Le lingue di Tolkien al Centre Pompidou di Parigi

Conferenza di Miha Gherghescu al Centro Pompideur La Francia è un altro pianeta. E lo dimostra anche nel suo approccio alla cultura. Il Centre Pompidou di Parigi ha aperto le porte alla quarta stagione del Nouveau Festival, ora prorogato fino a fine marzo, un’occasione importante in cui si rivelano le complesse diversità della cultura visuale contemporanea. La manifestazione accoglie più di cento ospiti che con le loro proposte si collocano all’incrocio di molteplici discipline. Tra grafica e tipografia, cinema e performance live, idiomi immaginari, musica e dibattiti, il Centre Pompidou, per questa quarta edizione, investiga il tema della lingua, andando oltre la sfera dei significati, per coglierne le astrazioni sonore e le manifestazioni più arcane. E nell’ambito dei linguaggi inventati non potevano mancare, naturalmente, quelli creati da J.R.R. Tolkien. Ecco il nostro resoconto dell’evento.

Le lingue immaginarie

Noveau festival di ParigiCome una Babele nel centro di Parigi, con una mostra dal titolo impronunciabile, Khhhhhhh, il Festival si interroga ad esempio sul perché Dio parlasse danese. O ancora del come il Kobaïen, idioma universale ed extraterrestre proveniente dal pianeta Kobaïa, sia giunto sino a Christian Vander, batterista-fondatore del gruppo Magma, le cui canzoni sono tutte cantate in questa lingua. Questa tematica è sviluppata anche nel percorso espositivo, in cui la Galleria Sud è dedicata proprio all’universo dei linguaggi fantastici. Infine, oltre a conferenze, dibattiti, proiezioni e performance, si fabbricano anche libri partendo dalla materia prima fino alla stampa definitiva. La mostra nella Galleria Sud, accanto alla vasta opera dell’eclettico artista Guy de Cointet, presenta una sezione consacrata alle «lingue immaginarie e inventate». In una cacofonia di suoni, convivono linguaggi come lo Zaoum dei futuristi russi e il Volapük, ispirato da Dio al religioso tedesco Johann Martin Schleyer nel XIX secolo. O ancora il Vonlenska, linguaggio emotivo-fonetico creato dal gruppo musicale islandese Sigur Rós, la lingua puffa di Peyo e in una delle prime lingue artificiali a noi note, creata da Ildegarda di Bingen, la cui fede ha trovato espressione anche attraverso la glossolalia, cioè il parlare nella sua Lingua Ignota di ispirazione divina. Un laboratorio è anche dedicato al binomio lingue inventate e cinema, dove in venti sessioni presentate da registi e specialisti del settore, vengono proposte le opere di grandi autori come Robert Altmann, Antonin Artaud, Werner Herzog, Pier Paolo Pasolini,
Eric Rohmer, ma anche Leonard Nimoy, Marc Okrand e Peter Jackson.

Tolkien e la sua influenza

Mostra a Parigi: "Khhhhhhh"In Galleria ci si imbatte inoltre nell’opera di Frédéric Werst. Quest’ultimo ha raccolto in un’antologia le opere redatte da un popolo, i Wards, nel corso dei due secoli in cui la loro civilizzazione era al suo apogeo. Vi si ritrovano testi religiosi, filosofici, racconti storici o mitici, libri di poesia, testi di grammatica e di geografia. In annesso al volume di 400 pagine si trova inoltre una grammatica Wardwesân e un dizionario di non meno di 3500 lemmi. Questa lingua è stata in realtà inventata dalla A alla Z dallo stesso Frédéric Werst, influenzato dal lavoro di Tolkien che aveva introdotto nelle proprie opere le lingue elfiche e degli altri popoli dell’immaginaria Terra di Mezzo. Su Tolkien e le sue lingue abbiamo parlato con Blistène Bernard, professore, curatore e direttore del Centro Pompidou di Parigi.
Cosa rivela l’esplorazione dei linguaggi immaginari nell’arte contemporanea?
«L’esplorazione delle lingue immaginarie mostra concretamente come il loro numero sia potenzialmente infinita. Non possiamo fare né un inventario né una mappa perché al di là di quelle che conosciamo, chiunque ha il diritto di costruire il proprio linguaggio! Ma esiste probabilmente una strana collusione tra l’invenzione del linguaggio e il desiderio d’emancipazione che si manifestano nella creazione artistica moderna e contemporanea, sia se si segue una modalità più “battuta” sia se si usano le forme più tecnologicamente avanzate».
Del resto, il calcolo combinatorio è alla base dell’invenzione del testo in Joyce e Queneau. Quali potrebbero essere gli obiettivi che motivano oggi l’invenzione di un linguaggio?
«Diciamo, innanzitutto che si dovrebbe distinguere la creazione voluta da quella accidentale! La lingua dei “marziani” o la glossolalia del Medioevo testimoniano la grande potenza del delirio, mentre le splendide lingue elfiche di J.R.R. Tolkien o quelle degli eroi di Star Trek mostrano in primo luogo la fervida immaginazione dei loro autori. Non bisogna nemmeno dimenticare quel sogno di una lingua universale che fu l’Esperanto o i riflessi sociali e politici alla base del Volapük. Ma possiamo dire che tutte le invenzioni di un linguaggio traducono il desiderio primario dell’uomo di essere altro e la sua volontà perenne di farsi capire».
Bernard BlistèneIl vostro laboratorio ha l’intento di mostrare come i linguaggi immaginari abbiano trovato nel cinema un mezzo e un campo privilegiato di sviluppo?
«Esatto. Un film permette innanzitutto di salvare queste lingue, testimoniandole e documentandole in un gesto antropologico (lo dimostrano film come Poto et Cabengo di Jean Pierre Gorin, L’Alphabet de Bruly Bouabré di Nurith Aviv, Le Moindre Geste di Fernand Deligny…). Il cinema, grazie alla sua capacità di mobilitare e ispirare l’immaginario, è inoltre il luogo adatto di tutte le finzioni fantastiche e fantascientifiche, che generano dei mondi paralleli e le loro lingue. Ne sono un esempio il Klingon usato in Star Trek o l’Esperanto nel film Incubus oppure il Na’vi creata per il film Avatar».
Il creatore di linguaggi per il cinema è divenuto a Hollywood una professione chiamata conlangers, come avete ben spiegato in una delle conferenze
dedicate. Sono quelle persone che inventano nuovi dialetti seguendo una struttura logica. Uno degli esempi più recenti è il Dothraki, la lingua del popolo dei cavalieri nomadi protagonista di una delle trame di A Game of Thrones di George R. R. Martin. In cosa tutte queste creazioni sono diverse dalle lingue elfiche di Tolkien?

