Quando Neil Gaiman sognava J.R.R. Tolkien

Neil GaimanSempre più scrittori riconoscono il proprio debito letterario nei confronti di J.R.R. Tolkien. Uno di questi è Neil Gaiman. Lo scrittore inglese, sceneggiatore di fumetti di enorme successo come Sandman e The Books of Magic, è autore di romanzi come Nessun dove (Neverwhere, edito in Italia da Fanucci), Stardust (pubblicato per la Magic Press) e Good Omens, scritto a quattro mani con Terry Pratchett. Il suo romanzo American Gods (pubblicato in Italia da Arnoldo Mondadori Editore) è stato premiato con un Hugo quale miglior romanzo. Di Gaiman è anche Coraline (pubblicato in Italia da Mondadori nel 2004), romanzo vincitore del Premio Hugo e del Premio Nebula per il miglior romanzo breve, da cui è stato realizzato un film d’animazione intitolato Coraline e la porta magica. Libro: Coraline-b di Neil GaimanSe la lettertura fantastica di Tolkien parla in qualche modo del “crepuscolo del mito” di fronte all’avanzata della modernità, Gaiman nei suoi cicli di romanzi e fumetti, parla di un fantastico mitologico che coabita con la modernità e le sue forme. In questo senso, Gaiman ricorda il modo con cui George R.R. Martin ha letto e assorbito le opere di Tolkien. Nel 2004, Gaiman fu ospite d’onore della 35° Mythcon, l’annuale conferenza della Myhtopoeic Society, la Tolkien Society Usa. In quell’occasione, lo scrittore parlò del suo rapporto con l’autore del Signore degli Anelli. Il discroso di Gaiman fu, poi, pubblicato nell’ottobre 2004 su una delle riviste della società, Mythprint. Qualche giorno fa, Gaiman ha reso pubblico il testo sul suo blog. E l’Associazione romana studi Tolkieniani lo ha tradotto per voi.

