Religione, insegnamento “mondano” e Tolkien

Un momento del convegno di ModenaGià nel 2010, durante il convegno di Modena Tolkien e la filosofia (i cui atti sono stati pubblicati dalla casa editrice Marietti 1820) Wu Ming 4 e Andrea Monda dialogarono sul ruolo della fede nella creazione tolkieniana: oggi proponiamo una nuova riflessione di Wu Ming 4, che parte dalla lettura dell’ultimo libro di Andrea Monda Raccontare Dio oggi, a cui seguirà la pubblicazione della risposta di quest’ultimo.
Vi auguriamo una buona lettura!

L’ora di religione, Tolkien e l’insegnamento “mondano”

di Wu Ming 4

Una delle chiavi vincenti della saggistica contemporanea è quella autobiografica. Inserire le proprie tesi nella cornice dell’esperienza diretta le rende indubbiamente più fruibili e accattivanti, più immediatamente coinvolgenti.
È quello che fa Andrea Monda, il quale oltre a essere un autore di saggi su Tolkien, ben noto in questi paraggi, è anche professore di religione nei licei romani con quasi un ventennio di esperienza all’attivo.
Nel libro da poco pubblicato, Raccontare Dio oggi (Città Nuova, €16), Monda sceglie di condividere una serie di riflessioni intorno alla propria materia d’insegnamento e soprattutto alle modalità di trasmetterla, incastonandole nel racconto di un pezzo consistente di vita. In questo senso il suo precedente nobile – non a caso citato nel libro – è l’autobiografia spirituale di C.S. Lewis, Surprised by Joy (1955).

Raccontare Dio oggi - Andrea MondaIl problema che Monda si trova davanti è quello di come parlare di religione a una generazione che ne è sostanzialmente avulsa e poco interessata all’argomento: “I giovani, quindi, non sono contro, ma senza. La fede non suscita più avversione, ribellione, ma indifferenza. Il Dio della Bibbia è diventato irrilevante” (pag. 46).
Ne consegue che l’unico modo è fare religione senza fare religione, sperimentando cioè altre vie d’accesso alle grandi questioni dell’esistenza, per arrivare solo alla fine alla religione propriamente intesa. Per farlo servono mezzi aggiornati, occorre fare leva sul potere evocativo delle storie, anche quelle di più larga fruizione.
L’intuizione nasce da un episodio che inaugura l’esperienza scolastica di Monda. Il primo giorno di insegnamento, appena entrato in classe, il professore vede l’aula svuotarsi. Rimangono soltanto due ragazzi, parlando con i quali, il prof scopre che stanno leggendo Il Signore degli Anelli, oggetto della sua tesi di laurea all’università Gregoriana, e sua grande passione di lettore [che un giorno l’avrebbe portato a incrociare la strada dello scrivente e a condividere la sessione di un convegno su Tolkien].
Da quel momento il nuovo professore inizierà a scovare nella narrativa, così come nel cinema o nella musica, temi e problemi che possano scuotere gli studenti dall’indifferenza e parlare delle loro vite. E questo diventa parte metodologica del suo personale e professionale “educare”, nel senso etimologico di “ex-ducere”, condurre fuori, portare allo scoperto ciò che già si annida nell’animo dei giovani interlocutori. Giovani che paragona – con una metafora efficace – a dei nuovi pagani, semidigiuni o del tutto digiuni di religione.
Ovviamente Monda, come ogni missionario, ha una direzione precisa verso la quale intende “ducere” i pagani. Si può immaginare che questo sia ciò che produce molti degli attriti creativi tra la sua figura di educatore cattolico e i suoi interlocutori tra i banchi scolastici.
In buona sostanza, rispetto alla figura genitoriale media dei tempi odierni, il prof di religione ha il vantaggio di sapere dove andare a parare. Alla sua capacità di creare rapporti peer-to-peer e non già impositivi sarà dovuta la nascita di relazioni nuove, più o meno feconde, e questo l’autore Monda lo sottolinea con grande forza.

