Michael D.C. Drout, The Tower and the Ruin: la recensione

Michael D.C. Drout non ha certo bisogno di presentazioni: docente presso il Wheaton College di Norton (MA) e direttore del Center for the Study of the Medieval del medesimo istituto, è autore del volume Beowulf and the Critics by J. R. R. Tolkien (2002) e curatore della fondamentale J.R.R. Tolkien Encyclopedia (2007). Il suo volume più recente, The Tower and the Ruin: J.R.R. Tolkien’s Creation (New York, W.W. Norton & Co., 2025), si configura come un contributo critico di notevole rilievo nel panorama degli studi tolkieniani contemporanei. Drout muove dalla constatazione che le opere di J.R.R. Tolkien presentano una natura distinta rispetto a gran parte della produzione letteraria del Novecento, in quanto caratterizzate da una peculiare «experiential quality» (p. 12) che rende la loro fruizione più assimilabile a un’immersione in un universo narrativo coerente e autonomo che non a una lettura tradizionale. Una simile premessa potrebbe, a prima vista, apparire autoreferenziale o persino ingenua. Tuttavia, ciò che risulta interessante – e, nell’economia generale del saggio, vincente – è la modalità con cui l’autore sviluppa tale assunto. Nell’indagare la specifica qualità esperienziale dell’opera tolkieniana, infatti, Drout evita di ricorrere al pur consolidato apparato teorico sollecitato dalla riflessione dello stesso Tolkien — quali le categorie di sub-creazione, mondo secondario e credenza secondaria — preferendo adottare una prospettiva differente che si concentra primariamente sull’atto della lettura e sugli elementi dell’opera che ne fanno un’esperienza al tempo stesso emotiva e intellettuale. In tale contesto, l’autore non esita a integrare nella riflessione anche un filtro personale, richiamando la propria esperienza di incontro con l’opera tolkieniana, che assume così valore non meramente autobiografico, bensì euristico all’interno dell’argomentazione critica.
Nel capitolo iniziale, “Origins”, Drout analizza le primissime prove autoriali di Tolkien mostrando come già in questa fase l’autore non si limiti a riprodurre pedissequamente i propri modelli (quali il Kalevala o Beowulf) ma tenda a operare una vera e propria ricreazione di testualità. L’analisi prende avvio da La caduta di Gondolin (LRP2, 1916), un racconto che, sulla scorta dell’autorità di Humphrey Carpenter, è considerato come l’inizio della mitologia tolkieniana. Drout si mostra subito poco propenso a adottare questo “lessico delle origini” e rifiuta di considerare il racconto esclusivamente come testo fondativo, preferendo rintracciarne la genesi nelle poesie giovanili di Tolkien, tra le quali spicca “Il Viaggio di Éarendel, la Stella della Sera” (LRP2 e Collected Poems, n. 16, 1914), assunta dall’autore come nodo intertestuale complesso: se da un lato essa richiama, com’è noto, il poema liturgico anglosassone Crist I (ai cui vv. 105-109 si ritrova la celebre frase «Ēala ēarendel engla beorhtast / ofer middangeard monnum sended»), dall’altro presenta forti affinità metriche con “Arethusa” di Percy B. Shelley e suggestioni figurative desumibili da Beowulf («ofer yða ful [sulla coppa dei flutti]», v. 1208b). L’argomentazione di Drout si estende a una più ampia problematizzazione delle fonti tolkieniane, mostrando come esse stesse siano il risultato di processi di adattamento creativo di tradizioni precedenti. L’espressione «Ēala ēarendel» del Crist I, ad esempio, costituisce a sua volta la traduzione dell’«O oriens» della quinta antifona d’Avvento; il traduttore anglosassone, tuttavia, attribuisce al termine un inedito valore cosmologico, identificando ēarendel con il pianeta Venere. Un’operazione analoga, consapevole o meno, è compiuta da Tolkien nel rielaborare il testo di partenza: un procedimento che Drout definisce efficacemente come «inventive synthesis» (p. 24), sottolineando che «the origin of Tolkien’s Legendarium is not any individual source or inspiration in and of itself», bensì l’atto creativo di connettere immagini, parole e idee in una nuova configurazione narrativa. La letteratura appare così come una mise en abîme intertestuale, priva di un’origine assoluta ma nondimeno segnata dall’integrità dell’intervento autoriale.
