Tolkien e l’Italia: la recensione di Wu Ming 4

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Avevamo già annunciato l’uscita del volume Tolkien e l’Italia curato da Oronzo Cilli (Il Cerchio Editore, 2016) in un articolo che potete leggere qui. Ora eccovi una recensione ad opera di Wu Ming 4, socio fondatore Aist e noto scrittore del collettivo omonimo e soprattutto, in questa sede, autore di diverse pubblicazioni dedicate a J.R.R. Tolkien (oltre che di un romanzo Stella del mattino), l’ultimo dei quali Difendere la Terra di Mezzo in cui è riuscito brillantemente, come scrive lui stesso, a «divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien che sono soprattutto patrimonio della comunità degli studiosi e di renderli accessibili a una platea più vasta», oltre a presentare acute analisi su temi e personaggi delle opere di Tolkien. È per questo motivo che siamo lieti di proporre ai lettori una recensione di chi i libri li legge e analizza in profondità. Buona lettura!

TOLKIEN E L’ITALIA
Note sull’omonimo libro di O. Cilli, pubblicato dalla casa editrice Il Cerchio, con introduzione di G. De Turris
di Wu Ming 4

1. L’abito fa il monaco

Oronzo CilliIn alto compaiono il nome del primo autore, Oronzo Cilli, e il titolo TOLKIEN E L’ITALIA.
Subito sotto, con lo stesso font e dimensione, compaiono il nome del secondo autore, John Ronald Reuel Tolkien, e il secondo titolo, IL MIO VIAGGIO IN ITALIA, seguito da un sottotitolo: Diario inedito dell’agosto 1955.
Sulla costa del libro, idem come sopra: due autori e due titoli. La quarta invece è completamente in bianco.
Questa copertina contiene almeno tre informazioni false.
In primo luogo Tolkien non ha mai nemmeno immaginato di poter condividere a metà la copertina di un libro con uno sconosciuto.
In secondo luogo Tolkien non ha mai scritto un testo intitolato Il mio viaggio in Italia. Come si legge all’interno del libro stesso, il diario tenuto da Tolkien a cui si fa riferimento venne intitolato dall’autore “Giornale d’Italia” (in italiano).
In terzo luogo è falso che si tratti di un inedito, poiché è la traduzione del testo già comparso nell’opera di Ch. Scull e W.G. Hammond del 2006 J.R.R.Tolkien Companion and Guide (ma questo si apprende soltanto da una nota a piè di pagina 63). [1]
Voltata la copertina, si trova la prefazione dei già menzionati Scull e Hammond, i più pedissequi compilatori e cronologi dell’opera e della vita di Tolkien. Detta “prefazione” ammonta a ben quindici righe e si conclude con un ringraziamento a Oronzo Cilli «per avere dato un contributo così utile alla letteratura della bibliografia e biografia di Tolkien, da una particolare prospettiva italiana» (p. 5).
Tolkien e l'ItaliaPrima di arrivare al testo, il lettore si imbatte ancora nell’introduzione firmata da Gianfranco De Turris, il quale elogia il libro del suo pupillo perché lo conforta in quello che lui ha sempre sostenuto: «mi fa piacere che tutto questo lavoro confermi quanto ho scritto in varie occasioni e soprattutto nella mia lunga introduzione all’antologia di testi storico-critici ‘Albero’ di Tolkien (Larcher, 2004; ed. ampliata Bompiani, 2007)». Vale a dire: all’inizio degli anni Settanta i militanti dell’estrema destra italiana adottarono Tolkien, lasciato orfano e snobbato dall’intellettualità progressista, poiché sentivano con l’autore inglese «una profonda sintonia di idee, valori e sentimenti». Dunque «non esistette alcuna ‘strumentalizzazione della destra’», ma soltanto «vera empatia sin dalla prima lettura» (p. 11).
La vicenda è arcinota, scritta e riscritta in centinaia di articoli di giornale e alcuni libri, ma Cilli la ricostruisce con una quantità di fonti e citazioni frutto del suo lavoro certosino di collezionista. Come ogni ricostruzione anche la sua porta acqua al mulino di una tesi. De Turris in buona parte la anticipa, ma c’è dell’altro, come vedremo.
Nella conclusione De Turris non risparmia al lettore la stoccata contro «l’arroganza dell’intellettualità nostrana passata e presente» che parla «per partito preso e da un punto di vista ‘ideologico’». Sic.
E’ con questi buoni auspici che comincia finalmente il libro di Oronzo Cilli.

2. Il grano e il loglio

Tarantella puglieseLa ratio del libro Tolkien e l’Italia è l’associazione stessa tra i due termini che compongono il titolo. Qualsiasi collegamento – importante o effimero che sia – tra l’autore inglese e il nostro paese viene scandagliato indiscriminatamente, a prescindere dal peso che tale collegamento può avere o non avere avuto sui reali rapporti tra Tolkien e l’Italia.
Questo è vero soprattutto per la prima parte del libro, la più ridondante, dove l’autore – cedendo alla propria attitudine di collezionista tolkieniano – non pratica nessun lavoro di sintesi o di selezione e si lascia prendere la mano, raccontando cose che spesso oscillano tra l’irrilevante e il ridicolo.
Ad esempio quando racconta che Tolkien, negli anni Venti, prestò la voce per alcune registrazioni su vinile legate a un corso di apprendimento dell’inglese per italiani: le tipiche situazioni di dialogo, nelle quali, apprendiamo, Tolkien recitò le battute di un tabaccaio e di un radiofonico. Tamburo tarantella Oppure quando, partendo da un disegno realizzato da Tolkien nel 1914, «uno strano abbozzo di campane e lampioni danzanti dal titolo Tarantella» (p. 37), Cilli si lancia senza paracadute in un collegamento con il tarantismo pugliese, rintracciandolo perfino nel Signore degli Anelli, nell’episodio in cui il ragno gigante Shelob, ferito, arretra e si rintana, secondo Cilli compiendo «una danza rituale», ovvero un «rituale coreutico-musicale» (p. 38). O ancora quando riporta i passi di Hammond e Scull con gli elenchi di tutte le sedute della Oxford Dante Society; o la loro descrizione della permanenza di Tolkien a Venezia, con una profusione di dettagli che possono appassionare soltanto il feticista della ricostruzione biografica, interessato a cosa mangiò Tolkien nel tal ristorante, o al percorso che compì per raggiungere Piazza San Marco dal suo albergo.

Elio VittoriniIn mezzo a digressioni di questo tipo, poiché l’andamento del libro è cronologico, ci viene raccontato del primo rifiuto di Mondadori a tradurre Il Signore degli Anelli, nel 1955, per ragioni commerciali; e del secondo, quello di Vittorini, nel 1962, per ragioni letterarie, che rivela il pregiudizio di quella generazione di intellettuali verso la narrativa fantasy.
Tuttavia per imbattersi in qualcosa di davvero interessante, bisogna arrivare alla seconda parte del libro. Lì si ricostruisce l’arrivo del Signore degli Anelli in Italia alla fine degli anni Sessanta, il flop della prima edizione Astrolabio, il successivo rilevamento dell’opus magnum da parte di Rusconi, le questioni inerenti la traduzione e la curatela. Anche in questo caso la ricostruzione è maniacalmente minuziosa, ma almeno fa emergere un’evidenza utile.
Vittoria AlliataL’opera più importante di Tolkien (ma a Lo Hobbit non andò poi tanto meglio) subì in Italia fin dall’inizio una stratificazione di interventi. Partendo da una traduzione fatta da una ragazza alla prima esperienza, Vittoria Alliata di Villafranca, passando per la revisione di Quirino Principe, nonché per uno scambio epistolare con Tolkien – che oltre a non conoscere l’italiano, ebbe posizioni ambigue in merito alla traduzione dei suoi libri -, fino al particolare packaging riservato al romanzo da parte del gruppo di intellettuali che lo presero in carico, ciò che si produsse fu un bel guazzabuglio. Questo ci fa capire perché l’edizione italiana del Signore degli Anelli è quello che è, sia in termini di traduzione sia in termini di paratesti, e perché nel corso degli anni ha dovuto essere rattoppata a varie riprese. Leggendo questa parte del libro si esce rafforzati nella convinzione di quanto ci sarebbe bisogno, dopo mezzo secolo, di riprendere in mano quella materia da capo, con ben altro approccio, altra professionalità e maggiore conoscenza del testo e della poetica tolkieniana.

