Esce domani in libreria J.R.R. Tolkien e Il Signore degli Anelli – le controverse vicende di un autore e di un’opera (Carocci, 16, p. 152), a cura di Arnaldo Marcone, già professore di storia romana all’università di Roma Tre. Si tratta di una raccolta di saggi divulgativi, scritti da «contributori di formazione e di cultura diverse uniti dalla comune ammirazione per lo scrittore inglese e da una intesa personale molto forte» – si legge nella premessa – ovvero «Accademici e liberi studiosi di varie parti del mondo [che] si sono virtualmente riuniti attorno a un tavolo per portare ciascuno un proprio contributo personale su uno scrittore e su una saga letteraria che negli scorsi decenni sono stati analizzati e sviscerati apparentemente in ogni modo possibile e immaginabile ma che, alla fine, riescono sempre e comunque a fornire angolazioni, punti di vista, temi freschi e intriganti».
Se bisogna essere contenti che ormai da una decina d’anni a questa parte gli accademici italiani abbiano deciso di occuparsi finalmente di Tolkien, in quanto classico del Novecento, e che lo facciano all’insegna dell’interdisciplinarità ed eterogeneità nell’approccio, occorre altresì constatare che – con rare eccezioni – a mancare all’appello in Italia sono ancora gli anglisti, gli studiosi di letteratura inglese contemporanea, i folkloristi, i filologi e i linguisti. Non meraviglia quindi che nel volume in questione non ne compaia nemmeno uno. Sia chiaro che non è certo questo il punto debole di una pubblicazione divulgativa come quella in questione, ma casomai il fatto che i saggi contenuti in questo libro non aggiungono effettivamente granché di nuovo o di originale al dibattito italiano su Tolkien, tutt’al più riassumono a grandi linee i termini in cui si è dato finora.
I saggi
Il saggio introduttivo, Il Signore degli Anelli: avventure e peripezie, dello stesso Arnaldo Marcone, ripercorre ancora una volta le vicende della ricezione culturale del Signore degli Anelli, con particolare attenzione al caso italiano, e l’ormai arcinoto côté di resistenze ideologiche e letture politicamente polarizzate o confessionalmente connotate. Va detto che il contributo passa in rassegna anche le radici mitologiche e linguistiche della Terra di Mezzo, discutendo in particolare le influenze celtiche, norrene e medievali, nonché il valore simbolico di concetti chiave come “eucatastrofe”, ma anche in questo caso non si incontra nulla che non sia già stato perlustrato da tanta pubblicistica italiana, per tacere di quella internazionale. Lo stesso dicasi per le conclusioni su Tolkien come autore difficilmente riducibile a categorie ideologiche o di genere, capace invece di creare un mito moderno che risponde a bisogni profondi e universali dell’esperienza umana.
Un poco più angolato, ancorché nemmeno questo inedito in Italia, è il taglio del saggio Tolkien e il fantasy statunitense: Il Signore degli Anelli e la rivoluzione del fantastico americano, di Roberto Chiavini, saggista e romanziere, che analizza l’influenza esercitata dal Signore degli Anelli sullo sviluppo del fantasy made in USA. Chiavini illustra come dalla prima ricezione critica negli anni Cinquanta fino all’acquisizione di un ruolo realmente fondativo a partire dagli anni Sessanta, con il mutamento del contesto culturale americano, Tolkien abbia contribuito in modo decisivo alla definizione del canone fantasy moderno. A lui si devono modelli narrativi destinati a durare, come la struttura della trilogia, la quest collettiva e la centralità della “compagnia” di protagonisti. Il saggio esamina inoltre l’eredità tolkieniana nella narrativa fantasy statunitense, tra imitazioni più o meno esplicite e rielaborazioni originali, e ne ricostruisce l’influenza fondamentale nei linguaggi ludici, dai giochi da tavolo e dai wargame fino alla nascita del gioco di ruolo.
