Scompare E. J. Conte: tradusse Lo Hobbit

University of ReadingSiamo dispiaciuti di segnalare la morte di Elena Jeronimidis Conte, la prima traduttrice in italiano de Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien nel 1973 per la casa editrice Adelphi, ex redattrice della rivista English Bridge e membro del comitato di Berks and Bucks CBA. La sua scomparsa è avvenuta il 22 settembre scorso e i funerali si sono svolti venerdì 2 ottobre alle 14.30 al crematorio di Reading, in forma strettamente privata per via delle restrizioni sanitarie di questo periodo. Jeronimidis Conte aveva 73 anni e le sopravvivono il marito Giorgio e due figli, Andrew e David.

Docente all’università e traduttrice

Elena Jeronimidis ConteElena Dagmar Conte era nata a Roma il 1° novembre 1946. Suo padre, Luigi Conte, era un magistrato di alto rango al Consiglio di Stato a Roma, ma poi lasciò il ruolo e divenne per un certo periodo presidente della SIAE, mentre sua madre Maria era russa. I suoi genitori si erano conosciuti a Roma alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver finito nel 1965 le superiori al liceo classico Virgilio, Elena studiò letteratura latina e italiana all’Università di Roma. Incontrò suo marito Giorgio Jeronimidis mentre studiava lì; lui era greco e i due si sposarono nel 1970 nella chiesa Greco-Ortodossa di Sant’Andrea Apostolo, vicino a Via Veneto. L’anno successivo, al marito fu offerta una borsa di ricerca di sei mesi all’università di Reading, in Inghilterra. Il trasferimento a Reading divenne poi permanente quando Giorgio divenne docente in Scienza dei materiali all’università. Elena parlava correntemente il tedesco, essendo sua madre cresciuta in Germania, e l’italiano, ma quando arrivò in Inghilterra per la prima volta conosceva pochissimo inglese. Elena Jeronimidis ConteDecise che un buon modo per imparare era tradurre in italiano Lo Hobbit, ma questo argomento sarà affrontato nel prossimo paragrafo. Diventata esperta nel lavoro di traduzione, l’offerta di insegnare teatro italiano portò Elena alla Lancaster University per quattro anni come lecturer di Italian Studies, dopodiché sempre come lettrice di Italian Studies tornò a Reading, dove nacquero i suoi due figli. Aveva imparato a giocare a bridge subito dopo aver sposato Giorgio, e giocavano insieme quando potevano. Conoscendo sia le sue capacità di bridge che quelle letterarie, la Berkshire and Buckinghamshire County Bridge Association le offrì la posizione di editor della loro rivista. La Jeronimidis Conte accettò perché era un lavoro che si poteva conciliare con l’essere madre e casalinga. Nel 1989 John Magee – noto come “Mr. Bridge” – la nominò redattrice del suo Bridge Plus, rivista appena lanciata sul mercato. In questa rivista ha lavorato a tempo pieno dal 1989 al 2007, aggiungendo il ruolo di editor associato di Bridge nel 2001. Al culmine della sua circolazione, è stato uno dei periodici sul bridge più letti al mondo. Elena Jeronimidis ConteNel 2007 divenne, infine, direttrice di English Bridge, la prestigiosa rivista della English Bridge Union e, per quasi dieci anni, condusse Teletext Bridge, un programma tv sul Bridge su Channel 4. È stata anche commissioning editor per i libri della casa editrice Batsford Bridge. Nel 2015 è stata premiata come membro a vita dell’EBU per il suo lavoro con la rivista. Dopo essersi ritirata, Elena Jeronimidis ha continuato a giocare a bridge. Oltre a questo gioco, Elena Jeronimidis si divertiva a passare il tempo con i nipoti, lavorare all’uncinetto, guardare le partite di rugby (suo marito e il figlio minore sostenevano con lei l’Italia) e film con una buona recitazione. Le piaceva anche viaggiare, in particolare in Giappone dove suo marito era spesso per affari, permettendole di apprezzare il paesaggio e la cultura del paese.

