Simonson, tradurre Tolkien in spagnolo

Martin Simonson foto di José R. Montejano

Martin Simonson, foto di José R. Montejano

Agli inizi di aprile il sito Círculo de Lovecraft, in occasione della recente uscita in Spagna della Caduta di Gondolin, ha pubblicato un’intervista a Martin Simonson, uno dei traduttori dell’opera tolkieniana in spagnolo. Studioso e scrittore svedese, Simonson è anche l’autore del volume The Lord of the Rings and the Western Narrative Tradition, pubblicato dalla Walking Tree Publishers nella prestigiosa serie di studi tolkieniani Cormarë.
Riportiamo oggi l’intervista fatta da José R. Montejano nella traduzione di Stefania Carta (potete trovare qui il testo originale), della quale abbiamo già proposto in passato l’intervista a Eduardo Segura, professore dell’Università di Granada ed uno dei massimi studiosi di Tolkien. Ringraziamo ancora una volta Stefania, giovane traduttrice sarda laureata in mediazione linguistica e culturale, responsabile del gruppo facebook degli appassionati di Tolklie “S’Arda: La Compagnia del Westmarch”, ed auguriamo a tutti una buona lettura.

Intervista a Martin Simonson: Forgiando la Terra di Mezzo

Martin Simonson è il traduttore spagnolo di alcune delle opere di J.R.R. Tolkien, maestro della letteratura fantasy; colui che forgiò – come nessun’altro – i pilastri di un cosmo “eroico/fantastico” unico, con la propria “evoluzione e involuzione” storico-linguistica.
Simonson ha dato a questo grande senso della Meraviglia dell’opera di Tolkien una comprensione allo spagnolo, facendo sì che noi ispanofoni potessimo godere del mondo fantastico e singolare dell’autore britannico. È quindi, per tutto il “Circolo di Lovecraft”, un onore poter intervistare questo grande traduttore.

J.R.M. (José R. Montejano) – La nostra prima domanda, Martin, sarebbe: cosa ha significato per te poter lavorare all’opera di Tolkien? Quali evocazioni porta alla tua mente, il suo grande e complesso lavoro artistico?
Martin Simonson – Il compito di tradurre un’opera di Tolkien in un’altra lingua risulta molto gratificante per qualcuno che, come me, si dedica a studiare la sua letteratura e a scrivere su di essa, però comporta anche una sfida di primo ordine, data la qualità lirica dei suoi testi e il particolare tono arcaizzante presente in molte delle sue opere. Allo stesso tempo è una grande responsabilità, giacché l’autore inglese conta un buon numero di lettori intransigenti, che cercheranno con puntigliosa attenzione ogni nuova traduzione che si realizzi, per vedere se è all’altezza dei lavori precedenti.
In quanto a ciò che il mondo di Tolkien mi evoca, molte cose. Le opere nel loro insieme possono essere contemplate come un corpus di storie e leggende mitologiche più o meno coerente. Praticamente tutte le sue espressioni letterarie – e buona parte delle sue ricerche filologiche – sono correlate, in modo tale che i lettori, per quanto fortuiti, solitamente non tardano a rendersi conto che l’insieme forma un arazzo letterario di proporzioni enormi, dotato di una profondità temporale e spaziale assolutamente impressionante. Tolkien costruisce il suo Legendarium in un modo che apre molteplici possibilità di entrata e uscita dal suo universo letterario; alcuni lettori entrano passando per la via de Lo Hobbit (la maggior parte); altri forse iniziano da Il Signore degli Anelli o da uno dei racconti brevi, come Il Cacciatore di Draghi. Pochi iniziano dal Silmarillion, però una volta che giungiamo a questa opera e impariamo ad apprezzarla per ciò che è – la pietra angolare del Legendarium di Tolkien, niente meno – diventa un punto di riferimento ineludibile, che getta una luce trascendentale sul resto. Questa possibilità di entrare da vie diverse, e il fatto che ciò che troviamo ci inciti ad addentrarci ogni volta di più nel suggestivo mondo che va prendendo forma nella nostra mente, forse è questa una delle sue maggiori attrattive, e penso che sia la chiave del successo che Tolkien ha avuto presso un così ampio pubblico di lettori. “La strada va sempre avanti“, come direbbe Bilbo.

