Christopher Tolkien su Le Monde: «Un circo Barnum su mio padre»

Christopher TolkienNon capita tutti i giorni di vedere ben cinque pagine dell’inserto culturale del prestigioso Le Monde dedicate a J.R.R. Tolkien! L’evento le meritava tutte: il numero del 7 luglio ha presentato ai lettori una lunga intervista a Christopher Tolkien, 87 anni, figlio dell’autore del Signore degli Anelli. Già di per sé è un piccolo evento: sono, infatti, oltre 40 anni che Christopher non rilasciava dichiarazioni in merito all’opera letteraria del padre. L’intervista, però, è destinata a far clamore, perché si fanno delle critiche esplicite a tutto quel che oggi gira intorno al nome Tolkien. Il silenzio è un capriccio? Sembra proprio di no, visto che Christopher, distinto inglese con un accento da alta borghesia trasferitosi nel 1975 nel sud della Francia con la moglie Baillie e i due figli, è anche l’esecutore letterario di tutte le opere del padre. È grazie a lui se i lettori hanno potuto conoscere molte delle opere inedite del Professore di Oxford, tra cui la monumentale History of Middle-earth, la Storia della Terra-di-mezzo, in cui sono pubblicati in maniera “filologica” molti dei manoscritti che sono alla base del Signore degli Anelli e del Silmarillion.

 

Il silenzio di Christopher Tolkien è dovuto a un altro motivo: il divario vertiginoso, quasi un abisso, che si è aperto ormai tra gli scritti di suo padre e il loro enorme successo commerciale, in cui egli non si riconosce. Soprattutto dopo la realizzazione dei tre film sul Signore degli Anelli da parte del regista Peter Jackson, tra il 2001 e il 2003, si è formato attorno all’opera di Tolkien una sorta di universo parallelo. È un mondo scintillante fatto di immagini, gadget, figurine, magliette, giochi da tavolo, che in parte mascherano o travisano lo scritto originale e lo rendono ormai un culto più che un romanzo serio. Per non parlare degli interessi economici da miliardi di dollari che vi sono legati, di cui la maggior parte non viene devoluta agli eredi, che vorrebbero invece essere attenti alla tutela e alla trasmissione dell’opera letteraria più che al mercato che vi è dietro. A pochi mesi dall’uscita del nuovo film sullo Hobbit, gli eredi si apprestano a fare una nuova crociata. «Dobbiamo alzare le barricate!», annuncia Baillie, moglie di Cristopher, e probabilmente in quest’ottica è stata rilasciata quest’intervista.

Articolo su Le MondeChristopher Tolkien da anni vive in Francia con la propria famiglia e si dedica incessantemente al recupero degli scritti inediti del padre, di cui è l’esecutore letterario. Egli ripercorre la complessa e tormentata questione legata ai diritti d’autore dei romanzi più famosi (che furono venduti nel 1969 per una somma che oggi appare irrisoria), che regolano allo stato attuale le relazioni tra gli eredi e la possibilità di sfruttamento del nome Tolkien e delle sue opere. Nel
2009, dopo una lunga vicenda giudiziaria, la Tolkien Estate ha ricevuto dalla produzione il 7,5% dei profitti, ma in cambio ha dovuto accettare di non compiere alcun intervento censorio sui prossimi film, tanto che nello Hobbit saranno introdotti e creati personaggi che Tokien non ha mai incluso, soprattutto femminili.

Un patrimonio che è stato il lavoro di una vita da parte di Christopher Tolkien, ma che è da alcuni anni è diventata anche la fonte di una certa «disperazione intellettuale». Perché in fondo, l’eredità di Tolkien è al tempo stesso la storia di una trasmissione letteraria da padre a figlio, e la storia di un malinteso. Le opere più conosciute erano solo un epifenomeno agli occhi del loro autore. Un piccolo assaggio del vasto mondo di Tolkien, ma il risultato è stato che hanno oscurato tutte le altre. Soprattutto, Il Silmarillion, il racconto dei tempi più antichi del suo universo, cui il professore di Oxford aveva lavorato tutta la via. E così ha fatto Christopher, che è riuscito a far pubblicare prima una selezione di queste storie (il Silmarillion, appunto), poi l’interro corpus di leggende della Terra-di-mezzo scritte dal padre, sotto il nome di History of Middle-earth.

 

– L’ARTICOLO DI LE MONDE: Tolkien e l’anello della discordia (di Raphaëlle Rérolle)

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4 Comments to “Christopher Tolkien su Le Monde: «Un circo Barnum su mio padre»”

  1. Gwindor ha detto:

    Battaglia persa in partenza. Ormai la realtà è quella che è e c’è poco da fare. Prendiamo il lato buono della cosa, ossia che una nutrita schiera di illuminati ha letto il libro dopo aver scoperto Tolkien con i film.

    • Daniela ha detto:

      Vero! Ebbene sì io, e mi cospargo il capo di cenere, sono una di quelli, non illuminata ma di sicuro lettrice di Tolkien dopo i primi due film della trilogia di ISDA. Hai ragione Gwindor oramai vale a nulla recriminare.

    • Mauro ha detto:

      E ti pare poco? Non che prima la Tolkien Estate fosse in miseria, ma da quando Jackson ha realizzato dei film ispirati alle opere del padre, Christopher ed i discendenti hanno visto aumentare le vendite di libri e merchandising autorizzato di vari ordini di grandezza.

    • Nak ha detto:

      Non capite che la recriminazione è più profonda. Il testi scritti, del Signore degli anelli e dello Hobbit (e del Silmarillion of course), sono stati l’origine di un immaginario collettivo che Tolkien ha costruito prima di tutto per se stesso sulla base di saghe epiche (come l’Edda) nel tentativo di creare qualcosa di alto, epico e profondo, intriso di filosofia, triste nella sua bellezza. Questa Terra di Mezzo desolata in cui i primigeniti lasciano il mondo portandosi seco poesia e incanto. Riuscendoci.

      Questo immaginario aveva delle caratteristiche ben precise: era poetico, epico, malinconico, sognante, filosofico e struggente. E triste, molto triste (anche se e a volte incredibilmente allegro).

      Dopo i film questo immaginario è stravolto: per dirne una, gli elfi sono caricature marziali che niente hanno di poetico e sognante (sembrano usciti da un video game, sono un videogame). Anche la loro “leggerezza” (il loro modo di burlarsi della gente che nel romanzo de Lo Hobbit emergeva all’arrivo del gruppo a Granburrone) non emerge mai.
      E dove sono la comprensione e la compassione di Gildor Inglorion che incontra Frodo nei boschi?

      Quello che è rimasto è film che rinuncia alla complessità sfornando una semplificazione parallela che non annoia i 15-25enni ma che nulla ha a che fare con la profondità dell’originale. Molto, moltissimo è azione, di introspettivo c’è poco e la tristezza è telefonata in una teenegerialistica storia d’amore (parlo di Arwen e Aragorn).
      Per non parlare della trilogia de Lo Hobbit che non è neanche degna di essere considerata.

      Io trovo che Cristopher abbia ragione a ricordarlo, ne va della dignità del mondo creato dal padre, in cui lui è cresciuto.
      E chi parla di soldi qui, e del fatto che i Tolkien ne abbiano presi, come pretesto per difendere i film non ha capito niente della posta in gioco.

      Ciao!

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