Fabio Leone: «Tolkien? È uno choc culturale»

Inaugurazione mostra di Fabio LeoneSette sentieri. È il titolo della mostra che è stata il 5 Marzo nel Salone del Palazzo Sermage, al museo civico di Varazdin in Croazia. La cittadina, a tre ore da Trieste, rende così omaggio a Fabio Leone, che da qualche anno si è stabilito lì. L’artista italiano presenta una selezione delle migliori illustrazioni da lui realizzate, divise in sette sezioni tematiche: i visitatori vengono introdotti in luoghi inaspettati, dove si alternano realtà e fantasia, reale e immaginario. Le sue illustrazioni si possono trovare in numerosi libri e riviste di tutto il mondo come Miles Kelly, Compass Media, Pearson, Oxford University Press, Nelson Evergreen, Macmillian, e altre. Perché ce ne occupiamo? Perché una delle sezioni è intitolata a J.R.R. Tolkien. E, vista l’occasione, abbiamo avuto modo di intervista l’artista.

L’intervista

Artisti: Fabio LeoneHo incontrato Fabio Leone virtualmente non molto tempo fa, mentre vagavo in internet alla ricerca di illustrazioni di stampo tolkieniano. Apro un link e mi ritrovo davanti al volto granitico di Beorn. Ho esultato. Sin dalla prima lettura de Lo Hobbit ho immaginato questo personaggio in un certo modo. Né le illustrazioni dei fratelli Hildebrandt né quelle di Howe mi avevano soddisfatto. Ma questa era perfetta. Strana sensazione guardare il volto di uno dei tuoi personaggi preferiti. Da quel momento ho deciso che avrei dovuto contattare questo artista per farlo conoscere anche a voi. E così è stato. Nato a Latina nel 1979, si è diplomato in pittura a olio nel 2004 all’Accademia di Belle Arti di Roma. Dal 2007 ha iniziato a dedicarsi alle illustrazioni digitali. Ecco di seguito l’intervista.
Quando hai iniziato a fare illustrazioni? «Più che un “inizio”, c’è stato un “percorso” che mi ha condotto a divenire un illustratore. Nel 2004, mentre studiavo per conseguire il diploma d’accademia, ero poco motivato nel proseguire a dipingere con colori all’olio, complice anche il fatto che, ai tempi dei miei studi a Roma, l’Accademia era in uno stato pietoso ed incapace di formare nuove generazioni di pittori. Ora so che la situazione è molto migliorata, ma a quel tempo decisi di provare una tecnica diversa e iniziai a lavorare da una maestra iconografa, immergendomi in pigmenti naturali, foglie d’oro e una tecnica antica e splendida. È stato lavorando alle icone che ho compreso davvero il cosa comporta essere un artista e come affrontare i propri punti deboli. Dopo essermi sposato ed essermi trasferito in Croazia, realizzai che non avevo possibilità di sopravvivere come iconografo, essendo il mercato di icone inesistente in questa zona. Iniziai a lavorare assieme a mia moglie, già illustratrice professionista, imparando i fondamenti della pittura digitale tramite Photoshop. A seguito di un viaggio a Londra per incontrare i suoi agenti, tornai a casa con la curiosità di provare questo genere d’arte. Illustrai una storia al posto di mia moglie (che non desiderava illustrare Three Billy Goats) e la mandai in agenzia. Per risposta ebbi un contratto, era il 2007».
La prima volta che hai incontrato la Terra di Mezzo? «Difficile dirlo con precisione. Frequentavo la scuola media, ricordo che a casa avevamo
una vecchia copia della Spada di Shannara, scritto da Terry Brooks. Lo trovai un libro davvero splendido e interessante, capace di scardinare il genere Fantasy ambientandolo in una linea temporale vera, in un posto reale, solo molto nel futuro. Lessi l’intera serie, ma qualcuno mi disse che se volevo leggere quel tipo di libri, dovevo leggere Tolkien. Lo accennai a mia madre, che mi ha sempre incoraggiato a leggere, essendo lei una vorace lettrice. Per Natale mi regalò la prima trilogia del Signore degli Anelli. Artisti: Fabio LeoneAi tempi la traduzione era pessima ed approssimativa (addirittura i Troll vennero tradotti come “Vagabondi delle montagne”… ho ancora i brividi a pensarci). Fu una specie di choc culturale per me. Lo rilessi altre 2 volte di seguito perché intuivo che la guerra dell’Anello era solo un episodio basato su solide fondamenta “para-storiche”. Era circa il 1995 e da quel momento iniziai a comprare tutto il Tolkien che era pubblicato. Quando in libreria trovai la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli (a cura della Società Tolkieniana Italiana) non esitai un attimo, tra l’altro era illustrata da John Howe. Oggi leggo Tolkien prevalentemente in inglese».
