.

          OBIEZIONE POSSIBILE. Veniamo al tuo interessante riferimento al “popolo” in base quale potresti specificare che la rivolta di POPOLO si applica alla Contea, ma essendo il “popolo” un concetto moderno, la rivolta del popolo della Contea questo è un debito di Tolkien alla modernità.

          RISPOSTA2 (ALL’OBIEZIONE POSSIBILE). Sempre citando dal dizionario (stavolta dalla voce “Popolo”), va detto che questo concetto non è moderno ma già presente nel diritto romano, germanico e medievale e poi solo dal romanticismo in avanti ritornò a essere considerato un soggetto politico.

          RISPOSTA FINALE: Tuttavia la RIVOLTA + DEL POPOLO mi pare un tratto che tenderei a vedere solo nella modernità e quindi in questo senso quello degli Hobbit pare proprio un movimento “moderno”. Ma del resto tutto il capitolo “Percorrendo la Contea” è strapieno di anacronismi e dipinge uno scenario estremamente moderno visto che lì il tema centrale è, secondo me, proprio una denuncia dello stato moderno tecnocratico più che totalitario (come ben diceva Elisabetta); del resto Tolkien diceva esplicitamente che è il sarumanismo è il tratto fondamentale del nostro tempo, non il “mordorismo”: “Though the spirit of ‘Isengard’, if not of Mordor, is of course always cropping up” Lettera 181). Resta il fatto che questa non è una rivoluzione “alla francese” (di matrice illuministico-francese), la quale è lontanissima dalla visione di Tolkien (sia narrativa che biografica), dato che lui pur non auspicando un ritorno al passato non era nemmeno un progressista fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive”.

          CONCLUSIONE [?]: Questo brano della lettera 154 secondo me sembra scritto apposta per fare una sintesi di tutto quanto si è detto in tutte queste interessanti mail. “I am not a reformer nor an ‘embalmer’! I am not a ‘reformer’ (by exercise of power) since it seems doomed to Sarumanism. But ‘embalming’ has its own punishments.”.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Oh, grazie Claudio, io sono troppo caotico, ci voleva la tua testa quadra da tomista per arrivare a inquadrare così bene la faccenda ;-). L’importante è essersi intesi. “Rivolta” è più adeguato di “rivoluzione”, considerando comunque che ogni rivoluzione è cominciata come una rivolta di popolo che poi è diventata qualcos’altro. Ma è senz’altro vero che la definizione post-settecentottantanove e poi marxista di “rivoluzione” mal si adatta a quanto accade nella Contea. Siamo più dalle parti della prima modernità che di quella tarda. Bene.
            Ad ogni modo abbiamo messo tanta di quella carne al fuoco in questa discussione che potrebbe saltarne fuori un altro saggio… 😀

          • Elisabetta ha detto:

            “I am not a riformer nor an embalmer” mi sembra un buon modo per iniziare a concludere. Per questo mi innesto in questo grande ramo di ragionevolezza per tornare in tema e parlare del rapporto tra ragione illuministica e razionalità formale all’interno della Contea. Con il primo termine io intendo lo sforzo intellettuale dei pensatori illuministi, con il secondo il principio di congruenza tra mezzi e fini. La domanda interessante, come giustamente fa notare Wu Ming 4, non ha mai riguardato i modelli germanici altomedievali, ma la Contea e la possibilità di staccare il pensiero illuminista dagli esiti della modernizzazione (come anticipava Claudio). Credo sia questo il centro di interesse, o almeno vorrei partire da questo per spiegare in che modo ragione e razionalità non solo a mio avviso non coincidono, ma si trovano su fronti opposti nella battaglia della Contea. E’ una camminata forse lunga, ma trovo indispensabile a questo punto soffermarmi in maniera anche minuziosa su alcuni aspetti, che ad alcuni sembreranno evidenti, ed ad altri meno, per dare una spiegazione esaustiva del taglio metodologico che ho usato nella mia ricerca. Partiamo.
            Il pensiero illuministico poggiava su un trittico logico-concettuale all’apparenza inscindibile: l’idea che il progresso in quanto crescita della scienza, della libertà e della razionalità avrebbe arricchito ed emancipato l’umanità. All’interno del XX secolo cosa rimaneva di questo progetto, di questo immenso sforzo intellettuale? Soprattutto l’idea che questa visione peccava di incredibile ottimismo. Il controllo scientifico che avrebbe dovuto eliminare le calamità naturali era diventato esso stesso la peggiore calamità con cui gli individui si fossero mai confrontati. La libertà in quanto rottura con la storia e la tradizione aveva generato organizzazioni sociali spersonalizzate e omologanti in cui l’autonomia dell’individuo soccombeva. Non si parla perciò di totalitarismo, su cui concordiamo tutti, mi pare, ma di razionalizzazione in quanto caratteristica primaria legate al processo di modernizzazione. La denuncia dello stato moderno tecnocratico, come sottolinea Claudio, è il cuore della mia riflessione e a mio avviso della descrizione della Contea di Saruman. A questo punto l’analisi di Parsons diventa fondamentale. Ne riporto solo un brano per non appesantire troppo la discussione.
            La struttura di una società o di qualsiasi sistema societario umano, consiste di (e non è soltanto influenzato da) modelli di cultura normativa che sono istituzionalizzati in un sistema sociale e interiorizzati (sebbene non in modi identici) nelle personalità dei membri individuali
            Se concordiamo, mi pare, sulla denuncia da parte di Tolkien della modernità, sulla Contea come anacronismo moderno, sul cosa abbia descritto all’interno dell’ultima battaglia della Guerra dell’Anello, rimane da derimere un solo punto, come diceva bene Wu Ming 4, vale a dire come Tolkien possa farlo e a prescindere da cosa. In altre parole se da una parte è acclarato che l’Illuminismo fosse inviso al professore, dall’altra ne era influenzato in quanto uomo del proprio tempo. Di qui, ancora, la possibilità, se riportiamo l’attenzione sulla frase di Parsons, che le influenze della società in cui era inserito venissero interiorizzate in maniera creativa all’interno della sua personalità. Di qui la mia frase ( su cui Claudio avrebbe voluto altre delucidazioni , e che riporto per definire meglio il percorso logico concettuale)
            A un modello economico e sociale basato sui principi della razionalità formale in cui l’influenza livellatrice dell’organizzazione burocratica finisce per soffocare e controllare l’individuo privandolo della libertà di scelta, Tolkien contrappone così il libero arbitrio e la ragione illuministica, vale a dire la capacità dell’individuo di avvalersi del proprio intelletto come guida nelle scelte da compiere.