«La differenza è notevole. Per gli adattamenti del Signore degli Anelli e ora dello Hobbit di Tolkien è vero che sono stati coinvolti esperti come David Salo, ma le lingue non sono state sviluppati dagli stessi registi. Semplicemente sono state trascritte frasi o dialoghi già presenti in elfico nei romanzi. Tolkien ha creato ben dieci lingue e molti alfabeti per sviluppare il mondo della Terra di Mezzo. Nella trilogia di Peter Jackson, gli appassionati hanno potuto per lo più ascoltare il Sindarin, la lingua parlata dagli elfi come Legolas o Arwen. Il Quenya era presente soprattutto come scrittura, mentre nello Hobbit è comparso il Khuzdul, la lingua artificiale creata da Tolkien per i Nani».

La mitopoeia del Professore

Mihaela GherghescuTolkien e le sue creazioni linguistiche sono state al centro anche di una conferenza, intitolata Mythopoétiques (“Mitopoietica”, l’arte di inventare i miti), tenuta dalla storica dell’arte Mihaela (Miha) Gherghescu, insegnante all‘EHESS, l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (la Scuola di Studi Superiori in Scienze Sociali). Il suo intervento che è possibile seguire seguendo il collegamento qui sotto, non è semplice il riflesso di una ricerca accademica, ma una rassegna di quegli autori che si sono proposti a un certo momento di riformare la sostanza profonda del nostro linguaggio. Non si tratta di colmare le lacune o di confermare le teorie che circolano sulle lingue inventate, ma semplicemente di porre all’attenzione del pubblico la pluralità e la ricchezza di queste costruzioni artistiche, mitiche e al tempo stesso poetiche, che mutano profondamente la nostra abitudine a leggere, sentire e vedere che hanno provocato e provocano ancora, tutta una serie di processi di identificazione, di assegnazione e di riconoscimento. Queste creazioni mettono in gioco, tutti in una volta, i presupposti sulla stabilità del testo e sulla chiarezza dell’immagine. Tra questi autori un posto preminente è dedicato a Tolkien, descritto come professore di Oxford appassionato di elfi, hobbit e goblin, ma anche di leggende arturiane, di poemi anglosassoni e di saghe finlandesi che fu un grande inventore di lingue fantastiche, un teorico di un’estetica linguistica per il suo Sindarin e il suo Quenya, un esploratore di tutte le permutazioni linguistiche possibili e fittizie che letteralmente erano il frutto di una “azione mitopoietica”: le sue lingue hanno prodotto la creazioni di interi popoli, territori e un intero universo che le usava e che le modificava nel corso del tempo, come testimonia la normale evoluzione di un linguaggio reale.

GUARDA IL VIDEO DELLA CONFERENZA
 

– vai al sito del Centro Pompidou di Parigi
– vai al sito dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales
– Scarica il
documento sulla manifestazione del Centre Pompidou

.


 


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7 Comments to “Le lingue di Tolkien al Centre Pompidou di Parigi”

  1. Giampaolo (spesso Gwindor) ha detto:

    Quella dei Sigur Ros io la conoscevo come Hopelandish, ma Vonlenska probabilmente è il nome in islandese. Dei Magma, con l’accento sulla “a”, sono davvero sorpreso che qualcuno ancora si ricordi 🙂

  2. Daniele Pietro Ercoli ha detto:

    Ci tengo a precisare che ci sono un paio di errori riguardanti santa Ildegarda. La sua fede non “ha trovato espressione solo attraverso la glossolalia”, altrimenti nessuno l’avrebbe condierata santa.
    Inoltre l’articolo confonde glossolalia con xenolalia, che ad ogni modo non riguarda Ildegarda: la Lingua Ignota è stata inventata dalla badessa pienamente cosciente. Tra l’altro l’errore è grossolano: Ildegarda è l’unico caso di mistica che abbia ricevuto visioni uditive o visive senza perdere in alcun modo la percezione della realtà.

    • redazione ha detto:

      La frase aveva un refuso, santa Ildegarda, naturalmente, «ha trovato espressione ANCHE attraverso la glossolalia». Qui l’accento è posto non sulla mistica, ma sull’invenzione di una lingua artificiale. Sembra che la santa l’avesse inventata in maniera pienamente cosciente, ma per fini mistici. Il passaggio è comunque funzionale soltanto al mostrare quante lingue artificiali siano presenti nel mostra. Grazie per il commento!

  3. Stefano Moretti ha detto:

    Salve,
    segnalo un probabile refuso: “Mitopoietica”, l’arte di inventare le lingue, che in realtà (se non sbaglio) è l’arte di inventare i miti.

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