Il modello economico ideale? Non è la Contea

Illustrazione: "The Hill: Hobbiton across the Water" di J.R.R. TolkienChi ha letto il Signore degli Anelli o visto la trilogia di Peter Jackson può essere spinto a desiderare uno dei modelli di società ritratti nel volume da J.R.R. Tolkien. Si tratta della Contea degli Hobbit (The Shire), una comunità agricola nella zona nord-occidentale della Terra-di-mezzo: sembra un paradiso sia dal punto di vista sociale sia da quello economico. Gli Hobbit convivono pacificamente, impegnati nei loro affari quotidiani: il lavoro nei campi, la vendita di beni elementari e l’immancabile pinta di birra serale al pub Il Drago Verde. Ce n’è abbastanza per avere nostalgia di un mondo che, in effetti, non è mai realmente esistito, anche se assomiglia da vicino alla vita di campagna che si faceva fino alla metà del Novecento. Allora, ci si può fare una domanda: è possibile riprodurre la Contea?

Etichette sbagliate

Libro: "Tolkien, l'uomo e il mito" di Joseph Pearce (Marietti 1820)In molti, tra economisti e filosofi, si sono fatti la stessa domanda e hanno avanzato alcune soluzioni. Periodicamente, vengono così pubblicati articoli e saggi in cui il modello della Contea è accostato a quello descritto dalla teoria economica del Distributismo (in italiano anche conosciuta come Distribuzionismo), formulata da pensatori come Gilbert Keith Chesterton e Hilaire Belloc, per applicare i principi di dottrina sociale della Chiesa cattolica espressi nelle encicliche papali Rerum novarum e Quadragesimo anno. L’accostamento tra la Contea e il Distribuzionismo è un’opinione diffusa soprattutto Joseph Pearce, professore di Letteratura all’Ave Maria University in Florida, ed esposta nel volume L’uomo e il Mito (Marietti 1820), ma anche da altri autori per lo più confessionali cattolici, evangelici e battisti. Alcuni esempi possono essere Romantic Conservatives” di Charles A. Coulombe (scrittore amico e collega di Pearce) dagli atti della Tolkien Conference di Birmingham 2005 (la cui traduzione è stata pubblicata in Endore” n. 13) o il saggio Distributism in the Shire” di Matthew P. Akers, pubblicato da poco online sulla rivista cattolica conservatrice St. Austin Review (di cui Pearce è co-editor). Ne parla anche Stratford Caldecott, scrittore cattolico e seguace di Chesterton nell’appendice “Tolkien’s Social Philosophy”, Joseph Pearce nel suo libro “The Power of the Ring: The Spiritual Vision Behind the Lord of the Rings”. Senza entrare nel merito di un teoria economica che meriterebbe migliore attenzione, su cui c’è molta letteratura secondaria (anche su internet) e che è ben argomentata altrove, vorremo qui provare a sfatare il binomio Contea-distribuzionismo che, soprattutto per come esposta da Joseph Pearce e Matthew P. Akers, fa di Tolkien un “pensatore distribuzionista”, sovrapponibile a Chesterton, suo supposto mentore.
Ma se si leggono con attenzione i testi di Tolkien, le lettere e soprattutto le opere, e li si confronta con la teoria propugnata da Belloc e Chesterton, si può vedere chiaramente come ci siano molte differenze.

La terza via tra i modelli economici

G. K. ChestertonPer coloro che guardano con sospetto sia al socialismo che al capitalismo sfrenato, il distribuzionismo è spesso presentato come una “terza via” di modello economico e sociale. Il credo distribuzionista si distingue per la sua idea di distribuzione dei beni e dei mezzi di sostentamento, prima fra tutti la proprietà della casa. Mentre il socialismo non permette alle persone di possedere proprietà (che sono sotto il controllo dello Stato o del Comune) e il capitalismo permette a pochi di possedere (come inevitabile risultato di competizione e speculazione sfrenata), il distribuzionismo cerca di consentire alla maggior parte delle persone di divenire proprietaria dei mezzi di produzione e della propria casa. Come Hilaire Belloc stabilì, la “Stato distribuzionista” contiene «un agglomerato di famiglie di diversa ricchezza, ma di gran lunga il maggior numero di proprietari dei mezzi di produzione». Questa più ampia distribuzione non si estende a tutti i beni, ma solo a mezzi di produzione e di lavoro, la proprietà che produce ricchezza, cioè, le cose necessarie per l’uomo per sopravvivere. Esso include terra, strumenti, e mezzi di produzione, ma anche la casa, fondamentale "Three acres and a cow": una citazione usata da Chesterton per la vita stessa dell’uomo e della famiglia. La proprietà privata dovrebbe, quindi, essere privilegio di quanta più popolazione possibile così che il popolo sia affrancato dalla “schiavitù del salario” nei confronti dello Stato Monopolista o del Grande Capitale. Per questo, fattorie, negozi e altre attività commericali dovrebbero essere di proprietà di famiglie o di gruppi di amici, piuttosto che di entità “gargantuesche”. È un
sistema che Bilbo e Frodo troverebbero certo familiare, come non dispiacerebbe loro lo slogan che Chesterton amava ripetere per riassumere la sua teoria (citato in Ciò che non va nel mondo, What’s Wrong With the World, 1910: traduzione italiana Lindau, 2011): “Tre acri e una mucca”. Ma è davvero questo il modello della Contea?