La traduzione de Lo Hobbit

Adelphi 1973La prima edizione italiana dello Hobbit fu pubblicata nell’ottobre 1973 da Adelphi, nella collana “Biblioteca Adelphi”. Roberto Calasso, direttore editoriale della casa editrice afferma anzi che: «Avevamo chiesto i diritti de Il Signore degli Anelli, ma la nostra proposta arrivò tardi a Londra». La Adelphi aveva comprato i diritti italiani per Lo Hobbit poco prima del dicembre 1971 (C’era una volta… Lo Hobbit, Marietti editore – 2012, p. 25). «Quando siamo arrivati ​​a Reading, non conoscevo l’inglese», ha scritto in una sua biografia dell’agosto 2013, «Ho imparato traducendo Lo Hobbit di JRR Tolkien in italiano, guardando la TV e leggendo i romanzi di Agatha Christie: voler sapere “whodunnit” è stato un potente incentivo!». Inizialmente questo lavoro era solo per il suo interesse, ma i colleghi del dipartimento di lingue dell’Università di Reading la convinsero a far pubblicare la traduzione. Nell’intervista a Gammarelli (C’era una volta… Lo Hobbit, Marietti editore – 2012, p. 259-263), Jeronimidis Conte rivela: «Scrissi alla Allen & Unwin, la casa editrice inglese dello Hobbit, per sapere se ci fosse interesse per una versione italiana. Proprio allora avevano venduto i diritti dello Hobbit all’Adelphi, così inviai loro il capitolo che avevo tradotto. Questo succedeva all’inizio di dicembre (circa). A Natale tornai a Roma per le vacanze e ricevetti una telefonata dell’Adelphi che voleva affidarmi l’incarico di tradurre il libro. “È una delle migliori traduzioni che ho mai visto”, disse il mio interlocutore. Un altro po’ e svenivo!».
Libri: Copertina di "C'era una volta... Lo Hobbit"Ricorda particolari difficoltà nella traduzione? è la domanda di Gammarelli: «Solo un brano: la descrizione di un paesaggio, che trovai alquanto ostica. Dopo aver interpellato i colleghi inglesi in dipartimento, i quali la trovavano altrettanto oscura, scrissi al Prof. Tolkien per chiedere una chiarificazione». Jeronimidis Conte ricorda che la sua fu «solo una breve corrispondenza epistolare in cui non mi fu di grande aiuto per quanto riguardava la descrizione che trovavo difficile! In compenso fu molto generoso nello spiegare come era arrivato a creare i nomi di alcuni personaggi e delle “genti” nella saga dello Hobbit e del Signore degli Anelli (un misto di scelte arbitrarie e di profonda conoscenza delle fiabe e dei miti europei, soprattutto germanici, volto a creare un linguaggio indipendente dall’inglese)».
Abbiamo la fortuna, grazie a un’asta di Christies, di avere la trascrizione e le immagini della lettera che  Tolkien scrisse a Jeronimidis Conte in risposta alle sue domande. «Gentile signora Jeronimides [sic], il signor Hardie mi ha passato la sua lettera. LetteraNon conosco l’italiano abbastanza bene per poterla aiutare, ma riguardo alla sua prima domanda sulla traduzione del passaggio del capitolo 10 de Lo Hobbit, la sua traduzione mi sembra fluente e abbastanza vicina all’originale. […] Per quanto riguarda i nomi di creature mitologiche, elfi, gnomi, troll ecc., non credo sia utile cercare parole in un’altra lingua per tradurli. Penso che sarebbe meglio fare ciò che ha fatto l’inglese (ad esempio): prendere semplicemente in prestito le parole con un leggero adattamento alla lingua della traduzione. La storia vera e propria deve quindi