            Non solo importante nelle riflessioni nel saggio, ma parte fondante. Che cosa Tolkien prende dalle radici del suo tempo? Sarebbe facile per alcuni pensare che l’unico modo per criticare la modernità comporti unicamente il ritorno alla tradizione. In realtà le tendenze valoriali erano ben più complesse e, se guardate attentamente, portatrici di insospettabili alleanze al loro interno. A porsi in maniera critica nei confronti di questa realtà sociale, la modernità, furono due visioni completamente diverse, basate su assunti antitetici:
            1) La ragione e la razionalità coincidono
            1) La ragione e la razionalità non coincidono
            All’interno del mio saggio io mi riferisco alla seconda prospettiva per spiegare in che modo, a mio avviso, Tolkien e altri critici degli esiti della modernità, abbiano recuperato in maniera creativa e individualmente unica quelle che erano le tendenze valoriali della società in cui vivevano, basata sull’illuminismo. Ma guardiamole entrambe. Senza entrare nel dettaglio dei diversi illuminismi che nei diversi stati europei hanno prodotto caratteristiche peculiari, (ecco perché Voltaire davvero non era proponibile come esempio) potrei sottolinearne alcune caratteristiche generali: la laicità, il razionalismo, il tecnicismo. Se volessimo abbandonarci ad una panoramica generale e riduttiva dei termini apparirebbe chiaro che Tolkien non può aver molto a che fare con gli stessi. Lo sviluppo dei modi di pensiero razionale anche solo attraverso la liberazione dall’irrazionalità del mito o della religione può sembrare tanto oppressivo per alcuni quanto liberatorio per altri. Il rapporto tra ragione e potere nelle sue due accezioni più note: il controllo della natura e il controllo dell’uomo, elementi fondamentali delle logiche di dominio ed oppressione, fanno parte di ciò che Tolkien avversa maggiormente . Ciò che l’illuminismo aveva introdotto come modello di cultura normativa, come dice Claudio riferendosi al progressismo, negazione del valore delle culture precedenti, scientismo, negazione della riflessione metafisica, negazione del valore della fede religiosa, (giudizi forti, ma non inesatti) in che modo avrebbe allora potuto influenzare la critica di Tolkien alla società moderna così come descritta nella Contea di Saruman? Guardiamolo insieme
            1) Se la ragione e la razionalità coincidono allora un buon modo per contrastare gli esiti della modernità è tornare all’irrazionale.
            In che modo potrebbe avvenire?
            a) Attraverso il recupero della legittimità legata alla tradizione degli assetti ereditari
            Eppure Tolkien non sceglie questa strada. Così come sottolineato da Shippey, “nella Contea sopravvivono le vestigia di una classe superiore, in famiglie come i Tuc, che hanno un titolo, autorevolezza e un lungo lignaggio, ma si tratta di un potere più che altro nominale ed emergenziale, come quello di esercitare la carica di capitano dell’adunata di contea e della milizia hobbit (non richiamato in servizio dal conte, si noti, nemmeno contro Saruman)”
            Nessun ritorno alla tradizione, quindi.
            b) Attraverso il recupero della legittimità legata al carisma dei leader
            Tolkien non sceglie neanche questa strada. Così come spiego nel saggio se da una parte c’è bisogno di un eroe per liberare la Contea, dall’altra la figura che ne emerge, si distacca dall’immagine intrisa di spirito eroico nordico. Frodo, grazie alle continue esortazioni al controllo delle proprie azioni, riesce a sottrarsi al carisma weberiano e all’impasse dell’irrazionalità, e utilizza la libera ragione per combattere gli effetti del processo di razionalizzazione.
            Nessun tentativo di ritornare al premoderno attraverso l’irrazionalità del carisma del leader
            c) Attraverso la fuga
            Tolkien non va neanche in questa direzione. Sempre nel saggio infatti spiego che l’inazione non è una valida modalità così come si evince dall’atteggiamento degli stessi Tuc che, trincerati nelle loro profonde caverne, non riescono a portare avanti una soluzione efficace per la liberazione della Contea.. Lo dice chiaramente anche Merry, tanto che esorta gli altri a non rinchiudersi nelle case, spingendoli a uscire e combattere.
            Nessuna fuga, quindi, o steccato, con cui preservare un luogo premoderno

