I seminari dell’Arst: Wu Ming e i gentilhobbit

Lucca Comics and Games 2012Un regalo prezioso, un vero tesoro. Non sarà un Silmaril, ma il seminario intitolato Aspettando Lo Hobbit: l’eroe e il perfetto gentilhobbit, tenuto da Wu Ming 4 è quasi altrettanto prezioso per chi sa leggere con attenzione. Scrittore, traduttore e saggista, membro del collettivo che ha scritto capolavori come Q, Manituana e Altaj, autore in solitario di Stella del mattino, in cui compaiono J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, con il suo intervento Wu Ming 4 ha letteralemente incantato il pubblico lo scorso 2 novembre a Lucca Comics and Games2012. Dopo quei giorni, abbiamo ricevuto un numero talmente alto di richieste, che non potevamo deludere i nostri lettori. Così, insieme a lui, ci siamo messi di buzzo buono e in un tempo accettabile possiamo ora presentare il testo rielaborato di quell’intervento. Sperando di accontentare chi non presente, ancora una volta cogliamo l’occasione per ringraziare dell’impegno e del lavoro l’autore, che una volta di più dimostra di saper leggere Tolkien da un punto di vista meramente letterario, come meritano solo i grandi classici della letteratura. Sul sito del collettivo Wu Ming potete, invece, trovare l’audio originale del seminario, che è possibile ascoltare andando qui.

Disegni: "Mr Bilbo Baggins of Bag End"Gli Hobbit sono l’invenzione originale che Tolkien introduce nell’immaginario letterario contemporaneo, nonché l’elemento più fortemente anacronistico nel mondo arcaico della Terra di Mezzo. La loro peculiarità è quella di rappresentare una critica pratica all’eroismo tradizionale e di essere portatori di un nuovo modello d’eroe. Tale modello si struttura non già ideologicamente, ma attraverso l’attrito tra l’habitat di partenza – la Contea – e il mondo esterno. La dialettica interno/esterno è fondamentale per capire l’universalità di queste figure. Meta- letterariamente parlando, si può dire che il viaggio degli hobbit assume la valenza di metafora del rapporto di noi lettori moderni con la letteratura epico-avventurosa. Per indagare dunque il segreto che sta alla base del successo di queste figure letterarie, bisogna considerare tanto gli elementi contestuali e paesaggistici in cui Tolkien li colloca, quanto il contesto letterario di riferimento. Procedendo in questo modo si potrà forse realizzare che l’invenzione tolkieniana non solo non nasce dal nulla, ma è anche debitrice di una tradizione letteraria che trova le sue radici assai più nella narrativa del XIX secolo che nel Medioevo.

– Scarica il saggio di Wu Ming 4: “Messer Holbytla: l’eroe, il giardiniere e il perfetto gentilhobbit
– Vai al sito del collettivo Wu Ming e scarica l’audio andando qui.

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10 Comments to “I seminari dell’Arst: Wu Ming e i gentilhobbit”

  1. Ekerot ha detto:

    Gli interventi di WM4 su Tolkien sono sempre entusiasmanti, ma stavolta si è superato. Se tutte le lezioni di letteratura fossero così, le facoltà umanistiche si riempirebbero di nuovo.