rivelare ai lettori che tipo di creature sono. Io stesso infatti ho usato il nome “elfo” per creature che hanno ben poco in comune con la tradizione prevalente degli Elfi in inglese. “Troll” non è una parola inglese ed è stata presa in prestito in inglese solo negli ultimi tempi in storie derivate dalla tradizione scandinava. Suggerisco di seguire l’esempio inglese di prendere in prestito la parola “troll” e di trasformarla in “trolle” o “trollo”. “Gnomo” dovrebbe essere evitato perché in origine non è affatto una parola mitologica ma deriva da Paracelso che voleva nomi per creature che si suppone avessero come elementi naturali acqua, aria, terra e fuoco. Prese in prestito “ninfa” e inventò “silfide” e “gnomo”. Mi dispiace che il mio breve dizionario non sia stato molto utile. In effetti era composto in prospettiva principalmente rispetto al tedesco (dato che conosco qualcosa di quella lingua). Mi aspettavo anche che fosse il prossimo nella traduzione. L’italiano ha solo “elfo” come adattamento del tedesco “elfe”, a sua volta preso in prestito dall’inglese, che appare per la prima volta in una traduzione di Sogno di una notte di mezza estate. Lei potrebbe, naturalmente, chiarire la questione ai lettori con brevi note su parole come “trolle”, “elfo”, per chiarire cosa rappresentano. La ringrazio molto per il disturbo che si sta prendendo».
letteraLa lettera è datata 14 giugno 1973, cioè meno di tre mesi prima che Tolkien morisse, il 2 settembre di quell’anno. È molto interessante perché lo scrittore inglese aveva già espresso pensieri simili ad altri traduttori a partire dagli anni Sessanta. Quindi, Tolkien non conosceva l’italiano abbastanza bene da poter dare un giudizio sulla traduzione, era contrario all’uso di “gnomo” per gli elfi e consigliava “trollo” per i troll. Bisogna comunque ricordare che anche Elena Jeronimidis Conte non seguì il consiglio di Tolkien per troll, ma optò per “uomini neri”, conosciuti al pubblico perché ben presenti nel folclore italiano. Non dimentichiamo che Lo Hobbit è un libro destinato a un pubblico giovane e che W.H. Auden lo definì «la più bella storia per bambini degli ultimi cinquant’anni».
«La traduzione è armonica, il tono linguistico è generalmente adeguato a un racconto per bambini, con qualche spunto di aulicità e grandiosità come si conviene: in generale con una buona resa dei diversi toni e registri linguistici», è il giudizio condivisibile di Lorenzo Gammarelli (C’era una volta… Lo Hobbit, Marietti editore – 2012, p. 26) mentre Quirino Principe in una nota editoriale pur lodandola ne trova delle pecche: «Bella, elegante, vivace, la traduzione adelphiana è maculata da strani errori di gusto, isolati ma vistosi. Ne segnalo uno, terribile. La Jeronimidis rese il nome del drago Smaug con “Smog”, regolarizzando così l’onomastica secondo il suono della pronuncia inglese. Ma per un lettore italiano, tale soluzione è fuorviante e infelicissima: qualsiasi italiano, ignorando che smog (“smoke” + “fog”, fumo più nebbia) vuole la o aperta mentre la au di “Smaug” vuole la o chiusa, leggendo “Smog” pensa allo smog e la magia fiabesca va a farsi friggere. “Smaug” è efficacissimo proprio se viene letto alla maniera italiana, poiché fa pensare all’imitazione del verso del drago che spaventa i bambini: “Smaaaaaaaaauuuuughhhhhh…!”».