È difficile illustrare il mondo di Tolkien? «Generalmente considero complessa ogni illustrazione che decido di dipingere. Il compito dell’illustratore è tradurre in un linguaggio estetico e visuale ciò che lo scrittore illustra tramite la parola, la metafora, l’immagine mentale suscitata dal linguaggio. Quando si affronta il compito di illustrare, anche un singolo episodio, credo sia necessario conoscere e rispettare l’intera storia, in modo da non incappare in incongruenze, contraddizioni e poter efficacemente elaborare i simbolismi presenti nella letteratura. Per rispondere in modo più conciso: si, è complesso illustrare Tolkien, non per motivi strettamente tecnici ma perché si deve tenere in considerazione una letteratura molto vasta e avere rispetto per l’autore e i fruitori dell’illustrazione (che non perdonano facilmente gli errori verso ciò che amano)».
Fabio Leone: "Grima"Hai un personaggio preferito o una storia del legendarium che ti piacerebbe illustrare o che hai già illustrato? «Queste sono molte domande poste tutte assieme, proverò a spiegarmi partendo da una direzione diversa: la bellezza nella letteratura ben scritta è la stratificazione della storia, la possibilità di leggerla seguendo più livelli. Tolkien ne dà un esempio limpido. Ogni elemento ha un proprio contesto storico, geografico, linguistico, drammatico, emozionale e il tutto è connesso in modo logico. Quando si prova a delineare la psicologia e l’aspetto di un personaggio, per poterlo poi ritrarre in una illustrazione, è possibile analizzarne i dialoghi, oppure il background culturale nella zona della Terra di Mezzo in cui vive, il linguaggio, il modo in cui interagisce. Da ovunque si parta si può arrivare a grandi profondità e delineare il profilo psicologico con straordinaria precisione. Ciò dà all’artista moltissimo materiale per costruire una illustrazione che mostri non un personaggio generico, ma una specifica “persona”. Detto questo, posso affermare che, come artista, sono attirato dall’idea di rappresentare ogni personaggio della mitologia tolkieniana. Sono comunque attratto molto dagli Istari e da personaggi considerati secondari. Ho da un po’ di tempo l’idea di ritrarre
Ghân-buri-Ghân, Húrin e suo figlio Túrin Turambar».
Perché questa tua preferenza per i personaggi secondari? «In essi mi attrae il processo di comprensione dei loro moventi, la loro psicologia, il loro sviluppo drammatico, per poterlo poi efficacemente ritrarre. Un buon ritratto non si ferma all’aspetto esteriore, ma ritrae anche il mondo interiore del soggetto ritratto. Gli Istari mi intrigano poiché, pur passando come esseri umani, devono celare una potenza e una autorevolezza indiscutibile. Tolkien usa la metafora di una nube che copre il sole per descrivere il loro retaggio nascosto dalla veste di uomini apparentemente vecchi; questo dualismo mi affascina».
Dopo l’uscita della prima trilogia di Peter Jackson e i due film su Lo Hobbit l’immaginario del pubblico è cambiato. Quanta influenza hanno le immagini di questi film su un illustratore? «L’artista che decide di affrontare un tema trattato anche nel cinema sa di doversi confrontare con un media molto influente, ma il problema si riduce ai minimi termini se l’artista decide di rimanere fedele alla propria visione e contemporaneamente essere coerente con la letteratura originale. Il cinema e la pittura sono, alla fine, due media differenti e gli artisti che lavorano per il cinema devono fare scelte diverse da quelle che farebbero dei pittori o degli illustratori. Un esempio fra tanti è come sono vestiti i 12 nani nell’adattamento cinematografico del film: mentre nella letteratura sono vestiti con colori sgargianti, nei film sono prevalentemente vestiti con toni scuri. Fabio Leone: "Beorn"La scelta dello staff creativo di Peter Jackson è giusta e funziona nell’ambito in cui tali scelte si concretizzano. Io personalmente avevo timore di essere influenzato dai film prima di mettermi al lavoro sulle illustrazioni, ma focalizzando la mia attenzione sulla letteratura, tale timore si è ridotto a un rumore di fondo e ho lavorato serenamente. Non ho ancora visionato il secondo episodio dello Hobbit e per qualche settimana rimandai anche la visione del primo film, per non “distrarmi” da ciò che stavo costruendo nel mio lavoro. Tale scelta alla fine mi ha ripagato, ad esempio il ritratto che ho dipinto di Beorn mi soddisfa pienamente e ha riscosso molti commenti positivi, sebbene molto lontano da ciò che si è visto al cinema».