            2) La ragione e la razionalità non coincidono
            Pensare alla ragione e alla razionalità come elementi coincidenti vuol dire, a mio avviso, connotare negativamente la ragione illuministica appiattendola all’interno di una didascalia senza contraddizioni. Se la ragione e la razionalità non coincidono ciò che rimane acclarato, da Kant in poi, come Wu Ming 4 aveva già citato, è l’idea dell’illuminismo come movimento teso allo sviluppo dell’autocoscienza razionale. Il diritto, per Tolkien, di ogni essere umano, uomo o donna, di fare le proprie scelte, di regolare la propria vita e di vivere un’esistenza libera dalla dominazione di un governo o di altri esseri umani. La ragione illuministica, vale a dire la capacità dell’individuo di avvalersi del proprio intelletto come guida nelle scelte da compiere, può essere ciò che individualmente e in maniera unica e creativa Tolkien avrebbe a mio avviso, potuto interiorizzare da un modello normativo culturale illuministico istituzionalizzato all’interno del suo sistema sociale.
            Gli esiti della modernità appartengono allo strappo sociale e storico tra la ragione illuministica e la razionalità formale, tra la capacità dell’individuo di avvalersi del proprio intelletto come guida nelle scelte da compiere e l’organizzazione sociale votata alla congruenza tra mezzi e fini. Quando leggo queste parole, io penso alla Contea
            “Oggi la razionalizzazione sembra aver assunto forme nuove e risiedere non nei singoli individui, ma nelle istituzioni sociali che con la loro pianificazione burocratica e le loro previsioni matematiche usurpano la libertà e la razionalità dei piccoli uomini che di esse sono prigionieri.”
            Non le ha scritte Tolkien, ma Mills, un sociologo che, dal punto di vista biografico, condivideva con Tolkien ben poco, se non una semplice e fondamentale caratteristica: era un individuo del XX secolo. Per questo l’episodio al cancello è così importante, è esemplare del modo in cui un principio di per sé valido, applicato in maniera generalizzata e svincolata dalla libera scelta dell’individuo, possa diventare un atto di prevaricazione. Il concetto di potere, come sottolineato da Wu Ming 4, si inserisce nel rapporto tra ragione e razionalità diventandone una chiave di lettura importante. Così come aveva spiegato citando Kant. “un motto di questo tipo potrebbe pure stare bene a Saruman, se inteso come equivalenza di sapere e potere (scientia potestas est), a sua volta connessa al discorso sulla Macchina, agli apparati potenzianti, appunto, della conoscenza come dominio sulla natura, ecc. Se però il motto non viene associato all’equivalenza di cui sopra e all’aspirazione al potere, al dominio sul mondo, cioè a quell’elemento che per Tolkien abbiamo visto era così problematico e che fa senz’altro parte della sua critica implicita alla concezione del mondo illuministica, allora paradossalmente non è tanto lontano da ciò che Aragorn chiede di fare a Éomer. Vale a dire: non affidarti all’autorità, ma ragiona con la tua testa, fidati di te stesso e di quello che ti dice il tuo buonsenso”
            Spero di aver risposto in maniera esaustiva alle argomentazioni sollevate. Grazie a Wu Ming 4 e a Claudio per avermi dato la possibilità di articolare ancora più profondamente quelle che sono state le scelte metodologiche della mia ricerca. Come avvenuto per il mio primo saggio, un altro grande e personale motivo di riflessione è la capacità di vedere come piccoli accenni alla grande ombra lunga di Weber possano senza nessun problema surclassare intere pagine dedicate tanto allo strutturalfunzionalismo quanto alla labelling theory. 😉