Le traduzioni de Lo Hobbit

Copertina Lo Hobbit - nuova traduzione Bompiani 2012La traduzione di Elena Jeronimidis Conte de Lo Hobbit pubblicata nel 1973 è giunta sostanzialmente simile fino a oggi nelle librerie italiane. Da allora il volume è stato, infatti, ristampato decine di volte, con lo stesso testo, con mappe e illustrazioni di Tolkien, concedendo la licenza temporanea di pubblicazione a Mondadori, Rusconi, Bompiani e altre case editrici. Ancora attualmente in commercio, è giunta alla 17ª ristampa a 24 euro. Il testo è stato modificato tre volte: con Lo Hobbit Annotato curato da Grazia Maria Griffini (Bompiani, 2000); nell’edizione riveduta e corretta de Lo Hobbit Annotato curato da Oronzo Cilli, con alcune note e apparati tradotti da Lorenzo Gammarelli e Raffaella Benvenuto (Bompiani, 2004); in Lo Hobbit curato da Caterina Ciuferri (Bompiani, 2012) e poi di nuovo ritoccato nella sesta ristampa, in concomitanza con l’uscita dei film di Peter Jackson.
Quest’ultima occasione è classificata come “nuova traduzione” anche se la sorpresa maggiore è nei numerosi passaggi identici (a volte più pagine) che testimoniano l’ottimo lavoro fatto all’origine da Elena Jeronimidis Conte. La traduzione è migliorata, perché è più precisa e fedele all’originale, non ci sono quasi più gli italianismi come Ferragosto, pizza o mascarpone, anche se le foccaccine sono rimaste. Le versioni delle poesie di Jeronimidis suonano però molto meglio (con l’unica eccezione di The Road goes ever on) e Ciuferri usa praticamente intere strofe e interi paragrafi della vecchia traduzione. Molti lettori di Tolkien, infatti, la considerano piuttosto una revisione della traduzione preesistente, tanto più che certi errori presenti nella prima traduzione sopravvivono in quella nuova. La nuova traduzione, inoltre, ha fatto fatica anche ad affermarsi nelle stesse opere Bompiani. Nello Hobbit Annotato, ad esempio, è stata introdotta solo con l’edizione del 2013. E solo a partire dalla quinta ristampa dello Hobbit con le illustrazioni di Alan Lee e dalla terza ristampa dello Hobbit Annotato, sono state anche sistemate tutte le rune nell’introduzione e nelle mappe, coerenti con la nuova traduzione in italiano. Certo, alcuni refusi e soprattutto alcune scelte terminologiche della vecchia traduzione erano ormai datate (“Smog” e “Uomini Neri”), ma altre si avvicinano maggiormente all’originale inglese, rimanendovi più fedeli. Considerando i destinatari a cui Tolkien voleva rivolgersi, inoltre, la “vecchia” traduzione risulta molto più scorrevole della nuova. Tutte queste considerazioni non fanno escludere del tutto la “vecchia” traduzione, anzi molti lettori la preferiscono.

 

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Vai alla sezione dedicata al libro dello HobbitStoria editoriale ed errata corrige
– Vai all’articolo: Quale edizione comprare dello Hobbit?
– Vai all’articolo: Esce una nuova edizione illustrata per Lo Hobbit
– Vai all’articolo: Lo Hobbit massacrato: uno sviluppo sulle rune
– Vai all’articolo: Pubblicata nuova traduzione dello Hobbit
– Vai all’articolo: Lo Hobbit a fumetti: ecco le nuove immagini di Wenzel

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21 Comments to “Scompare E. J. Conte: tradusse Lo Hobbit”

  1. Atlas Cyber Robot009 ha detto:

    Ottimo articolo molto interessante e poi…..
    Grazie per sempre E. J. Conte per la tua traduzione fiabesca da quando ero bambino la lessi, mi porto per la prima volta del mondo di Arda creata dal professore Tolkien.
    Riposa in pace.
    P.s. Se Tolkien consigliava “trollo” per i troll, perchè non metterlo nella nuova traduzione ad Ottavio Fatica quando sarà aggiornata nelle nuovi edizioni.
    Perché no?

    • Norbert ha detto:

      Tolkien suggeriva “trollo” 50 anni fa, quando in Italia pochissimi sapevano cosa fosse un “troll”

      Ora, grazie a numerose opere – non ultimo “il Signore degli Anelli” nella versione modificata nel 2003 della traduzione Alliata/Principe – in Italia il “troll” è ben noto. nessuna necessità, a mio avviso, di tradurlo.

      • Matteo ha detto:

        Scusa, ma neppure adesso sappiamo cosa sia un Troll. Tolkien stesso disse che il termine ELFI fu preso in modo improprio. In effetti gli ELFI sono pure gli aiutanti di Babbo Natale. Troll può voler tutto e niente. Come ORCHI. Sono creature che ognuno può plasmare come vuole. Gli GNOMI, prima di vederli in Biancaneve, erano essere maligni che abitavano sotto i ponti e ingannavano i viaggiatori. La Favole antiche, le Mitologie del passato: Tolkien le ha prese e le ha modificate. Oggi usiamo le parole di Tolkien per indicare personaggi o creature, perché è stato il primo a decodificarne una “tipologia”. Gli amanti delle Serie di Dragonlance sanno benissimo che Tanis Mezzelfo, ha un padre umano che violentò la madre. Da questo li derivano longevità e grande acutezza dei sensi, che usa per seguire le piste (tracce) e combattere… Non ricorda Aragorn ? 🙂 A me sembra di si. La decodificazione di certi “popoli e creature” in verità deve molto a Dungeons & Dragons, che si è appoggiato molto all’opera di Tolkien. Quindi in effetti se cerchi GNOMO, come dice lo stesso Tolkien vedrai che è una invenzione di Paracelso, e tutto ha fuorché le connotazioni di Gimli.