  2. Adrianaaaa ha detto:

    Bellissima conferenza, beati i presenti al seminario di Lucca!
    Scusate la ridondanza, ma il bello di Tolkien è davvero che riesce a parlare degli immensi problemi del suo tempo – a volte delle immense tragedie – senza esserne intrappolato. Affronta temi come la guerra moderna (con tanto di nemici che arrivano dal cielo, industria bellica e via dicendo) e la dicotomia tra città e campagna, e ne esce, in modo problematico certo, ma ne esce. E porta i lettori con sé.
    Mi viene in mente Pavese, che affrontò gli stessi temi, ma ne fu sconfitto. Guarda caso, anche lui volle usare la materia del mito.
    Gli Hobbit furono la risposta di Tolkien, ed è la loro la strada che occorre percorrere per vincere non solo la guerra, ma per vincere contro la guerra. Il conflitto c’è, e “non può sempre succedere agli altri” (tuo figlio è davvero un saggio), ma gli Hobbit fanno la loro parte senza finire per dissolversi in esso. Nell’epoca delle nazioni la guerra frulla tutte le differenze e le schiaccia su un unico modello, nel quale non c’è posto per la scelta né per ciò che non è omogeneo. E allora le donne devono starsene a casa, per esempio. Gli uomini del SdA sono una nazione, e infatti quella guerra così moderna tocca a loro, e loro abboccano in pieno a tutte le sue trappole quando non c’è qualcuno (Hobbit, donna, stregone o ramingo) a cercare di sabotare il meccanismo.
    La dicotomia tra città e campagna è un tema evidente, credo, ovunque siano arrivati i grandi cambiamenti dell’industrializzazione e ovunque ci si sia ritrovati ad avere a che fare con un’idea di nazione. In quella che ormai mi sembra essere una vita precedente studiai la rivoluzione iraniana, il suo rapporto con la guerra contro l’Iraq e in particolare come l’arte formulò questo rapporto. La costruzione della Repubblica Islamica fu la costruzione di uno stato nazionale, in un paese in cui grandi masse si spostavano nelle città e finivano a vivere negli slum, in cui nelle città c’erano i comunisti, le università, le donne in minigonna, e in cui chi alla fine riuscì a prendere il potere ci riuscì da destra, attivando proprio l’idea della tradizione (una tradizione reinventata, tecnicizzata), della terra sacra e così via. E ci riuscì proprio grazie alla guerra, che materializzò queste idee, ad esempio, in concretissimi massacri di ragazzini che applicarono il rifiuto della macchina (opposta al vero eroismo) semplicemente utilizzando i loro corpi per sminare i campi. Nell’arte nazionalista dell’Iran di quel periodo il roseto, il giardino, i fiori, sono leit motiv. La simbologia del giardino, che nell’Islam genericamente rappresenta il paradiso, slitta con il nazionalismo e finisce per descrivere la purezza della comunità, la sua aderenza ad un modello che si vorrebbe naturale contrapposto al mondo delle macchine. Un modello in cui la morte del singolo non esiste, perché tutto il sangue versato si rigenera nella nazione.
    Tutto questo pippone per dire che Tolkien riesce a prendere questa materia così velenosa e potente (tanto potente che nessuno di noi può ignorarne il fascino) e a trasformarla, come dice benissimo la conferenza, in un racconto pieno di persone che riescono a trovare un loro eroismo gentile, spurio, attaccato alla vita.

  3. Faulken ha detto:

    Leggo solo questa mattina questo “seminario”. Uno che dice, pag 3, che vuole provare ad indagare gli Hobbit come farebbe un etologo !?!?! Un etnoantropologo magari… Qualcuno spieghi a tale Wu Ming 4 che che l’etologia studia il comportamento degli animali… ma come si fa a scrivere certe cose e salire anche in cattedra.

    • Hyperion ha detto:

      Boh, esistono di recente anche degli studi di “etologia umana”, che tentano un avvicinamento tra etologia e scienze umane. Comunque condivido la tua critica.
      Ma d’altra parte WuMing 4 nel suo saggio “L’eroe imperfetto” scrive che Chrétien de Troyes è un trovatore… Ignorando il fatto che l’autore del “Perceval” è un troviere, e usava un’altra lingua rispetto ai poeti occitani (per non parlare del fatto che Chrétien ci ha lasciato poemi, mentre i trovatori erano essenzialmente dei lirici).
      Anche ascoltando altre conferenze se ne sentono delle belle:
      – Julius Evola pronunciato Giulius;
      – Elémire Zòlla pronunciato Zollà. Chissà, forse lo ha confuso con Emile Zola;
      – Nella disamina sull’edizione italiana del Lord, il bel calderone caotico dove finiscono, in una condanna indefinita di fascismo, Cattabiani, Principe e Zolla, tutti intellettuali molto diversi, e spesso in polemica tra loro e con Evola;
      – Il delirio sull’omissione di “pagano” nella traduzione del Lord, accusando di paganesimo evoliano per l’appunto Principe, non sapendo che l’insigne musicologo e germanista è un nemico giurato di ogni forma di religione e Tradizione;
      – Ridicola la presentazione del pensiero evoliana, fatta assieme ad Arduini: Evola va criticato (e duramente), ma che almeno si sappia di cosa si sta parlando: dottrina delle due nature e delle quattro età, da qui si deve partire; non da discorsi da bar sul leader carismatico o cose del genere.
      Perdona il lungo OT, mi fermo qui, ma potrei continuare. Sono tante piccole cose che mi fanno riflettere e diffidare da questi scrittori (un altro è Saviano) che hanno la tendenza a pontificare dalle cattedre.

  4. Wu Ming 4 ha detto:

    @ Faulken & Hyperion

    Sono anni che mi occupo di Tolkien e invece di controargomentazioni mi toccano questi appunti lessicali e di pronuncia… va be’. Vietato fare gli snob.