La Contea degli Hobbit

Immagine: "Shire Dreams" di Jef MurrayProprio nella prima pagina del “Prologo” del Signore degli Anelli Tolkien dipinge un’immagine degli Hobbit e della loro vita nella Contea che evoca una Merrie England popolata da artigiani di campagna, fattori contadini e piccoli proprietari: «Il popolo Hobbit è discreto e modesto, ma di antica origine, meno numeroso oggi che nel passato; amante della pace, della calma e della terra ben coltivata, il suo asilo preferito era una campagna scrupolosamente ordinata e curata. Ora come allora, essi non capiscono e non amano macchinari più complessi del soffietto del fabbro, del mulino ad acqua o del telaio a mano, quantunque abilissimi nel maneggiare attrezzi di ogni tipo» (SDA, p. 25). Tuttavia sarebbe sbagliato fermarsi a questo quadretto iniziale. Tolkien non si preoccupa di spiegare come siano nate le differenze di classe tra gli Hobbit, né indaga a fondo i loro rapporti, ma sappiamo che di certo esistono, cioè che ci sono Hobbit più poveri di altri e illetterati, Hobbit agiati e anche Hobbit molto ricchi, anche se non entrano in conflitto tra loro. Fin dalla prima pagina de Lo Hobbit, Bilbo ad esempio è presentato come benestante, non costretto a lavorare per mantenersi (già prima di diventare ricco con il tesoro di Smaug). Quindi ha evidentemente delle rendite di famiglia che può amministrare. I Gamgee invece coltivano gli orti altrui e stanno a un livello sociale più basso dei Baggins. Non solo: «I poveri vivevano in tane estremamente primitive, dei veri e propri buchi con una sola finestra o addirittura senza, mentre le caverne dei benestanti continuavano a essere ampliate e decorate» (SDA, p. 31). Insomma, la situazione della Contea è evidentemente diversa dai “tre acri e una mucca” per ciascuno di cui parlava Chesterton.
Scopriamo anche che nella Contea non c’è un vero e proprio “governo”. Vige una sorta di anarchia auto-regolata e piuttosto statica: «Le dimensioni dei fondi, fattorie e botteghe rimanevano immutate per intere generazioni» (SDA, p. 36). Esiste un’autorità tradizionale (il Conte della Contea), molto limitata tranne che in tempi di crisi, una rappresentanza popolare (il Sindaco di Pietraforata), ugualmente limitata, e un corpo di polizia, le Guardie di confine e i Guardacontea (Shirrifs), il cui compito sembra essere soprattutto quello di presidiare le frontiere e controllare che gli stranieri non si infiltrino. La Contea è, infatti, una specie di enclave nella Terra-di-mezzo, con tutti i limiti che questo comporta. Già in questa breve descrizione non emerge un quadro idilliaco di società. C’è una stratificazione sociale, c’è la povertà, c’è l’arretratezza (l’unico “sito industriale”, come evidenza lo stesso Akers, è il mulino di Ted Sabbioso), c’è l’autarchia (l’erbapipa è l’unico prodotto oggetto di scambi commerciali con l’esterno) e, soprattutto, c’è una chiusura ideologica verso il resto della Terra-di-mezzo. Più che presentare un modello ideale, Tolkien sembra riflettere sul modello stesso, al quale non risparmia critiche, come vedremo.
Illustrazione: dettaglio di "Green Hill Country" di Ted NasmithPearce, invece, stabilisce la corrispondenza tra Distribuzionismo chestertoniano e Tolkien dando per scontato che la Contea sia un’utopia. Ma la Contea non è un luogo virtuoso, nonostante gli Hobbit siano un popolo che possiede alcune virtù evidenti. La Contea si potrebbe considerare come un “Piccolo Regno” esteso e trapiantato nella Terra-di-mezzo. Il modo più semplice per descriverla è dire che la Contea altro non è che un “calco” dell’Inghilterra, come spiega bene
Tom Shippey nella “Via per la Terra-di-mezzo. Lo studioso fa anche notare come nella “Prefazione alla seconda edizione” inglese del Signore degli Anelli, Tolkien scrive che il capitolo “Percorrendo la Contea” ha «qualche fondamento nell’esperienza» anche se non ha «assolutamente alcun riferimento alla politica contemporanea», nemmeno al governo socialista di “austerità” nella Gran Bretagna del 1945-50. L’esperienza di cui parla lo scrittore è la sua vita: Tolkien vi ritrova i ricordi nostalgici del Worcestershire, di cui la sua famiglia era originaria. È la contea più occidentale dell’Inghilterra, ricettacolo di antiche tradizioni anglosassoni: altrettanto isolata della Contea, con il ricordo sfumato di antichi regni, ma in effetti rinchiusa in se stessa per conservare un idealizzato stile di vita “inglese”. È la stessa critica che Tolkien fa al modello sociale e economico della Contea. Attingere alla nostalgia dei luoghi dell’infanzia non significa trasformare quest’ultimi in utopie sociali.