In tale contesto si inserisce la nozione di “textual ruin” (p. 25), ovvero di un testo che appare come frammento sopravvissuto di una tradizione più ampia: «a mixture of the completely obscure and the partially understandable» (p. 49). L’autore affronta così la questione della “mitologia per l’Inghilterra”, un concetto che trarrebbe origine più dalla biografia di Carpenter che non dalle dichiarazioni esplicite dello stesso Tolkien il quale, piuttosto, mirava a creare «works of literary art in contemporary forms in Modern English that would produce in their readers some of the same effects that the works of medieval literature produced in contemporary readers who read them in their original languages» (p. 29). A dispetto dell’immagine oleografica di Tolkien che compone La caduta di Gondolin nella solitudine di un ospedale da campo, Drout mostra efficacemente come il testo sia il frutto di una fitta rielaborazione di fonti, tra cui il romanzo Eric Brighteyes (1891) di H. Rider Haggard – in particolare nell’uso dell’historical present tense. L’influenza dello scrittore vittoriano viene interpretata da Drout come esempio in parte negativo, ma comunque decisivo nell’apprendimento di tecniche narrative moderne applicabili a materiali medievali.
Il secondo capitolo, “Frames”, approfondisce la funzione delle cornici narrative nel Legendarium, attraverso le quali Tolkien sviluppa strategie volte a simulare processi di trasmissione diacronica. Drout osserva che i narratori del Libro dei racconti perduti  posseggono ciascuno una propria prospettiva ben precisa, poiché «some witnessed the events they related; others had connections to the characters in the tales» (p. 58). Dopo i tentativi incompiuti della Strada perduta e di The Notion Club Papers – che costituiscono comunque snodi fondamentali nello sviluppo delle strategie narrative di Tolkien –, lo scrittore giunge alla conclusione che una cornice narrativa “sottile” risulti più efficace di una esplicita: nello Hobbit, infatti, il “narratore invadente” crea un effetto di oralità «quite emotionally convincing» (p. 72), mentre nel Signore degli Anelli la cornice del Libro Rosso giustifica l’eterogeneità stilistica e suggerisce una complessa stratificazione testuale. Il fatto che il discorso di compleanno di Bilbo sia riportato in corsivo ne costituisce una prova significativa: «the italicization of Bilbo’s birthday speech […] is meant to also be an originally separate text inserted into the main body of the narrative» (p. 81).
Il terzo capitolo, “Texts”, introduce il concetto di “eterotestualità”. Pur riconoscendo la multivocalità del romanzo, Drout sostiene che Tolkien non adotti una semplice eteroglossia modernista ma dissimuli la pluralità delle voci «behind the conceit of a translation preceded by a long transmission-history and a complex composition process» (p. 93). Di conseguenza, se la letteratura modernista privilegia la variazione stilistica, Tolkien opta per uno stile «generally consistent at the surface level, with no obvious stylistic markers for each implied narrator» (Ibid.). In ogni caso, «not only does each character have a different and distinct “mode of speech,” but the chapter includes multiple texts and references still others» (p. 87). In capitoli quali “Il Consiglio di Elrond” emergono testi inseriti, lacune dichiarate e rimandi a libri di sapienza che producono un’impressione di profondità. L’effetto di realtà deriva dalla simulazione di una tradizione manoscritta complessa che, a ben vedere, cela veri e propri esempi di intertestualità interna, riferendosi al vasto corpus di scritture e riscritture iniziato da Tolkien durante la Grande Guerra. La questione assume una diversa prospettiva per Il Silmarillion, in cui l’effetto di eterotestualità appare tutt’al più suggerito attraverso frequenti esempi di linguaggio poeticamente marcato (comprendente, tra l’altro, anafore, allitterazioni, rime, polisindeti, paratassi e ripetizioni); esempi che la fictio letteraria messa in atto da Tolkien presuppone quali interpolazioni di materiale poetico eterogeneo all’interno del testo in prosa. In modo indiretto, dunque, l’opera evidenzia un processo di trascrizione, revisione, ricopiatura e trasferimento tra generi differenti – ad esempio dalla prosa narrativa alla prosa in versi, da quella annalistica nuovamente a quella narrativa –: tale dinamica contribuisce a configurare Il Silmarillion come il risultato di una tradizione testuale stratificata.