    Dal Dizionario Italiano Sabatini Coletti: “ETOLOGIA: 1. In biologia, studio degli schemi di comportamento degli esseri viventi negli ambienti naturali e di come tali schemi hanno avuto origine, si adattano e si evolvono nel tempo. 2. In psicologia, branca della psicologia differenziale che analizza e classifica i vari tipi di carattere. 3. Studio degli usi e dei costumi umani in relazione ai diversi contesti storici. Etimologia: dal greco “ethologia” = rappresentazione dei costumi, composto da “ethos”, costume, e “logos”, discorso, studio.
    Nell’uso quotidiano siamo abituati ad associare l’etologia allo studio del comportamento animale, ma, come del resto si evince dal contesto del mio discorso, il termine è lì riferito a tutte le creature viventi. Infatti parlo della radice etimologica comune a “etologia” ed “etica”. Etnoantropologia invece ha una etimologia diversa e quindi non mi serviva.
    Detto questo, non so se conoscere le varie accezioni di “etologia” sia sufficiente per salire in cattedra, ma direi di no. Però può servire a smascherare i critici pretestuosi.

    A proposito di pretesti. La parola in lingua d’Oil “trouveur”, resa con l’italiano “troviero” o “troviere”, equivale al termine occitano “trobador”, cioè “trovatore” e derivano entrambe da “trouvére” < "trobaire" < "trovar". E' vero che "troviere" sarebbe stato tecnicamente più appropriato per Chrétien de Troyes, ma sarebbe altrettanto appropriato non appendersi ai fili di lana caprina pensando di usarli come cavi d'acciaio.

    Quanto al vecchio Giulio (perché all'anagrafe era Giulio), che dire? Nella conferenza tenuta insieme a Roberto Arduini a cui si fa riferimento, non solo chiamo Evola "Giulius", ma se state attenti in certi passaggi vi accorgerete che lo chiamo anche "Ebola" (come il virus letale).
    Zolla pronunciato Zollà invece non è volontario, lo ammetto. Probabilissimo che il nome di battesimo abbia trascinato con sé un'analoga accentazione del cognome. Capisco che per qualcuno può essere un reato di lesa maestà, ma tant'è, resto ancora in attesa di controargomentazioni e non di cavilli di pronuncia.

    L'omissione della traduzione della parola "heathen", che ha solo due occorrenze nel Signore degli Anelli, in analogo contesto e con il medesimo significato, più che un "delirio" è un fatto. Tolkien era un filologo, non sceglieva a caso le parole, bensì costruiva le proprie narrazioni partendo dalle parole stesse. Che la traduzione italiana del Signore degli Anelli contenga lacune e scelte quanto meno discutibili è un altro fatto sul quale esiste ormai letteratura e sitologia dedicata.

    Che Quirino Principe sia "nemico giurato di ogni religione" è questione che riguarda lui. A me interessa quello che ha scritto su Tolkien, e cioè che "tutta l’opera di Tolkien è felicemente pagana, lontanissima dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata contro le miserabili valutazioni della morale." (Q. Principe, Note sulla vicenda editoriale di Tolkien in Italia, Endòre #5).
    C'è da meravigliarsi che durante la revisione della traduzione gli sia sfuggita la parolina "heathen"? E' dura presentare l'opera di Tolkien come una sorta di inno alla a-moralità pagana e alle qualità innate degli esseri viventi, quando è il testo stesso a confutare questa lettura. Per la verità l'uso del termine "heathen" è comprensibile alla luce di quanto spiega Tolkien stesso nella lettera 156:

    "Gli uomini sono "caduti" – qualsiasi leggenda che tratti dell'
    ipotetica storia antica del nostro mondo deve accettare questo fatto – ma le genti dell'Occidente, il lato buono, sono riformate. Cioè sono i discendenti degli uomini che hanno cercato di pentirsi e sono fuggiti verso Occidente lontano dalla dominazione del primo Signore delle Tenebre, e dal suo falso culto, e in contrasto con gli elfi hanno rinnovato (e ampliato) la loro conoscenza della verità e della natura del mondo. In questo modo sfuggono alla religione in senso pagano, verso un mondo monoteista, in cui tutte le cose e gli esseri e i poteri che potrebbero sembrare degni di venerazione non devono essere venerati, nemmeno le divinità (i Valar), appartenendo solamente all'Uno. Ed Egli era immensamente lontano."

