L’annuale Tolkien Lecture on Fantasy Literature al Pembroke college di Oxford per il 2026 sarà tenuta niente meno che da Brandon Sanderson, uno dei più prolifici scrittori fantasy americani. L’incontro si terrà martedì 19 maggio alle ore 18:00, presso la Oxford Town Hall.
La Tolkien Lecture
Dal 1925 al 1945 J.R.R. Tolkien ricoprì la cattedra Rawlinson & Bosworth di anglosassone al Pembroke College di Oxford. In quel periodo scrisse Lo Hobbit e gran parte del Signore degli Anelli. Non è quindi casuale che dal 2013 gli studenti del Pembroke College abbiano istituito la J.R.R. Tolkien Lecture on Fantasy Literature, una conferenza annuale che celebra l’eredità di Tolkien e promuove lo studio accademico del fantasy. Dalla prima edizione a oggi questo evento ha visto come relatori alcuni degli autori e autrici più influenti del genere, tra cui Neil Gaiman, Rebecca F. Kuang, Marlon James e molti altri. La conferenza di quest’anno è ovviamente già sold out, ma, come le precedenti, sarà successivamente disponibile online sul canale YouTube della Tolkien Lecture.
Brandon Sanderson

La scelta di Sanderson come relatore non dovrebbe stupire. Autore di saghe di enorme successo come Mistborn e Cronache della Folgoluce; vincitore del Premio Hugo nel 2013 con il romanzo L’anima dell’imperatore; nonché continuatore della serie La Ruota del Tempo di Robert Jordan, Sanderson rappresenta una delle figure più importanti del fantasy contemporaneo, secondo forse soltanto a George R.R. Martin. Come si legge nella pagina del sito dedicata all’evento di Oxford: «Il suo lavoro si distingue per la costruzione rigorosa dei mondi narrativi, sistemi magici coerenti e una riflessione costante sul ruolo dell’epica nella cultura moderna — temi che lo rendono un interlocutore ideale per una lecture dedicata a Tolkien». Dei contenuti della conferenza ancora non è stato anticipato nulla, ma è facile che l’evento offrirà l’occasione per riflettere sull’evoluzione del fantasy nel XXI secolo e sul modo in cui l’eredità di Tolkien continua a influenzare i “subcreatori” contemporanei. Le conferenze del Pembroke College infatti non vertono necessariamente soltanto sull’opera di Tolkien, ma l’argomento di ciascuna conferenza spazia più in generale sulla letteratura fantasy, in base alla scelta di ogni singolo relatore.
Gli eredi di Tolkien e la critica letteraria

Nel discorso mainstream sulla narrativa fantasy ci si esercita spesso a cercare un erede di Tolkien. Ogni nuova generazione ha il suo “Tolkien’s heir” ad honorem. Se per quella nata negli anni Quaranta è stato Martin, per quella nata negli anni Settanta Sanderson sembra perfetto. A costoro spesso la critica letteraria ha però imputato una certa piattezza o semplicità stilistica, a fronte di una indubbia capacità architettonica nella progettazione di mondi immaginari complessi e coerenti. È un vecchio tic dei critici paludati – dal quale non venne risparmiato nemmeno Tolkien stesso – quello di considerare vera letteratura soltanto quella che si avvale di uno stile idiosincratico e sperimentale, di una lingua ricercata. Sanderson ha ricevuto lo stesso stigma, che evidentemente lascia il tempo che trova, visto che a sancire la grandezza di un’opera letteraria sarà sempre il suo radicarsi e perdurare nell’immaginario, certo più che una qualsivoglia patente di “letterarietà” emessa dal Circolo della Critica.
Forse, se si volesse trovare un punto debole negli eredi di volta in volta designati potrebbe piuttosto essere la loro indefessa prolificità. Molti autori fantasy delle generazioni successive a Tolkien sembrano infatti avere puntato tanto – forse troppo – sulla quantità. Il caso di Sanderson è piuttosto emblematico in questo senso. Dal 2005 ha pubblicato ben ventisette tra romanzi e racconti. I romanzi in particolare sono spesso molto lunghi, con trame complesse e una grande precisione nella descrizione del mondo, fin nei minimi dettagli.
Ora, è pur vero che Tolkien stesso trascorse gran parte della sua vita adulta a riscrivere le storie di Arda, cesellando sempre di più quel mondo immaginario, ma in definitiva nel corso della sua carriera di narratore ne pubblicò soltanto una parte, rassegnandosi forse al fatto che la perfetta coerenza e la compiutezza sono più un orizzonte a cui tendere che una realtà concretizzabile. E in definitiva il suo masterpiece rimane uno, Il Signore degli Anelli, che per certi versi è già la ripresa o riscrittura in forma di sequel, del romanzo d’esordio, Lo Hobbit. Diceva Italo Calvino: «Un libro scritto non mi consolerà mai di ciò che ho distrutto scrivendolo: quell’esperienza che custodita per gli anni della vita mi sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non mi è bastata che a scrivere il primo».
Ecco forse ai supposti eredi di Tolkien – che ogni anno si alternano a onorarne il lascito tenendo le loro conferenze al Pembroke College – manca questo grado di consapevolezza. Manca lo sguardo che acquisisce il buon Niggle alla fine del racconto di Tolkien, quello che porta l’autore a lasciare andare l’opera, ad accettarne l’incompiutezza. Manca l’idea che tante volte è meglio concentrarsi nel disegnare bene una foglia (lo scorcio di un paesaggio, un personaggio, una psicologia), piuttosto che sforzarsi di completare un albero altissimo, ramificato e fronzuto, tenendo il ritmo industriale di una foglia al giorno. E chissà che non sarebbe anche il modo migliore di tappare la bocca ai critici snob.
ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo Sanderson: Tolkien? Non passiamo l’eternità nella sua ombra
.