          • Testi ha detto:

            Scusate, faccio a thread praticamente concluso (grazie a tutti davvero!) un’aggiunta legata alla distinzione rivolta-rivoluzione che mi è venuta in mente solo ora: quella di Saruman ha tutti i caratteri di una rivoluzione moderna, a ulteriore dimostrazione dell’anacronismo (e “modernità”) del capitolo in esame.

  43. Giovanni Costabile ha detto:

    Mi sa che non hai chiaro cosa significa in storia inglese il termine anglosassone, Wu Ming. Se cerchi sul Merriam-Webster, per esempio, puoi trovare: “Anglo-saxon: 1. a member of the Germanic peoples conquering England in the fifth century a.d. and forming the ruling class until the Norman conquest”.
    Vale a dire, se non c’è mai stata la conquista normanna (1066), a maggior ragione non c’è stato niente di tutto quello che è venuto dopo, Illuminismo incluso, e abbiamo la prosecuzione dell’era anglosassone (450-1066) vale a dire la prosecuzione del medioevo.

  44. Giovanni Costabile ha detto:

    Per fortuna Wu Ming mi assicuri che tutto questo resterà scritto, io infatti temevo che da un momento all’altro intervenisse Norbert Spina ad espellermi da internet, contratto rescisso causa fedeltà a Tolkien, e poi come facevo. 😉

  45. Giovanni Costabile ha detto:

    D’altra parte, sarebbe anche ragionevole abbandonare una conversazione che si suppone essere su Tolkien e viene intrattenuta con chi non sa cosa significa anglosassone se non nel suo significato secondario derivato! Mah!

  46. Wu Ming 4 ha detto:

    Nessuno trattiene nessuno, infatti. Io sarei piuttosto interessato a discutere con Claudio Testi della faccenda della razionalità pragmatica, che mi pare la vera materia del contendere. Spero che di ritorno dal lavoro, stasera, vorrà intervenire su questo.
    Dopodiché quello che si cerca di dire – ormai ripetendosi – è che una cosa è il pensiero dell’autore e un’altra ciò che lo influenza indirettamente, cioè il contesto culturale in cui si trova immerso, il quale, in questo caso, è ovviamente condizionato tanto dalla Conquista normanna quanto da tutto ciò che è venuto dopo, ben riassunto dall’evoluzione storica del termine “anglosassone”. Un conto è l’intenzione, un altro è il risultato. Si tratta di modalità diverse di approccio alla letteratura. Tutto qui.

    • Giovanni Costabile ha detto:

      Deve essere una modalità alternativa di approccio alla lettura anche ignorare che right è parola antichissima proprio nel suo significato di diritto, obbligazione (Old English riht, dalla stessa radice protoindoeuropea da cui il latino rectus, diritto sia in senso fisico che in senso morale e giuridico). Per questo gli hobbit usano quella parola, secondo tutti gli approcci che non siano l’approccio dell’ignoranza che vi ostinate a mantenere avendo anche la presunzione ostinata e spregevole di difenderlo di fronte ai FATTI.

      • Wu Ming 4 ha detto:

        Oddio, mancavano solo “gli orribili fatti”, per citare Tolkien 🙂 Anzi, “FATTI”, tutto maiuscolo.
        Battute a parte, anche noi ignoranti conosciamo l’etimologia della parola “right”, (in effetti basta un click in rete), ma si stava argomentando in maniera un poco più articolata, e senza alcuna “presunzione ostinata”, davvero, bensì facendo ipotesi. Si è parlato di contrattualismo, di individualismo, ovvero di razionalità individuale, razionalità pragmatica, diritto di rivoluzione, contraddizione tra diritto naturale e diritto positivo, ecc. Tutte questioni che se vogliamo risalgono al mondo antico e medievale, e che vengono riprese e rifondate nella modernità. E guarda caso la Contea non è una società feudale, né tanto meno antica, ma appunto una società moderna anomala, privata di alcune delle caratteristiche prettamente moderne (stato e capitalismo). A me anche questo pare un fatto, ovvero un fatto narrativo, una parte del racconto. Così come pare un fatto che l’insurrezione degli Hobbit abbia connotazioni molto diverse da ogni altro episodio della Guerra dell’Anello. Insomma, l’impressione è che si tratti di un unicum, di un momento originale (anomalo, appunto), sul quale è legittimo interrogarsi. Ed è infatti quello che fa il saggio di Elisabetta Marchi e che si sta facendo in questa discussione. Ma ripeto: nessuno trattiene nessuno. Tanto più che le posizioni appaiono ormai molto bene evidenziate.

  47. Giovanni Costabile ha detto:

    Infatti nessuno ha parlato di feudalesimo, si sta parlando di modelli germanici precedenti o al massimo contemporanei del primo feudalesimo. Ma mi rifiuto di continuare a parlare con chi non ne vuole sapere di come stanno realmente le cose.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Ah, ok, allora si tratta di un equivoco. Noi (io, Elisabetta e Claudio) stiamo parlando della Contea, dato che commentiamo il saggio di Elisabetta, appunto. La Contea evidentemente non c’entra con i modelli germanici altomedievali, prevalenti invece in altre parti della TdM. È proprio questo, dicevo, il punto di partenza dell’intera riflessione: la Contea come anomalia.
      Va be’, capita di non intendersi.