Segue poi il contributo di Luca Somigli, docente di Italian Studies all’università di Toronto, intitolato Tolkien e il fumetto: breve storia di un incontro mancato, che ripercorre il rapporto problematico e discontinuo tra l’opera di Tolkien e il fumetto, un medium che ha prodotto solo pochi adattamenti del Legendarium tolkieniano (Il Signore degli Anelli di Cuti e Bermejo, tratto dal film animato di Bakshi, Lo Hobbit di Dixon e Wenzel, e il più recente Ainulindalë di Evan Palmer), oltre a qualche produzione non autorizzata ancorché significativa. Curiosamente il fumetto sembra essere stato più attratto dal biopic, come dimostrano le varie graphic novel dedicate alla vicenda personale di Tolkien.
Il saggio Il ritorno di un re: modelli per una sovranità imperfetta, di Alberto Cafaro, ricercatore di storia romana all’Università di Siena, analizza la figura di Aragorn come esempio di “regalità imperfetta”, appunto, mettendo in luce la complessità del suo percorso di ascesa al trono, fondato non solo sul diritto di sangue e sulla vittoria militare, ma anche su una lunga fase di formazione “elfica”. L’articolo non dice granché di nuovo circa l’imperfezione dell’eroe tolkieniano, quanto piuttosto sulle sue possibili fonti storiche. La rappresentazione di Aragorn viene fatta dialogare con modelli storici di regalità subordinata, in particolare i reges socii et amici della Roma repubblicana e imperiale, riproposti dall’imperialismo britannico ottocentesco, soprattutto nel contesto indiano e afghano. Il confronto evidenzia come le narrazioni imperiali di re educati, controllati o restaurati sotto l’egida di una potenza egemone costituiscano un retroterra culturale riconoscibile nell’immaginario della generazione di Tolkien.
Nel suo La lingua di Tolkien come fucina di miti, Dario Nappo – anche lui docente di Storia romana, ma all’Università di Napoli – ripropone il legame ormai indagatissimo tra mitopoiesi e creazione linguistica nell’opera di Tolkien, dove eufonia, parola e mitologia sono strettamente intrecciate e il linguaggio agisce come principio ordinatore del mondo secondario e della narrazione. È un contributo che può essere considerato una visione a volo d’uccello sul mitolinguismo tolkieniano e quello che ha comportato non solo sul piano della subcreazione, ma anche degli studi specialistici conseguenti.
Un po’ sui generis rispetto agli altri saggi è quello del socio AIST Simone Bonechi, intitolato «Amore in differenti modi»: le storie d’amore del Signore degli Anelli, dove l’autore evidenzia due tipologie opposte ma complementari di relazione erotica. Da un lato, l’amore tra Sam Gamgee e Rosie Cotton, concreto, rustico e legato alla vita quotidiana, che emerge gradualmente e trova compimento nel matrimonio, incarnando il ritorno alla vita domestica e famigliare dopo le avventure straordinarie. Dall’altro lato, la relazione tra Éowyn e Faramir, che nasce da un’empatia nel dolore e nella sofferenza, un amore che si sviluppa attraverso la guarigione reciproca e la rinuncia all’orgoglio e ai desideri di morte gloriosa, per dedicarsi a «tutto ciò che cresce e non è arido». In entrambe le storie, Tolkien intreccia temi fondamentali come la scelta, la speranza, la guarigione, la rinuncia e il ritorno all’equilibrio, sottolineando come l’amore tra due persone rappresenti il fondamento più intimo e riconoscibile della vita ordinaria, imprescindibile dal contesto epico dell’opera.