Il discorso alla Mythcon 35

Aslan nel serial tv 1967Ho deciso di parlare di alcuni autori, di tre autori in particolare, e delle circostanze in cui li ho conosciuti. Esistono autori con i quali hai una relazione speciale e autori con cui non l’hai. Ci sono quelli che ti cambiano la vita e quelli che non lo fanno. È così che vanno le cose. Avevo sei anni quando vidi una puntata di Il leone, la strega e l’armadio in bianco e nero sulla televisione in casa di mia nonna a Portsmouth. Ricordo i castori, e la prima apparizione di Aslan, un attore con un poco convincente costume da leone, che camminava ritto sulle zampe posteriori, e da questo ne deduco che dovesse essere il secondo o il terzo episodio. Tornato a casa nel Sussex, iniziai a mettere da parte la mia magra paghetta, finché riuscii a comprare una copia di Il leone, la strega e l’armadio tutta per me. La lessi, e lessi Il viaggio
del veliero
, l’altro libro che riuscii a trovare, e li rilessi più e più volte, e quando arrivò il mio settimo compleanno avevo dato abbastanza indizi perché il mio regalo fosse un cofanetto con tutta la serie dei libri di Narnia. E ricordo ciò che feci il giorno del mio settimo compleanno: rimasi sdraiato sul letto, e lessi tutti i libri dal primo all’ultimo. Libri di C.S. LewisPer i successivi quattro o cinque anni continuai a leggerli. Naturalmente, leggevo anche altri libri, ma nel mio cuore sapevo che li leggevo unicamente perché non c’era un numero infinito di libri di Narnia a disposizione. In un modo o nell’altro, l’allegoria religiosa mi restò interamente ignota, e solamente verso i dodici anni mi accorsi che esistevano Certi Paralleli. La maggior parte dei lettori se ne accorge alla Tavola di Pietra; io ci arrivai quando notai che la storia degli eventi accaduti a San Paolo sulla via di Damasco era come la trasformazione in drago di Eustachio Scrubb, riveduta e corretta. La vissi come un’offesa personale: mi sembrò che un autore, del quale mi ero fidato, aveva in realtà uno scopo nascosto. Non avevo nulla contro la religione, o contro la religione nella narrativa: avevo comprato (dalla libreria della scuola) e amato Le lettere di Berlicche, ed ero già interessato a G.K. Chesterton. Ciò che mi indisponeva era, credo, che sminuiva Narnia, la rendeva una cosa meno interessante, e un luogo meno interessante. Eppure, le lezioni di Narnia rimasero in me profondamente. Mappa di Narnia di Pauline BaynesQuando Aslan dice agli adoratori di Tash che le preghiere che essi elevano a Tash erano in effetti preghiere a Lui, quello era qualcosa in cui credevo allora, e in cui in fondo credo ancora adesso. La mappa di Narnia disegnata da Pauline Baynes rimase appesa al muro della mia camera per tutta la mia adolescenza. Non tornai a Narnia finché non divenni genitore: prima nel 1988 e poi nel 1999, ogni volta lessi i libri ad alta voce per i miei figli. Scoprii quindi che le cose che avevo amato, le amavo ancora (e a volte le amavo anche di più), mentre le cose che da bambino mi erano sembrate strane (per esempio la goffaggine nella struttura de Il principe Caspian, e la mia antipatia per la maggior parte de L’ultima battaglia) si erano intensificate; c’erano anche alcune cose nuove che mi mettevano veramente a disagio, per esempio il ruolo delle donne nei libri di Narnia, culminante nel modo in cui viene “sistemata” Susan. Ma ciò che trovai maggiormente interessante era il modo in cui molto di ciò che è nei libri di Narnia era entrato in me: C.S. Lewisscrivendo, continuavo a notare frasi, ritmi e modi di mettere insieme le parole presi in prestito; per esempio, in The Books of Magic, un porcospino e una lepre chiacchierano fra di loro in modo simile a come fanno gli Sciapodi. C.S. Lewis fu la prima persona che mi fece voler essere uno scrittore. Mi rese consapevole dello scrittore, del fatto che ci sia qualcuno dietro le parole, che ci sia qualcuno che racconta la storia. Mi innamorai del modo in cui usava le parentesi: quegli a parte autoriali al tempo stesso saggi e discorsivi, e per tutto il resto della mia fanciullezza mi divertii a
usare le parentesi nei miei temi e ricerche di scuola. Credo, forse, che il genio di Lewis sia consistito nel creare un mondo che, per me, era più reale di quello in cui vivevo; e se un autore era riuscito a scrivere i racconti di Narnia, allora volevo essere un autore.

