Il Papa, lo Stregone e l’Intelligenza Artificiale

A pochi giorni dalla pubblicazione del testo dell’enciclica papale Magnifica Humanitas, nella quale Leone XIV cita un passaggio del Signore degli Anelli, siamo lieti di offrire ai nostri lettori una conversazione avuta con don Andrea Cavallini, professore all’Università Gregoriana di Roma.

L’enciclica

Al paragrafo 213 di un’enciclica papale, in mezzo a citazioni di Sant’Agostino, di Gaudium et Spes e dei predecessori sul soglio di Pietro, compare una frase di Gandalf: nel corpo di un documento magisteriale, destinato ai vescovi, ai fedeli e a «tutti gli uomini e le donne di buona volontà» di tutto il mondo.

L’enciclica è Magnifica Humanitas, firmata da Papa Leone XIV il 15 maggio scorso – data non casuale, 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII. Affronta temi decisivi del nostro tempo: l’avvento di un potere tecnocratico, privato e transnazionale, che attraverso la pervasività dell’intelligenza artificiale mette in discussione tanto il valore della persona umana quanto la possibilità stessa del vivere pubblico. Il Papa critica apertamente il paradigma tecnocratico e il transumanesimo, propone una valutazione equilibrata dell’IA come aiuto prezioso da governare con responsabilità e trasparenza, e insiste sul valore del limite, della fragilità, della finitudine – contro l’illusione di un potenziamento che cancelli ogni vulnerabilità. Indica nella Grazia, e non nell’aumento tecnico, il vero «più che umano».

Sono temi che lo studioso tolkieniano riconosce immediatamente: critica del potere tecnologico e della Macchina, valorizzazione del limite e della morte come Dono, armonia tra creature diverse, custodia del Creato, possibilità per l’essere umano di partecipare responsabilmente alla creazione. Tolkien stesso resistette per tutta la vita all’etichetta di autore fantasy, eppure è entrato nell’immaginario collettivo proprio per orchi, elfi e magia; è in questo immaginario che la citazione papale arriva, ripresa da testate giornalistiche e reti televisive. Il Papa evoca una responsabilità etica che attraversa i secoli e che a ogni generazione pone l’uomo di fronte alla sua possibilità di essere co-creatore, definendolo «collaboratore nell’opera della creazione» e non «spettatore rassegnato».

La Conversazione

Don Andrea Cavallini, Università GregorianaNe vogliamo parlare con don Andrea Cavallini (a sinistra), docente di Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, già responsabile dell’Ufficio Catechistico del Vicariato di Roma e lettore attento e appassionato dell’opera del Professore.

a) Cominciamo dalle basi. Cos’è un’enciclica papale? Ci interessa capire che ruolo ha avuto nella ramificata e plurimillenaria storia della comunicazione della Chiesa cattolica, e che ruolo ha oggi nella Chiesa contemporanea. Chi la legge davvero? Come viene recepita dai fedeli di tutto il mondo e dalle gerarchie? Che ruolo ha nella macchina comunicativa della più antica istituzione del mondo?

Hai ragione a mettere insieme la questione dell’intenzione del documento e quella della ricezione. Cominciamo dalla prima: un’enciclica è la forma più alta del magistero ordinario del Papa, un insegnamento solenne. È una sorta di lettera indirizzata a tutti i cattolici e, da Giovanni XXIII in poi, a tutti gli uomini e le donne “di buona volontà”, cioè a tutti coloro che vogliono ascoltare cosa ha da dire il Papa su un dato tema. Questa enciclica ha in più il fatto di essere la prima di Leone XIV. La prima enciclica è sempre molto attesa perché è un documento programmatico, una sorta di manifesto del pontificato. Giustamente ti chiedi anche chi poi la legga davvero: un cattolico “normale” se la legge un’enciclica? In generale, no: sono testi lunghi e complessi e la maggior parte delle persone li conosce più per le sintesi che ne fanno i media che per una lettura diretta. Ma uno dei compiti di chi ha un ruolo educativo all’interno della Chiesa (dal vescovo ai catechisti, passando per i preti) è proprio quello di aiutare a conoscere il magistero del Papa. Devo dire però che Magnifica Humanitas è un’eccezione. Rispetto alle altre encicliche ha avuto una eco enorme anche nel mondo laico, e credo che sarà più letta. L’unico equivalente in tempi recenti è il successo globale dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, dedicata all’ecologia.

b) Veniamo al gesto. È noto che i Papi hanno citato grandi autori – Dante, Manzoni, Dostoevskij, Péguy. Francesco amava molto la letteratura e l’ha utilizzata spesso. Ma un autore percepito come “fantasy”, nel corpo di un’enciclica e non in un discorso d’occasione, non mi pare frequente. Non vorrei sopravvalutare il gesto né sottovalutarlo: tu, che frequenti questi documenti, come collocheresti la citazione di Tolkien nella storia delle citazioni letterarie del Magistero recente? È davvero un unicum, o ci sono precedenti che noi laici tendiamo a non vedere?