J.R.M. – E com’è il processo di traduzione? Quali passaggi si devono fare prima che si possa dare per concluso il nostro lavoro come traduttori di un libro?
Martin Simonson – Il processo di traduzione solitamente viene determinato dai termini di consegna, però normalmente il traduttore fa una prima lettura dell’opera, facendo attenzione specialmente allo stile più che al contenuto, cercando di trovare il tono e i registri base che dominano la narrazione. A partire da là, inizia il lavoro di traduzione propriamente detta, dove la prima cosa che si realizza è una prima brutta copia, lasciando in rosso determinati passaggi che comportano difficoltà particolari, così come termini concreti che non sembrano risultare soddisfacenti per un motivo o per l’altro. Dopo, la prima revisione di questa brutta copia si concentra sul risolvere queste questioni e lasciare una versione scevra di dubbi di tipo grammaticale, sintattico, semantico, etc. La seconda revisione è stilistica; qui è dove si finisce di pulire le espressioni, cercando di fissare uno stile coerente, chiaro e facilmente identificabile per semplificare al massimo la lettura (nei limiti imposti dal proprio originale).
Nel migliore dei casi, il traduttore conosce l’autore da prima; lo ha letto e lo apprezza; capisce le sue motivazioni e ha familiarità col suo stile e le sue particolari allusioni e manie.
Ho tradotto una trentina di libri di generi diversi, da graphic novels a saggi di storia militare e sociale, opere di teatro e racconti brevi, così come diversi tipi di romanzi (noir, realista, fantastico e storico). L’opera di Tolkien è molto diversa dal resto, in parte perché non si inserisce in un contesto letterario concreto – egli inventa il suo genere, che a sua volta proporziona e facilita un dialogo fra i vari generi letterari del mondo reale, che vanno dai racconti mitologici dell’Antichità Classica al mondo germanico, passando per le opere epiche e dei romanzi medievali, introducendo riferimenti e allusioni alle tradizioni del racconto gotico, delle fiabe originali del secolo XIX, del romanzo avventuroso britannico e del racconto pseudomedievale di autori come William Morris. Questo presuppone che il traduttore debba conoscere ed essere capace di emulare, fino a un certo punto, i registri presenti nei suddetti generi. In altre parole, bisogna leggere molto, di tutte le epoche, per affrontare il compito di tradurre Tolkien.
D’altra parte, tradurre Tolkien richiede un lavoro calmo e riflessivo, poiché l’autore pesava, meditava e assaporava ogni parola e frase, declamandole molte volte prima di scriverle su carta nella loro versione finale. Ciò implica che il traduttore deve realizzare lo stesso lavoro meticoloso, a partire da un testo originale che spesso risulta difficile da processare per un lettore non abituato. Mi spiego: a Tolkien non preoccupava, in primo luogo, che le frasi suonassero naturali per un lettore contemporaneo (diciamo per la metà del secolo XX), ma che trovassero un posto naturale nel loro contesto all’interno dell’opera. Tolkien si chiedeva spesso come sarebbe stato il mondo in cui le parole delle sue lingue inventate fossero state vive e avessero avuto pienamente senso. Non pensava prima alle caratteristiche di un luogo inventato, e poi lo ritraeva con le parole, bensì il contrario: le parole inventate davano forma al mondo. Questo, trasferito in un inglese comprensibile per i lettori moderni, si traduce nella presenza di espressioni arcaiche o arcaicizzanti, che devono trovare un riflesso adeguato nella lingua destinataria – e anche nel contesto del resto dell’opera di Tolkien già tradotta. Perciò è importante anche che un traduttore che si trovi innanzi al compito di tradurre un’opera di Tolkien conosca il resto delle sue opere. Esistono connessioni importanti che non si possono ignorare; una moltitudine di fili conduttori che si intrecciano nel corso del Legendarium, dai primi barlumi di Arda che erano presenti nei testi redatti nel 1916-17, fino a Il Fabbro di Wootton Major, l’ultimo racconto completo che pubblicò nel 1967. Per fare un esempio, uno di questi fili conduttori è la prevalenza degli alberi e la loro funzione nell’insieme dell’opera di Tolkien.
Pertanto, se troviamo una descrizione mantenuta di un albero in una determinata opera, possiamo essere abbastanza sicuri che avrà molti vincoli tematici, simbolici, storici ed estetici con gli alberi che lo precedettero nel contesto intrastorico e per tradurlo adeguatamente forse abbiamo bisogno di tornare all’epoca dei Due Alberi di Valinor, presenti nei testi del Silmarillion e dei Libri dei Racconti Perduti, per capire le intenzioni che Tolkien poteva aver avuto con questo nuovo esempio.