3. Capitani coraggiosi

Edilio Rusconi C’è anche una seconda considerazione che si può trarre dalla ricostruzione storica di Cilli.
Quando nel 1970 l’editore Rusconi prese in carico Il Signore degli Anelli, dopo che l’editore Astrolabio era riuscito a vendere appena poche centinaia di copie (e solo del primo volume), il romanzo entrò a fare parte di un progetto editoriale che aveva degli intenti precisi, illustrati dall’autore fonti alla mano. Edilio Rusconi era un liberal-conservatore cattolico, con qualche nostalgia monarchica, intenzionato a costituire un nuovo polo editoriale. Per farlo chiamò come direttore editoriale Alfredo Cattabiani che – nelle parole del suo amico Piero Crida – «vide avverarsi il suo non tanto segreto sogno: quello di dirigere una casa editrice orientata verso la tradizione, nel senso in cui la intendevano studiosi quali Guénon, Jünger, Evola, Coomaraswamy e altri similmente orientati. Cattabiani fu abile ad alternare, nelle scelte di pubblicazione, letteratura e saggistica a più ampio raggio, oltre a testi che più gli stavano a cuore, in un continuo esercizio di equilibrio» (p. 350). L’equilibrismo di Cattabiani si inserì così nel più vasto progetto culturale e commerciale di Rusconi, che voleva parlare in modo nuovo alle masse di lettori, soprattutto attraverso magazine nazionalpopolari come Gente, Gioia, Eva Express. Una visione strategica quella di Rusconi che lo avrebbe portato a investire anche nelle neonate tv private e a fondare Italia 1, la rete poi acquistata da Silvio Berlusconi, che si accingeva a costruire il suo impero mediatico. Rusconi fu un precursore di quel cambiamento antropologico che trovò il suo compimento negli anni Ottanta.

Edilio Rusconi 01Per questo capitano d’impresa, Cilli e De Turris spendono volentieri il termine di «coraggioso», riferendosi al fatto che pubblicando Il Signore degli Anelli contraddisse lo snobismo degli ambienti editoriali e accademici di allora nei confronti della letteratura fantastica. Secondo loro, pubblicare un romanzo fantasy, per di più di un autore conservatore cattolico come Tolkien, in quell’epoca in cui il dibattito culturale era estremamente condizionato da ciò che accadeva a sinistra (l’avanzata del PCI, le battaglie sindacali, le contestazioni studentesche, ecc..), sarebbe stato un grande gesto controcorrente, che sfidava l’egemonia culturale di ispirazione gramsciana-togliattiana.
Ebbene, questa immagine si basa su un equivoco fin troppo spesso reiterato e in cui fa comodo indulgere. Se negli anni Settanta gran parte degli ambienti culturali (editoria, università, salotti letterari) guardavano a sinistra, certo questi non rappresentavano la cultura dominante, cioè l’insieme delle opinioni prevalenti nella società, che influenzano il modo in cui si giudicano le cose. L’avversione che l’impostazione dell’editore Rusconi suscitava in certi ambienti colti progressisti si rifletteva solo parzialmente nel senso comune diffuso, che in quegli anni era in maggioranza quello nazional-cattolico, perfettamente incarnato dall’egemonia politica democristiana.
Uno dei numerosi elenchi che Cilli riporta nel libro è quello delle personalità a cui Rusconi inviò la primissima stampa del Signore degli Anelli, che consisteva in trecento copie numerate e fuori commercio. Si va dal presidente del senato Amintore Fanfani (DC) al presidente del Consiglio dei Ministri Mariano Rumor (DC); dagli industriali Alberto Pirelli e Remo Invernizzi all’arcivescovo di Milano Giovanni Colombo; passando per «magistrati, ministri, prefetti e uomini del mondo cattolico» (p. 179). Secondo quanto afferma Quirino Principe si trattò di un semplice «peccato veniale» (p. 341), ma è indicativo di quali fossero gli uomini di riferimento di Rusconi e Cattabiani: i reggenti della politica e dell’economia italiane di quegli anni, detentori del potere reale che raccoglieva il consenso della maggioranza silenziosa (non senza l’aiuto della strategia della tensione).

In definitiva il “coraggio” di Rusconi fu quello di chi offrì una nuova sponda al ceto dominante. E l’approdo di Tolkien in Italia ebbe un destino segnato sì dal conflitto ideologico di quel periodo, ma anche dall’essere stato inserito in un progetto che accettava senza indugi il terreno della lotta culturale in favore dell’ordine costituito. Così, suo malgrado, il vecchio professore, reduce di un’altra guerra, si ritrovò al fronte, preso in mezzo tra i tiri delle sentinelle del realismo socialista e la spinta di chi lo aveva arruolato suo malgrado in una battaglia che non era (mai stata) la sua.

4. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…

Campi HobbitAncora più interessante è la terza parte del libro, quella che ricostruisce la ricezione dell’opera di Tolkien nella cultura italiana degli anni Settanta, e che contiene una lettura della vicenda «da una particolare prospettiva italiana», per riprendere Hammond e Scull della prefazione.
Questo è il vero cuore del libro, dove si racconta di come in Italia Tolkien venne recepito dai movimenti alternativi, sia quelli della Nuova Sinistra sia quelli della Nuova Destra, in rivolta contro le vecchie istituzioni della cultura e della politica. Da una parte gli Indiani Metropolitani e il fantomatico Gandalf il Viola, che leggevano Tolkien alla stregua degli hippies americani, mentre irridevano la rigidità ideologica della sinistra storica e anche di tante formazioni minori; dall’altra parte i giovani missini dei Campi Hobbit e il “camerata elfo”, che volevano rompere con il nostalgismo e il tetro autoritarismo dei reduci repubblichini. Ognuno applicava l’opera di Tolkien alla propria contingenza storica e lo leggeva dalla propria angolazione, ma condividendo la stessa insofferenza verso le cariatidi e i sepolcri imbiancati che dominavano la società italiana.
Insomma, per usare una metafora calcistica: uno a uno e palla al centro.
Non solo. Cilli si premura di ricordare – sempre fonti alla mano – che una certa lettura politica destrorsa dell’opera di Tolkien non è una prerogativa italiana, ma trova riscontri anche in altri paesi.

Campi Hobbit 02E qui invece si potrebbe ricorrere al detto “mal comune mezzo gaudio”.
Conclude Cilli: «Alla fine resta la consapevolezza che il mondo di Tolkien non può appartenere a nessuno né tanto meno essere arruolato da questa o quella parte politica. Si può entrare e viverlo con le proprie idee e le proprie esperienze ma senza alcuna presunzione di esserne il centro né tanto meno di possederne le chiavi interpretative» (p. 262).

Benché quest’ultima sia una morale assai banale, in realtà svela le motivazioni profonde del libro Tolkien e l’Italia. La ricostruzione di cui sopra è funzionale a una visione conciliante e pacificatoria, dalla quale tutti escono assolti e tutti vengono mantenuti in gioco. Pace libera tutti.
Ciò è possibile soprattutto perché Cilli è attentissimo a non entrare mai nel merito dell’opera tolkieniana, il suo rimane il lavoro di un collezionista, di un bibliografo, di uno che fa parlare gli altri (oltre metà del libro è composta di citazioni). Pagine e pagine sul contesto e nemmeno una riga sul testo. Non si sconfina mai, nemmeno di un millimetro, nel territorio della critica letteraria o della poetica, si rimane in equilibrio sul margine esterno, collezionando pareri altrui, messi tutti sullo stesso piano in una sorta di grande melassa, o piuttosto cortina eretta per celare l’evidenza.
Se infatti è vero – oltreché scontato – che le interpretazioni di un’opera letteraria sono tutte legittime, è altrettanto vero che non sono tutte equivalenti, perché non tutte le interpretazioni si fondano su una metodologia di lettura seria e sull’onestà intellettuale.
In questo senso non c’è bisogno di sindacare sui sinceri sentimenti dei militanti di destra degli anni Settanta per rendersi conto di quale lettura sia stata imbastita dai loro intellettuali di riferimento. A partire dall’imbarazzante sproloquio di Elemire Zolla che da quasi mezzo secolo fa da introduzione al Signore degli Anelli, e che ribalta completamente la prospettiva tolkieniana, descrivendola come narrazione del “Male assoluto”.
Mistificazioni di questo tipo non appartengono soltanto al passato, sono proseguite fino a tempi recentissimi.

medioevo e fantasticoPer avere testimonianza di cosa sia la strumentalizzazione ideologica dell’opera di Tolkien basta dare un’occhiata agli scritti del mentore di Oronzo Cilli. Non necessariamente gli articoli che si trovano in oscure riviste dell’ultradestra, ma i paratesti delle stesse opere di Tolkien. Ad esempio l’introduzione di De Turris alla maggiore raccolta di saggi di Tolkien, Il medioevo e il fantastico (2004), nella quale la celebre immagine tolkieniana dell’evasione dal carcere della realtà – riferita alle fiabe e alla narrativa fantastica – viene spudoratamente trasformata in «evasione dalla modernità». In questo modo si mettono in bocca a Tolkien le idee di Julius Evola, filosofo di riferimento di De Turris, e anche di una parte dell’estrema destra transitata dai Campi Hobbit.