    Ecco cosa significa quel "heathen": il passaggio dalla venerazione di molteplici enti, siano essi signori o divinità, alla fede nell'Uno, Eru, nel quale si riflettono tutte le cose e tutti gli esseri. Ecco perché nella Terra di Mezzo non ci sono culti religiosi. Il culto, l'adorazione, la venerazione, appartengono al passato pagano, in cui si veneravano i particolari. Gli uomini della Terra di Mezzo, il lato buono, come lo chiama Tolkien, invece confidano nell'Uno, ma non lo adorano, dato che ha lasciato il mondo. Sono dei monoteisti naturali, come li definisce ancora Tolkien in un'altra lettera (165). Certo non sono dei pagani giulivi.

    Aggiungo che la genealogia letteraria che Principe fornisce per Il Signore degli Anelli nella Prefazione al romanzo (2005) è completamente strampalata e chiama in causa una sfilza di autori neogotici inglesi in parte già citati da Zolla, evocando un crocevia letterario fatto di suggestioni occultiste, neopagane e horror, che avrebbe fatto scompisciare dal ridere il professor Tolkien.

    In conclusione vorrei dire che fate benissimo a diffidare degli scrittori che hanno la tendenza a pontificare dalle cattedre. Ma vi consiglio di stare in guardia anche dagli sciocchi pretenziosi che vogliono far loro le pulci. 😉

    Namárië

  5. Hyperion ha detto:

    Andiamo con ordine.

    Prima di tutto eviterei, per favore, la pretesca frase conclusiva, mi ricorda molto lo “specchio riflesso”. Suvvia, non siamo bambini.

    Comunque, quello che ho scritto è che fai facilmente delle generalizzazioni superficiali (vedi il tronfio “altro nazistone” a Spengler; o le omissioni mirate su Puond, ma forse era Arduini, descritto solo come un deficiente vittimista, sorvolando invece sul fatto che è stato uno dei grandi poeti del Novecento, anche se fascista).
    I dettagli, mi spiace, sono fondamentali. Su alcune cose sei precisissimo su altre, dove ti comoda, tutto diventa una brodaglia informe.
    Mi sembra tu non sappia leggere bene, anzi che non accetti alcuna critica, forse per lesa maestà da parte di uno sciocco pretenzioso? La prima cosa che ho scritto è che esiste una “etologia umana”, le mie perplessità sono rivolte ad altro, confermavo solo l’impressione che c’è qualcosa che non quadra (bello però, l’altro utente ha scritto mesi fa, a me invece hai risposto dopo neanche un giorno; probabilmente non ti è andato giù il fatto che ho sottolineato come il murale di Blu fosse nient’altro che un utilizzo personale ed ideologico di Tolkien, per di più sbandierato da voi come “meglio di un saggio critico”).

    Ma quali cavi d’acciaio!?! E’ ancora più grave se sai pure la differenza tra trovatore, troviere, ecc… Caspita, avevi tre parole a disposizioni, e hai scelto la peggiore! Complimenti.

    Evola poteva fare di nome anche Paul von Turm und Taxis, ma Julius è un nome latino, e si pronuncia con la “I”. Il resto sono ciance. Come la tua richiesta di argomentare. Studiati questi autori per criticarli, leggiti i loro libri; non scimmiottare Jesi e basta. Esistono ampie bibliografie facilmente reperibili (e poi molte cose di Cattabiani e Zolla sono anche graziose).

    Sì, sei delirante su “heathen”, delirante e ottuso. Mi spiace, ma non accetto frasi del genere (“Che Quirino Principe sia “nemico giurato di ogni religione” è questione che riguarda lui”): conoscere un autore (e in questo caso si può ben parlare di filosofo della musica, uno dei pochissimi in Italia) è fondamentale, anche per criticare. E’ d’aiuto per capirne (se uno vuole) l’angolatura interpretativa, che c’è sempre. Non nego che la posizione di Principe sia forzata (soprattutto sulla negazione del cristianesimo), però si può fare un tentativo di comprensione. Tolkien ha creato un mondo altro? Che inevitabilmente si confronta con il nostro? Mettendolo in discussione? (Non necessariamente come critica antimoderna, che non mi interessa). Io credo di sì. E allora, non abbiamo davanti un pungo nello stomaco estetico, quindi etico, quindi morale? Questo dice Principe, per chi vuole capire. E poi, anche se è del ’36, il saggio sul Beowulf non contiene già tutto il Lord? Di nuovo, io credo di sì. Che splendida e grandiosa convivenza di cristiano e pagano! Non solo critica antieroistica (il limite maggiore del tuo “L’eroe imperfetto”), ma anche enorme fascinazione.
    Questo per dire che la scelta di Principe non grida troppo vendetta (si può non condividerla, però si tratta di maggiore o minore attinenza alla lettera, non di dietrologie ideologiche; basta, cheppalle!). Ha fatto una scelta, per lui nella Terra di Mezzo la parola pagano come la intendiamo noi non è indicata (appunto perché viene a mancare storicamente l’opposizione cristiano/pagano), così ha optato per altro (esecrabile? Non ricordo, io non studio da anni Tolkien).
    Che poi, scusami, che idea hai dei pagani? Non sono mica solo selvaggi che saltano intorno a un fuoco? Tra loro c’era gente come Platone, Aristotele e Plotino.