J.R.M. – Rispetto a prima, come ti sei rapportato alla traduzione delle opere postume del Legendarium?
Martin Simonson – In primo luogo, come dicevo prima, risulta necessario conoscere il contesto in cui si inserisce ogni opera per poter fare un lavoro decente. Nel mio caso, avevo passato molti anni leggendo e facendo ricerche sulla vita e l’opera di Tolkien, cosicché avevo il vantaggio di conoscere il resto della sua opera e le diverse vicissitudini della stessa in modo abbastanza profondo. Grazie a questa ricerca – e alle interminabili conversazioni e consigli del direttore della mia tesi, lo specialista Eduardo Segura – avevo già raccolto una buona collezione di libri di riferimento che comprendevano tutti gli aspetti immaginabili dell’opera di Tolkien, così che avevo alla mano abbastanza materiale biografico e critico, frutto dei lavori di altri ricercatori, da consultare in caso di necessità.
Mi piacerebbe anche rimarcare che nelle opere di Tolkien a cui ho partecipato come traduttore non sono stato da solo (soprattutto nel caso concreto di La storia di Kullervo). Per la traduzione della versione di Beowulf di Tolkiem per esempio, avevo la fortuna di poter lavorare con traduttori eccellenti e specialisti come Nur Ferrante e il già nominato Eduardo Segura, che è uno dei maggiori esperti dell’opera di Tolkien a livello mondiale. Leggevamo e commentavamo le nostre rispettive parti, cosa che ha inciso molto positivamente sul risultato finale, senza dubbio. Nella traduzione dell’edizione per commemorare i sessant’anni dalla prima pubblicazione de Il Signore degli Anelli ho tradotto parte della Guida alla Lettura, alcune lettere di Tolkien prima inedite, così come vari saggi e nomenclature dell’autore inglese. Riguardo a Beren e Lúthien e La Caduta di Gondolin, mi sono limitato a tradurre le parti redatte da Christopher Tolkien, così come quei frammenti di racconti, narrazioni e poesie che non erano state tradotte prima. Con questo voglio dire che tradurre Tolkien è un lavoro di squadra, e sopratutto non ricade unicamente sui traduttori che lavorano con te o con coloro che ti hanno preceduto nel tempo; sono presenti anche i correttori della propria casa editrice, che coscienziosamente revisionano i testi (e per i quali professo un’ammirazione tanto sincera quanto meritata, sia detto per inciso). Il lavoro di coordinazione, supervisione e edizione propriamente detto è un altro aspetto molto importante, che sono a carico della squadra editoriale di Minotauro Ediciones in questo caso (qui mi piacerebbe menzionare il rigoroso ed encomiabile lavoro delle editrici Vicky Hidalgo e Natalia Sanchez, che inoltre si distinguono per la gentilezza e pazienza). In definitiva, una tradizione è un lavoro di squadra, ed è molto gratificante essere parte di un gruppo di persone così competenti e impegnato con l’eredità di Tolkien in spagnolo.