La caduta di ArtùOppure si potrebbe ricordare la postfazione a La Cadutà di Artù (2013), che si risolve in una excusatio non petita volta a giustificare la lettura simbolista dell’opera di Tolkien, senza nemmeno un accenno al fatto che Tolkien stesso giudicava problematico quel tipo di approccio e ne scrisse in più occasioni.
O ancora si potrebbe citare proprio il testo che De Turris rivendica in apertura del libro di Cilli, cioè la sua introduzione alla raccolta di saggi ideologicamente orientati ‘Albero’ di Tolkien (2004 e 2007). In quelle pagine la poetica tolkieniana viene riletta in termini di Tradizione contro Modernità, cioè ancora ricalcata sul pensiero evoliano, con il quale l’opera del cristiano Tolkien non ha proprio niente a che spartire. Così come Tolkien non avrebbe avuto niente a che spartire con almeno uno degli autori della suddetta raccolta di saggi curata da De Turris, quel Gianluca Casseri simpatizzante di CasaPound, passato poi alla ribalta delle cronache per l’assassinio a sangue freddo di due cittadini senegalesi e il ferimento di altri tre, in quella che è ricordata come la strage di Firenze del 13 dicembre 2011.
Non si ribadirà mai abbastanza: con tutto questo, Tolkien e la sua opera non c’entrano niente. Da tali ammiratori vanno salvati. E questa è l’unica pace possibile.
A tal proposito serve a poco fare notare che l’interpretazione ideologicamente destrorsa o tradizionalista dell’opera tolkieniana trova esempi marginali anche all’estero. La particolarità italiana è il fatto che tale lettura sia stata presa sul serio. In nessun altro paese certe letture farlocche sono state accreditate; di conseguenza non hanno potuto pregiudicare più di tanto la ricezione e il dibattito sull’autore. Questo aspetto – piaccia o no – pertiene alla particolare storia culturale e politica italiana.

5. De Profundis

Francesco Saba SardiLa terza parte del libro si conclude con un excursus sui film di Peter Jackson, sulla loro ricezione in Italia, e con una lunghissima, estenuante, rassegna di tutte le edizioni italiane delle opere di Tolkien, con raffronto delle differenze (perfino quelle nei colophon) tra una e l’altra.
C’è però un momento di involontaria ironia, quando si arriva alla traduzione e pubblicazione in Italia del Silmarillion e si incensa l’operato di Francesco Saba Sardi (1922-2012), «apprezzato traduttore» non solo del più celebre testo postumo tolkieniano, ma anche dell’epistolario, di Albero e Foglia e di altri scritti. L’effetto ironico nasce dal fatto che sulle sviste di traduzione di Saba Sardi gli appassionati di Tolkien si scambiano battute da anni. La più celebre viene proprio dalla traduzione del Silmarillion, dove «the Three», i Tre anelli elfici, in almeno due occorrenze diventano «l’Albero». Ma si potrebbe anche ricordare che nell’epistolario capita che l’Exeter College di Oxford (dove Tolkien studiò) diventi la città di Exeter (che si trova nel Devon). Per non parlare della resa della traduzione di Tolkien dall’antico inglese dei famosi versi 89-90 del poemetto La Battaglia di Maldon, intorno ai quali ruota Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm: da quella traduzione Saba Sardi ha fatto sparire un “non”, ribaltandone così il significato e rendendo contraddittorio il testo di Tolkien. E si potrebbe continuare a lungo.
Saba Sardi è anche uno degli intervistati dell’ultima parte del libro di Cilli, quella dove – tanto per cambiare – l’autore lascia parlare gli altri, anzi, i “protagonisti”. L’intervista a Saba Sardi è però alquanto striminzita e insulsa. In generale, a fronte di una grande elencazione di titoli, curriculum e onorificenze, a nessuno dei quattro “protagonisti” viene chiesto davvero conto di alcuna delle scelte fatte, che hanno prodotto traduzioni ed edizioni in perenne stato di rattoppo o ristrutturazione, o ancora paratesti inadeguati e fuorvianti.
Piero CridaCiò che però salta agli occhi è che gli intervistati ammettono candidamente di non conoscere poi così bene le opere di Tolkien. Quirino Principe, editor della prima edizione del Signore degli Anelli, che ha continuato a occuparsi dell’autore inglese per decenni, afferma di non essere uno specialista di Tolkien. Elena Jeronimidis Conte, traduttrice de Lo Hobbit, dice addirittura di preferire i film di Jackson ai romanzi, perché trova che Tolkien sia un autore ostico. Francesco Saba Sardi sostiene di avere realizzato, con le sue traduzioni, «opere di riscrittura», giacché lui era a sua volta «autore di opere letterarie», quindi poteva permetterselo; e questo forse per lui (requiescat in pace) avrebbe dovuto giustificare le licenze gratuite che si è preso, con annessi strafalcioni.
L’unico sincero appassionato di Tolkien sembra essere l’ultimo intervistato, Piero Crida, che però è l’autore delle prime copertine, quindi il meno responsabile di come è stata trattata la materia letteraria.

Oronzo CilliA conti fatti, queste interviste sono il degno suggello di un libro eclettico, frutto di un collezionismo compulsivo e di un lavoro certosino che vengono al tempo stesso ostentati e usati per fornire l’autoassoluzione a una compagine politico-culturale che tanto ha amato Tolkien quanto lo ha maltrattato. Una pretesa eccessiva anche per un superappassionato come l’autore, con già una carriera politica alle spalle (nonostante la giovane età, Oronzo Cilli è un ex-militante missino, ex-esponente di AN, poi del Popolo delle Libertà, ex-attaché di Gianni Alemanno). Perché la storia ci insegna che presto o tardi i nodi vengono al pettine, e non basta un po’ d’olio per scioglierli. I tempi sono maturi per un taglio netto.
Oronzo CilliIn conclusione si potrebbe tornare all’introduzione del libro e riascoltare la voce se non di un protagonista almeno di un testimone interessato, che ringhia contro «l’arroganza dell’intellettualità nostrana passata e presente, che non ha il minimo motivo di esserlo, né morale né culturale» (p. 12).
Parole che in un colpo solo fanno venire alla mente due immagini: quella del ministro Mario Scelba che inveisce contro il “culturame”; e quella della lingua che batte dove il dente duole.
E forse anche una terza: la più celebre copertina del vecchio giornale “Cuore”.

Julius Evola«Si assiste ad una negrizzazione, ad un meticciamento e ad un regresso della razza bianca di fronte a razze inferiori più prolifiche. Naturalmente, dal punto di vista della democrazia in un tale fenomeno non si trova nulla di male, al contrario. Si sa dello zelo e della intransigenza dimostrati negli Stati Uniti dai fautori della cosiddetta «integrazione razziale», la quale non può che favorirlo ulteriormente. Peraltro, costoro non solo propugnano la completa promiscuità razziale sociale e vogliono che i negri abbiano accesso libero a qualsiasi carica pubblica e politica (per cui, di rigore, ci si potrebbe aspettare, in avvenire, anche un presidente negro degli Stati Uniti), ma non hanno nulla da eccepire che i negri mescolino il proprio sangue con quello del loro popolo di razza bianca.»
Julius Evola, L’arco e la clava, 1957.

«Ma nelle ossa porto l’odio dell’apartheid; e più di ogni cosa detesto la segregazione o la separazione fra Lingua e Letteratura. E non mi interessa quale delle due voi possiate considerare Bianca.»
J.R.R.Tolkien, Discorso di commiato all’Università di Oxford, 1959.

[1.: nei ringraziamenti in fondo al libro si trova il nome del legale della Tolkien Estate, l’avvocato Cathleen Blackburn, a cui l’autore si dichiara grato “per la disponibilità e l’attenzione”. Una disponibilità davvero particolare se la Tolkien Estate, rinomata per la sua rigidità, ha accettato questa copertina ingannevole].