Tuttavia leggendo le sue pagine spicca l’assenza di un tema, probabilmente perché inquadrato da uno di quei cattivi maestri del dubbio che Monda annovera tra i suoi nemici, cioè Freud. È quello dell’uccisione del padre. Non tanto in senso edipico e psicoanalitico (ormai ampiamente criticato anche da posizioni progressiste), quanto piuttosto generazionale, come necessaria contestazione dell’autorità educatrice, al fine di strutturarsi in soggetti indipendenti, prima di farsi genitori-educatori a propria volta. E forse è qui che si intravede l’elemento di criticità eluso dalla riflessione di Monda, vuoi perché avrebbe richiesto un taglio diverso e un libro a se stante, vuoi perché la religione è proprio quella dei Padri (e in essa la ribellione al padre è per antonomasia quella di Lucifero).
the_hobbit___gandalf_and_bilbo_by_by_denismedri03Eppure sembra questo uno dei punti dolenti del presente, vale a dire l’assenza di un sano conflitto generazionale, nel momento in cui contestare l’autorità genitoriale e il vecchio mondo da essa consegnato è un passaggio necessario per quello che gli psicanalisti chiamerebbero il processo di individuazione. È una cosa che le giovani generazioni hanno disimparato a fare, o meglio, non sono più interessate a fare. Anzi, spesso è proprio la pacca sulla spalla o la copertura di un’autorità paterna che cercano, incapaci di rendersi autonomi, un po’ come Bilbo all’inizio de Lo Hobbit, prima che Gandalf lo trascini fuori di casa.

Parte del fallimento educativo, prima ancora che politico, dei cosiddetti Sessantottini che uccisero i padri, nel momento in cui si sono trovati padri e madri a loro volta, nasce dal fatto che hanno finito per essere velleitari rispetto alla sfida epocale che avevano lanciato al mondo.
Quando l’educatore/padre Marco Lodoli, citando Lao-tse, viene a dirci che non contano i precetti e le regole, ma conta l’atmosfera, abbiamo la misura di questo. Se non ci sono regole, non le si può mettere in discussione, cioè letteralmente discutere, ed eventualmente contraddire. Se non ci sono regole, difficilmente ci sarà anche comunità, ma appunto soltanto un certo clima, un’atmosfera “leggera e serena”, e questo “viene naturale o non viene”, quindi è cosa ineffabile, indiscutibile.
Dopodiché, certo, anche Lodoli come Monda parla di una figura umana di riferimento, cioè di un educatore alla pari, di un’autorevolezza che nasce da ciò che si è come persona, piuttosto che dal ruolo. E questo è il lascito positivo della contestazione dei vecchi modelli autoritari prodottasi nella seconda parte del Novecento. Ma è evidente che siamo davanti all’insufficienza, o contraddizione irrisolta, dell’educatore contemporaneo.
Per tornare all’applicabilità del Signore degli Anelli, il romanzo da cui parte il racconto della storia professionale di Monda, si potrebbe dire che è la disobbedienza all’autorità – incarnata dalle scelte di personaggi Eowyncome Merry, Éowyn, Pipino, Háma, Beregond – a realizzare il piano provvidenziale. Questi personaggi eccedono o eludono il ruolo che le autorità costituite della Terra di Mezzo hanno riservato per loro, e in questo modo le loro scelte diventano cruciali nella battaglia contro il male. Disobbedire all’autorità è una scelta conflittuale. Non crea una bella atmosfera, anzi di solito la rende pesante.
Mario Tronti una volta ha detto che ribellarsi è giusto, ma bisogna farlo bene e imparare a farlo bene. E questo è il compito di una vita intera, se mai basterà. Soprattutto non può essere insegnato, ogni nuova generazione deve trovare il proprio modo di farlo, scegliendosi le figure di riferimento.
San Paolo – ideatore e fautore della più grande rivoluzione religiosa della storia – concepisce il superamento della legge biblica tramite la grazia, che appunto proietta il credente oltre la legge, ovvero gli consente di introiettare la legge senza più bisogno di sottostarvi. È appunto il problema della sintesi tra legge e desiderio, una via stretta o anche strettissima, per la quale non ci sono scivoli, ma fedeltà a un Evento, che produce una rottura del continuum della storia e porta al conflitto con il dato.
Parola spaventosa, “conflitto”, in tempi che si pretendono light, analcolici, decaffeinati e in cui si pensa che ogni cosa possa convivere con qualunque altra, purché abbia il proprio canale social dedicato. Credere o non credere è una delle tante opzioni possibili. Barrare la casella e passare alla domanda successiva.
Ciò che è stato espunto dall’orizzonte degli eventi educativo è proprio il problema del male e del conflitto con esso. Ci si è lasciati alle spalle il Novecento con sollievo ipocrita, pensando che l’importante fosse trasmettere ai figli “cose belle” (ancora Lodoli). Come se la vita non fosse anche fatta – e non in piccola parte – di cose brutte e perfino terribili. Come se il male e le sue concretizzazioni – esistenziali e storiche – fossero cose da deprecare ed espungere in nome di un’asettica correttezza politica, creando la giusta atmosfera, anziché da combattere strenuamente, come ci incita a fare Gandalf.
Se c’è una cosa che mi fa spaventare / del mondo occidentale / è questo imperativo di rimuovere il dolore”, canta il saggio Brunori Sas.