Ponderato e relativamente obiettivo il contributo di Mirko Susek – esperto di fumetti e giochi di ruolo – intitolato Tradurre Tolkien: storia, confronto e critica delle edizioni italiane del Signore degli Anelli. Comparando la prima (parziale) traduzione Astrolabio realizzata da Vittoria Alliata di Villafranca nel 1967, poi rivista da Quirino Principe per l’edizione Rusconi del 1970, e quella Bompiani realizzata da Ottavio Fatica nel 2019, l’autore mostra come ciascuna delle tre versioni rappresenti una mediazione culturale specifica. Secondo Susek, Astrolabio inaugurò la ricezione italiana andando incontro a un pubblico ancora poco avvezzo a certi temi e linguaggi; Rusconi ne favorì la canonizzazione e la diffusione con un’operazione fondativa; più di recente Bompiani ha promosso la rivalutazione critica e accademica. Fatto salvo che le tre traduzioni «non si escludono, ma si completano a vicenda, offrendo al lettore italiano un ventaglio interpretativo prezioso e stratificato» e che ogni scelta traduttiva comporta rinunce tra fedeltà, leggibilità e potenza evocativa, tuttavia, secondo l’autore, «nel bilancio finale, la versione Rusconi del 1970 si rivela, forse paradossalmente, la più fedele allo spirito originario del Signore degli Anelli. Non la più letterale, né la più filologicamente accurata, ma la più capace di restituire al lettore italiano di allora – e in parte ancora di oggi – il tono epico, il respiro narrativo e l’afflato mitopoietico che costituiscono l’anima profonda dell’opera tolkieniana». Conclusione assai opinabile questa, perché riporta all’idea di una separazione possibile tra fedeltà filologica e fedeltà mitopoietica (o “spirituale”) a un testo narrativo, che rappresenta la perfetta negazione dell’approccio mitolinguistico di J.R.R. Tolkien (e chissà se anche del fantomatico “spirito” o “anima” della sua opera).
«Il futuro è impenetrabile»? Tolkien, la fantascienza e i viaggi nel tempo, di Alessandro Fambrini, docente di Letteratura tedesca all’università di Pisa, riprende dichiaratamente il tema di un articolo pubblicato dallo stesso autore sul primo numero de «I Quaderni di Arda – rivista di studi tolkieniani e mondi fantastici» (Eterea, 2019). L’articolo analizza il rapporto complesso e spesso ambiguo tra fantasy e fantascienza a partire dall’opera di Tolkien, mettendone in luce le zone di contatto, le divergenze tassonomiche ed epistemologiche e la ricezione storica. Prendendo le mosse dal successo americano del Signore degli Anelli negli anni Sessanta e dalla sua sorprendente candidatura al premio Hugo, il saggio mostra come il pubblico del fantastico abbia storicamente attraversato i confini di genere, privilegiando il sense of wonder più che le distinzioni formali. Se anche Tolkien è escluso dal genere fantascientifico perché è proprio l’aspetto “scientifico” a mancargli, viene comunque avvicinato a esso sul piano epistemologico e utopico, in quanto capace di rappresentare conflitti interiori e archetipici, pur rimanendo orientato al passato. La seconda parte del saggio esamina i tentativi diretti di Tolkien di confrontarsi con la fantascienza attraverso i progetti incompiuti The Lost Road e The Notion Club Papers, centrati sul viaggio nel tempo inteso non in senso tecnologico, ma psichico. In tali opere, il mito di Atlantide – poi trasposto in Númenor – diviene il punto di convergenza tra speculazione temporale, mito e presunta plausibilità scientifica. In conclusione l’articolo mostra come questi esperimenti, pur abortiti, confermino la tensione costante dell’opera tolkieniana verso una forma di “epica del possibile”, collocata ai margini ma non al di fuori dell’orizzonte della fantascienza.
Last but not least
Sono i due saggi finali della collettanea a risultare i più originali e inattesi, perché trattano non già dell’opera letteraria, ma della sua ricezione e “applicabilità” – per usare un concetto tolkieniano – in contesti storici e culturali mutevoli.
Oltre Mordor: la ricezione di Tolkien in Polonia tra ideologia e cultura popolare di Luca Palmarini e Roman Sosnowski, rispettivamente ricercatore e insegnante alla Jagellonian University di Cracovia, e il successivo La ricezione di Tolkien nella discussione politica della Russia moderna di Vincenzo Villanova, storico e Humboldt research fellow alla Technische Universität Dresden, demoliscono implicitamente la vulgata italica che vorrebbe il Bel Paese teatro più unico che raro di un’applicazione disinvoltamente politica della Terra di Mezzo. L’originalità di questi due saggi consiste infatti proprio nel ripercorrere la storia recente della Polonia e della Russia tra epoca comunista e post-comunista, alla luce del riuso dell’immaginario tolkieniano in quei paesi.