Un modello in crisi

Illustrazione: "Unwelcome Return" di Alan LeeNelle sue opere, Tolkien fa almeno due critiche palesi al modello rappresentato dalla Contea degli Hobbit. Innanzitutto mostra come l’idea di vivere nella ripetizione identica del tempo, degli usi e costumi, nella diffidenza per tutto ciò che è straniero, diverso, fuori dall’ordinario, , sia uno degli aspetti più caratteristici e più negativi della Contea. Stando al racconto pare che fosse tendenzialmente il biasimo ad accompagnare “quegli Hobbit che venivano presi dalla follia del vagabondare e che – se mai facevano ritorno – erano poi strani e taciturni”, nonché considerati meno “rispettabili”, come capita a Bilbo e Frodo. La diffidenza verso tutta la tradizione elfica, e verso chi aveva a che fare con essa, rappresentò “l’atteggiamento prevalente nella Contea alla fine della Terza Era, e gli eventi e i cambiamenti che misero fine a quell’era di certo non riuscirono a dissiparlo del tutto” (Le Avventure di Tom Bombadil, p. 11). Insomma pregiudizio e ottusità sono ben duri a morire a ovest del Brandivino.
I personaggi positivi per Tolkien sono quelli che trovano il coraggio, la voglia, di violare i confini, di uscire dal mondo domestico, di seguire il sentiero delle storie e delle leggende, per andare a scoprire cosa c’è oltre. È quello che fanno – unici – i cinque hobbit di cui Tolkien ci racconta la storia. Essi rinunciano all’omologazione e al conformismo che regnano nella Contea, quel piccolo mondo antico che è raccontato nei suoi aspetti positivi e negativi, cioè guardato con il necessario disincanto.
Illustrazione: dettaglio di "The Scouring of the Shire" dei fratelli HildebrandtLa seconda evidente critica che Tolkien muove alla Contea è che una società così autarchica e isolata è senza difese, alla mercé del primo demagogo che arriva a irretire i contadinotti Hobbit. E’ esattamente quel che accade. Il capitolo “Percorrendo la Contea” del Signore degli Anelli presenta le conseguenze dell’influenza corruttrice di Saruman, insita nell’amore per le macchine e nel desiderio di soggiogare il mondo naturale. Anche in questo caso esiste una connessione con il mondo reale, poiché l’immagine legata all’infanzia di Tolkien della bruttezza industriale nel bel mezzo della natura è quella del Mulino di Sarehole, con il suo “Orco Bianco” macinatore di ossa (Biografia, p. 47). Ad ogni modo il paradiso Hobbit può trasformarsi facilmente in una Mordor in miniatura, come dice lo stesso Frodo (SDA, p. 1211):
«Incominciò tutto con Pustola, come lo chiamiamo noi», disse Cotton; «e incominciò appena siete partito voi, signor Frodo. Aveva delle strane idee, quel Pustola. Voleva essere lui il proprietario di tutto, e comandare la gente. Presto si scoprì che possedeva infatti già più di quanto gli spettasse; e continuava ad accaparrare roba, e tutti si domandavano da dove prendesse i soldi: mulini e osterie, piantagioni di erba-pipa e fattorie. A quanto pare, aveva già comperato il mulino di Sabbioso prima di installarsi a Casa Baggins» (SDA, pp. 1088-1089).
La strategia di Saruman dunque è quella di fornire a un prestanome il capitale necessario per accumulare beni e acquisire preminenza nella Contea, fino al monopolio economico. L’equilibrio della ben regolata Contea si dimostra davvero fragile e crolla al primo assalto capitalistico. Allo stesso tempo Saruman, come ricorda bene Shippey, ha una certa compatibilità con il socialismo reale. I suoi uomini dicono di raccogliere cose «per distribuirle equamente», anche se nessuno crede loro: un compromesso tra il male e la moralità particolarmente strano per la Terra di Mezzo, dove il