Pubblicata la seconda edizione di Santi Pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien

E’ di questi giorni l’uscita della nuova edizione di Santi Pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien, opera scritta dal socio AIST Claudio Antonio Testi. Il libro, che enuclea la famosa tesi di Testi sull’armonia tra paganesimo e cattolicesimo nel Mondo Secondario, rappresenta uno dei volumi fondamentali della produzione di studiosi italiani sull’opera di J.R.R. Tolkien. Siamo di fronte a una delle pietre miliari degli studi tolkieniani del nostro Paese e la nuova edizione sicuramente non mancherà di attirare l’attenzione di chi desideri avvicinarsi al legendarium non solo in termini riconducibili al fandom ma soprattutto per un approccio accademico all’opera di Tolkien.

Questa seconda edizione, anch’essa, come la prima, edita per la collana “Filosofia e Teologia” di ESD (Edizioni Studio Domenicano) non è una semplice ristampa ma una riedizione ampliata e presenta una postfazione ad opera di Tom Shippey (già presente nella prima edizione inglese dell’opera) e una prefazione (anch’essa presente nella prima edizione inglese) composta dalla studiosa tolkieniana di fama internazionale Verlyn Flieger e tradotta dal socio AIST Giampaolo Canzonieri della quale riportiamo di seguito il testo integrale