  48. Giovanni Costabile ha detto:

    Si, ma non andate in giro a raccontare di essere d’accordo con Shippey perché lui sostiene esattamente che la Contea rappresenta l’ideale evoluzione di un territorio anglosassone senza conquiste normanne, illuminismi e rovine varie. L’ho citato sopra d’altronde.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Shippey sostiene anche che la Contea è un posto in cui tra le vestigia di una classe aristocratica ormai puramente nominale e una classe inferiore di lavoratori semianafalbeti, dominano i valori del ceto medio, di cui i Baggins sono perfetti esponenti. Ceto medio. Borghesia. Rileggere “Noblesse Oblige” per credere.
      Come fa Shippey a pensare che la Contea possa essere un ideale territorio anglosassone(juto) senza Conquista normanna e al tempo stesso una società protoborghese? Può farlo perché si dà il caso che la Contea sia un’invenzione letteraria, non una citazione storica, e con la letteratura di finzione si può fare tutto. La Contea è quello che in letteratura si chiama un what if. “l’ideale evoluzione di un territorio anglosassone senza conquiste normanne, illuminismi e rovine varie” non significa niente evoluzione, appunto. Dunque potremmo dire che la Contea è l’immagine di come secondo Tolkien sarebbe potuta essere una contea delle Midlands Occidentali alla fine del XIX secolo se la battaglia di Hastings fosse andata diversamente.
      Comunque non vedo la contraddizione con quanto si è affermato qui.

  49. Giovanni Costabile ha detto:

    E ripeto che se no non si sa mai cosa si può fraintendere, anglosassone come Angli e Sassoni (e Juti, volendo), popolazioni germaniche che invasero l’Inghilterra nel V secolo.

  50. Giovanni Costabile ha detto:

    Vi è di contraddizione che mi pare trascuriate quanto c’è di estremamente tradizionale e conservatore nella Contea, al punto che le leggi del re, ricordiamolo, sono diventati usi e costumi, al punto che che metterli in discussione sarebbe assurdo. Oppure anche al punto che per definire i troll e altre creature infami gli hobbit dicono ancora: si comportano come se non ci fosse un re. Mi pare che tutto questo passi un pò sotto gamba nelle vostre parole.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Il punto è che passa “sottogamba” proprio nella Contea. Perché i modi di dire e di fare sono sopravvissuti, ma la trasformazione c’è stata, come ha osservato acutamente Tom Shippey in ‘Noblesse Oblige: immagini di classe in Tolkien’, un testo che mi pare, questo sì, sia un po’ trascurato (qui in AIST invece l’abbiamo tradotto ben due volte: una il sottoscritto, per la stampa, e una Simone Bonechi, senz’altro meglio di me, sulla rivista Endòre).
      Cosa dice Shippey?
      Dice che la Contea è un sistema sociale con dei “vuoti” e con una piramide sociale sfasata, dove prestigio, lignaggio, ricchezza e reputazione non combaciano:

      “Non c’è nessuno al vertice, ad esempio. Gli Hobbit della Contea a parole riconoscono ancora l’autorità del re, ma non ne hanno uno da quasi mille anni. Hanno invece un thain, il quale ‘detiene l’autorità del re che se n’è andato’. […] Nella Contea thain è un titolo ereditario detenuto dalla famiglia Tuc. I Tuc tuttavia non sono necessariamente al vertice della scala sociale hobbit. La loro posizione rispetto alla famiglia Baggins è spiegata chiaramente all’inizio de ‘Lo Hobbit’, dove ci viene detto in tono sottilmente apologetico come ‘i Tuc non fossero rispettabili come i Baggins, pur essendo indubbiamente più ricchi'”. […] Questo ci dice che nella Contea sopravvivono le vestigia di una classe superiore in famiglie come i Tuc e i Brandibuck, che hanno titolo, autorevolezza e un lungo lignaggio, ma si tratta di un potere più che altro nominale ed emergenziale, come quello di esercitare la carica di capitano della ‘adunata di contea e della milizia hobbit’ (non richiamato in servizio dal conte, si noti, nemmeno contro Saruman). Mentre si dà grande valore alla ‘rispettabilità’, una qualità che in teoria potrebbero possedere persone di qualsiasi classe sociale. […]’