vizio raramente si prende la briga di essere ipocrita. Persino Lotho “Pustola”, il parente di Frodo, che è chiaramente un personaggio avido e autoritario all’inizio, rimane comunque dalla parte della legge finché i suoi plagiatori prendono il potere, imprigionano sua madre, lo uccidono e se lo mangiano (se dobbiamo credere alle allusioni su Gríma Vermilinguo). «Un Jeremy Bentham per i capitalisti vittoriani? Un vecchio bolscevico per i nuovi stalinisti?», si chiede ironicamente Shippey. illustrazione: "Scouring of the Shire" Nel suo saggio Akers arriva ad affermare che nel piano di Saruman la Contea doveva abbandonare l’economia localistica e inserirsi nel “mercato globale” della Terra-di-Mezzo, cioè nella competizione del “libero mercato” tra tutte le regioni (un progetto che sembra prendere vita più nella mente di Akers che di Saruman, dato che nel romanzo non ve n’è traccia).
A conti fatti, ci si può sbizzarrire a trovare per Saruman l'”applicabilità” che si preferisce, ma è un personaggio che incarna piuttosto una mentalità e un’attitudine universali. “Sharkey”, ovvero Saruman decaduto, è “l’uomo astuto”, “l’uomo delle macchine” e “l’uomo tecnologico” che fa penzolare davanti al naso
una carota utopica, un mondo di agi e convenienze in cui ogni nuovo mulino macina più velocemente di quello precedente. Tuttavia, come Ted Sabbioso avrebbe dovuto capire, «bisogna avere granaglie prima di poter macinare»; i padroni delle macchine finiscono per esserne solamente i guardiani, e tutto per nulla o, piuttosto, per un’insidiosa logica di espansione e accumulazione.
Non ci sono dubbi che la liberazione della Contea dall’influsso di Saruman ripristini la società agricola autoregolata dove non c’è ombra di conflitto di classe. Ma questo fa di Tolkien un distributivista? E perché poi bisognerebbe prendere la Contea come riferimento? Alcuni lettori preferiscono vedere in Rohan e in Gondor i modelli sociali cari a Tolkien e dedurne che fosse un nostalgico dell’antica società germanica e aristocratica, ovvero della monarchia pre-parlamentare, come dichiara ironicamente in una lettera (n. 52). O era piuttosto un “anarchico” luddista, come scrive due righe dopo nella stessa lettera? O – perché no? – un “morrisiano”, dato che se non è certo quanto apprezzasse Chesterton è invece certissimo che riconoscesse il proprio debito letterario verso William Morris? In fondo i socialisti fabiani auspicavano proprio l’affrancamento delle classi basse attraverso l’istruzione (Bilbo che insegna a Sam a leggere e scrivere), il riconoscimento del lavoro e del merito (il giardiniere Sam che diventa Sindaco) e il superamento dello snobismo classista (Sam che diventa amico fraterno e compagno di Frodo).
La verità è che tutti questi esercizi lasciano il tempo che trovano. Cercare di far combaciare un romanzo con una dottrina sociale o economica è roba da zdanovisti sovietici o, appunto, da tradizionalisti religiosi. Siamo convinti che il professore sarebbe stato il primo a trovare risibile tutto questo.

– Il saggio Distributism in the Shire” di Matthew P. Akers
– L’intervista a John Médaille, co-redattore di The Distributist Review e docente dell’Università di Dallas su cosa manca nella teoria distribuzionista per essere attuale
– Sito ufficiale di Joseph Pearce
– Articolo di Charles A. Coulombe su Endore 13
– Sito ufficiale del disegnatore Jef Murray
– Sito ufficiale del disegnatore Ted Nasmith
– Sito ufficiale del disegnatore Alan Lee

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19 Comments to “Il modello economico ideale? Non è la Contea”

  1. Nik (Liëotúron) ha detto:

    Complimenti, ottimo articolo.