L’ispirazione

Fabio Leone: "Thrain"C’è un illustratore al quale ti ispiri? «Il bello dell’essere un artista è anche nella continua sfida all’accrescere le proprie conoscenze e il proprio bagaglio culturale per affrontare ben “armati” il compito del dipingere non solo un’anatomia, ma soprattutto in’idea, una psicologia, un’anima. Per fare questo il ritorno ai classici è sempre necessario. Dato il mio affetto per la rappresentazione dettagliata, tengo sempre sott’occhio Caravaggio, Peter Paul Rubens, Rembrandt. Recentemente ho ricominciato ad immergermi nella corrente Pre-Raffaelita (che credo abbia plasmato anche il senso estetico di Tolkien stesso) e ho scoperto alcuni straordinari pittori statunitensi del primo ‘800 di solito taciuti nei corsi d’arte in Italia. Parlando di illustratori contemporanei: ammiro il lavoro di molti professionisti, come Maciej Kuciara e Jason Chan, ma personalmente mi sento molto vicino all’approccio artistico di Donato Giancola, a cui devo molto come artista: il suo
controllo su forme, composizione e colori è straordinario e come lui penso che la moderna illustrazione ha lo stesso valore artistico della rappresentazione dei miti in tempi passati: se prima gli artisti avevano la mitologia e la religione come fonte a cui attingere, oggi abbiamo miti moderni, come quelli creati da Tolkien».
Torniamo ai personaggi: hai mai pensato di ritrarre un personaggio femminile della Terra di Mezzo e perché? «Nel gennaio del 2013 mi ritrovai momentaneamente senza commissioni. Pensai di dedicarmi ai miei “punti deboli” e dipingere un barbaro per il mio portfolio. Sarebbe stata un’ottima occasione per rispolverare un po’ d’anatomia e il ritratto. Dopo i primi schizzi abbandonai l’idea di dipingere una figura intera poiché volevo soprattutto concentrarmi sul ritratto e mi resi conto di stare disegnando qualcosa di diverso da un guerriero: aveva una folta barba e uno sguardo inaspettatamente intenso. Presi una pausa e, dopo essere tornato alla scrivania, mi dissi: “Questo non è un guerriero, è un mago”. Fabio Leone: "Lo specchio di Galadriel"Altro disegnare, altra pausa, altra sorpresa. Chi mi fissava dallo schermo, non era un mago, era Saruman! Non lo sapevo allora, ma quello fu il primo di una serie di lavori che ancora non accenna a fermarsi. Se Saruman fu quasi un “incidente”, ora penso molto ai vari personaggi della Terra di Mezzo, prima di decidere quale ritrarre; impossibile trovare un personaggio che non offra spunti, avendo ciascuno di essi un arco drammatico ben delineato. Personalmente, il primo filtro che uso per decidere quale personaggio affrontare è quello culturale, e mi spiego meglio: la Terra di Mezzo non é una terra immaginaria come Fantastica nella letteratura di Michael Ende, è un posto costruito su dinamiche reali, ove una storia molto lunga ha avuto e sta avendo luogo, e in tale storia sono tessute le storie dei personaggi che la vivono. Il fattore “tempo” non è mai sottovalutato, e il tempo genera cultura: ciascun personaggio possiede e trasmette una cultura precisa, organica, legata al linguaggio in uso e di cui io voglio avere rispetto. Quando iniziai a interessarmi dei Nani, mi informai sull’uso e la costruzione di armature nel nostro mondo, optando per quelle adoperate dalla fanteria di terra: un nano, essendo di statura più bassa rispetto ad altre razze, deve essere molto protetto da colpi provenienti dall’alto. Per rispettare la coerenza del racconto ho quindi vestito Thrain con ampie protezioni sulle spalle. Fabio Leone: "Thrain"Quella dei Nani è una cultura che sento di poter rappresentare coerentemente e con rispetto, anche riuscendo a porre avanti qualche nuova idea. Lo stesso non posso dire, ad esempio per gli Elfi e la loro cultura, la quale deve trasmettere un’idea di “antichità sempreverde”, se mi passate il termine. Non volendo rappresentarla mediocremente, la ritengo al di là delle mie capacità attuali e rimando a tempi futuri il rappresentare gli Eldar. Uno strappo lo feci dipingendo Galadriel ma, dopotutto, si trattò di un piccolo esperimento, realizzato senza entrare troppo nel dettaglio della cultura di Lothlorien».
A quali altri lavori hai collaborato oltre quelli citati da te all’inizio? «Principalmente lavoro nel settore educativo ove il cliente cerca un illustratore per piccoli testi. Uno dei primi racconti completi che illustrai fu The
Legend of Sleepy Hollow
che, sorprendentemente, vinse l’anno successivo un premio denominato LLL (Language Learner Literature). Il progetto che più mi ha coinvolto è stato l’illustrare il Frankenstein di Mary Shelley adattato da Bill Bowler, per la Oxford University Press. Vennero realizzate 25 illustrazioni e tale ampiezza mi diede spazio per elaborare bene lo stile ed esprimere alcune idee (come il design di Adam e l’aspetto di Victor). Lo scorso anno ho poi illustrato scene tratte dalla Bibbia: fu un lavoro molto coinvolgente e mi ha dato molte soddisfazioni, anche perchè il cliente come prima proposta chiese 2 illustrazioni e finii con il realizzarne 10. Assieme a mia moglie abbiamo scritto ed illustrato un libro intitolato Princesses on the Run, e ne siamo molto fieri. Questo progetto ci ha dato molte idee e nuove possibilità ed al momento stiamo rifinendo una seconda storia illustrata che si intitolerà Seven sisters. Ho nel cassetto un paio di manoscritti e un po’ di idee, ma quando ho del tempo a disposizione, cerco di “passeggiare” per la Terra di Mezzo e dipingere ispirandomi a essa (sto cominciando a coltivare l’idea di illustrare “Farmer Giles of Ham”)».