Nel quarto capitolo, “Patterns”, Drout analizza come l’architettura ed il ritmo della narrazione, insieme all’uso della focalizzazione, contribuiscano al senso di “esperienzialità” dello Hobbit e del Signore degli Anelli. Secondo l’autore, nei romanzi tolkieniani coesistono struttura ciclica e lineare, secondo una tecnica di «interlace» (p. 127) di ascendenza medievale. Quasi a complemento della teoria dei modi di Northrop Frye applicata da Shippey ai romanzi di Tolkien, Drout applica (felicemente) la teoria del regime epistemico per esaminare la distribuzione della conoscenza tra autore, personaggi e lettori: la focalizzazione dello scrittore sui personaggi meno informati – spesso hobbit – genera un regime anti-ironico, allineando conoscenza del lettore e dei protagonisti. Tale scelta favorisce l’immersione nel Mondo Secondario e riduce la distanza ironica tipica del romanzo moderno.
Il quinto capitolo, “Emotions”, si concentra in particolare sull’Heimweh, il sentimento di nostalgia e perdita che attraversa l’intero Legendarium: non si tratta di un tema accessorio ma di una condizione esistenziale dei personaggi di Arda, spesso scatenata dall’odio, dalla violenza e dalla guerra. L’eventuale dominio di Sauron produrrebbe «universal heimweh» (p. 185), poiché distruggerebbe la terra stessa come dimora comune. Questo sentimento, pur contrastando in apparenza con il climax gioioso della sconfitta di Sauron, si integra perfettamente nel finale malinconico dell’opera. L’aspetto più triste del Signore degli Anelli è, infatti, la sofferenza di Frodo anche dopo il suo ritorno a casa nella Contea: pur trovandosi a casa, l’antica ferita continua a tormentarlo. Egli, dunque, «is in effect in permanent exile, and one that may be even more painful because he is in the physical location that used to be his home» (p. 187).
Il sesto capitolo, “Threads”, affronta temi strutturalmente secondari ma decisivi, quali la “gerarchizzazione razziale” elfica e la dialettica tra “mondo epico” e “mondo borghese” nello Hobbit. Nel Silmarillion, «the elves who made the journey are in some existential way superior to those who were unwilling, and those who saw the light of the Two Trees outrank those who did not. Additionally, among the “Elves of Light,” the Vanyar outrank the Noldor, who outrank the Teleri» (p. 193). Ciò determina una “gerarchia razziale” e un conseguente concetto di nobiltà che non sono mai problematizzati all’interno dell’opera ma generano nondimeno conflitti. Secondo Drout, infatti, «the hierarchical natures of the peoples and cultures of Middle-earth are essential motive forces in the narratives» (p. 194). Il “razzismo elfico” è esaminato, ad esempio, nella rivalità tra Fëanor e i fratellastri Fingolfin e Finarfin (attraverso la quale si intuisce un’opposizione tra Vanyar e Noldor) ma anche nei rapporti tra gli Elfi e gli Uomini, sui quali Drout osserva in modo convincente: «in the three Great Tales […] the derision of an elf for a man, based entirely on the presumed inferiority of men, contributes significantly to the eventual tragedy» (p. 204). Nel Signore degli Anelli, invece, Drout non individua forme di discriminazione attiva sulla base della “razza”, né riscontra un maltrattamento di gruppi ritenuti “inferiori” da parte dei Noldor rimasti nella Terra di Mezzo. Ne evince che «in the Third Age elvish racism is not a significant factor in the plot dynamics except, perhaps, in the way that the Elvish racial hierarchy is echoed in the views of the Men of Gondor with regard to the kindreds or races of men» (p. 210 ss.). Al posto di una gerarchia elfica, si delinea progressivamente una suddivisione tra gli Uomini – «Uomini in Alti, o Uomini dell’Ovest, cioè i Númenóreani; Mediani, Uomini del Crepuscolo, vale a dire i Rohirrim e quelli della loro stirpe che vivono tuttora nel lontano Nord; e Selvaggi, gli Uomini delle Tenebre» (SdA IV, v, p. 719) – la quale, in ogni caso, «does not seem to