        Poi è tutta un’altra “storia”, passare dall’inglese TROLL a TROLLO. Sopratutto ADESSO che TROLLARE ha un preciso senso nel nostro moderno Monda da SN.

        • Valen ha detto:

          Sinceramente non riesco a seguire il tuo ragionamento.
          Per prima cosa, sappiamo tutti molto bene cosa sono i troll per Tolkien, a partire da Lo Hobbit.
          Lo stesso vale per elfi, orchi e altre creature. Certo, Tolkien si è ispirato ad antiche leggende norrene e altro, ma le ha poi connotate in maniera personale.
          In secondo luogo, sono un grande fan di Dragonlance, e ovviamente di Tanis Mezzelfo. Ma credo che possa vagamente ricordare Aragorn solo perché è un combattente di frontiera e un leader nato. Ma questo può valere per mille altri personaggi fantasy, e non vedo cosa c’entri col resto del discorso.
          In terzo luogo, ovviamente D&D ha dato una struttura e una visibilità a molte creature fantasy, ma è venuto dopo Tolkien. E allora? Anche qui non capisco il punto.
          Infine non capisco cosa c’entrino gli gnomi con Gimli che è un nano. E i nani di Tolkien si rifanno ai dvergar scandinavi (l’anglossassone dwarf deriva da dvergr).

  2. Frodo Sacconi ha detto:

    Ottimo lavoro per omaggiare questa grande traduttrice.

  3. Valen ha detto:

    Non so se sia una questione di conoscenza del significato del termine. E poi trollo sarebbe più una localizzazione che una traduzione, pertanto ci potrebbe pure stare, anche se oggi siamo abituati a troll.
    Sicuramente 1000 volte meglio trollo che uomini neri o addirittura vagabondi delle montagne.

  4. Antonio ha detto:

    Può darsi che chiamare “Vagabondi” i Troll non sia stata proprio una scelta felice ,di certo “vagabondo” ha comunque un significato (non adatto al contesto?) è sicuro però che “Trollo” non significa nulla. E poi, qui su questo sito ed altri siti “amici” sono state scritte filippiche contro la “italianizzazione” di Gaffer in Gaffiere e poi trovate accettabile “Trollo” per “Troll” ?; come avrebbe detto Totò…”ma mi faccia il piacere….”

    • Wu Ming 4 ha detto:

      La proposta di mettere “Trollo” per “Troll” è stata formulata da J.R.R.Tolkien nel 1973 e dall’utente Atlas Cyber Robot009 in questo thread. Nessuno tra i gestori di questo sito ha minimamente avallato questa proposta. Quindi fai il piacere tu, va’.

      • Antonio ha detto:

        rimane il fatto che se si trova accettabile la parola Trollo, non esiste alcun motivo per scandalizzarsi per Gaffiere , di certo ambedue non hanno significato, tutto qua . Non ho mai scritto che i gestori di questo sito abbiano in alcun modo avallato la proposta.

        • Matteo ha detto:

          Ma nessuno ha mai avvallato TROLLO, ne ha mai detto che è accettabile. Ma sai leggere? Dove vedi un commento che dice: “TROLLO? BELLO !!!!!!”. Non c’è. Zero. Nulla. Inoltre adesso Fatica e gli altri Professionisti, sanno benissimo che TROLLO, e TROLLARE è un termine “spregiativi” per un determinato commento all’intento di Internet, SN e Community. An che il tuo commento è da TROLL in effetti, perché parli di SITI AMICI, D FILIPPICHE sull’iniezione di Gaffiere, ecc…
          P.s Se cerchi in rete troverai video dei più grandi denigratori della traduzione dei nomi fatta da Fatica, non perché sbagliati, ma perché non dovevano esser toccati quelli storici, e troverai che anche quegli utenti non hanno mai gradito Gaffiere. E che ben venga la modifica in Velgio.