  2. filosottile ha detto:

    L’estate scorsa ho affrontato l’ennesimo pellegrinaggio nella Terra di Mezzo. Uno dei miei scopi in tale viaggio era proprio appurare se la Contea fosse o no un “paradiso in terra”. Concordo con la vostra analisi, non lo è.
    Inoltre, i passi che giustamente citate dal SDA, paiono non solo chiari, ma anche difficilmente strumentalizzabili. Non mi sono mai imbattuto nei testi di Pearce e compagnia briscola e mi chiedevo se per sostenere le loro tesi omettano i brani succitati o provino a giustificarli in qualche modo. Ritenete che siano individuabili delle strategie argomentative tipiche? O siamo al fanfaronismo interessato a la De Turris?
    Concordo anche con quanto affermate circa la diffidenza di Tolkien per le enclave chiuse e mi sembra che il nostro abbia declinato la questione in un altro modo nella vicenda di Gondolin.

  3. norbert ha detto:

    @Filosottile: premesso che anche io NON considero la Contea il “paradiso in terra” (lo tesso Frodo diceva che gli hobbit possono essere così noiosi da augurarsi una invasione di draghi per movimentare l’ambiente) ha indubbiamente anche alcune caratteristiche positive
    – le regole, ritenute giuste, vengono rispettate “in automatico” senza bisogno di codici e tribunali;
    – sembrerebbe che il crimine non esista: al più qualche distratto si scorda di rendere ciò che gli è stato prestato;
    – non c’è industria, non c’è inquinamento, non c’è stress (mi pare nel prologo dia che gli hobbit solitamente non si affrettano).
    – non c’è un esercito, nemmeno una “Guardia Nazionale” (grazie anche all’impegno dei Raminghi del Nord)

    Insomma, la Contea non è poi così malaccio.
    Basta leggere “Emma” della Austen per capire che anche la nobiltà della campagna inglese avrebbe avuto bisogno di una invasione di draghi per movimentare l’ambiente, come ho scritto sopra.

    La Contea è forse il luogo più vicino (culturalmente) al nostro mondo.

    Buona giornata

  4. Wu Ming 4 ha detto:

    @ Filosottile
    Le argomentazioni sono debolucce. Pearce se la cava già un po’ meglio di altri suoi colleghi (tipo Caldecott) che invece sono imbarazzanti, ma nemmeno lui riesce a dimostrare alcunché. Il punto è che costoro sono chestertoniani e distribuisti e in quanto tali, da ammiratori di Tolkien, pretendono che anche lui lo fosse. Se lo era non lo ha mai detto né dimostrato.

    @ Norbert
    Vero, la Contea non è affatto malaccio. Anzi, la si potrebbe definire proprio un bel posto. Ma lo stesso potresti dire di molti altri luoghi della Terra di Mezzo, credo, dove magari rischi di perderti o di essere divorato da qualche bestiaccia, ma almeno non devi sottostare al bigottismo paesano e agli oneri di buon vicinato. Perché dunque ridurre una così bella e universale contraddizione al conflitto distributismo/economia globalizzata? A me fa una certa tristezza, sinceramente.
    Mi viene in mente invece che si combatte sempre per ciò che si ama, come diceva un vecchio/giovane rivoluzionario francese. Ma quel qualcosa che si ama, l’Itaca nella nostra mente, ce la portiamo dentro, corrisponde solo in parte a un luogo reale e non si colloca indietro o avanti nel tempo (quello è soltanto un problema di prospettiva). E’ un miscuglio di ricordi, abitudini, aspettative, affetti, che non vanno a comporre un modello utopico, ma appunto la nostra personale Contea.

  5. Magath ha detto:

    Il concetto di “chiusura” di una società verso l’esterno è sempre negativo.
    Pensate alle tribù primitive rimaste isolate: non si tratta del solo impoverimento dello scambio di merci e dell’economia. Manca un apporto anche tecnologico, importante per lo sviluppo di una società allo stesso livello dei suoi vicini (quindi con meno rischio di colonizzazione e supremazia culturale-politico-economica). Anche a livello genitico le società endogamiche sono destinate all’impoverimento fisiologico e inevitabilmente allo sviluppo di malattie congenite. Un caso classico, citato in tutti i libri di genetica a proposito delle malattie ereditarie che si trasmettono dalla madre al figlio maschio, come l’emofilia e il daltonismo. La famiglia reale russa dei Romanov era affetta da emofilia B perché alla fine si sposavano tutti tra consanguinei. La malattia risaliva addirittura alla regina Vittoria d’Inghilterra!
    🙂