ARTICOLI PRECEDENTI:
Tolkien sotto l’albero: le strenne di Natale
Tolkien, gli esperantisti e il sonno di Omero

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Il Cerchio
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26 Comments to “Tolkien e l’Italia: la recensione di Wu Ming 4”

  1. Oronzo Cilli ha detto:

    Ringrazio ancora una volta Wu Ming 4 per aver dedicato del tempo a leggere e scrivere del mio libro. Noto che, eliminando circa 2/3 di testo riferiti a persone e fatti che nulla hanno a che fare con il mio libro (né tanto meno con chi scrive), si riportano 5 delle 440 pagine che ho scritto e ben 4 delle 6 scritte da Gianfranco de Turris. Eppure quando WM parla del libro trova prima una parte che “fa emergere un’evidenza utile” e trovi:

    “Ancora più interessante [che] è la terza parte del libro, quella che ricostruisce la ricezione dell’opera di Tolkien nella cultura italiana degli anni Settanta, e che contiene una lettura della vicenda «da una particolare prospettiva italiana», per riprendere Hammond e Scull della prefazione. Questo è il vero cuore del libro, dove si racconta di come in Italia Tolkien venne recepito dai movimenti alternativi, sia quelli della Nuova Sinistra sia quelli della Nuova Destra, in rivolta contro le vecchie istituzioni della cultura e della politica.”

    Ringrazio ancora Wu Ming 4 per il tempo che ha concesso ad uno sconosciuto che non ha ancora trovato il tempo per ricambiare la cortesia. E nel frattempo, per giusta informazione de tantissimi lettori di questo apprezzatissimo sito, riporto una recensione legata più al testo e ai temi da me trattati.

    http://tolkienitalia.net/wp/critica/recensioni/tolkien-e-litalia/

    • Finrod ha detto:

      concordo, bella recensione, personalmente mi ha convinto a comprarmi il libro, senza WM4 probabilmente non l’avrei fatto!

  2. Giovanni Costabile ha detto:

    Sinceramente mi sfugge il senso di questa recensione che da un lato afferma che il cuore del libro di Cilli è mostrare la trasversalità dell’opera di Tolkien e il suo prestarsi a diverse letture, cosa con cui peraltro il recensore non sembra concordare, dall’altro si lancia in appassionati tentativi di confutazione delle letture da destra, dimostrando quindi l’intransigenza di uno che Tolkien lo legge soltanto da sinistra per partito preso.
    Trovo insensato criticare le scelte di Cilli che ha voluto fare dell’esaustività il suo criterio di selezione, ed è un criterio, non dimentichiamolo, peraltro troppo spesso non considerato dai ricercatori nostrani mentre invece se il recensore come afferma conosce davvero gli studi esteri su Tolkien dovrebbe ben sapere che questi puntano all’esaustività e alla meticolosità fino ai minimi dettagli, come per fare un esempio la stimatissima Dimitra Fimi quando nel suo Tolkien, Race and Culture (che andrebbe letto e citato sulla questione razziale piuttosto di considerare come sufficienti a chiudere il discorso due citazioni prese a caso sul tema) riporta le tengwar di Tolkien ponendole a confronto con l’alfabeto alternativo inventato da uno studioso inglese del XVII secolo.
    Il libro di Cilli, con il suo criterio di esaustività e la sua imparzialità nel presentare una vicenda con il minor grado di presa in carico personale possibile, con il suo “far parlare i documenti”, è una proposta che del compito di rinnovare lo spirito e arricchire i contenuti della ricerca tolkieniana in Italia si prende carico in maniera assolutamente legittima e mi spingo a dire ammirevole, specialmente se si considera il fatto che di molti aspetti dell’opera e del pensiero e della vita tolkieniana ancora nel nostro paese non se ne è mai potuto parlare.
    Fermo restando che il Professore certamente non era comunista, e che le interpretazioni di destra non è esatto dire che all’estero vengano screditate in quanto tali, ma semmai su base dell’accuratezza intepretativa e ricostruttiva, mi sento comunque di dire a chi legge e a chi scrive: meno destra e sinistra e più Tolkien, grazie.

    • Paolo ha detto:

      A parte il fatto che è risibie il “meno destra e sinistra” finale…

      A parte questo, in ricerca esiste il principio di parsimoniosità. Far parlare le fonti non significa riportare TUTTO, quello diventa essere inefficienti.

  3. Gwindor ha detto:

    Lasciamo stare Saba Sardi.
    E’ vero che da anni ci si scambiano battute sui suoi errori — dovuti all’aver preso sottogamba un testo mai amato, peraltro, non certo a incompetenza — ma da altrettanti anni si resta ammirati di fronte a passaggi che pochi all’epoca e ancor meno oggi avrebbero potuto tradurre con un italiano così ricco e scelta di termini così sofisticata.

  4. Emanuele ha detto:

    Recensione bellissima, in linea con l’immane compito di “difendere la Terra di Mezzo” che si è assunto Wu Ming, che ringrazio da lettore. Finalmente qualche voce che si levi dal coro dei belanti che promuovono da anni questa visione di un Tolkien bacchettone e vagamente instupidito dal mondo moderno che lo circonda, come un vecchio zio che racconta storie bellissime, ma interdetto dalla capacità di amministrare le sue sostanze. Tolkien invece parlava chiaro nelle sue lettere e nei suoi contributi critici su quali erano i diritti dei lettori nell’applicare le sue storie (e non si dimostrava possessivo, gli va riconosciuto), ma anche su quale era il limite a queste operazioni, cioè quello di una metalettura che ne deformasse lo scopo e soprattutto il suo pensiero di autore. Il risultato finale è facilmente verificabile: il comunista maledetto e antidemocratico Wu Ming fa parlare Tolkien, mentre questi bonari pluralisti e veri democratici incompresi finiscono per parlare di se stessi e della loro “Rivolta contro il mondo moderno”.

  5. Adolfo Morganti ha detto:

    Fenomenale. Non potevo richiedere un assist migliore per il lancio del volume. Grazie di cuore.

    • Ad Olfatto ha detto:

      Morganti, questa recensione non le farà vendere una sola copia in più. Il libro lo comprerà chi lo avrebbe comprato comunque, mentre gli ignari potenziali acquirenti… beh, da oggi non sono più ignari! 😀

      • Finrod ha detto:

        la mia non era una battuta, di più non so, ma una copia in più, quella è sicura.

        • Ad Olfatto ha detto:

          E allora, come scriveva Morganti su FB (in un commento dove parlava del “quadruplice wuminchia che vomita comunismo”) “GRANDE SUCCESSO DI VENDITE”.

  6. Oronzo Cilli ha detto:

    Ricevere in poco più di due mesi le attenzioni di Wu Ming 4 su due miei libri mi lusinga alquanto e, allo stesso tempo, mi provoca un sincero disagio per il non aver ancora rimediato dare la giusta attenzione a ciò che egli ha donato alla letteratura tolkieniana. Ma sul mio terzo libro che recensirà, (lo farà giacché ormai lo annovero tra i miei lettori attivi), non mi farò trovare in fallo.

    Dopo la prima recensione (?) al testo che presenta scritti di studiosi come John Garth, Arden Smith e Patrick Wynne, che si apriva con l’ammissione dello stesso Wu Ming 4 di scrivere “all’ombra di un pregiudizio culturale” nei miei confronti, cosa mi sarei dovuto aspettare?

    Pemetto che so quanto il pensiero di WM4 non corrisponda a quello di molti soci dell’AIST, di cui apprezzo cultura e onestà intellettuale, ma nel senso di pluralità, ringrazio l’AIST per aver pubblicato il pensiero di un suo socio, che come ben rileva la stessa, è “autore di diverse pubblicazioni dedicate a J.R.R. Tolkien, l’ultimo dei quali “Difendere la Terra di Mezzo” in cui è riuscito brillantemente, come scrive lui stesso [Cicero pro domo sua], a «divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien che sono soprattutto patrimonio della comunità degli studiosi e di renderli accessibili a una platea più vasta», oltre a presentare acute analisi su temi e personaggi delle opere di Tolkien.” Sottolineo quel “Divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien”. “Alcune”. Perché è bene tenere a mente, nella lettura del socio AIST, che alla base vi è una scelta compiuta dallo stesso su ciò che merita di essere divulgato e ciò che va consegnato all’oblio. Chiaramente ciò che decide lui è Verbo e merita di essere proclamato Urbi et Orbi e così è se vi piace.

    Passo ora allo scritto di WM4 che questo sito propone “lietamente” perché lui i “libri li legge e li analizza in profondità”. E mai come in questo caso si è davvero toccata la profondità!