La mostra in Croazia

Mostra di LeoneSappiamo che è stata inaugurata una tua “personale” in Croazia, dove sono esposte anche le tue opere tolkieniane, ce ne vuoi parlare? «Quando ero uno studentello trovavo molto irritante guardare un quadro non sapendo come fosse stato realizzato, sembrava piovuto dal cielo e che non avrei mai potuto fare qualcosa all’altezza di tali capolavori; il “pittore” appariva come una figura divina e irraggiungibile. Era piuttosto frustrante. Ora so quante prove ed errori ci siano dietro a un dipinto e mi premuro sempre di mostrarli per non frustrare giovani talenti come io mi sentivo frustrato di fronte al lavoro di altri artisti. Quando mi venne offerta la possibilità di esporre nel museo di Varaždin accettai con entusiasmo, pensando che sarebbe stata un’opportunità splendida per creare uno spazio ove un aspirante artista non si sentisse frustrato, dove il pittore non fosse una figura mitologica; la serie dedicata alla mitologia tolkieniana era in piena crescita e poi divenne la sezione più consistente, contando ben 11 dipinti, a cui poi affiancai altre 19 illustrazioni. Accanto a 8 dei dipinti esposti ho affiancato dei testi per spiegare il processo creativo che è dietro all’immagine e, dove possibile, una serie di “istantanee” del processo pittorico dalla bozza alle rifiniture. Per me il dipingere è come esplorare una terra, vagando per sentieri. Talvolta si può incappare in una antica rovina e si può sostare per conoscerla e apprezzarla (è la sensazione che trovo nei libri ben scritti e soprattutto in Tolkien), talvolta invece ci si trova in un vicolo cieco (una illustrazione che non funziona), l’unica soluzione è tornare indietro e tentare una nuova strada. L’errore fa parte del processo creativo e non serve averne paura. Tante volte vedo aspiranti disegnatori mortificati dall’idea di disegnare per il timore di “sbagliare”. Credo fermamente che l’artista abbia il compito morale di “umanizzare” il processo pittorico facendolo comprendere al pubblico. Mostra di LeoneSeguendo questa idea chiamammo la mostra “Sedam Staza” (sette sentieri), dividendo il tutto in 7 tematiche:
Mitologia tolkieniana, A Song of Fire and Ice, Frankenstein, Sleepy Hollow, Bibbia, “Sette Avventure” (una raccolta di storie che sta per essere pubblicata qui in Croazia), e “personal works”
. È stata un’esperienza splendida il preparare questa mostra e vedere il mio lavoro apprezzato. Tramite internet si possono facilmente raccogliere consensi, ma è una dinamica impersonale. Entrare in contatto col “pubblico” è davvero una bella sensazione, capace di ripagare per tutte le giornate passate a dipingere un sopracciglio che proprio non sembra funzionare».