  6. Vale ha detto:

    Wow! Ottimo pezzo!
    Peraltro mi sembra evidente la
    mancanza di una logica distribuzionista nella Contea, semmai direi che
    l’avvento di Saruman-Sharkey trasforma un’economia rurale in
    un’economia industriale, con i pessimi risultati sull’ambiente poi
    curati da Sam. L’unica cosa che manca al parallelo con la nostra
    evoluzione economica sono i semi di Lorien… Quindi, a noi toccano le
    discariche, e una inesistente raccolta differenziata… sigh!
    V

  7. annamaria ha detto:

    Norbert……. che fai, mi sbagli il cognome di Jane? Quoque tu! In Emma non c’è bisogno di un’invasione di draghi per movimentare la società locale, basta Emma! @Magath, non concordo, credo che la questione riguardo al “mondo piccolo” della Contea sia più complessa. E’ vero che una società che si chiude su di sé è una società destinata a non progredire, ma è anche vero che nel caso degli Hobbit questa chiusura sembra richiamarsi a una necessità di tutela. Saruman non si fa problemi a irrompere nella Contea e questa invasione di territorio corrisponde a una distruzione del territorio stesso e del suo tessuto sociale. Per contro i Raminghi amano la Contea e la proteggono, ma evitano sostanzialmente di entrarvi. Una volta venuto in possesso del regno, Aragorn trasforma questa prassi in legge e vieta agli Uomini di varcarne i confini. Egli stesso non li varca, neanche per essere accolto occasionalmente come ospite pacifico. Aragorn è un re giusto e lungimirante, per cui dobbiamo pensare che una simile decisione sia stata presa per il bene degli Hobbit, non certo per assecondarne un capriccio. Evidentemente, Aragorn ritiene che la “gente piccola” vada preservata per non rischiare di essere schiacciata dalla “gente alta”. Per contro, gli Hobbit possono tranquillamente scorrazzare per la Terra di Mezzo come e quando vogliono: se hanno il coraggio di aprirsi all’incontro con l’altro, nel tornare a casa risultano cresciuti come individui e come membri della società (Merry, Pipino, Sam e lo stesso Bilbo). Ma è una spinta che deve partire da loro.

    • Magath ha detto:

      @annamaria
      Sono d’accordo con te sul discorso del della complessità degli Hobbit e sulla sensibilità di Aragorn a tutelare il confine della Contea.
      Non sono d’accordo sul fatto che «questa chiusura sembra richiamarsi a una necessità di tutela». Che significa? La difesa più efficace non è quella di rimanere nascosti o di non far sapere agli altri che esiste la Contea, ma una difesa armata dei confini. Altrimenti, appena si viene a conoscenza che la Contea esiste, non ci saranno più ostacoli ad impedire a persone senza scrupoli di impadronirsene.
      È esattamente quel che accade.
      Tra l’altro trovo presuntuoso (anche se dubito che gli Hobbit ne abbiamo reale coscienza) affidare la propria difesa ad altri, ai Raminghi in questo caso.

    • Norbert ha detto:

      Grazie, Annamaria, ho corretto l’errore. Però rimango del mio parere su “Emma”.

      Più che chiusi, come scrive Magath, a me gli Hobbit sembrano provinciali, incapaci di *pensare* che oltre il Brandivino ci sia qualcosa di interessante. Non snobbano le cose straniere: ne ignorano l’esistenza.

  8. Wu Ming 4 ha detto:

    @ Norbert: be’, direi che gli Hobbit “vogliono” ignorare l’esistenza delle cose straniere. Con alcune significative (quanto rare) eccezioni, come Bilbo e Frodo, appunto.
    Fa bene Annamaria a ricordare che la Contea viene preservata intonsa dal nuovo re, il quale nega perfino a se stesso l’ingresso dentro quei confini. Evidetemente Aragorn ha ben chiaro che per poter restaurare e mantenere la sua quiete regolata, la Contea deve rimanere avulsa dal resto della Terra di Mezzo, non contaminata dall’arrivo di gente dall’esterno, dato che si è visto come basti davvero pochissimo a rompere quell’equilibrio. La Contea è un gioiellino di cristallo in mezzo ai pachidermi. Mi sembra che questo renda ancora più palese il suo carattere fantastico, il suo essere calco di un mondo che non esiste più, e non già un modello socio-economico a cui ispirarsi, men che meno un’utopia.