La prefazione di Verlyn Flieger

Verlyn Flieger“Santi Pagani di Claudio Testi è un’opera importante, e la sua pubblicazione giunge a tempo debito e porta un valido contributo agli studi tolkieniani. Nel corso di più anni ho potuto osservare il progredire delle proposizioni di Claudio, nel loro svilupparsi prima da idee in tesi, poi in conferenza e articolo per studiosi, e ora, meritatamente, in un libro il cui valore per lo stato corrente degli studi tolkieniani non può essere maggiormente sottolineato. L’intero processo è stato un percorso d’istruzione sulla vita della mente e la giusta pratica degli studi. L’obiettivo che Santi Pagani si pone, e che raggiunge con ammirevole successo, altro non è che riconciliare quelle che, nel mondo degli studi tolkieniani, sono esistite per lunghi anni come letture filosofico/religiose opposte del suo corpus narrativo, letture il cui sviluppo ha prodotto in quello stesso mondo due campi fra loro contrapposti. Fin quasi dalla sua prima pubblicazione gli studiosi hanno sostenuto, da una parte, che Il Signore degli Anelli (e in seguito la sua mitologia originante, Il Silmarillion) fosse intenzionalmente ed esplicitamente cristiano per contenuto e messaggio, e, dall’altra, che in esso compaiono chiari elementi ed evidenti parallelismi con mitologie europee precristiane che parrebbero in conflitto con quel percepito cristianesimo. La tentazione è sempre stata quella di confondere quel che sappiamo di Tolkien con quel che vediamo nella sua opera. Tolkien era un fervido cristiano e un devoto cattolico che scriveva una mitologia inventata intenzionalmente precristiana: era dunque cristiano o pagano? e come si supponeva che potessimo saperlo? Per troppo tempo questi due campi si sono fronteggiati dai due lati di quel che sembrava una barriera etichettata come “o/o”. Claudio Testi, la cui precedente esposizione delle idee qui espresse era intitolata esplicitamente “Tolkien’s Work: is it Pagan or Christian?” (“L’opera di Tolkien è pagana o cristiana?”; Testi 2012), risponde nel presente lavoro alla domanda posta da lui stesso, sostenendo in modo persuasivo che non solo la barriera “o/o” non è necessaria, ma è anche inesistente, così come lo è il faccia a faccia che rende l’opera di Tolkien oggetto di contesa piuttosto che di reciproca e benefica comprensione. Testi fa questo sostituendo alla polarizzante tesi “o/o” – se è questo non può essere quello – il più egualitario e inclusivo approccio “sia/sia”, secondo il quale le due letture apparentemente in conflitto possono esser viste non come contraddittorie ma come complementari, non come mutuamente esclusive ma come di reciproco sostegno. L’effetto ottenuto è duplice. In primo luogo, rende la contesa superflua e, anzi, improduttiva; in secondo luogo, disarma i contendenti e li invita a sedersi a un tavolo e a unirsi in una conversazione sull’esplorazione e l’apprezzamento dell’armonico contrappunto che contrassegna l’opera di Tolkien. In più, apre le porte alla visione più ampia secondo cui il sacro può esistere in più di un contesto, e la cosiddetta “mitologia per l’Inghilterra” di Tolkien era concepita per sostenere, ma non replicare, il cristianesimo che era intesa precedere. Prove circostanziali di tutto ciò sono reperibili nel saggio di Tolkien “Beowulf: i mostri e i critici”, dove, in due distinti riferimenti, Tolkien lamentava il fatto che così poco fosse noto della mitologia inglese precristiana. Discutendo di quel che chiamava «la fede nella volontà inflessibile», che informava il concetto del coraggio nordico, Tolkien dovette riconoscere che «della mitologia inglese precristiana non sappiamo praticamente niente» (BMC p. 21), per poi tornare sull’argomento poche pagine dopo, nel lanciare la sua difesa dei mostri come elemento essenziale del Beowulf, e affermare di «rimpiangere di non conoscere qualcosa di più sulla mitologia dell’Inghilterra precristiana» (BMC p. 24). Sebbene in entrambi i passaggi Tolkien non abbia fatto riferimento alla propria mitologia, è difficile immaginare che non l’avesse presente mentre scriveva, dal momento che all’epoca, nel 1936, essa era in via di completamento se non ancora di rifinitura. inoltre, entrambe le afferma zioni del saggio, prese insieme alla dichiarata intenzione di dedicare la sua mitologia “all’Inghilterra”, rendono chiaro che egli era consapevole di un vuoto che il suo legendarium poteva riempire, prendendo il posto, sebbene solo come invenzione, di quella «mitologia precristiana». Fu per questa ragione che la lettera di Tolkien a Milton Waldman, nella quale egli descriveva la sua ambizione di scrivere una mitologia che potesse dedicare «all’Inghilterra», si prese cura con attenzione di squalificare «il mondo arturiano» come mitologia dell’Inghilterra, sulla base del fatto che in esso vi era un coinvolgimento con la «religione cristiana» e che esso la conteneva in maniera esplicita (Lettere n. 131). «il mito e la fiaba», scrisse, «devono, come tutta l’arte, riflettere e contenere disciolti elementi di verità […] morale e religiosa, ma non esplicitamente, non nella forma nota del mondo primario “reale”» (Ibid.). A dispetto dell’esegesi tipica, non si può essere allo stesso tempo precristiani e cristiani. Si può adombrare il cristianesimo, ma se lo si presenta in modo esplicito in qualcosa che è inteso precederlo, si vanifica il proprio stesso scopo. Vi sono poi anche evidenze più concrete delle storie, evidenze che, nel contesto dello scopo dichiarato di Tolkien di creare una mitologia inglese andata perduta, possono non solo suggerire l’approccio “sia/sia” di Testi, ma, di fatto, anche fornire ad esso dei parallelismi rivenienti dal mondo reale. A sostegno della critica letteraria, mi avvarrò qui della storia e dell’archeologia. In europa e nelle isole britanniche vi sono prove solide di continuità di culto in siti ora identificati come cristiani ma in precedenza pagani, siti che vanno da Chartres e Notre-Dame in Francia a Santa Maria del Fiore (altrimenti conosciuta come “Il Duomo”) in Italia, all’abbazia di Westminster in Inghilterra e a una legione di piccole (spesso molto piccole) e meno famose chiese di paese sparse per l’Inghilterra e l’Europa. Sepolte sotto le strutture esistenti di questi siti si trovano rovine di templi pagani, con la chiesa cristiana edificata apparentemente sopra di esse a servizio della continuità. Sebbene questo non sia proprio un “sia/sia”, non è tuttavia nemmeno l’arbitrario “questo o quello” del dibattito accademico, essendo forse più vicino a un qualcosa come “prima questo e poi quello”. Sarà anche vero che gli dèi «vanno e vengono», come osserva Tolkien nel suo saggio (BMC p. 22), ma l’impulso al culto permane ed edifica su se stesso. È nello spirito di questa continuità che Testi si fa avanti per proporre (e a mio parere raggiungere) una sintesi di due prominenti e influenti scuole della critica tolkieniana. Senza malanimo verso ciascuna, e accettandole entrambe, egli offre ai suoi lettori il meglio delle due scuole, mostrando come esse operano e, quel che è meglio, come possono lavorare insieme.”