    Il WM4, parte affermando che:

    Primo: “Tolkien non ha mai nemmeno immaginato di poter condividere a metà la copertina di un libro con uno sconosciuto”. Però diventare, assieme alla sua famiglia, addirittura protagonista di un romanzo, quello sì, se poi a scriverlo è stata la mano del noto WM4 nel 2008. Si badi, non una biografia, ma un romanzo nel quale Tolkien, sua moglie e altri si muovono, parlano e pensano (Tolkien è citato 137 volte e sua moglie Edith, altre 50, come indica la ricerca sul pdf). Un lavoro molto probabilmente autorizzato dalla famiglia Tolkien, con la quale WM4 ha sicuramente mantenuto una lunga corrispondenza per conoscere abitudini e pensieri del professore di Oxford. Sai quale onore per la famiglia Tolkien vedere i propri cari protagonisti di un siffatto romanzo! Ma lì, il discorso cambia e “tutto va bene, madama la marchesa”! (Si metta a verbale che non utilizzo come titolo nobiliare il baronale, per non essere accusato di apologia evoliana.)

    Secondo: “Tolkien non ha mai scritto un testo intitolato Il mio viaggio in Italia”. Infatti, il titolo riporta una frase scritta di Tolkien e che ho riportato a pagina 66 del libro – all’attento e profondo lettore questa è sfuggita! – annotata durante la visita sull’isola di Torcello nell’agosto 1955. È possibile riportare una sua frase o è peccato? Che abbia poi chiamato il suo diario “Giornale d’Italia” il lettore lo legge nel libro. Senza trucco e senza inganno.

    Terzo. “È falso che si tratti di un inedito”. Mi spieghi l’estensore se quel testo è stato “edito, cioè non ancora pubblicato, non divulgato per mezzo della stampa” (santo vuol essere il dizionario Treccani on line) in ITALIA. Ripeto, per i residenti oltre oceano, ITALIA. Ha per caso letto di una mia vanteria su una scoperta eccezionale e inedita nell’intera galassia? Non credo se, come poi ammette lo stesso “attento e profondo” lettore, lo spiego a pagina 63. Resta, che in ITALIA fino alla pubblicazione nel mio libro, il testo era inedito.

    Dopo aver vivisezionato la copertina, come ogni attento e profondo lettore fa, finalmente WM4 apre il libro e che ci trova? La Prefazione di due autori che egli stesso definisce “i più pedissequi compilatori e cronologi dell’opera e della vita di Tolkien”: Scull e Hammond. E come la definisce? Di “ben quindici righe” che forse, per chi scrive fiumi di tutto per non dire nulla, non meritavano di essere inserite. Perché è possibile dire tanto anche in solo venti righe (non 15, come erroneamente contato dall’attento e profondo lettore). Ma WM4, che fa? Di quelle “15 righe” cita solo l’ultimo passaggio, il ringraziamento «per avere dato un contributo così utile alla letteratura della bibliografia e biografia di Tolkien, da una particolare prospettiva italiana» (p. 5). Ritenendo di poco conto ciò che i due, non sconosciuti, riferendosi alla loro monumentale opera di ricerca e al prosieguo da parte di altri studiosi – non “difensori” – scrivono che la loro “speranza e questa con¬sapevolezza sono state entrambe soddisfatte, non da ultimo, da Oronzo Cilli in Tolkien e l’Italia”. E che anche dopo il loro immane lavoro, il sottoscritto, “tuttavia, è andato diligentemente alla ricerca della storia delle opere di Tolkien pubblicate in Italia, e con un’ampiezza e una profondità ammirevole ha scavato in aree di archiviazione mai esplorate prima”. Cose di poco conto per chi frequenta i piani alti. Per un appassionato collezionista “compulsivo” e per giunta sconosciuto, vuol dire tanto se a scriverlo sono “i più pedissequi compilatori e cronologi dell’opera e della vita di Tolkien”.

    E qui mi lascio prendere la mano pensando a quanto bella è la nostra lingua se alla stessa parola, riferita a qualcosa o a qualcuno, assume un significato diverso come nel caso di “profondità” che in base alla situazione può riferirsi a “chi tocca il fondo” o a chi compie un’azione con “serietà”.

    Ora, se Scull e Hammond non avessero citato due paroline che hanno illuminato lo sguardo dell’attento e profondo lettore, con molta probabilità la prefazione sarebbe stata ignorata: particolare prospettiva. E, infatti, su quelle due semplici parole che segnano la differenza tra chi state leggendo ora e chi avete letto prima. Tra chi sceglie brillantemente (se l’è detto da solo) di «divulgare alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien» e chi sceglie di ricostruire una storia con tutto ciò che può servire a un lettore per farsi una propria idea di come le cose sono veramente andate. Di chi prende pezzi di discorso per tracciare una propria tesi e chi cerca di presentare le cose in modo obiettivo e non di parte. Di chi scrive per se stesso e per il proprio “brillamento”, e chi per i lettori e, nel caso del mio libro, per chi vuol approfondire con nuove e magari più approfondite ricerche. È in quest’ultimo passaggio che sta il senso della prefazione di Scull e Hammond.

    Ma WM4 sceglie di citare l’ultimo passaggio perché contiene la frase «da una particolare prospettiva italiana», dimenticando che chi l’ha scritta non ha, per fortuna, la visione ideologica di taluni italiani (una è inglese e l’altro è americano) e che alla parola “prospettiva” gli assegna un significato diverso. Ma per WM4, che ben conosce la differenza, questo poco importa, perché alla fine è funzionale alla tesi che esporrà in seguito per criticare, non il testo in sé, ma la sua introduzione. Non a caso in un articolo dove si tira in ballo tutto e di più, l’attento e profondo lettore cita 9 pagine del libro e di queste 5 delle 400 scritte dal sottoscritto, e ben 4 delle 6 scritte da Gianfranco de Turris. Perché è questo il cuore del suo scritto e che, con una certa onestà intellettuale, avrebbe meritato un titolo diverso a quanto scritto. Anziché “Tolkien e l’Italia: la recensione di Wu Ming 4” (che serve più ai motori di ricerca), un “Wu Ming 4 sull’introduzione di Gianfranco de Turris a ‘Tolkien e l’Italia’”.

    Un’introduzione che stanca e ruba tempo all’attento e profondo lettore al punto da arrivare a fargli scrivere “E’ con questi buoni auspici che comincia finalmente il libro”. Finalmente… chi non ha ancora letto il libro, avrà pensato a un’introduzione di quelle che occupano fiumi di pagine. E qui mi viene alla mente il libro “Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm” di Tolkien pubblicato da Bompiani composto di 108 pagine e di queste 26 con un saggio di Tom Shippey (noto perché pubblicato nel 1991), 62 con i due testi di Tolkien (di cui 26 del testo già pubblicato in “Albero e foglia” nel 1976, e 14 della traduzione di de Turco pubblicata per la prima volta l’anno precedente), 13 pagine bianche (magari per scrivere una nuova versione della Battaglia di Maldon!) e 14 pagine d’introduzione del curatore: WM4.

    E invece l’introduzione di de Turris consta di ben… udite udite.. 5 pagine spalmate su 6, in un libro formato 17×24 e di 444 pagine!

    Sei pagine sulle quali si forma tutto il pensiero dell‘attento e profondo lettore. E sì, perché de Turris mi elogia il “suo pupillo” (e detta a de Turris che ha problemi di vista, si legge una brillante ironia… ma non è questo il caso), e non riconosce il lavoro di ricerca e costruzione di una storia da sempre lasciata al pressappochismo di chi non voleva far ricerca sulle fonti primarie, ma si è limitato a questa o quella notizia di terza mano utile però alla propria visione e tesi.

    E dopo “l’estenuante” lettura, per WM4 “Galeotto fu l’introduzione e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante”, citando non a caso Dante.

    E così, finalmente WM4 arriva al mio lavoro. Lo annoia la prima parte in cui scrivo, ad esempio, del Linguaphone, il corso di lingua inglese che conteneva due registrazioni di Tolkien e venduto in Italia durante il periodo fascista, lo stesso che difendeva l’italianità – al limite anche del ridicolo – di qualunque cosa, lingua in primis. Oppure di un riferimento a un disegno di Tolkien del 1914 intitolato “tarantella” (nome tipico angloterrone parlato nelle zone meridionali della Pugliashire!), riportando una similitudine anche con Shelob nel Signore degli Anelli, scritta in un suo lavoro da Annarita Zazzaroni della “sconosciuta” Università Complutense di Madrid, che però è una delle più antiche e prestigiose università spagnole. E tante altre informazioni. Come i riferimenti di Tolkien nei testi accademici degli anni Trenta e Quaranta alla luce anche di chi sosteneva fino a pochi mesi fa che il professore di Oxford era ignorato ed escluso dal mondo accademico italiano. Ma no, quella è fuffa inutile per chi cerca la ciccia!
    E così, la ricostruzione della partecipazione di Tolkien, per dieci anni (non 2 settimane) alle riunioni della Dante Society di Oxford? Per WM4, poca cosa raccontare delle riunioni di un cenacolo oxoniense che esaltava il più grande italiano e che era composto di poco più di dieci persone e tra questi, oltre Tolkien, due italiani e un tizio di nome C. S. Lewis. E persino il testo, inedito in Italia, che introduce il discorso tenuto da Tolkien in una di queste riunioni sulla lusinga in Dante. Robetta, direbbero chi ha frequentato le scuole alte. Ma stiamo scherzando? Meglio la cronaca degli incontri di un gruppo di pseudo rivoluzionari in un bel box nella periferia più periferica.