have the same pernicious effects as the elf-focused racial hierarchy of the First Age» (p. 211). Per quanto riguarda Lo Hobbit, Drout affronta – seppur, occorre dire, in modo meno approfondito e definitivo rispetto alla sezione precedente – la dialettica tra “mondo borghese” e “mondo eroico”, che coesistono innanzitutto nel “lato Baggins” e nel “lato Took” di Bilbo, e si manifestano inoltre nella contrapposizione tra il Regno sotto la Montagna e il sistema burocratico e mercantile di Dale. «Tolkien puts the epic and the bourgeois in dialogue, but unlike his predecessors (and most of his successors) he does not artificially resolve the issue by placing his thumb on the scale and asserting the overall superiority of one or the other. There is actually a kind of synthesis out of the two conflicting theses, but it is a subtle one that allows both thesis and antithesis to persist in mostly their own forms» (p. 228).
Nel settimo capitolo, “Tapestry”, Drout mostra come l’intreccio di temi renda Il Signore degli Anelli suscettibile di interpretazioni ideologiche divergenti. Non sorprende, perciò, che il romanzo sia stato letto come opera su «Christian faith, environmental awareness, world-building, power, good and evil, forgiveness, war, politics […] and immortality» (p. 234). Drout affronta nuovamente il tema della “gerarchizzazione razziale”. Sebbene, come precedentemente osservato, essa non rivesta un ruolo predominante nel Signore degli Anelli rispetto al Silmarillion, le sue implicazioni possono essere avvertite anche nel romanzo del 1954. Qui, la supremazia degli Elfi non viene mai messa in discussione né sovvertita; piuttosto, poiché la loro presenza nella Terra di Mezzo risulta sensibilmente ridotta, la gerarchizzazione si orienta verso le stirpi degli Uomini ma perde qualsiasi connotazione specificamente “razziale”: «The major differences between the men of Gondor and their friends and allies in Rohan, those “Men of the Twilight,” are cultural […], and perhaps this is the reason that the racial hierarchy does not seem to create the injustice, strife, and resentment that is elsewhere its primary product» (p. 243). Un ampio confronto tra Gondor e Rohan illustra le principali differenze tra le due società: la prima è colta, letterata, sofisticata e presenta una rigida struttura gerarchica nella quale gli uomini tendono a sottostare agli ordini anche quando questi non risultano immediatamente comprensibili o appaiono irrazionali (come nel caso di Faramir che compie l’insensato attacco contro Osgiliath ordinato da Denethor). Al contrario, la società di Rohan, maggiormente fondata sui rapporti personali, sull’onore e sul valore militare, attribuisce valore all’iniziativa individuale e al giudizio personale; i suoi membri possono disobbedire agli ordini se li reputano inappropriati e si assumono la responsabilità delle proprie decisioni qualora risultino errate. Drout, inoltre, osserva che i Rohirrim manifestano una minore preoccupazione nei confronti della morte rispetto agli uomini di Gondor: persino nelle situazioni di (apparente) disfatta – la battaglia al Fosso di Helm e soprattutto i Campi del Pelennor – personaggi come Théoden, Éomer ed Éowyn accettano il sacrificio estremo, tutt’al più sperando di essere degni di canti: «Such a culturally consistent desire implies an existential order in which the memorialization of fame is far less important than its having being earned» (p. 251). Quanto a Denethor, secondo Gandalf «il caso vuole che il sangue dell’Occidenza scorra quasi puro in lui» (SdA V, i, p. 806): Drout suggerisce che la reazione autodistruttiva del Castaldo alle condizioni apparentemente disperate della guerra sia non solo il frutto della sua personalità ma anche manifestazione di «a flaw in the Númenórean psyche» (p. 257). La medesima capacità intellettuale e inclinazione all’introspezione e autoconsapevolezza riscontrabile in Aragorn o Faramir – e quasi del tutto assente