La questione dunque non è soltanto – come sostiene Monda citando il dibattito odierno della Chiesa – che i genitori non sono più credenti e non educano più veri cristiani, ma, in senso assai più generale, che i genitori non sono più genitori, bensì qualunque altra cosa (amici, complici, tifosi, sentinelle iperprotettive, ecc.). Prova ne è il proliferare di psicanalisti e psichiatri che pontificano ovvietà sul mestiere di genitore con ogni mezzo di comunicazione necessario.
La vocazione missionaria di Monda lo spinge a declinare il problema dal suo punto di vista, ma è chiaro anche per lui che è molto più ampio.
Cadute quelle che Monda ricorda come grandi narrazioni, ovvero visioni del mondo religiose o filosofiche, e caduta l’idea che gli umani possano farsi artefici della storia collettiva, oltreché del proprio piccolo individuale destino, è ben difficile trasmettere a una generazione nuova qualcosa in cui credere che non ceda davanti al banale edonismo. E sappiamo, per altro, quanto la ricerca del piacere e della soddisfazione immediata dei desideri venga indotta e perfino costruita a tavolino, e dunque ormai abbia assai poco a che fare con l’idea di una liberazione.

Da questa prospettiva problematizzante, allora, forse – tornando alle applicazioni – i due più celebri romanzi di Tolkien possono essere letti insieme.
Il Signore degli AnelliSe Lo Hobbit è il romanzo della scoperta di sé, dell’individuazione, Il Signore degli Anelli è il romanzo della lotta contro il male. Una cosa però non si dà senza l’altra. È soltanto la dialettica (si perdoni la terminologia di chi ha frequentato una semplice facoltà di Lettere e Filosofia e troppi centri sociali occupati) tra sé e mondo che può produrre una piena liberazione. Ovvero è attraverso la lotta che l’essere umano si emancipa e si realizza. Ma non già una lotta fine a se stessa, come messa alla prova dell’eroismo personale, bensì nella lotta sensata, cioè con un senso-direzione. I musulmani hanno il concetto di Jihad, riferendosi precisamente alla battaglia al tempo stesso interiore ed esteriore, parola che significa “tensione verso uno scopo”.
Ecco cosa non è più trasmissibile in quest’epoca: uno scopo per cui spendersi e lottare, se non appunto nell’ossessione astorica del fanatismo religioso, risposta uguale e contraria all’edonismo fine a se stesso, cioè anch’essa indotta e spacciata come un prodotto di consumo, in questo caso spirituale. Si intende cioè un fine che non sia il mero stare meglio, quando ormai “l’equilibrio fisico e interiore è il Bene, cioè il Bene è stato sostituito dal benessere (e il Male dal malessere).” (pag. 49).
Certo Monda ha ben presente il fine ultimo contenuto nelle premesse del suo discorso e della sua missione: la salvezza ultramondana. Ma questo, per quanto possa produrre discussioni e relazioni stimolanti, non allevia la drammaticità del problema dei suoi giovani studenti, perché da un lato è una risposta punto di partenza (se le vie della provvidenza sono infinite, la fede è un dono, non una scelta), dall’altro lato lascia sul piatto il problema della conflittualità/convivenza col dato.