Cambiamo completamente discorso e parliamo dell’Italia. Dal punto di vista professionale in Italia c’è possibilità di crescere o per un illustratore è meglio rivolgersi all’estero? «Viene sempre facile parlar male del proprio orto, vero? Vivendo all’estero da un po’, penso di aver acquisito un pizzico di obiettività e poter dire che, sebbene i molti problemi, l’Italia é ancora un posto splendido per formarsi come artisti dato il facilissimo accesso all’arte, elemento fondamentale per poter essere in grado di produrne. Ho notato una costante crescita di associazioni ed iniziative dedite alla diffusione e alla promozione della cultura dell’artista, allo scopo di formare nuovi professionisti. Le possibilità ci sono, serve semplicemente darsi obiettivi concreti ed essere disposti a fare sacrifici, ma di sicuro non è una carriera fuori portata. Con internet poi si può avere accesso a materiale formativo, corsi d’altissima qualità, periodici dedicati alla pittura digitale o tradizionale, si può inoltre entrare in contatto con agenzie per illustratori e tanti professionisti. Un grandissimo valore recentemente aggiunto è la diffusione di filmati in cui gli artisti stessi si mostrano mentre sono al lavoro. Di sicuro le scuole devono ancora evolversi per incontrare le nuove necessità del mercato artistico ed oggi come oggi sono troppo pochi coloro in grado di accedere a costose università private indirizzate all’illustrazione. Ma credo che proprio per l’incredibile bagaglio di opere che Italia possiede, è possibile per un artista formarsi tramite scuole pubbliche, perseveranza ed un piede sempre dentro alle gallerie d’arte. Per monetarizzare: l’estero è oggi più accessibile che mai, tramite internet: ciò che conta è la qualità e il perseguire il proprio stile. Se si lavora con maestria non ha importanza cosa vogliate illustrare, troverete sempre un pubblico disposto ad accogliervi, quindi: non serve solo far “manga” per essere notati oppure saper disegnare donnine con pistole sovradimensionate. Io ho dipinto un gruppo di persone barbute e piuttosto corrucciate… e sembra funzionare, no?».
Fabio Leone: Bozza dei TrollHai in progetto altri disegni tolkieniani?
«Attualmente sto ponderando l’idea di rappresentare Eowyn nel periodo della sua convalescenza dopo la battaglia nella pianura del Pelennor. Mi tenta anche l’idea di rappresentare il suo scontro col Nazgul ma sarà arduo confrontarsi col genio di Donato Giancola il quale, a mio parere, ha realizzato un’immagine talmente iconica che sarà difficile da scalzarla dalla mente. In cantiere ho anche un progetto piuttosto ambizioso, ma preferisco ancora non parlarne perché ancora molto preliminare, ma posso dire che comporta un quadro digitale 4 volte più esteso di ciò che ho realizzato fin’ora, con 7 personaggi ritratti. Non dirò altro!».

Dopo aver fatto questa intervista tutte le sensazioni positive che avevo avuto guardando i lavori di Leone sono state rafforzate. Si nota la passione e l’attenzione di un illustratore che conosce a fondo il mondo di Tolkien e che lo rispetta con profonda ammirazione. Ringraziandolo ancora per aver risposto alle domande, spero, in un
futuro prossimo,di vedere altri suoi lavori. Sia il suo progetto sui “sette” che un bello scontro Eowyn contro il Re Nazgul. Nell’attesa, mi rinfranco guardando il suo Beorn.