J.R.M. – Fra le opere di Tolkien, qual è quella che risveglia in te un forte interesse (per circostanze o ragioni “X”)?; Quella che più ti ha segnato nell’intimo personale, Martin…
Martin Simonson – In diversi momenti della vita, diverse opere di Tolkien ti parlano in modo diverso. Quando ero adolescente, per esempio, non sapevo apprezzare la solenne e austera bellezza de Il Silmarillion, però sì Lo Hobbit mi divertì con i suoi echi lontani di un mondo antico ed insondabile, mescolati con la rustica comicità dei nani e di Bilbo. Il bello di Tolkien è che puoi tornare quasi a qualunque delle sue opere e trovare nuove dimensioni che ti commuovono in modo diverso, un racconto in apparenza semplice come Il fabbro di Wootton Major acquisisce dimensioni molto più profonde dopo aver letto il saggio Sulle Fiabe, e contiene profonde riflessioni spirituali, esistenziali ed estetiche che possono passare inosservate a un lettore giovane. I figli di Húrin mi sembra una grande opera tragica, all’altezza dei grandi classici universali (e qui mi inchino alla versione di Christopher Tolkien pubblicata nel 2007), mente il racconto incompleto di Aldarion e Erendis offre una versione realistica sulle relazioni coniugali e gli obblighi della vita adulta, difficile da apprezzare se non hai vissuto in coppia e non conosci di prima mano le responsabilità, le tensioni e le delusioni che inevitabilmente si manifestano in qualunque relazione con il passare degli anni. Detto questo, Il Signore degli Anelli, è la sua opera magna, un “fulmine a ciel sereno” proprio come disse il suo amico C.S. Lewis allora, un’allusione alla sua impressionante originalità e forza narrativa.

J.R.M. – E La Caduta di Gondolin, come è stato tradurla, (giacché questo sarà l’ultimo libro che – si dice – editerà Christopher Tolkien)?
Martin Simonson – È stato un progetto particolarmente bello dato che, come ben fai notare, sarà l’ultima opera editata da Christopher Tolkien. Dalla morte del padre, CT ha realizzato un lavoro incredibilmente coerente, notevole e sistematico, proprio di un ricercatore molto perspicace che in più ha grandi doti come scrittore ed editore. Nessun’altra persona potrebbe aver conseguito ciò che ha fatto Christopher – per la sua sensibilità, le sue conoscenze, la sua esperienza, il suo modo di capire i testi (e capire la scritta) di suo padre, e per aver ascoltato e aiutato l’autore da bambino (disegnando mappe, correggendo testi e realizzando letture critiche); in definitiva è stato parte integrale e strumentale dell’eredità globale letteraria di Tolkien. Le edizioni successive che ha realizzato dell’opera paterna presumono un’impressionante tour de force, una prodezza in piena regola.

J.R.M – Prossimamente, Amazon Studios ci farà addentrare nei mondi di Tolkien con la sua serie “ubicata” nel Signore degli Anelli. Nel caso, e quando Christopher Tolkien – speriamo questo succeda in un futuro molto lontano – non si trovi fra noi, pensi che esista, forse una remota possibilità, che il Legendarium possa arrivare a rovinarsi (in base alla memoria storica che Christopher ha degli scritti paterni, o che finisca trasformandosi in una specie di “multi franchise” o brand)?
Martin Simonson – Certo che esiste questa possibilità – infatti, è probabile che accada proprio questo, tenendo conto della posizione di molti degli attuali eredi della Tolkien Estate, che hanno preso le redini dell’eredità di Tolkien dal ritiro pensionistico di Christopher. Secondo le leggi che regolano il copyright, manterranno la proprietà intellettuale delle opere di Tolkien fino all’anno 2043, così che nei prossimi venticinque anni possiamo aspettarci interpretazioni e adattamenti dell’opera di Tolkien della più svariata natura. Gli adattamenti possono generare un effetto distorsivo, naturalmente. Per esempio, più di un recente lettore si sarà sorpreso – o anche può essersi sentito ingannato – leggendo Lo Hobbit per la prima volta, dopo aver visto i film di Peter Jackson. Per molti di loro, l’opera originale di Tolkien costituisce piuttosto una versione dell’opera di Peter Jackson, e non necessariamente la migliore.
Tolkien stesso aveva preso posizione contro gli adattamenti cinematografici, specialmente dopo la ridicola (e per Tolkien scioccante) proposta di copione che gli arrivò alla fine degli anni 50 per mano di Morton Grady Zimmerman, per una versione de Il Signore degli Anelli. Già nel 1938-39 disse nel suo saggio Sulle Fiabe che le immagini e le rappresentazioni visive e uditive generano un altro tipo di effetto nella mente dello spettatore rispetto alla reazione suscitata dalle parole in un lettore. Secondo Tolkien, nel caso del teatro, per esempio, la mente si relaziona in modo diverso con la finzione che presenta, poiché la realtà è già costruita e “terminata” per lo spettatore. Un lettore, al contrario, deve prendere parte attiva nel processo e (ri)creare il mondo evocato dalle parole nella sua propria mente, poiché queste stimolano l’immaginazione in modo diverso, attraverso un altro tipo di suggestione.
Comunque, Tolkien disse anche, nelle sue lettere, che desiderava che altre mani dessero seguito al suo Legendarium, espandendolo con le proprie interpretazioni artistiche – che fossero in forma musicale, pittorica o drammatica. Credo che questa sia una posizione più coerente con le convinzioni di Tolkien che, in fin dei conti, ruotano intorno alla necessità di accettare l’arte come un Dono, non un possesso personale, e far sì che questo Dono possa “saltare da mente a mente“, rifrangendo e distribuendo la luce del Creatore originale all’esterno, come dice nel suo poema Mitopoeia. Un’avversa volontà alla condivisione della propria creazione e alla sua “apertura” per l’uso e l’apprezzamento altrui è proprio ciò che causa la caduta di Fëanor nel Silmarillion, mentre l’accettazione di questa premessa è ciò che salva il protagonista in Il Fabbro di Wootton Major.