          • Valen ha detto:

            Matteo, anche se credo di pensarla in maniera diversa rispetto ad Antonio sulla questione “trollo”, qui mi sento di difenderlo. Trovo il tuo tono nei suoi confronti inaccettabile. Non è bello accusare qualcuno di non saper leggere, come fai tu, ma forse sei proprio tu che non comprendi cosa scrivono gli altri. Lui ha scritto di non aver mai detto che qualcuno ha avvallato questa scelta. Io invece ho proprio scritto che personalmente la trovo accettabile.
            Quindi, il contrario di ciò che affermi. La questione del significato di trollare con troll poi davvero mi sembra insensata.

  5. Emanuele Ottolini ha detto:

    Intanto ho espresso un parere, come sempre, personalissimo, non parlo a nome di nessuno, se non a nome mio; quindi il piacere non te lo faccio.
    Certo che “vagabondo” ha un significato, ma proprio per questo è fuorviante, perché non rimanda minimamente a ciò che deve denotare. Per cui dire che “chiamare Vagabondi i Troll non sia stata proprio una scelta felice” è l’eufemismo del secolo. Ricordo che da ragazzino rileggevo e rileggevo e non capivo mai chi erano questi vagabondi. Che poi, essendo sinonimo di ramingo, vagabondo creava ancora più confusione. Quando ho scoperto che si riferiva ai troll mi sono chiesto “Ma perché??”
    Infine, ci sono localizzazioni che convincono più di altre, e PERSONALMENTE trollo mi pareva accettabile. Tutto qua.
    Non vedo dove stia il problema.
    Pertanto, come diceva Totò, “parli come badi”.

    • Norbert ha detto:

      Anche io, come Emanuele Ottolini, rammento lo sconcerto causatomi da “vagabondi” e “raminghi” che ritenevo fossero affini, visto che nella lingua italiana son sinonimi.

      Peggiorato dal fatto che avevo appena letto lo Hobbit, dove Berto, Maso e Guglielmo eran chiamati “Uomini Neri”

      Per cui, ragionavo: “se i Vagabondi sono Uomini Neri, lo possono essere anche i Raminghi? Eppure Grampasso sembra ben diverso da Maso e compagni”. Insomma, avevo le idee comprensibilmente confuse
      🙂

      • Antonio ha detto:

        Debbo proprio avere una sensibilità scarsa, mai durante le tante letture del Signore degli Anelli la parola Ramingo mi aveva fatto pensare ad un Vagabondo , quanto piuttosto ad un esule che vagava nelle terre, ma non che vagabondava, interessante come il cervello umana elabora le informazioni in modo differente.

    • Antonio ha detto:

      Certamente anche il mio era solo un parere personalissimo, se vuoi posso anche senza difficoltà dire che la scelta dei “Vagabondi” sia stata infelice, così togliamo l’eufemismo, accetto di buon grado la citazione in risposta, me la sono cercata, ho cominciato io; ma era solo per sorridere

  6. Wu Ming 4 ha detto:

    C’era anche il problema evidente che Alliata traduceva con “vagabondi” sia “wanderers” (riferito ai Rangers of the Wilderness) sia “Troll”, creando quindi una confusione percettiva nella prima parte del romanzo.
    Resta il fatto che i Troll non sono vagabondi, bensì creature delle leggende nordiche, ossia mostri umanoidi. Se uno legge “vagabondi” pensa a…dei vagabondi, non a dei troll.

    Negli anni sessanta e settanta al pubblico italiano la parola “troll” non avrebbe evocato nulla, nemmeno aggiungendo un -o in fondo. Tuttavia non era un buon motivo per introdurre proditoriamente nella storia gli “Uomini Neri”, e non solo perché fanno pensare agli africani, ma soprattutto perché s eproprio si doveva italianizzare, allora forse “giganti” si sarebbe approssimato di più all’essere in questione. Così come è stato fuorviante tradurre Warg, altra creatura mitologico-leggendaria nordica, con “lupi mannari”, perché gli Warg non c’entrano nulla con i licantropi.