L’incontro con J.R.R. Tolkien

J.R.R. Tolkien al lavoro nel suo studioSe esiste un modo sbagliato per conoscere Tolkien, allora io l’ho scoperto in un modo completamente sbagliato. Qualcuno aveva lasciato a casa mia una copia economica di un libro intitolato The Tolkien reader. Conteneva un saggio, “L’Anello magico di Tolkien” di Peter S. Beagle, un po’ di poesie, “Foglia” di Niggle e Il cacciatore di draghi. In retrospettiva, sospetto di averlo preso unicamente perché era illustrato da Pauline Baynes. Dovevo avere otto, forse nove anni. Ciò che importava per me in quel libro, era la poesia, e la promessa di una storia. A nove anni cambiai scuola, e scoprii, nella biblioteca di classe, una vecchia copia estremamente malconcia di Lo Hobbit. La comprai dalla scuola in una svendita, per un penny, insieme a una vecchia copia delle Opere di W.S. Gilbert, e la possiedo ancora. Sarebbe passato almeno un anno prima che scoprissi i primi due volumi de Il Signore degli Anelli, nella biblioteca principale della scuola. Li lessi. Li lessi e li rilessi: appena finito Le due torri, ricominciavo con La compagnia dell’Anello. Libro: "The Tolkien Reader" Non arrivava mai la fine, anche se questa non era la difficoltà che potrebbe sembrare: avevo già scoperto dal saggio di Peter S. Beagle che le cose sarebbero più o meno andate a finire bene. Ciononostante, desideravo realmente leggerla. A tredici anni vinsi il premio scolastico in Inglese, e mi fu permesso di scegliere un libro. Scelsi Il Ritorno del Re. Lo possiedo ancora. Tuttavia, l’ho letto una sola volta – fremendo per scoprire come sarebbe finita la storia – perché più o meno nello stesso periodo comprai anche l’edizione in volume unico. Era la cosa più costosa che avessi mai comprato con i miei soldi, ed è il libro che ancora adesso leggo e rileggo. Giunsi alla conclusione che Il Signore degli Anelli fosse, con ogni probabilità, il miglior libro che potesse mai essere scritto; questo mi creava qualche problema. Da grande, volevo diventare uno scrittore (no, non è vero: volevo essere uno scrittore già allora, senza aspettare di diventare grande), e volevo scrivere Il Signore degli Anelli. Il problema era che era già stato scritto. Considerai lungamente la questione, e infine arrivai alla conclusione che la cosa migliore sarebbe stata finire con una copia de Il Signore degli Anelli in un mondo parallelo in cui il Professor Tolkien non fosse mai esistito. E poi avrei chiesto a qualcuno di ribattere a macchina il libro: sapevo che se avessi inviato a un editore un libro già stampato, Home 7: "Return of the Shadow"anche in un universo parallelo, avrei sollevato
troppi sospetti, proprio come sapevo che le mie capacità di dattilografo tredicenne non sarebbero state sufficienti per farlo da solo. E, una volta che il libro fosse stato pubblicato, in quell’universo parallelo sarei stato l’autore de Il Signore degli Anelli, e non può esistere cosa migliore. E continuai a leggere Il Signore degli Anelli finché non ebbi più bisogno di leggerlo ulteriormente, perché era dentro di me. Anni più tardi, scrissi a Christopher Tolkien una lettera, trovando una spiegazione a qualcosa che egli non era stato in grado di spiegare, e fui profondamente gratificato nel trovarmi ringraziato nel libro The Return of the Shadow (fra l’altro, per qualcosa che avevo imparato leggendo James Branch Cabell!).

Altre influenze

G.K. ChestertonNella stessa biblioteca scolastica che aveva i due volumi de Il Signore degli Anelli scoprii Chesterton. La biblioteca era a fianco dell’infermeria, e scoprii che, quando dovevo affrontare una lezione che non mi piaceva, tenuta da insegnanti che mi terrorizzavano, potevo sempre andare in infermeria e dichiarare un mal di testa. Un’amara aspirina sarebbe stata disciolta in un bicchiere d’acqua, io l’avrei bevuta cercando di non mostrare troppo disgusto, e poi sarei stato mandato a sedere in biblioteca aspettando che facesse effetto. La biblioteca era anche il luogo in cui andavo nei pomeriggi di pioggia, e ogni volta che potevo. Il primo libro di Chesterton che trovai fu Tutte le storie di Padre Brown. C’erano centinaia di altri autori che incontrai per la prima volta in quella biblioteca: Edgar Wallace e la Baronessa Orczy e Dennis Wheatley e tutti gli altri. Ma Chesterton fu importante per me, importante a modo suo quanto lo era stato C.S. Lewis. Vedete, se amavo Tolkien e desideravo di aver scritto il suo libro, non avevo però alcun desiderio di scrivere come lui. Le parole e le frasi di Tolkien mi sembravano cose naturali, come formazioni rocciose o cascate, e voler scrivere come Tolkien, per me, sarebbe stata la stessa cosa di voler fiorire come un albero di ciliegie, o scalare un albero come uno scoiattolo, o piovere come una tempesta. Chesterton era l’esatto opposto: leggendolo, Libro "I racconti di Padre Brown" di G.K. Chestertonero sempre consapevole che chi scriveva era qualcuno che godeva delle parole, che le spargeva sulla pagina come un pittore sparge i suoi colori sulla tavolozza. Dietro ogni frase di Chesterton c’era qualcuno che dipingeva con le parole e a me sembrava che, alla fine di una frase o particolarmente riuscita o di qualche perfetto paradosso, si sentisse l’autore ridacchiare piacevolmente da qualche parte dietro le scene. Padre Brown, il principe dell’umanità e dell’empatia, fu una droga di passaggio verso roba più pesante, in questo caso un volume unico con tre racconti: Il Napoleone di Notting Hill (il mio pezzo di narrativa predittiva alla 1984 favorito, e uno che ha immensamente influenzato il mio racconto Nessun Dove), L’uomo che fu Giovedì (il prototipo di ogni storia di spie del Ventesimo Secolo, oltre a essere un vero Incubo, e una delizia teologica), e infine L’osteria volante (che conteneva dell’eccellente poesia, ma che mi colpì, a undici anni, per le sue vedute stranamente ristrette. Sospetto che Padre Brown avrebbe pensato lo stesso). Poi c’erano le poesie e i saggi e l’arte. Libro: "L'uomo che fu giovedì" di G.K. ChestertonChesterton e Tolkien e Lewis non sono, come ho detto, gli unici autori che ho letto fra i sei e i tredici anni, ma sono gli autori che ho letto e riletto: ognuno di loro ha avuto una parte nel rendermi ciò che sono. Senza di loro, non riesco a immaginare che sarei potuto diventare uno scrittore, e certamente non uno scrittore di narrativa fantastica. Non avrei mai capito che il modo migliore di mostrare la verità delle cose è farlo da una direzione dalla quale non si immagina che la verità possa arrivare; né che la maestà e la magia della fede e dei sogni possano essere una parte essenziale della vita e della scrittura. E senza questi tre scrittori, non sarei qui oggi. E, naturalmente, non ci sareste nemmeno voi. Grazie.