    • Mirko ha detto:

      «La Contea è un gioiellino di cristallo in mezzo ai pachidermi. Mi sembra che questo renda ancora più palese il suo carattere fantastico, il suo essere calco di un mondo che non esiste più…»
      Sono parole sante!!!
      Concordo in pieno con l’articolo e con questo ultimo commento.

  9. Scialuppe ha detto:

    Io credo che Tolkien avesse fondamentalmente un grandissimo amore per gli esseri umani, di cui vedeva chiaramente i difetti senza smettere di amarli per questo. In questo c’è probabilmente molto del suo cattolicesimo (con la tolleranza cattolica verso il peccato, ma a mio parere privo della tipica ipocrisia cattolica a cui siamo abituati in Italia: non dimentichiamo che in Inghilterra essere cattolici non è,come qui, far parte di una maggioranza conformista ma di una minoranza vista con sospetto), e molto del tipico atteggiamento inglese di divertita tolleranza verso stramberie, manie, eccentricità, difetti (su questo Orwell ha scritto pagine bellissime in Il leone e l’unicorno).
    E ovviamente c’è molto della sua personalità, che probabilmente era eccezionale.
    In ogni caso egli non credeva alla possibilità di un sistema perfetto in terra, e lo scrive ripetutamente. Quindi è inutile cercare nei suoi scritti utopie di un tipo o dell’altro: si limitava a descrivere con affetto la realtà che aveva sotto gli occhi ogni giorno, con tutti i suoi difetti e contraddizioni: affetto per i banali tranquilli uomini comuni bevitori di birra, amore per gli alberi, e fascino verso i draghi.

  10. Ekerot ha detto:

    Mi sono spesso chiesto il perché di quell’editto.
    A pensarci bene non era un atto necessario. Aragorn avrebbe potuto proteggere e salvaguardare la Contea in altro modo, volendo.
    Quel divieto spiega da una parte che la terra degli Hobbit è un angolo a sé stante nella Terra di Mezzo. Ma soprattutto, secondo la mia opinione, come mai millenni dopo gli Umani si siano completamente dimenticati dei mezziuomini, della loro terra e delle loro abitudini – come racconta Tolkien all’inizio de “Lo Hobbit”.
    La vedrei come una piccola forzatura per motivare quanto accaduto nel corso delle ere.

  11. Claudio Testi ha detto:

    Articolo molto ben strutturato come al solito: io nelle classi della contea aggiungerei anche i nobili (tali mi sembrano i Tuc). Sul distributismo ho letto molto poco, ma devo dire che questo parallelo mi è sempre sembrata una forzatura: non mi pare però che questa posizione di Pearce sia poi così diffusa, anche tra le letture cristiane/cattoliche.
    Sarei invece più cauto nel ritenere indebito il parallelo Tolkien/Chesterton. Del secondo non ho letto tutto ma certe similitudini forti con Tolkien mi pare ci siano. Si pensi solo al fatto che entrambi ritengo le fiabe a loro modo vere. In ogni caso su questo il testo di riferimento è quello di Allison Milbank “Tolkien and Chesterton as Theologians”. Il libro è molto documentato e riporta riferimenti di Tolkien a Chesterton che vanno oltre ai due già da voi citati.

    Visto il tema, mi permetto di indicare un possibile parallelo. Riguardo all’economia della Contea, mi pare che la sua caratteristica sia di essere un’economia di “sostentamento”, che nel “nostro” mondo è stata sostituita nell’età moderna da quella di mercato. Da qui l’assurdità di Sharkey, vera figura del tecnocrate, di aumentare la produttività ben oltre i bisogni primari degli Hobbit. Vi sembra sensata come cosa?
    Tra parentesi, ai giorni nostri una proposta economica simile la si può ritrovare nell’economia della decrescita, che a me sembra davvero interessante.

