2 settembre 1973: morte e immortalità di Tolkien

JRR-Tolkien-coloreIl 2 settembre una triste ricorrenza attende tutti gli appassionati tolkieniani: l’anniversario della morte del professore. Tolkien si spense a Bournemouth, una cittadina costiera del sud dell’Inghilterra. Il professore si trovava a Bournemouth in visita ad alcuni amici, dopo aver vissuto lì per quasi 4 anni ed averla lasciata dopo la morte di Edith nel 1971, facendo ritorno ad Oxford. A risultare fatale per Tolkien fu un’ulcera gastrica con emorragia, sebbene inizialmente i medici fossero ottimisti in merito. Al capezzale del professore, due dei quattro figli, il maggiore John e la minore, Priscilla. J.R.R. Tolkien oggi riposa assieme all’amata moglie Edith nel cimitero Wolvercote, a Oxford, dove sulla lapide sono incisi anche i nomi Beren e Lúthien, gli innamorati la cui storia svolge un ruolo fondamentale nel Silmarillion.

La Morte nel mondo secondario di Tolkien

Libro: "La Falce Spezzata. Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien"La morte, assieme alla vita e all’immortalità, erano i temi del Tolkien Reading Day di quest’anno, celebrato come sempre il 25 marzo (data della caduta di Sauron nel mondo secondario del professore). Tale tema era stato scelto per via del centenario della battaglia della Somme, considerata una delle più sanguinose battaglie della storia dell’umanità. Esattamente un secolo fa, infatti, Tolkien era al fronte e sopravvisse a questo tremendo scontro, ma in esso perse molti degli amici più cari, tra cui due membri del T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society, una club formatosi quando Tolkien frequentava la King Edward’s School). Dell’importanza di tale argomento per il professore abbiamo inoltre una chiara dichiarazione: Tolkien affermava in nella lettera n.186 che la Morte, assieme all’Immortalità, fosse il tema dominante del Signore degli Anelli: «the mystery of the love of the world in the hearts of a race ‘doomed’ to leave and seemingly lose it; the anguish in the hearts of a race ‘doomed’ not to leave it, until its whole evil-aroused story is complete». (il mistero dell’amore per il mondo nei cuori di una razza ‘destinata’ a lasciarlo e che sembra perderlo, l’angoscia nei cuori di una razza ‘destinata’ a non lasciarlo finché la sua intera storia sorta dal Male non sia giunta a compimento). Tuuliky: "Athrabeth Finrod ah Andreth"Questa tematica è ricorrente nelle opere tolkieniane e uno dei più grandi spunti di riflessione in merito si trova nel suo legendarium, tra i testi pubblicati postumi. Questo testo fondamentale per comprendere come la morte viene affrontata dai popoli di Tolkien è l’Athrabeth Finrod ah Andreth (Il dialogo di Finrod e Andreth), pubblicato all’interno del decimo volume della History of Middle-earth, Morgoth’s Ring, non ancora tradotto in italiano. Ambientato nella Prima Era, il dialogo si svolge tra l’elfo Finrod Felagund e Andreth la Saggia, che è inoltre sorella del nonno di Beren, la cui storia d’amore con l’Elfa Lúthien è a sua volta indissolubilmente legata ai temi della morte e dell’immortalità. Nel dibattito, originato dal dolore per la recente scomparsa di Boron (nonno di Andreth), la saggia descrive la morte come un destino che originariamente non era parte della natura umana e che essa sarebbe sopraggiunta solo in seguito, a causa di una corruzione degli Uomini da parte del Signore delle Tenebre Morgoth. Un altro aspetto della morte analizzato in questo dialogo è la separazione tra corpo e spirito, quale legame li unisca e come possa differire tra Elfi e Uomini.
Nemmeno un’opera precedente come Lo Hobbit, sebbene possieda in generale toni più leggeri e gioviali, manca di porre la morte in un ruolo centrale. Hobbit1È proprio in punto di morte che Thorin rinsavisce e si riappacifica con Bilbo, dopo che questi lo ha tradito consegnando l’Arkengemma agli uomini del lago e agli Elfi per salvare il nano da sé stesso, dalla sua ossessione per l’oro che stava per condurre le due parti ad uno spargimento di sangue (che alla fine avverrà comunque, ma contro orchi e lupi selvaggi).
Oltre ai passi a cui si è accennato altri esempi della centralità della morte non mancano (e questo articolo è troppo breve per poterli trattare tutti), ma un’ultima menzione va alla storia d’amore tolkieniana probabilmente più famosa, grazie alla trilogia cinematografica di Peter Jackson: quella tra Aragorn e Arwen. Nell’Appendice A in cui la storia viene narrata, ci viene raccontata anche la morte del nobile dúnedain e come essa implichi inevitabilmente anche quella dell’Elfa innamorata. Al tormento di lei, Aragorn risponde con parole di coraggio e di speranza: «Non lasciamoci sopraffare dalla prova finale, noi che anticamente rinunciammo all’Ombra e all’Anello. Nella tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo legati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi».