    E poi la chicca… Per Wu Ming 4, avrei dovuto riportare il diario che Tolkien tenne durante il suo viaggio in Italia eliminando tutte le informazioni che a suo dire possono interessare “soltanto il feticista della ricostruzione biografica, interessato a cosa mangiò Tolkien nel tal ristorante, o al percorso che compì per raggiungere Piazza San Marco dal suo albergo”. Allora, Tolkien non avrebbe mai immaginato di associare il suo nome a uno sconosciuto, ma fare dei tagli a dei dettagli che lui stesso ritenne opportuno annotare, quello sì, lo avrebbe approvato. Ma sempre se a farlo fosse stato un attento e profondo scrittore. Altra frivolezza per WM4 è l’aver ricostruito con documenti – mai accaduto prima in Italia – il diniego della Mondadori a pubblicare Tolkien in Italia e per ben due volte. Nel 1955 e nel 1962. Quella parte, WM4 la liquida in poche battute, giusto per far capire che “io il libro l’ho letto veramente”.

    Digressione: sulla scelta di cosa mettere o togliere nei miei prossimi lavori, ho in mente di creare un app. dove inserirò tutte le parti del futuro libro e il lettore, guidato dal tutor WM4, sceglierà come assemblarsi il volume, che gli arriverà a casa stampato assieme a una bottiglia di vino rigorosamente sud americano.

    Andiamo avanti con la seconda parte del libro che per WM4 è “davvero interessante”, ma non lo è nella ricostruzione, anche questa assolutamente inedita, della pubblicazione con Astrolabio del 1967 (altri 30 documenti inediti che si aggiungono ai 20 della Mondadori), ma per l’arrivo in Rusconi.

    E qui si conferma l’intento di WM4, liquidare le prime cento pagine in fretta e furia senza mai citare una pagina, dico una, o soffermarsi su quanto scrisse ad esempio Elio Vittorini di Tolkien (una vera chicca!), per arrivare subito al cuore che di certo non è quello del libro.

    Il cuore, nel discorso di WM4, è quello che va dal 1970 al 1981. Stop. Il mondo attorno a Tolkien in Italia, inizia e termina lì. Tenendo ingabbiati chi visse quel periodo e chi si dispera per non averlo vissuto.

    E su quel decennio, WM4 si sbizzarrisce e dedica fiumi di parole come se ne fosse stato un protagonista attivo. Eppure, la “maniacale e minuziosa” ricerca del collezionista sconosciuto e compulsivo (il sottoscritto), di lui non ha mai trovato traccia. Se non dai film di Peter Jackson e con il grado di “difensore della Terra di Mezzo”. Cosa che Tolkien avrebbe approvato e sostenuto di certo.

    Per chi vi sta scrivendo, quello fu un decennio che appartiene alla storia, e la mia ricostruzione fatta di documenti (come lo stesso WM4 ammette), testimonianze, opinioni e tesi espresse allo stesso modo dai protagonisti che in quegli scelsero di vivere la propria freschezza (autocensuro la parola “giovinezza” per ovvi motivi) negli ambienti che l’ottocentesca definizione chiama destra e sinistra, punta a quello. Consegnare quello che si è detto e fatto alla storia, strappandolo di mano a chi vorrebbe ancora utilizzarle per qualcosa di diverso. Come spiego nel mio libro, quella stagione in realtà si è chiusa dopo l’uscita della Compagnia dell’Anello nel 2002 ed è ora che, carte alla mano, il lettore di oggi sapesse cosa scrivevano di Tolkien intellettuali, politici e sindacalisti in quegli anni.

    Nel testo di WM4 sono accusato prima di dar man forte alle tesi di de Turris, poi che mi lascio a conclusioni banali quando cerco di mostrare che “ognuno applicava l’opera di Tolkien alla propria contingenza storica e lo leggeva dalla propria angolazione, ma condividendo la stessa insofferenza verso le cariatidi e i sepolcri imbiancati che dominavano la società italiana”. E quindi, la mia tesi, sempre secondo WM4, è “la ricostruzione è funzionale a una visione conciliante e pacificatoria, dalla quale tutti escono assolti e tutti vengono mantenuti in gioco. Pace libera tutti.” Prima sarei il pupillo di de Turris perché “lo conforta in quello che lui ha sempre sostenuto”, poi conciliante e pacificatore. Il tutto perché non spiego dove stavano i cattivi e dove i buoni, ma mi limito a dire che forse nessuno poteva, e può, scegliere da che parte stare. Perché o si sta dalla parte di Tolkien, e sappiamo cosa pensasse di questi comportamenti (TUTTI, nessuno escluso) o si sta in un altrove che con lui non ha nessun legame.

    Inoltre, per WM4 scrivo “Pagine e pagine sul contesto e nemmeno una riga sul testo”. Anche se nel testo entro nel merito della traduzione italiana del Signore degli Anelli e dello Hobbit, storicizzandola e sfatando storie di quarta mano, il mio libro non ha quell’intento, ma ricostruire il legame tra Tolkien e il nostro paese e la sua storia editoriale. Cosa che sembra aver capito lo stesso W subito dopo quando scrive “Non si sconfina mai, nemmeno di un millimetro, nel territorio della critica letteraria o della poetica, si rimane in equilibrio sul margine esterno, collezionando pareri altrui, messi tutti sullo stesso piano in una sorta di grande melassa, o piuttosto cortina eretta per celare l’evidenza”. Entrare nella poetica e nella critica letteraria? Eppure il mio libro, ripeto, è una ricostruzione storica che ha, come punto di forza, proprio la ricchezza di documentazione di cui tantissimi, WM4 compreso, ne ignoravano l’esistenza. Poi, a quale evidenza si riferisca WM4 l’ho già spiegata ed è del tutto nata e partorita nella sua testa.

    Lascio stare la ricostruzione sugli scritti passati di de Turris che mi confermano solo l’idea di un titolo sbagliato dato allo scritto di WM4 e di una diatriba che va oltre il mio libro.

    Concludo (ed era ora, dirà qualcuno di Bologna).

    WM4 è come chi un tempo, sulle piazze pubbliche, vendeva rimedi che decantava come miracolosi o come quelli che, alle feste patronali, riempiono di parole l’ignara signora affinché sappia che loro, e solo loro, dispongono, del miglior prodotto sul mercato. La sua è una finta recensione nella quale ha volutamente ignorato tutto ciò che lo stesso WM4 fino alla lettura ignorava (e non lo ammetterà mai), dalla ricerca documentale (che ha riconosciuto in un passaggio ma solo per ricondurla alla maniacalità e irriderla) che nessuno, né tanto meno lui, ha mai compiuto. Facendo fugaci accenni, e solo per rendere più bianco il fumo delle parole, a 340 pagine delle circa 440, riducendole a cose di poco conto, e portando a far credere a chi non ha letto il libro che le 100 pagine restanti siano in realtà un complotto letterario per continuare ad alimentare la lettura politica di Tolkien. Ed è completamente falso. In quelle pagine il lettore trova le testimonianze dirette dei protagonisti con puntuali riferimenti. L’apparato documentale è curato in ogni dettaglio a supporto di ciò che ho scritto e di chi intende proseguire le ricerche o verificare. Cosa che non ho trovato sfogliando volumi che avevano la presunzione di spiegare il “suo” Tolkien è quello vero. Perché lì l’autore aveva la presunzione di chi pensa che al lettore basti la sua “parola”, la sua attendibilità, la sua notorietà. Anche quando la citazione riportata è presa a metà, perché l’altra discorda con la propria visione, o la tesi era stata esposta prima da qualcun altro e sta male dirlo al lettore. Questo è giustificato per chi “divulga alcune tesi e punti di vista sull’opera di Tolkien” e non per chi fa ricerca approfondita e documentata. Io non ho voluto prendere in giro il lettore con il sentito dire o i si narra. Riporto documenti che non possono essere smentiti. Ed è forse per questo che si è scelto di non entrare nel merito di nulla se non nella parte funzionale alla propria tiritera. E quindi, si scrive del mio interesse per la politica, comune a tantissimi italiani, WM4 compreso, iniziato nel 2004 (io sono del 1977) e concluso nel 2013. Citando due partiti che hanno governato, nel bene e nel male, questo paese e inserendo, affinché le vacue parole potessero rafforzare l’inesistente tesi, movimenti e persone che non ho mai frequentato e conosciuto. E così WM4 doveva trovare il modo di toccare la profondità tirando in ballo, così come fa negli articoli in rete su Tolkien, Julius Evola, così come qualche trasmissione pseudo-scientifica fa, tirando dentro ogni puntata gli Ufo e i Templari. L’altro è de Turris, ma c’è abbondantemente, e stranamente manca Furio Jesi.