    Sulle famigerate introduzioni di Zolla e Principe, boh. Esiste anche la storia dell’interpretazione (Zolla, quando non si sapeva nulla di Tolkien, ha visto quello che i suoi strumenti gli consentivano, cioè la restaurazione della regalità). E poi questa era/è gente che muove una massa enorme
    di conoscenza, di fili, di analogie; spesso è più bello quello che dicono attorno, rispetto all’argomento centrale; è un modo diverso di trattare la letteratura, l’arte, ecc.. Principe, nel suo libro su Mahler, parlando del Lied “Des Antonius von Padua Fischpredigt” finisce col toccare Lovecraft e Mervyn Peake; ed è meraviglioso. Anche se Mahler non conosceva questi autori, si tratta sempre di mutazioni di uomini in pesci, di analogie, di trame che vanno da autore ad autore.
    Inoltre, quando Principe parla di simboli, si riferisce alle forme simboliche di Cassirer, ebreo e neokantiano, non a Evola (a proposito di minestroni).

    Ci sarebbe ancora molto da dire, ma è molto tardi e domani devo lavorare, ricambio il commiato.

    Namárië

  6. Wu Ming 4 ha detto:

    @ Hyperion

    Finalmente un po’ d’argomentazione. Alla buon’ora.

    Chi era Spengler? Non un “nazistone” in senso stretto, of course (capita alle volte, nel parlato, che si vada per le spicce). Forse era anche peggio. Votò per Hitler ma lo disprezzava. Per certi intellettuali il nazionalsocialismo era troppo triviale, troppo farsesco e soprattutto peccava per difetto, come ogni precipitato storico. Vuoi mettere il razzismo mistico con le camere a gas…? Dover bruciare tutti quei cadaveri… che sozzura.
    Si parva licet (e nel caso di Evola si tratta proprio di “parvissima”) Julius “Fester” Evola è la versione trash – nel senso dell’emulazione fallita – di un pensatore come Spengler, come appunto sosteneva Jesi, nel ricicciato “Cultura di destra” (1979).

    Fortunatamente però io non mi occupo del pensiero di Spengler né di Evola, tanto meno del loro rapporto d’amore-odio con i nazisti e i fascisti, bensì dell’uso che di alcuni loro concetti e stili di comportamento hanno fatto i lettori evoliani di Tolkien. E’ detto a chiare lettere qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6365

    Così come non sono interessato al pensiero di Principe e Zolla, ma all’edizione del Signore degli Anelli che hanno prodotto. Quei due hanno delle responsabilità specifiche. I loro mezzi erano limitati? Concordo, e allora? Nella sua introduzione al SdA, Zolla sosteneva una lettura dualista e manichea (oltreché simbolista) dell’opera. Quella che Tolkien si è impegnato per tutta la vita a combattere. E mi ci metto pure io, se non ti dispiace.

    Chi l’ha detto poi che non capisco l’angolazione da cui Principe legge l’opera di Tolkien? L’angolazione è lampante. Non è questione di dietrologie ideologiche, ma di riconoscere il fatto che se hai una lettura pregiudiziale di un’opera, è facile che in sede di revisione della traduzione il tuo occhio tenderà a sorvolare su alcune cose. Come dici tu: “Ha fatto una scelta, per lui nella Terra di Mezzo la parola ‘pagano’ come la intendiamo noi non è indicata (appunto perché viene a mancare storicamente l’opposizione cristiano/pagano)”. Ergo ha glissato, non si è chiesto cosa ci facesse quella parola anacronistica e fuori contesto lì in mezzo. Ha tradotto “heathen kings” con “re primitivi” e buona notte.

