La Compagnia del Sottosopra: Tolkien e Stranger Things

(Avvertenza: questo articolo contiene rilevanti SPOILER)

L'Abisso (da Stranger Things)Lascio a chi è più bravo di me il compito di individuare tutti i riferimenti tolkieniani nascosti nella monumentale serie dei fratelli Duffer, Stranger Things, che nel corso di cinque stagioni si è meritatamente ritagliata un posto d’onore nella cultura televisiva e pop del nuovo millennio. Dalla parola d’ordine “Radagast” che garantisce l’accesso al covo di Will alla citazione di “Mellon”, solo per menzionarne due, le easter egg tolkieniane sicuramente abbondano, ed è altrettanto facile trovare generiche similitudini tra i due universi narrativi: la compagnia di eroi diversi fra loro ma uniti contro il Male, la labirintica (stile Moria) struttura di molte ambientazioni, e così via.
Fresca di visione del finale della serie e impressionata – positivamente – da ciò che ho visto, io vorrei tuttavia concentrarmi sull’ultima puntata, in cui molti misteri trovano spiegazione, e passare a un livello ulteriore di riflessione dove le analogie incominciano a risuonare in modo più profondo.

L’Unico e il Mind Flayer

La desolazione dell’Abisso, dimensione apocalittica dove gli antagonisti della storia risiedono fisicamente, ci ricorda il paesaggio desolato di Mordor, con le sue montagne e le sue gole: qui la matrice malvagia della storia (il Mind Flayer) è parte integrante del paesaggio, una sorta di mostruosa aggregazione di pinnacoli, come Sauron con la torre e l’Occhio fiammeggiante lo era nel Signore degli Anelli.
Molti dei protagonisti si inoltrano in questo cammino pericoloso, con un piano disperato e armi raffazzonate; ma sarà principalmente la telepate Undici (con l’aiuto “da remoto” dell’altro personaggio dotato di poteri mentali, Will) a sconfiggere il villain Vecna/Henry. Fare il paragone tra lo scontro tra Éowyn e il Re Stregone sembra abbastanza azzardato, vista la dinamica completamente diversa del confronto, che nel Signore degli Anelli passava attraverso il camuffamento maschile della principessa Rohirrim e la conseguente agnizione, anche se va detto che la stessa Undici viene spesso presentata con look piuttosto unisex (a iniziare dall’iconico taglio di capelli nelle prime stagioni); comunque, anche nel caso di Stranger Things l’eroismo femminile è decisamente presente nelle figure di Nancy, Max e Holly e viene ribadito in una delle sequenze che più mi ha dato i brividi, anche se con Tolkien non c’entra nulla.
Wynona Ryder nel “Dracula” di Francis Ford CoppolaParlo del momento in cui Joyce Byers pone fine alla vita del villain morente, decapitandolo: si tratta di una citazione dal Dracula di Coppola, dove spettava a Mina Harker, impersonata dalla stessa attrice, Wynona Ryder, dare il colpo finale all’amato/odiato vampiro. Allora il colpo di grazia era mosso dalla pietà, mentre in questo caso è la furia a muovere Joyce: la donna infierisce su Vecna moribondo e ci vogliono diversi colpi di un’ascia dozzinale per mozzargli la testa, invece che il singolo fendente della affilata lama brandita da Mina. E d’altronde la Ryder non impersona più una giovane signora vittoriana ma una vissuta madre single, con la sua dose di amarezza e – uso un termine sciaguratamente in voga sperando che almeno qui risulti appropriato – resilienza.

