Hirst e Tolkien nell’arte contemporanea

Mostra Venezia HirstDi questi tempi è meglio specificarlo prima. In quest’articolo si parlerà di Damien Hirst e della sua mostra a Venezia, aperta fino al 3 dicembre, la prima grande mostra personale a lui dedicata in Italia. Questo non vuole dire che ci piaccia la mostra, ci piaccia l’artista e lo vogliamo difendere. Lo scopo di quest’articolo è un altro: osservare come J.R.R. Tolkien faccia il suo ingresso, anche ufficialmente, nell’arte contemporanea. Ma per capire tutto questo bisogna fare una digressione sull’artista inglese. Sì, perché il ritorno di Hirst è trionfale, controverso, esagerato. L’artista vivente più celebre al mondo, o se non altro uno dei più quotati, ha scelto proprio Venezia per esporre Venezia: Punta della DoganaTreasures from the Wreck of the Unbelievable (“Tesori dal relitto dell’incredibile”): dieci anni di lavoro culminati in una mostra monumentale che occupa Punta della Dogana e Palazzo Grassi, le sedi veneziane della collezione del magnate francese François Pinault, con centinaia di sculture in bronzo, cristallo e marmo di Carrara impreziosite con pietre, ori, giade e malachite. E la mostra ha suscitato numerose polemiche.

Artista, imprenditore, collezionista

Damien Hirst Damien Hirst, nato in Inghilterra nel 1965, è considerato un rivoluzionario. Ed è anche l’artista più ricco del Regno Unito. Fa parte del gruppo Young British Artists, che esordirono sulla scena artistica londinese alla fine degli anni Ottanta e dominarono il decennio successivo. Durante gli anni Novanta il suo nome era legato al collezionista Charles Saatchi che finanziò tutte le sue opere dal 1991 al 2003. Hirst vuole a tutti i costi strabiliare e provocare con la sua arte, frutto non solo della sua visionarietà ma anche della sua capacità di sfruttare l’attenzione mediatica e le risorse economiche esorbitanti a sua disposizione. Nel 2000 la sua scultura Hymn fu comprata da Saatchi per un milione di sterline. Il teschio tempestato di diamanti, l’opera For the love of God (“per amore di Dio”) è stata venduta per 100 milioni di dollari nel 2007. Nel 2008 mise all’asta per Sotheby’s una delle sue esposizioni, Beautiful inside my head forever (“Il bello per sempre nella mia testa”): Damien Hirst e lo squaloil prezzo finale fu la cifra record di 111 milioni di sterline (198 milioni di dollari). Ma Hirst è divenuto famoso soprattutto per una serie di opere nelle quali la presenza di animali morti — sezionati e conservati in formaldeide — è l’elemento dominante. Uno delle sue creazioni più celebri è The physical impossibility of death in the mind of someone living (1991, “L’impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente”): uno squalo tigre lungo oltre quattro metri immerso proprio nella formaldeide. La scultura fu venduta per 12 milioni di dollari a un collezionista americano, Steve Cohen.
Protesta animalisti contro Damien HirtsNon sorprende quindi che l’artista sia l’obiettivo delle azioni degli animalisti, che sostengono che «Hirst è uno di quei falsi artisti che costruiscono le loro effimere fortune sull’uso di animali, imbalsamati, squartati, spesso uccisi per l’occasione, che sono il “materiale” delle loro performance. Le sue “opere” sono tra le più pagate al mondo. Il successo di Hirst si basa su due elementi: far leva sulle peggiori pulsioni e sensazioni umane, e il supporto di mercanti d’arte, critici prezzolati e galleristi. L’arte non c’entra per niente. Protesta contro HirstHirst è famoso per esporre animali uccisi e inglobati nella formaldeide, o imbalsamati, e per l’impiego di migliaia di Farfalle le cui ali vengono strappate e incollate su oggetti vari. La morte e il gusto del macabro servono ad attirare l’attenzione. Poi ricchi collezionisti come Saatchi e addirittura la prestigiosa Sotheby’s pensano a far salire artificialmente le quotazioni del ciarpame di Hirst. È una squallida operazione commerciale basate sulla morte e il disprezzo verso esseri viventi e senzienti». Questo il comunicato di 100% Animalisti che per protestare contro la mostra a Venezia in un blitz notturno hanno portato quaranta chili di sterco davanti all’ingresso di Palazzo Grassi a Venezia.

La mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Catalogo mostra HirstIl mostra di Hirst a Venezia è stata definita in molti modi ed è al centro di polemiche in tutto l’ambiente artistico contemporaneo: la mostra è stata massacrata dagli addetti ai lavori, Hirst è stato accusato dalla critica di aver creato un progetto che assomiglia molto al back stage di un colossal hollywoodiano, e non sono piaciuti nemmeno i molti, troppi riferimenti e scopiazzature di opere di altri artisti (Jeff Koons, Marc Quinn, Banksy…). Insomma, l’indefinibile mostra potrebbe essere liquidata semplicemente come la mostra più brutta e costosa del secolo (e quanto abbiano speso è stato uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi mesi).
Duecento opere, sculture, foto, reperti archeologici documentano in modo dettagliatissimo e credibile la più improbabile delle leggende, il ritrovamento del relitto di una nave naufragata tra il I e il II secolo d.C con a bordo i tesori di Aulus Calidus Amotan, conosciuto come Cif Amotan II, un ex schiavo a di Antiochia diventato collezionista. Tutto il progetto non sembra averlo fatto nemmeno Hirst, anzi l’artista vuole proprio che la gente meno informata pensi o creda che tutto quanto vedrà non è una sua opera ma la raccolta dell’ex schiavo di Antiochia divenuto collezionista la cui nave «The Unbelievable» è affondata e riportata a galla dall’artista per mostrarla al mondo a Venezia. I video documentano il recupero subacqueo degli oggetti esposti in mostra. mostra HirstL’opera d’arte diventa allora l’impresa nel suo insieme, nella sua costruzione più che nel risultato. La storia del relitto è la vera opera d’arte. «Un fanta-ritrovamento archeologico meno fantasioso dei vecchi fumetti e muscolare come Thunderball che tradisce l’appartenenza a tutto quello che oggi consideriamo fake news», ha sentenziato il critico Robert Storr, direttore della Biennale dieci anni fa. Piccolo dettaglio: il «tesoro» di Cif Amotan II al termine della mostra veneziana verrà messo in vendita, anche per coprire le spese del «ritrovamento del relitto» e dell’allestimento della mostra. Secondo le sue dichiarazioni la spesa si è aggirata intorno alle 50 milioni di sterline (57 milioni di euro).

J. R. R. Tolkien e l’arte contemporanea

La Lettura - Il Corriere della SeraI lettori più attenti avranno già capito qual è il punto di contatto tra l’artista e lo scrittore de Il Signore degli Anelli. E a dirlo non siamo noi, ma un noto critico d’arte sull’ultimo numero de «La Lettura», l’inserto culturale del Corriere della Sera, Vincenzo Trione. Nel lungo articolo dal titolo Il fantasy è la nuova forma dell’arte contemporanea il critico spiega bene come in fondo, la mostra veneziana è anche il primo tentativo per importare nei confini dell’arte contemporanea l’immaginario del fantasy. L’ex enfant terrible della Young British Art, per Treasures from the Wreck of the Unbelievable, parte proprio da Tolkien. Ovvero, il precursore del fantasy, tra i generi letterari e cinematografici oggi di maggiore successo. Nelle sue interviste, quasi per riscattarsi da quanti lo giudicano un «barbaro» e per legittimarsi sul piano intellettuale, egli spesso ricorda artisti e pensatori del passato e parla di tematiche filosofiche e metafisiche. Nell’articolo si legge che Tolkien è il «maggior studioso di letteratura anglosassone e medioevale (che) aveva scritto a sua volta un’epopea secondo le regole del genere cavalleresco, diventando il servitore appassionato delle stesse forze che aveva sentito pulsare nei versi di uomini morti da più d’un millennio». Fiaba che parla di «cose permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmini», Il Signore degli Anelli ci consegna archetipi letterari divenuti figure e creature situate «tra il mondo sublunare e il terzo cielo». Hisrt mostra veneziaIl fantasy, nelle sue declinazioni romanzesche e cinematografiche (Le cronache di Narnia di Lewis e Il meraviglioso mago di Oz di Baum, Harry Potter di J. K. Rowling), come cartografia fiabesca, a tratti immaginifica e surreale, è dominata da personaggi incantati e da creature magiche, con poteri soprannaturali. Hirst riprende questa antica tradizione. Ne rilegge in maniera infantile e trash gli artifici, che aggiorna. Infine, ne recupera le visioni fantastiche. Per spalancare le porte di una sorta di teatro del meraviglioso e dell’assurdo.
Si può dire tutto su Hirst, ma è certo che sia un artista in grado di fiutare quello che altri annusano dopo. In questo caso che l’arte contemporanea ha bisogno di storie, non importa quanto assurde siano, storie da ascoltare, storie da raccontare. Orso guerriero di Damien HirstCosì ecco che Hirst s’inventa di sana pianta questa sua epopea. Per renderla il più credibile o incredibile possibile ha addirittura buttato nel mare alcune delle sculture per fotografarle come se degli archeologi marini le avessero davvero scoperte. In questo Hirst sembra aver centrato, a modo suo, il bersaglio del futuro dell’arte contemporanea. Siamo entrati nell’era «d. H.», dopo Hirst. Gli artisti non potranno più non pensare al potere narrativo dell’arte, se non l’unico, sicuramente uno degli elementi essenziali per il futuro successo di un’opera. L’arte senza narrazione oggi come oggi potrebbe rischiare di rimanere indietro o di morire presto.
Il racconto è tornato a essere più che mai importante.
Hirst questo, nel bene e nel male lo ha capito.

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo Quando l’Arte Visiva legge J.R.R. Tolkien

LINK ESTERNI:
– Vai al sito di Palazzo Grazzi
– Vai sito de «La Lettura», l’inserto culturale del Corriere della Sera

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