      Un hobbit rispettabile come Bilbo – prosegue Shippey – viene definito “a very nice well-spoken gentlehobbit”. Il neologismo gentilhobbit, associato al sapere parlare bene, ci restituisce l’immagine di un gentiluomo, appunto, cioè un uomo colto che possiede una certa virtù morale, una certa condotta etica. Non l’immagine medievale del gentiluomo, si badi bene, bensì quella moderna. Ascoltiamo ancora Tom:

      “Si potrebbe concludere dicendo che l’immagine del ‘gentilhobbit’ nella Contea è piuttosto quella della classe media, essendo basata sul benessere economico (non aver bisogno di lavorare); sull’inflessione e sull’educazione (essere well-spoken e di buona cultura); sulla nascita, ma in senso circoscritto (provenire da una famiglia notabile, in grado di ricordare tutti i cugini); e su una certa cortesia anche nei confronti dei sottoposti. Ma niente ‘condotta ammirevole’, niente ‘Frauendienst’, e niente duelli: tutte cose molto aristocratiche. Sotto tutti questi aspetti la Contea rappresenta in forma idealizzata l’Inghilterra medio-borghese della giovinezza di Tolkien. Tuttavia, attraverso personaggi di Gondor e del Mark, essa viene messa in contatto con elementi che non le sono propri (nobiltà, regalità, adel).”

      Qui all’AIST abbiamo in Tom Shippey uno dei maggiori punti di riferimento per la lettura di Tolkien. Studiamo e commentiamo i suoi saggi da anni, poiché lo consideriamo uno dei più acuti commentatori dell’opera del professore. Poi, per carità, si può certo dissentire da lui, ci mancherebbe. Quello che sicuramente non si può fare, invece, è citare Shippey…contro Shippey 🙂 .

      Aggiungo un consiglio di lettura. Elisabetta aveva già pubblicato un saggio su questo blog, che parla proprio della faccenda della rispettabilità, e della figura di Bilbo nella società hobbit. Anche in quell’occasione avevamo dibattuto ed erano emerse considerazioni di qualche interesse. Eccolo: https://www.jrrtolkien.it/2016/02/15/bilbo-baggins-uno-sbandato-per-la-contea-era-cosi/
      Lo dico perché è sempre saggio avere presente con chi si sta parlando, e qual è il contesto e il livello di studio e conoscenza della letteratura primaria e secondaria nel contesto in cui si interviene.

  51. Giovanni Costabile ha detto:

    Non sono io che uso Shippey contro Shippey: ho già detto in precedenza che nella Contea ci sono elementi moderni perché Tolkien vuole rappresentare la sopravvivenza della cultura anglosassone (si è capito in che senso uso questa parola? bene) nelle terre del North-West Midlands fino ai tempi della sua giovinezza. Questo è quanto dice anche Shippey, mentre voi vi state costruendo tutto questo discorso sociologico che con Tolkien non ha nulla a che fare.
    Mi faceva ridere quando presentarono un paper dal titolo Tolkien e la fisica quantistica, ma l’ho apprezzato perché l’autore lo presentava come uno scherzo. Il problema con voi invece è che questa roba di Tolkien scienziato politico la state difendendo a spada tratta, nonostante non abbia nessun fondamento nei testi.

  52. Wu Ming 4 ha detto:

    Claudio, scusa, io però non l’ho capita… In che senso Saruman farebbe una rivoluzione? Ma se vuoi ne parliamo in un altro thread 🙂

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