Salutiamo dunque il professore senza che troppa ombra gravi su questa giornata, grati dei ricordi che ci ha lasciato e consapevoli che anche se sono passati 43 anni da quel 2 settembre in cui il professore lasciava questo mondo, il fuoco che la sua immaginazione ha acceso non si è spento. L’interesse per le sue opere ed il suo mondo secondario continua, la Via prosegue senza fine.

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6 Comments to “2 settembre 1973: morte e immortalità di Tolkien”

  1. Eva ha detto:

    Grazie ragazzi per questo articolo…mi avete commossa fino alle lacrime…questa è anche la potenza delle immortali parole del Professore.
    Grazie

  2. Maria Antonietta ha detto:

    Grazie a Dio che ha fatto dono al mondo di un uomo come lui, che ha realizzato la sua vocazione. Chiamato a dare testimonianza della sua fede lo ha fatto in modo tale che mi ha aiutata a convertirmi dopo decenni dal suo lavoro. Grazie ai suoi libri ho dato voce alle mie domande sul senso della vita, mi ha aiutato ad uscire dalla disperante rassegnazione di atea, mi ha commosso fin nelle viscere e mi ha convinto a cercare fino ad incontrare la Risposta. Leggo tutto quello che trovo su di lui, piccolo riverbero della Luce che lo ha “usato” per raggiungere tanti di noi. Grazie anche a voi che tenendo vivo il suo lavoro mi aiutate a tenere fisso lo sguardo sull’unica Via che porta là dove “vi è più dei ricordi”.

    • Allegra ha detto:

      Perdonami Maria Antonietta, ma come ha fatto un uomo che non ha mai nominato Dio a farti avvicinare alla religione?

  3. Feder ha detto:

    La bella testimonianza di Maria Antonietta mi spinge a una breve testimonianza personale. Personalmente non vagavo nell’ateismo ma in un mondo nebbioso, grigio e spiritualista. In quel periodo mi abbeveravo alla fonte di Evola, Eliade, Guenon, Schuon, Coomaraswami ecc…
    La scoperta di Tolkien, che mi fu raccomandato da un amico metallaro (la sua Opera è sempre stata presa di mira dal mondo hard n’ heavy) ha fatto in modo che anch’io cercassi e trovare, in seguito, se non le risposte alla mia sete di eterno e Verità, comunque gli strumenti per una lotta di discernimento interna. Grazie a Tolkien ciò fu possibile.

    • Allegra ha detto:

      Feder ciao, cmi piacerebbe tanto sapere a quali conclusioni sei giunto, a cosa ti ha avvicinato la lettura di questo grande capolavoro…

  4. Feder ha detto:

    È davvero importante sottolineare come, da non cattolico, diventai cattolico grazie a un Opera di un cattolico che però non ha mai menzionato Dio e si è tenuta alla larga da ogni riferimento alla fede, al culto e alla religione. La grandezza del Professore concerne la continua scoperta di cose nuove nelle sue opere. Tolkien è davvero una fonte inesauribile che trascende l’Opera stessa. Tolkien parla all’Uomo e parla sovvertendo ogni impalcatura sofistica e retorica. Tolkien mette a nudo ognuno riconducendo alla consapevolezza che, come ebbe a dire Chesterton, non si può non amare ciò per cui si è disposti a lottare e non si può non lottare per ciò che amiamo.

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