    Ma, vedi, il problema non è mica la traduzione. Perché è vero che non essendoci cristianesimo nella Terra di Mezzo poteva essere problematico tradurre quel “heathen” con “pagani” (eppure per l’autore non è stato problematico usare quella parola). Infatti non sono i nostri pagani (tra i quali c’era Aristotele, appunto), ma i pagani della Terra di Mezzo, cioè i re antichi, servi del Signore Oscuro. Gandalf li definisce “heathen” e ho spiegato perché, anzi ce lo spiega Tolkien nella lettera 156 che ho citato: nella storia della Terra di Mezzo c’è stato un percorso dalla venerazione dei particolari a una forma non cultuale di monoteismo. Dunque c’è un divenire dal paganesimo verso qualcos’altro, verso una sorta di paganesimo “virtuoso” legato al monoteismo naturale.
    Secondo alcuni si tratta di un monoteismo di stampo ebraico-cristiano, ma io non sono molto d’accordo. E in questo, quindi, come vedi, potrei paradossalmente trovarmi più prossimo a Principe che ad altri.

    Detto questo è evidente che l’assenza di cristianesimo nella Terra di Mezzo non implica affatto l’assenza di cristianesimo nell’opera. E’ questo l’equivoco su cui Principe indulge e che non gli fa per niente onore.
    In quelle pagine convivono temi pagani – in senso alto, non di balzelli intorno al fuoco – come ad esempio la necessità di lottare anche senza speranza, insieme a un tema cristiano di fondo, propriamente paolino, come il rapporto tra etica (scelta, libero arbitrio) e legge (obbedienza, servo arbitrio). Solo per dirne uno.

    Detto questo, non ho mai inteso identificare Principe con gli evoliani, se è
    questo che ti preoccupa. Mi pare di capire che per lui le vacanze mistiche nelle filosofie e simbologie altrui sono paccottiglia da miserabili:

    “se si vuol parlare di consanguineità intellettuale e poetica, può essere veramente apparentato per sangue con Tolkien soltanto chi combatta senza compromessi e senza timori in nome dell’Occidente, contro ogni ecumenismo, contro ogni vile terzomondismo, contro ogni religione che imponga un comportamento cosiddetto ‘etico’. […] La sciocca presunzione e arroganza della ‘destra’ nel far proprio Tolkien è contraddetta dalla tendenza sempre più accentuata, nella ‘destra’, a privilegiare tutto ciò che è non occidentale e antioccidentale, tutto ciò che è afroasiatico o islamico o ‘tradizionale’ (ripugnante aggettivo!).”

    Viene da dire che Principe attacca i tradizionalisti… da destra! Cioè da una posizione ancora più purista, intellettualista e occidentalista. Ma davvero, mi interessa pochissimo.

    Su “l’Eroe Imperfetto”, che dire? Mi hai smascherato. E’ evidente che avendo scritto “trovatore” invece di “troviere” il mio saggio non sta più in piedi. Tira forte quel cavo d’acciaio che viene giù tutto! 😉

    Alla prossima,
    Valar valuvar

    P.S. A me pare che sia proprio a te che non è andato giù il murale di Blu :-), se dopo mesi che ti abbiamo rintuzzato, spiegandoti la differenza tra spacciare il falso su un autore e utilizzare il suo immaginario per raccontare un’altra storia, ti sei preso la briga di ascoltarti i file MP3 e leggere l’Eroe Imperfetto, per poi venire su un vecchio thread a denigrare il mio lavoro. Con corollario di “ci sarebbe ancora molto altro da dire” e “mi fermo qui ma potrei continuare”… Mi viene in mente quella gag in cui Peppino De Filippo bofonchiava qualcosa e poi diceva “…e ho detto tutto!”. E Totò: “Ma che hai detto!?” 🙂

  7. Wu Ming 4 ha detto:

    P.P.S. Dimenticavo: proprio perché l’eroismo “nordico” suscita grande fascinazione, il narratore/filologo Tolkien lo passa al setaccio, lo mette sul banco degli imputati, lo difende e lo accusa al tempo stesso. Se non avesse subito quel fascino, la questione non sarebbe stata così importante nella sua opera e non avrebbe prodotto personaggi efficaci come Tùrin, Théoden, Aragorn. E tanto meno gli Hobbit.

  8. Hyperion ha detto:

    Beh, i thread li leggo quando ho tempo (spesso la notte), sono capitato qui, e ho scritto cogliendo l’occasione di un altro utente con alcune perplessità (su dettagli più o meno grandi).
    Sul tuo “L’eroe imperfetto” ho citato una cosa a caso di quelle che non mi sono piaciute, un dettaglio; potrei anche dire che quello che scrivi sul Don Quixote non mi convince per nulla; la terza parte sulla Dea Bianca invece è bella, anche se secondo me sbagli a voler dividere così l’aspetto narrativo e quello dell’eterno femminile, nella nota 10. Perché?