    • Roberto ha detto:

      Sì, i nobili ci sono, proprio perché esistono le classi sociali dagli Hobbit poveri a quelli ricchi.
      Sul discorso del binomio Tolkien-distribuzionismo mi permetto di dissentire: la posizione di Pearce, seppur poco diffusa tra le letture cristiane/cattoliche, quando c’è è sempre data per scontata, come fosse una verità di fede… E lo dimostrano gli amici di Pearce, a lui legati in qualche modo come si può evincere benissimo dall’articolo, che hanno pubblicato in questi ultimi anni e non negli anni Venti o Trenta. Non mi pare che ci sia qualcuno degli studiosi confessionali che contesti questa loro tesi.
      Sull’economia della decrescita siamo d’accordo: è un progetto serio, alternativo a quello del mercato sfrenato imperante oggi, e che si esplicita nel concreto con progetti di successo, come quello in Galles di cui abbiamo parlato un po’ di tempo fa, il progetto Lammas: http://www.jrrtolkien.it/2011/10/13/in-giro-per-il-mondo-con-frodo-e-bilbo/
      Ma tutto questo è molto, ma molto lontano dal Distibuzionismo…
      Ciao!

  12. Wu Ming 4 ha detto:

    @ Claudio Testi:

    – Sì, i Tuc sono portatori di un retaggio nobiliare, anche se ormai “imbastardito” e al quale non corrisponde più un potere concreto (anche il titolo di Conte è ormai ridotto a una specie di carica onorifica).

    – Secondo me non si tratta di mettere in dubbio i punti di contatto tra Tolkien e Chesterton sul piano letterario (o teologico), ma di confutare il tentativo di trovare nei romanzi di Tolkien una specie di manifesto economico distributivista. Ci sono passaggi molto espliciti in questo senso sia nel saggio di Pearce “Tolkien: l’Uomo e il Mito”, sia in quello di Caldecott “Il Fuoco Segreto”. Siamo un po’ alle solite: si prendono alcuni aspetti del romanzo che potrebbero combaciare con un’intuizione pregressa e si va a “dimostrare” una tesi. Non è tanto diverso dal metodo di certi “tradizionalisti” di casa nostra. Per fortuna, come fai notare, questa non è una posizione molto diffusa tra le letture cristiano-cattoliche, ma ha pur sempre una voce in capitolo, soprattutto tra i cattolici d’Oltremanica.

    – La lettura che ipotizzi riguardo all’economia della Contea è in effetti più convincente. Nel senso che non sembra un’economia di accumulazione («Le dimensioni dei fondi, fattorie e botteghe rimanevano immutate per intere generazioni»). In generale il commercio non appare come un’attività molto sviluppata, e sicuramente gli scambi sono tutti interni, non esterni. Eccetto l’erba pipa, che ritroviamo nel magazzino di Saruman, a dimostrazione di come il commercio con l’esterno abbia aperto la strada alla rottura dell’equilibrio. Torniamo in effetti al punto che già è stato fatto notare: l’elemento autarchico dell’economia hobbit. E’ un modello che funziona solo su piccola scala, cioè su un ambito locale, che alla fine Aragorn si premura di conservare chiuso e riparato. In effetti potrebbe richiamare alla mente certi discorsi sulla “decrescita felice”, ma segnandone anche il limite, appunto.

  13. Pier ha detto:

    E’ poco dire *ottimo articolo* ! Io chiederei : perché oggi non c’è modello che non sia buono occasionalmenet ?

    • Pier ha detto:

      OccasionalmenTe…. mentre in generale sono in crisi mondiale. Il mondo non può proseguire più come avvenuto nell’ultimo decennio; il modello di Tolkien potrebbe essere buono. Anche T Moro nell’ UTOPIA traccia un modello praticabile di società più decente, di cui il grande veleno é il denaro

      • redazione ha detto:

        Caro Pier, il discorso sarebbe lungo e interessante! Alla prova dei fatti siamo immersi nel discorso capitalista, che ha appena mostrato tutti i suoi limiti. Ma del resto, il modello era entrato in crisi altre volte in passato (1929, anni ’70, 1997, ecc.), sempre tornando più o meno come prima. Pensa che i prodotti “derivati”, che hanno causato la crisi del 2008, sono tornati ad essere i prodotti più scambiati nelle Borse mondiali. Non si è imparato nulla! Forse, una strada può essere quella di definire con precisione quali siano i beni fondamentali per tutti (acqua, aria, lavoro, giustizia, abitazione, ecc.) e vigilare che rimangano sempre pubblici, inalienabili e a disposizione di tutti. Non è una cosa così scontata, come dimostrano i tentativi di privatizzare l’acqua. Ma si va anche oltre: invece di incrementare le energie rinnovabili, molti Paesi tra i più inquinati, per non pagare le penali, comprano le “quote di aria buona” da quelli meno industrializzati!!! Oppure, molti contadini del Sudest asiatico sono costretti a pagare per il riso che coltivano da millenni, perché qualche multinazionale ha registrato il brevetto del Dna di quel riso…

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