nei Rohirrim – si manifesta in Denethor sotto aspetti oscuri: egoismo, avidità e desiderio di potere. La caduta del Castaldo, secondo l’autore, non rappresenta però l’esito inevitabile della sua eredità o della sua cultura di appartenenza; emerge invece dal suo carattere individuale, evidenziato dalle sue scelte sempre più deliranti. Drout, infine, si concentra sugli effetti dell’Anello: le fantasie e le illusioni che esso induce generano visioni centrate sull’ego del possessore, sviluppandone l’egoismo, l’avidità e il desiderio di potere. In questo contesto, l’Anello non riesce a sedurre Sam poiché la fantasia che instilla nella sua mente si rivela sproporzionata rispetto ai suoi modesti desideri; infatti, il giovane hobbit giudica ridicola la visione proposta, aspirando solamente al «piccolo giardino di un giardiniere libero» (SdA VI, i, p. 955). Infine, l’impiego dell’Anello da parte di Frodo negli Emyn Muil, finalizzato a controllare Gollum, risulta giustificato e rappresenta la scelta meno dannosa tra le possibili alternative – quali eliminare Gollum o mettere a rischio la riuscita della missione. Questo effetto combinato trasmette al lettore la netta convinzione che Frodo, pur avendo ricevuto numerosi avvertimenti dai suoi consiglieri e dal proprio intuito, sia costretto ad utilizzare l’Anello per dominare Gollum ma ne paghi lo scotto in termini di salvaguardia della propria persona. Ciò porta Drout a isolare «a very important subtheme of The Lord of the Rings is the idea that morally incorrect actions always exact a price» (p. 290).
Nel complesso, The Tower and the Ruin ha l’indubbio pregio di presentare efficacemente l’opera tolkieniana come una struttura articolata di rovine testuali, cornici narrative, stratificazioni linguistiche, forme e tensioni tematiche che, anche quando non dichiarate esplicitamente, contribuiscono in modo significativo a costruire un universo narrativo coerente, attendibile e “vero”. La “qualità esperienziale” – inizialmente suscettibile di dubbio da parte del lettore – viene progressivamente delineata nell’argomentazione dell’autore come il frutto di strategie consapevoli, finalizzate a generare profondità storica, coerenza culturale e risonanza emotiva; questi elementi conferiscono al Legendarium una qualità di verità percepita che rappresenta il fulcro della sua duratura rilevanza critica e culturale. Drout propone dunque una lettura interpretativa rigorosa, innovativa e stratificata, che supera la mera individuazione di fonti e influenze, offrendo invece una visione critica capace di integrare filologia, teoria letteraria e ricezione emotiva in un quadro interpretativo unitario.
Eventuali critiche non si rivolgono tanto all’autore quanto ad alcuni recensori che hanno sottolineato negativamente l’impiego di terminologia tecnica e la densità dell’argomentazione, considerandole difficili. È opportuno ricordare, in proposito, che la critica letteraria costituisce una disciplina scientifica dotata di un proprio lessico specialistico; non vi è ragione per cui uno studioso, anche trattando autori “popolari” come Tolkien, debba evitarne l’uso. Analogamente, le osservazioni relative alla minore attenzione concessa da Drout ai contesti biografici o storici risultano infondate: la critica letteraria deve focalizzarsi sull’opera, non sull’autore.
Complessivamente, Drout apporta un contributo rilevante agli studi tolkieniani: il volume offre strumenti analitici utili a comprendere perché il Legendarium di Tolkien evochi una peculiare «sensazione di antico» e come tale effetto sia da attribuirsi a precise scelte creative. Alla luce delle evidenze critiche, The Tower and the Ruin possiede le caratteristiche per assumere il ruolo di testo di riferimento nella critica letteraria tolkieniana, pur richiedendo al lettore interessato un considerevole impegno per cogliere tutte le articolazioni metodologiche.

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.