    Vedi però, a sportellate sta uscendo qualcosa.

    Su Spengler, sbagli ancora, perché la componente völkisch non fa parte del suo pensiero, se non nella misura in cui praticamente tutti gli europei in quel periodo si confrontavano sull’argomento nazionalismo; basti leggere “La rivoluzione conservatrice” di Stefan Breuer, dove Spengler è accusato di tutto, ma almeno non di essere un razzista. Poi, sinceramente, per quello che ho letto dei due, non mi sembra che ci siano poi molti punti in comune tra Spengler e Evola, non concordo con Jesi. Le loro concezioni della storia, ad esempio, non collimano minimamente: Evola è per la dottrina delle quattro età (oro argento ferro bronzo), con progressiva degenerazione e perdita della dimensione trascendente (teoria delle due nature), da cui derivano anche le sue scemenze sulla razza; Spengler, nel “Tramoneto dell’Occidente” parla sì di decadenza, di fine, ma nell’ottica della sua visione organica delle civiltà (che si rifà a Goethe, non ai Veda, Esiodo, ecc…): ogni civiltà può essere studiata come un corpo vivente, con un periodo di crescita e uno di invecchiamento; dall’osservazione delle altre civiltà, sempre secondo Spengler, si posso vedere delle strutture che si ripetono costanti: nei momenti di decadenza la tendenza è quella imperiale. Da questo tipo di osservazioni, criticabilissime, derivava la sua infatuazioni mussoliniana. Questo molto molto molto in soldoni; aggiungo che si potrebbero individuare molti distinguo tra il prussianesimo spengleriano e il pangermanesimo hitleriano.

    Andiamo avanti. Per criticare i vari Zolla, Cattabiani, Principe, messi da te nella “critica evoliana” di Tolkien (praticamente sempre dici: “gente come Principe e De Turris”), ripeto, bisognerebbe informarsi dei loro rapporti con Evola. Su De Turris non ci sono dubbi, sugli altri (vivvaddio, qualcosa si muove) ci sono molti aspetti differenti o opposti. Tra l’altro, tra gli scritti più importanti di Zolla e Cattabiani ci sono i libri sui mistici cristiani d’occidente, oppure sui santi cristiani. Alla faccia dei neopagani.

    Sul Murale di Blu. A me non interessa l’opera in sé o perché è stata fatta. Quello che mi ha sconvolto è che sia stato legittimato come meglio di un saggio critico (sarà lo stile giornalistico a darmi sui nervi); la cosa migliore da fare a Tolkien, sempre secondo me, è lasciarlo fuori da queste cose; dividere Tolkien e il suo immaginario (col quali si può fare quello che si vuole) non mi convincerà MAI. Sarà un mio limite…

    Sull’introduzione di Zolla. Ok, siamo d’accordo che potrebbero non metterla più, oppure metterla appunto come, diciamo, curiosità storica. I suoi limiti sono noti. Anche se non è un brutto pezzo. Che poi lo abbiano usato male, questo non è colpa di Zolla.

    Adesso c’è un po’ più di chiarezza per me, e per chi leggerà, su molte cose. Chiudo, perché devo scappare a lavorare, dicendo che chi va in pubblico a portare dei problemi (vedi la critica sbagliata di Tolkien), a cercare di dire qualcosa e di spiegare, deve avere la massima precisione e chiarezza su ogni aspetto quello che andrà a dire. Perché poi non tutti hanno tempo, voglia, modo, capacità di approfondire o verificare quello che si è proposto. E parole dette con leggerezza magari possono avere effetti a lungo termine o influenzare positivamente o negativamente. Una responsabilità immensa,
    soprattutto qui in Italia dove la demonizzazione è sempre dietro l’angolo. Così, potrà capitare che qualcuno che vi ha letto o ascoltato non comprerà o leggerà mai i libri di Principe su Mahler (ebreo) o Strauss, sul teatro d’opera tedesco; oppure non andrà a sentire i melologhi di Ulmann, compositore ebreo morto in campo di concentramento, che Principe, come traduttore e voce recitante, ha sempre molto valorizzato e diffuso; oppure i simpatici libri di Cattabiani sui pianeti, le erbe, gli animali, ecc…; oppure neanche “Il tramonto dell’Occidente”, un trattato potente,magari esposto con mal garbo e da prendere con le molle, che però è, in definitiva, un grande grido di dolore per un mondo che sta finendo. Questo mi fa molto arrabbiare.