Il saggio sulla ricezione dell’opera di Tolkien in Polonia si concentra in particolare sul significato simbolico e politico di Mordor, e mostra come questo luogo della Terra di Mezzo sia stato progressivamente risemantizzato in relazione alle vicende storiche e sociali del paese. Durante il periodo comunista, Il Signore degli Anelli è stato oggetto di interpretazioni ideologiche contrapposte: da un lato la propaganda ufficiale tentava di piegare l’opera a letture marxiste e antimperialiste, dall’altro i lettori polacchi riconobbero spontaneamente in Mordor una metafora dei totalitarismi, nazista prima e filosovietico poi. Se in quel contesto il mito tolkieniano ha funzionato come linguaggio simbolico dell’oppressione e della speranza di liberazione, di contro, nella Polonia post-caduta del Muro, con la fine del comunismo e l’avvento del capitalismo, la metafora di Mordor ha acquisito nuove accezioni. In particolare è entrata nel linguaggio quotidiano e urbano per descrivere nuove forme di alienazione e disagio sociale: quartieri direzionali dominati dalle multinazionali, nuove periferie segnate da uno sviluppo edilizio incontrollato e territori post-industriali in declino, vengono denominati “Mordor”, mentre i loro abitanti si autorappresentano ironicamente come “orchi”. Attraverso casi di studio come Varsavia, Cracovia, e altre città polacche, il saggio evidenzia come l’immaginario tolkieniano sia divenuto uno strumento diffuso di critica della gentrificazione, della precarietà lavorativa e delle disuguaglianze prodotte dalla transizione economica. La vicenda polacca dimostra così come la subcreazione tolkieniana possa radicarsi nell’esperienza collettiva e diventare una lente privilegiata per leggere la realtà sociale e storica, con buona pace degli schizzinosi e benpensanti che vorrebbero esorcizzare ogni lettura politica di Tolkien in nome dell’a-politicità della letteratura.
Analogamente, il saggio sull’uso dell’immaginario tolkieniano nel dibattito politico russo dagli anni Novanta fino a oggi mostra come la mitologia della Terra di Mezzo sia divenuta un linguaggio simbolico centrale per l’opposizione democratica in un contesto di crescente autoritarismo e censura. Si ricostruisce la progressiva politicizzazione di figure e luoghi tolkieniani – in particolare Mordor, gli Orchi, l’Unico Anello, gli Hobbit e gli Elfi – impiegati come metafore del potere oppressivo, della corruzione e della resistenza etico-politica. Dopo aver delineato il retroterra storico della ricezione di Tolkien in epoca sovietica e post-sovietica, il saggio mostra come, a partire dagli anni Duemila e soprattutto dopo il 2014, tali metafore si siano radicate nel linguaggio dell’opposizione per rappresentare il Cremlino come un regime “mordoriano” e l’opposizione come una minoranza eticamente superiore ma destinata alla sconfitta. Al contempo, l’articolo analizza le appropriazioni concorrenti e polemiche dell’immaginario tolkieniano da parte di ambienti filogovernativi ed estremisti, che ne hanno ribaltato o neutralizzato il significato originario. In conclusione, il saggio evidenzia sia la forza comunicativa del mito come strumento di dissenso indiretto nei regimi autoritari, sia i suoi limiti, legati alla semplificazione morale e alla polarizzazione, mostrando come l’opera di Tolkien in Russia non sia solo un riferimento letterario, ma anche un repertorio simbolico condiviso per ripensare la sconfitta politica e la resistenza. Ancora un punto a favore dell’evidenza che, piaccia o non piaccia, Tolkien rimane un autore politico nel senso più lato e nobile del termine.
La recensione del volume non può chiudersi senza una nota critica, che certamente non vuole essere né un’accusa né una diminuzione, bensì un richiamo problematico per tutta la comunità tolkieniana. Riguarda la partecipazione monogenere al dibattito. In questo caso una collettanea di ben dieci saggi non vede la presenza di nemmeno un’autrice. Sarebbe ora di cominciare – e qualcuno ha cominciato, in effetti – a prestare attenzione all’assenza di studiose e contributrici a una qualsivoglia discussione o progetto, sia esso divulgativo, scientifico o editoriale. I tempi sono ben più che maturi per farlo.
LINK INTERNI
– Vai alla pagina delle RECENSIONI
LINK ESTERNI
– Vai alla pagina di Carocci Editore