    In ultimo, chiedendo scusa a chi, leggendomi, ha potuto dar fastidio una certa mia ironia. Ma è l’unico modo serio con cui ho creduto di rispondere a chi mi appella come: bugiardo; sconosciuto; collezionista compulsivo (detto poi da chi definisce il suo lavoro “brillante”!); pupillo; ex-attaché; che pratica nessun lavoro di sintesi o di selezione e si lascia prendere la mano, raccontando cose che spesso oscillano tra l’irrilevante e il ridicolo; feticista della ricostruzione biografica; [che compie un] lavoro certosino che viene al tempo stesso ostentato e usato per fornire l’autoassoluzione a una compagine politico-culturale.
    Confesso, mi ha fatto anche una leggera pena e mi ha ricordato il mio amico Antonio, detto Ninuccio, e di quando non lo coinvolgevamo nelle nostre partite al pallone per strada. Non era per razzismo, ma perché nessuno lo voleva in squadra per via del suo abbonamento a fare autogol e il non voler sentire gli altri, oltre alla naturale chiara incapacità con la palla. E così, a fine partita ne aveva una per tutti “quello ha le gambe storte”, “l’altro ha la testa a uovo”, “Tizio ha paura di me”, “Caio sa che io sono il più forte”, “Sempronio chi si crede di essere? Virdis? e così via e tornando a casa convintosi di essere davvero il più forte e che nessuno poteva batterlo. Ninuccio, all’epoca, aveva 14 anni e oggi, che ne ha 40, ride con noi di quanto fosse infantile quel suo atteggiamento.

    P.S. Ho comprato on line i testi di WM4 perché devo ricambiare la cortesia e l’attenzione. Li leggerò con attenzione. Non l’ho fatto prima solo per una questione di tempo. Avevo sfogliato “difendere la Terra di Mezzo” in una libreria Feltrinelli con l’intento di acquistarlo anche in funzione di questo mio libro. Purtroppo, all’interno la parte documentale non l’ho ritenuta interessante giacché presente in tanti altri libri in precedenza pubblicati. Ora lo leggerò con attenzione e profondità. Così come leggero il romanzo, sul cartaceo, il suo “Stella del Mattino”, perché anche se qualcuno lo ha definito “malloppo di fesserie dentro una copertina ( https://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2010/06/14/wu-ming-4-federico-guglielmi-stella-del-mattino-ovvero-un-malloppo-di-fesserie-dentro-una-copertina/ ), non ho bisogno di chi divulga alcune tesi e punti di vista per farmi comprare o meno un libro.

  7. Folpetto ha detto:

    Buonasera, vorrei un chiarimento su uno stralcio di questa recensione, più precisamente su questo:

    “L’opera più importante di Tolkien (ma a Lo Hobbit non andò poi tanto meglio) subì in Italia fin dall’inizio una stratificazione di interventi. Partendo da una traduzione fatta da una ragazza alla prima esperienza, Vittoria Alliata di Villafranca, passando per la revisione di Quirino Principe, nonché per uno scambio epistolare con Tolkien – che oltre a non conoscere l’italiano, ebbe posizioni ambigue in merito alla traduzione dei suoi libri -, fino al particolare packaging riservato al romanzo da parte del gruppo di intellettuali che lo presero in carico, ciò che si produsse fu un bel guazzabuglio. Questo ci fa capire perché l’edizione italiana del Signore degli Anelli è quello che è, sia in termini di traduzione sia in termini di paratesti, e perché nel corso degli anni ha dovuto essere rattoppata a varie riprese. Leggendo questa parte del libro si esce rafforzati nella convinzione di quanto ci sarebbe bisogno, dopo mezzo secolo, di riprendere in mano quella materia da capo, con ben altro approccio, altra professionalità e maggiore conoscenza del testo e della poetica tolkieniana.”

    Come mai questa traduzione così “pessima” dura da 50 anni ormai e non è stata mai rivoluzionata? E, visto che risulta così terribile al recensore, a quando l’onore di una traduzione curata da WM4?

    • Ad Olfatto ha detto:

      Ma forse la traduzione non risultava terribile solo al recensore, se, come c’è scritto, «nel corso degli anni ha dovuto essere rattoppata a varie riprese».

      L’elenco degli errori di traduzione forma un pdf di 42 pagine

      http://www.jrrtolkien.it/wp-content/uploads/2013/01/erroriSdA.pdf

      • Ad Olfatto ha detto:

        E questi sono solo gli errori ancora presenti dopo l’ultima revisione.

        • Folpetto ha detto:

          “Nel corso degli anni ha dovuto essere rattoppata a varie riprese”. Ma forse la traduzione non risultava terribile solo al recensore, se, come c’è scritto, «nel corso degli anni ha dovuto essere rattoppata a varie riprese». Vero, la critica è giusta. ma è necessaria una alternativa. Quello che intendevo io è questo: perchè non si occupa lui di una nuova traduzione integrale del testo? i rattoppi non sono una soluzione. ma ero curioso di sapere se lui avesse una sua proposta sostitutiva da proporre. Per quanto ne so non c’è stato nessun altro team di traduttori che si è cimentato nell’impresa. IL mio non è un difendere a spada tratta il lavoro della Alliata, ma la ricerca di una nuova vera traduzione. la mia non vuole essere una polemica nei confronti di WM4. Solo infastidito dal disprezzo per una traduzione che nel bene e nel male ha fatto sognare i lettori fino ad oggi, tutto qui.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Non potrei mai farlo, dato che non sono un traduttore professionista. E non disprezzo la traduzione vigente, ne vedo semplicemente i limiti. Qualche giorno fa durante un’intervista, mentre parlavo del rapporto tra paganesimo e cristianeismo in Tolkien, ho citato le due famose occorrenze del termine “heathen”, cioè pagano, nel discorso di Gandalf, che sono rivelatrici di qualcosa. Appena finita l’intervista mi sono ricordato che nell’edizione italiana quelle due occorrenze non ci sono e avrei dovuto dirlo. E’ soltanto un esempio tra i tanti.
            Ogni volta che leggo il Prologo del SdA e mi imbatto nell’Assemblea Nazionale hobbit, mi viene in mente Danton anziché il Vecchio Took.
            Più in generale credo che ci sarebbe bisogno di una ventata d’aria fresca, di qualcuno che dopo quasi mezzo secolo si prendesse la briga di cimentarsi nell’impresa con le competenze necessarie. Questo vale anche per altre opere, non solo per il SdA, ma certo l’opus magnum è quello che fa tremare i polsi per la mole e la complessità.

  8. niggle ha detto:

    Insomma mi state dicendo che devo imparare (bene) l’inglese? Ahi.

  9. zelea ha detto:

    Divertente questa recensione. Passano gli anni e le teste restano sempre le stesse. Si cercano, si trovano, si inventano mille appigli per far stare in piedi la propria tesi figlia evidente del pregiudizi.Che piaccia o no il libro di Cilli è scritto bene e di piacevole lettura, assume quasi la struttura di un romanzo nel suo un percorso cronologico, dando vita ad un filo rosso che ci conduce alla rilettura della storia culturale e politica del nostro paese per almeno un trentennio. La scorrevolezza dello scritto non è però ottenuta a scapito della precisione e del necessario rigore argomentativo; per fortuna non siamo di fronte ad un saggio romanzato alla Saviano, ma ad un’opera ove ogni affermazione o citazione trova preciso riferimento bibliografico in un significativo apparato di note, che, con le oltre 100 della bibliografia, offre materiale di enorme utilità a chi voglia approfondire la figura dell’autore inglese.
    Il recensore, con toni da subito acidi a testimonianza di solo malanimo verso autore ed editore, muove mille appunti al povero Cilli ignorando i molteplici sensi del libro, tra cui la documentata ottusità della sinistra italiana, soprattutto quella marxista, verso Tolkien, fino a mettere insieme scombiccherati paragoni di citazioni da Evola e Tolkien scelti palesemente ad cavolum canis con una sfrontatezza imbarazzante. Insomma, passano gli anni, ma siamo sempre ad Elio Vittorini, ai suoi Uomini e No. Noi siamo gl uomini, chi come noi non la pensa i non uomini. Cilli pare che sia stato di Alleanza Nazionale, per di più pubblica con una casa editrice con odore di zolfo, e tanto basta per dedicare migliaia di caratteri per stroncare il libro. Passano i decenni e le teste restano, appunto, sempre le stesse. A si riprende il testimone da Goffredo Fofi (“credo che sia stata un’avversione per Tolkien quando è venuto fuori che c’erano questi campi Hobbit paramilitari per poco simpatici giovani fascisti. All’inizio però non era così. Allora c’erano molti miei amici di sinistra che l’avevano letto”) o da Natalia Aspesi (presto giungerà nelle sale “The Lord of the Rings, famosa saga fantasy, un po’ naziskin, scritta dal filologo inglese J.R.Talkien (sic) che, data la sua passione per la mitologia celtica, entrerà certamente nelle scuole formigonbossiane della Lombardia come testo base di storia patria”. Credo che Cilli se ne sia già fatta facilmente una ragione.