    Ciao, scappo.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      @ Hyperion

      Rispondo alla tua domanda. Distinguo tra topos narrativo ed “eterno femminile” perché mentre verifico il ritorno di certe figure narrative, non credo invece nell’eterno femminile. Giacché non credo nelle spengleriane “idee senza parole”, e sono un materialista storico, mi confronto con le ricorrenze narrative e non con qualcosa di astratto, di cui il particolare sarebbe il precipitato storico.

      Dicendo questo sto anche cercando di farti capire (eppure mi pareva chiaro nel link che ho segnalato sopra) che la prossimità tra Spengler ed Evola che riscontro non è nei sistemi di pensiero (che non mi interessano più di tanto), ma appunto nell’assunzione di certi concetti che inducono determinati comportamenti. Il link è appunto a un saggio in cui cerco di dimostrare come Jesi avesse ragione nel ritenere le letture simboliste buone per tutte le stagioni ed essenzialmente prive di qualsivoglia fondamento concreto. [http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6365]
      Proprio il “caso Tolkien” in Italia verifica il discorso di Jesi.

      Su Principe mi pare di aver chiarito che il mio citarlo (e non metterlo) insieme agli evoliani è dovuto al fatto che qualcosa in comune ce l’hanno. Non solo e non tanto perché da angolazioni diverse hanno combattuto la stessa strenua battaglia contro gli interpreti confessionalisti dell’opera di Tolkien, ma soprattutto perché si sono spartiti il lavoro di packaging di Tolkien presso Bompiani. Se la complicità non è filosofica – lo sappiamo – è quanto meno tattica.
      Se Tolkien in Italia è stato fatto conoscere in un certo modo, in maniera raffazzonata, con superparatesti e mai con introduzioni serie ai testi, la responsabilità è di Principe, De Turris e, buona ultima, della casa editrice Bompiani. Questi sono i nomi che ritornano. Basta dare un’occhiata ai paratesti che accompagnano i vari volumi, equamente suddivisi e, in almeno un caso, spartiti (I Figli di Hurin). Principe ha un bel sbraitare contro la destra che insegue ciò che è tradizionale (“ripugnante aggettivo!”) quando poi partecipa alle stesse operazioni editoriali, accreditando così pseudostudiosi che ne accreditano altri, che ne accreditano… Qua di verginelle non ne vedo proprio all’orizzonte. Mentre vedo degli ego grandi come caseggiati.

      Dopodiché c’è un’ultima cosa da ribadire: io non ho letto i testi di Principe sulla musica, e magari sono fenomenali per chi è interessato all’argomento. Ma su Tolkien Principe sa ben poco e ne scrive a iosa da decenni, solo perché è stato – per caso – il curatore della prima traduzione. Traduzione che, è bene ricordarlo, ha pressoché piallato i diversi registri utilizzati da Tolkien, e preso un’infinità di sviste (lasciamo perdere “heathen”, c’era ben di peggio). Del resto Principe è ancora convinto, convintissimo, che Tolkien sia “il discendente più autentico” di George MacDonald e che “Phantastes” sia “il vero germe decisivo da cui nascerà il mondo parallelo e fantastico del Signore degli Anelli”. Si è mai chiesto Principe cosa pensasse Tolkien di MacDonald? No. Ma non credo gli interessi, perché lui ha la sua idea e deve ribadirla.

      Infine, avversare l’utilizzo di un immaginario che ormai è entrato nel mainstream è un po’ come avversare le nuvole o alla pioggia. Se Blu avesse utilizzato i personaggi delle storie di Robin Hood per rappresentare il conflitto a Bologna (Sindaco = Re Giovanni, celerini = guardie dello Sceriffo di Nottingham, movimenti sociali = Allegri Compagni di Sherwood…) il racconto avrebbe funzionato tanto quanto. Al di là dell’idiosincrasia personale, in cosa
      questo possa nuocere alla conoscenza di qualcosa mi sfugge davvero. Tanto più che in quel murale l’immaginario tolkieniano è mescolato con quello di Star Wars e di 300, quindi trattasi dichiaratamente di remixaggio. E’ quasi ridicolo doverne parlare.
      L’articolo su questo blog, scritto con un taglio giornalistico dato che l’ha scritto un giornalista professionista, riscontrava che se le storie di Tolkien finiscono su un murale di Blu, sulla parete di un centro sociale, forse qualcosa è definitivamente cambiato nella percezione di questo autore e un bel po’ di pregiudizi sono venuti a cadere.
      Siccome c’è chi si è sbattuto per questo, è ben legittimo che se ne compiaccia, direi.

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