La prefazione di Claudio Testi

Di seguito riportiamo invece la prefazione integrale dell’autore alla seconda edizione:

Claudio Testi“Sono passati undici anni dalla prima edizione di “Santi Pagani nella Terra di mezzo di Tolkien” e devo dire che, rileggendo il volume, ho trovato le tesi qui sostenute circa il “Tolkien’s problem” (ovvero: “l’opera di Tolkien è pagana o cristiana?”) ancora “attuali”. In altri termini, sia la prima parte in cui analizzo tre possibili “risposte” al problema “paganesimo/cristianesimo in Tolkien” (l’opera tolkieniana è pagana, cristiana o pagana e cristiana) sia la tesi “sintetica” che sostengo nella seconda parte (l’opera di Tolkien è pagana e in armonia con il cristianesimo perché è cattolica) mi sembrano, anche alla luce dei tanti nuovi studi apparsi sul tema, ancora esaustive e complete. Per questo motivo aggiornare la bibliografia secondaria alla luce di quanto è stato pubblicato in questi undici anni, per poi “classificare” gli studi in una categoria piuttosto che un’altra, non avrebbe apportato nessun valore aggiunto al testo originale, anzi, probabilmente lo avrebbe solo appesantito. Ho invece ritenuto opportuno segnalare nella mia introduzione qualche nuovo rilevante studio su Tolkien e aggiungere in varie note i riferimenti ad alcuni miei articoli pubblicati dopo il 2014, perché questi sono per molti versi una ulteriore “dimostrazione” ed espansione della tesi “sintetica” anche in ambiti tolkieniani non esaminati nella prima edizione. Le uniche altre modifiche che ho apportato nel testo originale sono state la correzione di alcuni refusi, l’aggiornamento delle citazioni tolkieniane alle nuove traduzioni del Signore degli Anelli e delle Lettere e l’aggiunta di qualche paragrafo nella sezione 4.2. che avevo già modificato nella versione inglese del testo. “Santi Pagani” è stato infatti il primo libro di un autore italiano a essere tradotto in lingua inglese nella prestigiosa collana tolkieniana Comarë Series curata da Thomas Honegger e edita dalla Walking Tree Publishers. Questa edizione ha anche avuto la prefazione e postfazione di, rispettivamente, Verlyn Flieger e Tom Shippey (le due massime “autorità” tolkieniane viventi): anche queste sono state tradotte e aggiunte nel volume che qui presentiamo. Nella sua versione inglese Pagan Saints in Middle earth ha avuto all’estero un’accoglienza più che soddisfacente (almeno per me), come dimostrano le numerose recensioni ricevute, tutte sostanzialmente positive, a seguito delle quali ho apportato alcune piccole modifiche (segnalate in nota al testo) alla versione del 2014. In merito nel 2019 ho pubblicato, sulla rivista olandese Lembas, un articolo in cui rispondevo ad alcune critiche presenti in queste recensioni, e che presento in italiano alla fine di questo volume, perché lo ritengo un saggio che chiarisce ulteriormente alcuni snodi tematici importanti di “Santi Pagani”, in primis la differenza tra compatibilità e armonia tra diverse prospettive.”

 

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