Direi di sì, è una “prima volta”, ma bisogna spiegare di che primato parliamo. Citazioni letterarie nel Magistero ce ne sono, anche recenti. Ne cito due. Papa Francesco, nella Messa della notte di Natale del 2023, ha citato proprio Tolkien: una frase dalla Lettera 43 al figlio Michael, del marzo 1941, sul Santissimo Sacramento. E Benedetto XVI, nell’enciclica Spe salvi 44, allude alla protesta di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov contro l’idea di una grazia che cancelli la giustizia. Ma né l’uno né l’altro è il precedente che cerchiamo: il primo è un’omelia, non un insegnamento solenne, ed è la voce di Tolkien stesso, non di un suo personaggio; il secondo non è un virgolettato, è un rimando indiretto al romanzo. Il primato di Magnifica Humanitas è quindi netto ma circoscritto: è la prima volta che le parole inventate di un personaggio di finzione entrano – citate alla lettera, con nota a piè di pagina – nel corpo di un’enciclica. Credo che Leone l’abbia fatto perché una fonte più classica, un versetto o un grande teologo, non avrebbe avuto la stessa immediatezza. Del resto, quel punto dell’enciclica è particolare…

c) Parliamo di quello allora: come si inserisce la citazione nel discorso del Papa?

Siamo nel capitolo 5 dell’enciclica. Il Papa si lancia in una lunga denuncia di un mondo in stato di belligeranza permanente, dove una politica miope manifesta disprezzo per tutto ciò che sia valore, dialogo, ricerca della pace, in nome di un presunto realismo che non fa che alimentare paure e risentimenti: è una cultura della potenza, che si concretizza in una nuova corsa agli armamenti. Poi passa a invocare la costruzione di una civiltà diversa, più umana, centrata sul bene comune. E qui arriva la citazione di Tolkien, e ha un senso preciso. Dopo aver sentito parlare di geopolitica, di guerra ibrida e di corsa agli armamenti, una persona normale può pensare che si tratti di questioni troppo complesse per i singoli, e che noi non abbiamo nessun potere reale di incidere su queste dinamiche. Secondo il Papa, pensare così significherebbe arrendersi. Invece, continua, nessuno è senza responsabilità e tutti possiamo, anche nel nostro piccolo, scegliere da che parte stare. La frase di Gandalf arriva a questo punto, facendo di questa scelta la missione di ognuno: «Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”» (MH 213: SDA III, V, IX, trad. Vittoria Alliata).

d) Ricordiamo la scena: si sta discutendo di cosa fare dopo aver respinto l’assalto a Gondor e Gandalf consiglia di attaccare con le poche forze rimaste, per continuare ad attrarre l’Occhio di Sauron fuori dalla sua terra, per distoglierlo da Frodo.

Esatto. La distruzione dell’Anello è la loro unica speranza, ma non dipende da loro, che non possono far altro che distrarre il nemico. Distrutto l’Anello, Sauron sarebbe ridotto al nulla. Questo, dice Gandalf, non vuol dire che in futuro il male non tornerà, perché Sauron non è l’ultimo nemico, ma solo un emissario di Morgoth. Cioè dice: anche se vincessimo – ed è improbabile – il male non sarebbe sconfitto del tutto e per sempre, ma questo è ciò che possiamo e dobbiamo fare, questa è la nostra battaglia perché ci sia il bene nel mondo per coloro che vivranno dopo di noi. Si capisce perché la frase sia venuta in mente al Papa: Gandalf parla della responsabilità di combattere per il bene, una responsabilità limitata, ma reale e urgente. La stessa che il Papa ha in mente. La disumanizzazione del mondo non è un processo inevitabile del quale possiamo solo essere spettatori. Abbiamo, ciascuno al suo livello, una responsabilità comune e condivisa. Infatti, Leone chiosa la citazione tolkieniana con queste parole: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (MH 213).

e) Una domanda di realismo. Quante persone, secondo la tua esperienza, leggono integralmente un’enciclica? Restano i teologi, alcuni preti diligenti, una minoranza di laici impegnati. Il resto del mondo – stampa compresa – ne riceve frammenti, clip, citazioni isolate. Se è così, il fatto che a essere citato sia Gandalf cambia qualcosa nella circolazione del documento? Il riferimento tolkieniano funziona, di fatto, come un dispositivo di accessibilità, un gancio mediatico capace di portare il testo dove altrimenti non arriverebbe? Oppure rischia di diventare un cliché da titolo di giornale che oscura il resto?