J.R.M. – Concentriamoci più su di te, in quali altri progetti sei immerso (sia come traduttore, scrittore…)?
Martin Simonson – In questo momento sono immerso in diversi progetti. Da una parte sto traducendo in inglese una suggestiva opera di letteratura fantasy ambientata in una versione mitologica delle Asturie. Il romanzo, molto ambizioso, è di Jonathan Alwars e si intitola Los Quince Caballeros de la Décima Orden.
Sto anche preparando per la pubblicazione una serie di racconti a tema fantasy, organizzati in una tetralogia chiamata El guardián sin rostro. La maggior parte li ho scritti con R.M. Gilete, e i primi due titoli, El viento de las tierras salvajes, e El silencio de la selva, saranno pubblicati a dicembre 2019.
Dall’altra parte, ho appena finito un romanzo intitolato Terra di Mezzo 5.0, in cui alcuni specialisti dell’opera di Tolkien sono stati invitati dall’impresa britannica di realtà virtuale Erebor Entreprises a partecipare a una spedizione in una versione virtuale della Terra di Mezzo nella Quinta Era, nella quale non restano ormai neanche vestigia delle civiltà passate, solo la natura. Il compito della squadra consiste nel popolare il mondo di nuove storie e creature, basate nei postulati tolkieniani per le ere Prima, Seconda e Terza. Le differenze di opinione tra gli esperti fanno sì che i conflitti non tardino ad emergere, e il mondo che vanno creando diventa ogni volta più stravagante, violento ed estraneo, lontano dai propositi di Tolkien. La premessa fondamentale della storia è che la Quinta Era della Terra di Mezzo in realtà divenga il nostro proprio futuro dopo una specie di ecatombe, e pone in rilievo i problemi derivati dalla nostra esistenza attuale nel limbo fra mondo virtuale e mondo fisico, e gli alti livelli di manipolazione esercitati su noi attraverso internet.
Infine, quest’anno pubblicherò anche un racconto breve scritto alcuni anni fa intitolato “James and the Late Summer Moon” (James e l’ultima luna d’estate). Conterà sulla collaborazione del fotografo Thomas Örn Karlsson. Con Örn Karlsson ho lavorato precedentemente a un altro romanzo, e ora stiamo preparando testi e immagini per un’esposizione che avrà luogo a Parigi all’inizio di ottobre.

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo Segura: «Il Signore degli Anelli è la mia vita»
– Leggi l’articolo Uncle Curro: la vita di padre Francis Morgan
– Leggi l’articolo Per la Tana del Drago un aiuto dalla Spagna

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