(traduzione a cura di Lorenzo Gammarelli)
.

– Il blog ufficiale di Neil Gaiman
– Il sito della Mythpoeic Society


 


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5 Comments to “Quando Neil Gaiman sognava J.R.R. Tolkien”

  1. Lorenzo ha detto:

    Good Omens è stato pubblicato anche in italiano, col titolo “Buona Apocalisse a tutti”.

  2. Roberto ha detto:

    Grazie per la pronta traduzione di quest’interessantissima intervista!

  3. Annamaria ha detto:

    La domanda sorge spontanea: qualcuno di voi sa quale sia la domanda a cui C. Tolkien non sapeva trovare risposta che fu risolta da Gaiman? Comunque articolo bello e commovente

  4. Norbert ha detto:

    In “The treason of Isengard” (HoME 7) Christopher cita una lettera del padre a Donld Swann datata 14 ottobre 1966, nella quale JRRT scrive: “The piece has had a curious history. It was begun very many years ago, in an attempt to go on with the model that came unbidden into my mind: the first six lines, in which, I guess, D’ye ken the rhyme to porringer had a part.(8)”
    La nota è ” 8. I cannot explain this reference. ”

    Nella introduzione a “The war of the Ring” (HoME 8 ) Christoper scrive:

    “I am very grateful for communications from Mr Alan Stokes and Mr Neil Gaiman, who have explained my father’s reference in his remarks about the origins of the poem Errantry (The Treason of Isengard p. 85): ‘It was.begun very many years ago, in an attempt to go on with the model that came unbidden into my mind: the first six lines, in which, I guess, D’ye ken the rhyme to porringer had a part.’ The reference is to a Jacobite song attacking William of Orange as usurper of the English crown from his father-in-law, James II, and threatening to hang him. The first verse of this song runs thus in the version given by Iona and Peter Opie in The Oxford Dictionary of Nursery Rhymes (no. 422):

    What is the rhyme for porringer?
    What is the rhyme for porringer?
    The king he had a daughter fair
    And gave the Prime of Orange her.

    The verse is known in several forms (in one of which the opening line is Ken ye the rhyme to porringer? and the last And he gave her to an Oranger). This then is the unlikely origin of the provender of the Merry Messenger:

    There was a merry passenger,
    a messenger, an errander;
    he took a tiny porringer
    and oranges for provender.”

    Ciao

  5. Annamaria ha detto:

    Grazie Norbert, io non so veramente che memoria tu abbia! Mi lasci sempre basita. Un abbraccio!

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