Sì, cambia qualcosa, e penso davvero che funzioni da gancio. Ma vorrei tenere insieme le due cose che mi chiedi, perché hai ragione a porle insieme. Il gancio funziona, anzi, ha funzionato fin troppo. Magnifica Humanitas cita anche Guernica di Picasso, Schindler’s List, Hannah Arendt, Viktor Frankl, Platone: oltre duecento riferimenti. Di tutti, l’unico arrivato in televisione e sui social è Gandalf. E questo dice due cose insieme: che la letteratura tocca corde che il discorso argomentativo non raggiunge, e che c’è un prezzo, perché un documento di 245 paragrafi sull’intelligenza artificiale rischia di restare nella memoria di molti per una citazione sola. Non credo però che sia un cliché da titolo, e soprattutto non credo che il Papa abbia messo Gandalf per ammiccare. C’è una differenza tra immediatezza e ammiccamento: la frase di Gandalf ha una forza espressiva che il Papa ha scelto sul serio, non per fare colpo. Se poi qualcuno arriva all’enciclica passando da Gandalf – e magari da lì torna a leggere il resto – il prezzo è ben pagato.

f) La pastorale concreta. Pensiamo a un parroco, che potrebbe aver letto l’enciclica e magari si sta già chiedendo se costruire un percorso in oratorio attorno a Magnifica Humanitas. Pensi che questa citazione possa trovare spazio e far germogliare interesse nella pastorale comune per le opere del Prof Tolkien?

Magari! Sei ottimista, comunque, perché sarebbe bello un parroco che costruisse un percorso di oratorio su un’enciclica! Ma non credo che la pastorale comune sia il luogo naturale per parlare di Tolkien, né mi piacerebbe usare ISDA in modo funzionale alla pastorale.

g) Lì subito accanto, i rischi. Forte della tua esperienza nella formazione catechistica, quali sono secondo te i rischi più concreti di un uso parrocchiale di questa citazione – la lettura fan, la riduzione catechistica, l’allegoria forzata che Tolkien stesso aborriva – e quali invece le possibilità più feconde, quelle che davvero permettono al testo di Tolkien di lavorare con l’enciclica e non di essere strumentalizzato?

Appunto, vedo tutti i rischi che hai elencato! In positivo, mi sembra fecondo il metodo: la letteratura in generale, e Tolkien in particolare, tocca corde diverse dal discorso razionale ed argomentativo. Può ispirare di più. E se uno che non ha mai letto ISDA lo trovasse citato nell’enciclica e si facesse venire la curiosità di farlo, beh, scoprirebbe una storia splendida su cosa voglia dire farsi carico di una grande responsabilità, anche se si è piccoli.

h) Una domanda personale. E a te, che hai letto come tutti noi questa enciclica, cosa dice questa citazione?

A me, personalmente, dice prima di tutto una cosa per negazione. Non mi dice che il Papa sta arruolando Tolkien nel mondo cattolico: Tolkien cattolico lo era già, e non aveva bisogno di un timbro. E non mi dice nemmeno che sta regolando i conti con Peter Thiel, o con chi nella Silicon Valley ha preso in prestito i nomi della Terra di Mezzo (Palantír, Andúril) per cose che con Gandalf c’entrano poco. So che molti hanno letto così quel paragrafo, e capisco perché: l’ironia è forte. Ma non mi sembra probabile. Forse Tolkien, che detestava l’allegoria e difendeva l’applicabilità, direbbe che un grande testo non punta il dito contro un bersaglio, ma mette ciascun lettore davanti alla propria responsabilità. Il Papa usa Gandalf esattamente così, come uno specchio più che come un mirino puntato. E allora quello che la citazione mi dice davvero è più semplice: che abbiamo un Papa che legge bei libri, e che certi bei libri sanno aiutarci a leggere il nostro mondo.

Marco Scicchitano

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.