GUARDA LA GALLERY:


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LINK ESTERNI
– Vai al museo civico di Varazdin (in Croazia)

Qui di seguito tutti i siti web dove è possibile vedere i lavori di Fabio Leone
http://society6.com/FabioLeone
http://leone-art.deviantart.com/
http://lion.cghub.com/
http://beta.imaginefx.com/gallery/user/LeoneFabio
http://www.thebrightagency.com/artists/view/121
http://www.angolorosso.blogspot.com/
http://fabioleone.blogspot.com/
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4 Comments to “Fabio Leone: «Tolkien? È uno choc culturale»”

  1. Hyperion scrive:

    Sì, però Vagabondo nel ’70 come prima traduzione andava bene, penso che in quegli anni nessuno in Italia sapesse cosa fosse un Troll. Ora è giusto correggere. Comunque Vagabondo è tutt’altro che una scelta pellegrina, considerando anche l’etimologia della parola:

    troll (v.)
    late 14c., “to go about, stroll,” later (early 15c.) “roll from side to side, trundle,” probably from Old French troller, a hunting term, “wander, to go in quest of game without purpose” (Modern French trôler), from a Germanic source (cf. Old High German trollen “to walk with short steps”), from Proto-Germanic *truzlanan.

    Sense of “sing in a full, rolling voice” (first attested 1570s) and that of “fish with a moving line” (c.1600) both are extended technical uses from the general sense of “roll, trundle,” the former from “sing in the manner of a catch or round,” the latter perhaps confused with trail or trawl. Figurative sense of “to lure on as with a moving bait, entice, allure” is from 1560s. Meaning “to cruise in search of sexual encounters” is recorded from 1967, originally in homosexual slang.

    troll (n.1)
    supernatural being in Scandinavian mythology and folklore, 1610s (with an isolated use mid-14c.), from Old Norse troll “giant being not of the human race, evil spirit, monster.” Some speculate that it originally meant “creature that walks clumsily,” and derives from Proto-Germanic *truzlan, from *truzlanan (see troll (v.)). But it seems to have been a general supernatural word, cf. Swedish trolla “to charm, bewitch;” Old Norse trolldomr “witchcraft.”

    The old sagas tell of the troll-bull, a supernatural being in the form of a bull, as well as boar-trolls. There were troll-maidens, troll-wives, and troll-women; the trollman, a magician or wizard, and the troll-drum, used in Lappish magic rites. The word was popularized in literary English by 19c. antiquarians, but it has been current in the Shetlands and Orkneys since Viking times. The first record of the word in modern English is from a court document from the Shetlands, regarding a certain Catherine, who, among other things, was accused of “airt and pairt of witchcraft and sorcerie, in hanting and seeing the Trollis ryse out of the kyrk yeard of Hildiswick.”

    Originally conceived as a race of malevolent giants, they have suffered the same fate as the Celtic Danann and by 19c. were regarded by peasants in in Denmark and Sweden as dwarfs and imps supposed to live in caves or under the ground.
    They are obliging and neighbourly; freely lending and borrowing, and elsewise keeping up a friendly intercourse with mankind. But they have a sad propensity to thieving, not only stealing provisions, but even women and children. [Thomas Keightley, "The Fairy Mythology," London, 1850]

    • Massimo scrive:

      La parola “Vagabondo” è stata sostituita da Troll nel SdA circa 10 anni fa.

      • Hyperion scrive:

        Sì, chiaro. E’ scritto anche nell’articolo. Mi riferisco solo alla “moda” di parlare male delle traduzioni, senza un minimo di sforzo storicizzante e di comprensione; in più in questo caso, ignorando totalmente l’etimologia delle parole. E per fortuna che i miti e le leggende nordiche dovrebbero, ora, essere maggiormente noti…

        • Fabio scrive:

          Talvolta una moda nasconde una necessita’ reale. Ad esempio apprezzo molto l’edizione “annotata” de “lo Hobbit”. Un lettore puo’ decidere se immergersi semplicemente nella storia oppure approfondire anche con le note. Mi sembra una aggiunta non di poco, proprio perche’ la letteratura Tolkieniana nasce proprio da una riflessione di natura filologica e linguistica. Con La guerra dell’anello, specialmente nelle edizioni piu’ datate, il lettore novello poteva incappare in problemi reali cercando di capire alcuni passaggi (che agli occhi di lettori piu’ esperti non presentavano lati oscuri). Alzi la mano il bambino che leggendo di un “vagabondo delle montagne” ha pensato subito al vecchio dizionario Tedesco od alla mitologia scandinava. Un traduttore e’ un lavoro estenuante. Traduttore-traditore, si dice spesso. Arduo compito quello di tradire talvolta un testo per avvicinarlo alla comprensione di una cultura differente.

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