Un altro momento cruciale per le due storie ci riporta al Signore degli Anelli: il ritrovamento dell’Anello. Conosciamo bene la storia dello hobbit Sméagol, che si appropria dell’Unico con la forza, per poi cadere sempre più vittima della sua influenza malefica, trasformandosi a poco a poco in Gollum.
L’Anello, si sa, corrompe e logora, in un processo ben noto nella mitologia tolkieniana, che non coinvolge solo Gollum ma anche i Nazgûl e svariati personaggi – Bilbo, Frodo, Boromir i più rilevanti. Questo processo fa leva sugli aspetti negativi della personalità delle vittime, ambizione smodata, avidità o anche self righteousness (che lascio in inglese per la mancanza in italiano di un termine che dipinga altrettanto bene il malsano autocompiacimento di “essere nel giusto” di molti cosiddetti “buoni”). Si dice altresì che “all’inizio niente è malvagio” anche se Sméagol sembra da subito incline al sopruso e lo stesso Boromir ci appare fin dalle prime linee di dialogo platealmente fuori sintonia con il resto del Consiglio di Elrond. Ma alla lunga l’Anello la vince su chiunque, come dimostrano il caso di Bilbo, quello di Frodo, e la prudenza con cui personalità come Galadriel e Gandalf si tengono ben lontane dall’artefatto.
Nell’universo di Stranger Things la manifestazione fisica del Potere Corruttivo si trova nella valigetta che il giovane Henry scopre per caso in una grotta, vicino all’agente segreto ferito che l’aveva rubata. La pietra scintillante di energia caotica si insinua sotto la pelle del bambino, e non c’è spazio che per un breve avvertimento da parte della spia sul fatto che alla nefasta influenza della pietra bisogna resistere, prima che i giochi siano fatti. Henry da quel momento si fonde con la forza malvagia, che sarà denominata Mind Flayer.
Per certi versi Henry ci sembra più smarrito di Sméagol, che si appropria dell’Anello in una situazione più pacifica e commette un odioso omicidio con “l’aggravante dei futili motivi” (il regalo di compleanno), seppure ci sia da dire che ancor prima della “possessione” anche il bambino aveva dimostrato una certa violenza, accanendosi contro la spia ferita con una grossa pietra. Tutto ciò viene svelato in un flashback (come nel Signore degli Anelli) durante l’estremo scontro tra il Bene e il Male e, a quel punto, sia la squadra dei buoni sia lo spettatore sono legittimati a pensare che il povero Henry venga manovrato come una marionetta dal potere malefico che gli è penetrato sottopelle, e che i suoi ultimi istanti di vita portino consapevolezza e rimorso. Per un attimo l’immagine del ravvedimento in extremis di Boromir costellato di frecce si è sovrapposta – nella mia mente – a quella di Vecna trafitto e morente.
E invece no. Anche Frodo su Monte Fato veniva sopraffatto dalla brama di possedere l’Anello, ma l’adesione di Henry/Vecna al principio caotico dell’Abisso è molto più netta e radicale. Attraverso le sue ultime parole il villain di Stranger Things ribadisce la sua identificazione volontaria con l’energia malvagia, che lo ha forgiato e gli ha aperto gli occhi sull’essenza dell’umanità e del mondo. E d’altronde il nichilismo di questo villain ha poco a che fare con la brama di controllo di Sauron, molto di più, forse, con quella distruttiva di Morgoth nel Silmarillion.

Henry nella grotta (da Stranger Things)Il potere dell’Unico, però, ha un importante punto di contatto con l’energia malefica di Stranger Things: entrambi agiscono attraverso una rete di connessioni che fa capo all’elemento più potente da cui derivano – più ordinata e definitiva quella dell’Anello, più caotica e lasca quella dell’Abisso. Infatti, una volta distrutto l’Anello, vengono annientate o indebolite anche tutte le “pedine” ad esso collegate, mentre i poteri di Undici, che derivavano comunque dal sangue di Henry, rimangono pressoché inalterati dopo la morte di Vecna, come si vede nel confronto finale con le truppe speciali dell’esercito.
Fatta salva la coerenza filosofica che permea l’opera tolkieniana, laddove una serie televisiva deve rispondere anche e soprattutto a requisiti di drammatizzazione (colpi di scena, ecc.), possiamo dire che nell’Anello di Sauron c’è una forza malefica che sicuramente trascende e sovrasta gli individui con cui viene a contatto, ragione per cui la tentazione è un pericolo costante per chiunque (1), cosa che non avviene in Stranger Things: infatti nella serie il principio caotico, fonte dei poteri dei bambini cresciuti in laboratorio, pur derivando da una “matrice cattiva”, può essere volto al bene, a seconda di chi lo usa – il caso più lampante è Undici. Non è detto che tutto ciò porti ad esiti meno pessimistici che quelli del Signore degli Anelli, visto che alla fine Undici decide di sacrificarsi per evitare che il potere di cui è portatrice finisca nelle mani sbagliate. Riecheggiano le parole di Frodo: quando le cose sono in pericolo, «qualcuno deve rinunciarvi, perderle, perché altri possano serbarle».

Molti commiati

In realtà, l’aspetto della serie che più mi ha riportato alla mente Il Signore degli Anelli non riguarda mostri o poteri malefici, bensì il lato più umano, malinconico delle vicende narrata, e nella fattispecie la chiusa di entrambe le storie – pare peraltro che il debito verso Tolkien (almeno quello ‘cinematografico’) riguardo al finale della serie sia stato dichiarato dagli autori stessi (2).
Nel romanzo di Tolkien i protagonisti si ritrovano insieme a Gondor dopo la disfatta di Sauron, in una celebrazione di gioia commossa (“dove le lacrime sono il vino stesso della beatitudine”) che raggiunge il culmine nella cerimonia del matrimonio tra Aragorn e Arwen; poi inizia la diaspora dei personaggi e il ritorno a casa, con tutti i suoi chiaroscuri. Il mondo è stato salvato, ma nulla sarà più come prima né per i singoli personaggi né per la Terra di Mezzo: sta finendo la Terza Era, e si esaurisce il lungo retaggio degli Elfi e dei Tempi Antichi per lasciare spazio alla più prosaica Quarta Era.

Alan Lee - The Grey HavensE infine, sotto lo sguardo triste di Sam, Merry e Pippin, partono, in un metaforico trapasso, Elrond e Galadriel e Gandalf, insieme a Bilbo e Frodo, con cui il lettore ha condiviso tante magnifiche avventure.
Durante il ritorno dai Grigi Approdi, sui tre hobbit rimasti ci viene dato un piccolo dettaglio commovente, uno di quei tocchi di poesia che gli autori migliori disseminano con nonchalance anche quando la storia non sembrerebbe più richiederlo: i tre viandanti, mesti, arrivano in silenzio ai confini della Contea, ma Merry e Pippin “avevano già ricominciato a cantare”, mentre Sam procede silenzioso e torna da solo a casa.