Lo stesso Monda si scopre soddisfatto quando constata anche solo di essere riuscito a indurre il dubbio, le domande, l’interesse, in quei ragazzi e ragazze. E questo forse, in effetti, è già molto più dell’approccio consolatorio e soft di chi cerca di creare la giusta atmosfera, ma è anche ciò che espone Monda all’accusa “da destra”, per così dire, dei dogmatici ratzingeriani, che attaccano la sua visione “liberale” e bergogliana. A Monda viene ricordato che la religione è dogma, è docere prima che ex-ducere e che la ribellione giovanile va domata, non interrogata (insomma bisognerebbe fingere che il Novecento, le avanguardie artistiche, il rock’n’roll, il ’68, non ci siano mai stati). È chiaro che su costoro, Monda ha un vantaggio, cioè quello di giocare una partita aperta, in un confronto quotidiano e pedagogicamente aggiornato, che impone di considerare i fantomatici “giovani” come dei soggetti e non degli oggetti su cui riversare una precettistica. È in effetti anche il vantaggio dell’attuale papa rispetto al precedente: una concezione gesuitica, cioè moderna, della comunicazione come rapporto biunivoco.
Ciò nonostante, l’autore sa che “il mondo è in guerra” (pag. 141), la sua non è una versione pacificata o new age. Ma sa anche che una guerra combattuta a suon di certezze lapidarie e di dogmi non produce uomini ma caporali, e proprio in questo si cela la tentazione “sauroniana”. Dunque ha fiducia nel proprio stile, uno stile cristiano lo definisce, che prova a smuovere la coscienza, ad accendere interesse, a insinuare il dubbio rispetto alla versione dell’esistente che ci viene proposta. Questo modus operandi educativo ricerca spunti nei prodotti narrativi di massa – romanzi, film d’animazione, serie tv, canzoni – per farli retroagire, renderli dissonanti, finanche sovversivi, sottraendoli al destino di semplici prodotti di consumo. In questo l’esercizio è efficace, fino a quando non si pretende di trarne dottrina [nota].
Resta comunque l’ineludibile confronto con la dura materialità del mondo stesso, per cambiare il quale – parola di narratore – le storie sono necessarie ma non sufficienti. Ed è sempre lì, sulla nostra capacità di agire sulla realtà primaria, che siamo chiamati a metterci alla prova. Se è vero che dalle nostre opere saremo giudicati.

Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare” (Il Signore degli Anelli)

[nota]: L’approccio dottrinale al Signore degli Anelli fu la materia del contendere nella discussione inter nos – o piuttosto un dialogo tra sordi – che entrò a far parte di un convegno seminale, e poi degli atti pubblicati (AA.VV. Tolkien e la Filosofia, Marietti, 2011).

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo Santi Pagani, ecco il carteggio Monda-Testi
– Leggi l’articolo Un libro da Claudio Testi: «Santi pagani nella Terra di Mezzo»
– Leggi l’articolo Santi pagani, la replica di Wu Ming 4 (2 parte)
– Leggi l’articolo Un autunno tutto da leggere con Tolkien
– Leggi l’articolo Tolkien in università a Trento con WM4
– Leggi l’articolo Marietti pubblica “Tolkien e la filosofia”

LINK ESTERNI:
– Vai al blog di Wu Ming, Giap
– Vai al sito di Andrea Monda

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