    • Ad Olfatto ha detto:

      Dunque era zolfo?

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Scriverla è stato divertente quanto leggerla.
      Il bello è che il libro del “povero Cilli” non documenta chissà quale ottusità della sinistra italiana su Tolkien. C’era da immaginarsi ben di peggio a fronte di quanto è sempre stato decantato. Anzi, nella ricostruzione di Cilli il fantomatico anatema marxista contro Tolkien emerge assai ridimensionato. Si trova piuttosto snobismo per il fantasy, sciatteria, errori di valutazione dettati dal pregiudizio letterario, e anche qualche scomunica, sì, ma non così schiacciante o autorevole da essere sbandierata come è stato fatto per anni. Per di più il libro documenta come una parte della Nuova Sinistra – quella creativa, quella alternativa, nata negli anni Settanta – ebbe grande apertura e apprezzamento per Il Signore degli Anelli. Viene da pensare che la vulgata sulla censura comunista contro Tolkien sia stata gonfiata dagli stessi che la denunciavano. Del resto, non sarebbe la prima volta che viene fatto notare, il sospetto è già stato avanzato e non proprio ieri. Il libro di Cilli conforta questo presentimento.

      Quanto agli “scombiccherati paragoni di citazioni da Evola e Tolkien” sono stati scelti per l’effetto di contrasto che producono nei confronti di chi, appunto “con una sfrontatezza imbarazzante”, pratica da anni l’accostamento tra i due autori. La cosa non sarebbe stata necessaria se non si trattasse di colui al quale Cilli ha affidato l’introduzione del suo libro, un tizio che applica l’accezione evoliana di Tradizione alla poetica e all’opera di Tolkien e definisce i due autori “entrambi antimoderni al cento per cento” (cit.). Per praticare una forzatura più strumentale di questa bisognerebbe provare a far passare Tolkien per fautore della lotta di classe. In quanto a pochezza potrebbe fare il paio con la riduzione del dilemma morale contenuto nel più celebre romanzo di Vittorini a dicotomia buoni/cattivi (ma non c’è da meravigliarsi, visto che tale lettura ha avuto anche illustri sostenitori…). Resta il fatto che sentire tuonare contro le censure ideologiche uno che della lettura strumentale ha fatto la cifra del proprio (pessimo) lavoro pluridecennale su Tolkien e che ha portato a scrivere su Tolkien personaggi la cui parabola filosofica ed esistenziale parla da sé, è una cosa che meritava d’essere fatta notare, visto che Cilli non l’ha fatto nel suo documentatissimo libro. Le omissioni sono significative almeno quanto le inclusioni.

      Dopodiché è chiaro che farsi una ragione degli strafalcioni della Aspesi è il destino di tutti noi. Ma quello è facile. Ci si ride su. Magari bastasse a raddrizzare le sorti di un classico del Novecento in questo paese.
      Serve ben altro…e spiritus durissima coquit.

  10. Farmer Giles ha detto:

    Appena finito di leggere il libro. Così a caldo dico che la posizione di Wuming 4 pare forzata almeno sulla parte centrale del libro, anche se non direi che sostiene le cose di Vittorini e altri intellettuali di sinistra che bocciarono Tolkien.
    Però a onor del vero almeno su una cosa Wuming coglie nel segno: non è chiaro cosa ci azzeccano una con l’altra le parti del libro. Io non ho capito bene cosa c’entrano il Linguaphone o i viaggi di Tolkien in Italia con la storia della pubblicazione dei suoi libri o con le letture politiche negli anni settanta. Poi alla fine c’è una bibliografia ragionata, che magari è molto utile per andare a cercarsi i libri e che arriva fino ai giorni nostri, e però il resoconto storico si ferma ai primi anni ottanta, mi pare. Il libro è un po’ biografia, un po’ bibliografia, un po’ storia editoriale, un po’ ricostruzione giornalistica. Farei davvero fatica a definirlo. E se un libro fai fatica a definirlo, c’è qualcosa che non va. Mo’ ci penso su a freddo.

    • Sandy B. ha detto:

      Io non ho letto il libro, quindi vorrei capire una cosa. Se parliamo della questione di come è stato letto Tolkien in Italia mi vengono in mente almeno tre libri che toccano questo argomento. Uno è ‘L’Anello che non tiene’ di Del Corso e Pecere, letto almeno una decina di anni fa. L’altro è ‘Difendere la Terra di Mezzo’ dello stesso Wu Ming 4, che ne parla in un capitolo, mi pare. E poi ‘Santi pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien’ di C.A. Testi, che pure dà un giudizio sulle interpretazioni italiane. Il libro Tolkien e l’Italia come si pone rispetto a questi precedenti?

      • Farmer Giles ha detto:

        Direi che non si pone. Non mi sembra che li citi. Ma tieni conto che non è un libro che vaglia le varie tesi, e nemmeno ne sostiene una in particolare, è una ricostruzione storica più che altro e si concentra soprattutto sugli anni settanta. Mi riferisco sempre alla parte centrale del libro.

        • Sandy B. ha detto:

          Fammi capire: non si confronta con gli altri libri sullo stesso tema… prende in esame un periodo storico circoscritto… praticamente schiva la magagna. Forse inizio a spiegarmi la pesantezza di Wu Ming 4.

  11. Feder ha detto:

    Ringrazio Wu Ming 4 per la bella recensione. Dovrei essere uno agli antipodi di WM4, eppure non posso fare a meno di sottoscrivere quanto da lui espresso. Avevo già avuto modo di manifestare il mio apprezzamento al suo libro, ‘Difendere La Terra Di Mezzo’,in altre sedi, libro che, a mio avviso, contribuisce a portare qualcosa di nuovo nel panorama tolkieniano.
    Devo ringraziare WM4 anche per la scelta di sottoporre la grottesca questione che vede l’utilizzo dell’Opera del professore di Oxford in relazione a Evola, operazione disgustosa e grottesca.
    Uno dei personaggi citati, se non erro presidente dell’associazione evoliana, onnipresente in ogni libro che tratta di Tolkien, ha passato gran parte della sua vita a piangere del fatto che Evola venisse criticato e oltraggiato da chi non l’aveva mai letto. Ora, capisco che la gente sana di mente non passa il suo tempo a leggere i libri di un esaltato esoterista che paventava una società divisa in caste dove signori aristocratici signoreggiassero su poveracci schiavi, però qualcuno, magari con una buona scorta di Plasil, l’ha fatto e quando ha argomentato attraverso una critica consona, il personaggio in questione, hasmesso di lamentarsi ed è passato all’attacco, tranne quando la critica era farina di ambienti con i grembiulini.
    Grazie WM4, grazie dell’apporto culturale. Possano nascere 10, 100, 1000 Wu Ming 4.

  12. Oronzo Cilli ha detto:

    Vorrei far notare, ma solo a titolo di cronaca, che l’articolo che ho postato nella mia risposta a WM4 “Wu Ming 4 Federico Guglielmi. Stella del Mattino ovvero un malloppo di fesserie dentro una copertina” on line dal 14 GIUGNO 2010 e visibile fino a qualche giorno fa, dopo 6 anni e passa ha lasciato il posto a un “Spiacente ma l’articolo non esiste”. Però l’indirizzo è ancora visibile….
    https://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2010/06/14/wu-ming-4-federico-guglielmi-stella-del-mattino-ovvero-un-malloppo-di-fesserie-dentro-una-copertina/
    Mah… che pensare…

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  1. Tolkien e l'Italia. Note sull'omonimo libro di O. Cilli, pubblicato dalle edizioni Il Cerchio, con prefazione di G. De Turris. - Giap

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