Nei giorni prima della puntata finale di Stranger Things, sul web si rincorrevano illazioni d’ogni tipo su quale personaggio del gruppo sarebbe morto; ma, al di là delle morti effettive (solo un paio a dire il vero, contando la sparizione di Undi), la verità è che – tutti – i protagonisti “muoiono” o “svaniscono” in un certo senso.
L’epilogo della serie, ambientato diciotto mesi dopo il confronto finale con Vecna, è caratterizzato non dalla fine della Terza Era, ma da quella degli anni ’80. Dopo un anno e mezzo tutto ci sembra cambiato, innanzitutto nei look dei personaggi, e poi nelle loro esistenze – un cambiamento inevitabile, dove insieme alle pettinature cotonate e ai leggings, spariscono i freni che mettevano in stallo le loro vite – il tutto ben esemplificato dal discorso “iconoclasta” di Dustin in occasione della cerimonia dei diplomi.
Il futuro incombe, come la Quarta Era: nel dialogo finale tra i ragazzi più grandi sul tetto della stazione radio, si scontrano i legami instaurati durante le avventure nel Sottosopra con i futuri progetti di vita che i giovani adulti affronteranno singolarmente. La sequenza è sceneggiata molto bene, soprattutto nell’oscillare continuo dal proposito centripeto di restare in contatto all’entusiasmo centrifugo per i nuovi progetti, come il film di Jonathan o la carriera giornalistica di Nancy.
Qualche lacrima e la promessa di esserci sempre come gruppo (chi di noi non l’ha vissuta, per poi vederla disattesa?) lascia infine il posto alle risate, al gossip, e alle aspettative per i nuovi sogni a venire. Come Merry e Pippin, anche questi personaggi hanno, per così dire, “ricominciato a cantare”.

Ma c’è anche chi, come Sam, avverte un dolore più profondo per la fine e la separazione: si tratta di Mike, l’unico ancora veramente “in lutto” per la sparizione della prediletta Undi.

Partita D&D (da Stranger Things)Nel Signore degli Anelli ci si accomiatava a poco a poco dai vari protagonisti fino ad arrivare all’uscita di scena degli hobbit, e anche in Stranger Things a lasciare per ultimo il palcoscenico è il gruppo più caro agli spettatori, quello dei ragazzini amanti di Dungeons&Dragons che abbiamo visto crescere durante le stagioni. Mike, Dustin, Lucas e Will, con l’aggiunta di Max, si ritrovano per un’ultima (almeno dal punto di vista degli spettatori) partita a D&D, che chiude circolarmente la serie, visto che proprio con una partita di D&D tutto era iniziato. Il Master è lo stesso Mike, e attraverso i racconti sui personaggi della partita, preconizza il suo futuro e quello degli altri del gruppo – un futuro di sfide, crescita e realizzazione.
Su tutto ciò, però, aleggia la speranza, o forse solo il sogno, che anche Undi sia sopravvissuta – nella visione di Mike la vediamo avventurarsi in un meraviglioso paesaggio naturale tra creste rocciose e cascate… un luogo fuori dal tempo, simile a quello dove anche Sam può immaginare Frodo a Valinor; d’altronde, alla fine della Terza Era e a maggior ragione nella Quarta, Valinor doveva già sembrare più simile a una dimensione di sogno che alla realtà, qualcosa in cui, come alla sopravvivenza di Undi dopo la sua ordalia, bisogna “scegliere di credere”.
I ragazzi, quindi, salgono per la cena e abbandonano il tavolo dei giochi di ruolo, ma il seminterrato non resta vuoto, perché sotto gli occhi di Mike la stanza è d’improvviso invasa dall’irruente allegria di un altro gruppo, quello dei bambini – Holly, Derek e i loro amici. Chissà se mentre li osserva Mike sta pensando, sulla falsariga di Gandalf, all’aver estirpato il male dei suoi giorni a favore di chi viene dopo, e ad altri mali che potrebbero venire e di cui altri si dovranno occupare… quasi sicuramente ci hanno pensato i produttori della serie. Ma questo è un altro discorso. Quello che conta è che un nuovo ciclo, e un’altra generazione di avventure hanno inizio, e Mike può infine varcare la porta e, con un sorriso, chiudersela alle spalle.
Questo finale dolce amaro, così simile a quel “sono tornato” che chiude il romanzo di Tolkien, ci ricorda che le storie più grandi, nei mondi secondari e anche in quello primario, spesso finiscono “not with a bang but with a whimper”: può essere sconsolato, ma in questo caso è anche poesia.

 

(1) Ringrazio Claudio Testi che mi ha fatto notare questo particolare aspetto nel raffronto fra le due opere.

(2) Vedi ad esempio l’intervista su Deadline: https://deadline.com/2026/01/stranger-things-5-finale-explained-creators-interview-1236659749/

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