    Io credo che lasciare il nome dei mostri in originale, magari con una nota esplicativa a piè di pagina, come si faceva spesso all’epoca, sarebbe stata la scelta più opportuna, anziché italianizzare il folklore nordico. Per lo stesso motivo Fatica poteva serenamente lasciare intradotto “Shelob”, come aveva fatto Alliata, anziché italianizzarlo. Con la differenza che Shelob non definisce una creatura mitologica o folklorica, è il nome proprio di un essere specifico, e significa “ragno femmina”. Insomma è come tradurre “Strider” con “Grampasso” o “Passolungo” anziché lasciarlo in originale. Diciamo che almeno non è fuorviante rispetto al significato.

    Se invece italianizzo “Gaffer” in “Gaffiere” faccio anche peggio che italianizzare troll in trollo, perché “Gaffiere” non è né il nome di una creatura fantastica, né un nome proprio di persona, bensì un soprannome tratto da un termine realmente in uso secoli fa, che significa “uomo anziano”. Sam chiama suo padre “il mio vecchio”, in buona sostanza. Insomma il neologismo “Gaffiere” è un po’ come gli attuali “linkare”, “bypassare”, “chattare”, ecc. È un ibrido orribile, se ci si pensa un attimo. Se guardiamo come hanno risolto le altre lingue neolatine, vediamo che nella traduzione francese è “L’Ancien” (l’anziano); in quella spagnola è “Tio” (cioè addirittura Zio); in quella portoghese è “pai” (padre) o “velhote” (vecchio). Tutti i traduttori nelle lingue romanze hanno cercato di…tradurre il significato di quel soprannome. È il loro mestiere, in effetti.

  7. Alex Bolgeri ha detto:

    Come dice l’utente Atlas Cyber Robot009 in questo thread:
    Se Tolkien consigliava “trollo” per i troll, perchè non metterlo nella nuova traduzione ad Ottavio Fatica quando sarà aggiornata nelle nuovi edizioni.
    Perché no?

    Io aggiungo questo:
    Sarebbe bello fare un po’ giustizia e così da rispettare le volontà dell’autore originale.
    Noi italiani abbiamo adattato la parola elfo dal tedesco “elfe”, a sua volta preso in prestito dall’inglese e poi a sua volta abbiamo adattato la parola zombi dall’inglese zombie.
    Perché no? Adattare Troll in Trollo?
    Qui non c’è qualcuno che amava la propria lingua qui?
    Questa per me a mio modesto parere è una ottima idea.

    • Valen ha detto:

      Condivido pienamente il pensiero di Alex Bolgeri. Ammetto che prima di leggere questo articolo non sapevo del consiglio dello stesso Tolkien su “trollo”.
      E sono convinto che se si fosse seguita tale direzione all’epoca, oggi non saremmo neanche qui a discuterne, perché, come per tante cose, sarebbe passata tranquillamente per abitudine (visto che per consuetudine ci siamo abituati a traduzioni ben peggiori di altri termini).

      • Alex Bolgeri ha detto:

        Grazie mille per il supporto Valen.
        Vogliamo proprio vederlo i Troll adattato in Trollo/i nella nuova traduzione ad Ottavio Fatica quando sarà aggiornata nelle nuovi edizioni.
        Giustizia per il professore Tolkien.
        Justice for Professor Tolkien.

    • Matteo ha detto:

      Ti darei ragione se il termine TROLL non fosse stato usato dal Popolo del Web per descrivere una persona “che crea disturbo con i suoi commenti”. TROLLARE, è una verbo nato da TROLL. TROLLO, è il presente indicativo di Trollare, se fosse possibile usarlo in un discorso :O Quindi se non fosse astato così tanto abusato, ti sarei ragione. Oggi purtroppo hanno scelto del nome, e ricorderebbe “troppo” quel termine. Molti lo ricondurrebbero ad un “Nome Troppo Moderno”.
      Le lingue si evolvono. Se fosse stato fatto negli anni 70, oggi nessuno potrebbe dire nulla. Ma metterlo adesso nel 2020, non credo sarebbe visto di buon occhio. Già le battute su Forestali, e ci Cacciatori di Frodo si sprecano e sono fastidiose, non mettiamoci anche i TROLLI (plurale di Troll).
      Di una cosa aveva ragione QUinrino Principe: NON TUTTO può passare da una lingua ad un’altra. Possono nascere equivoci o tradurre in modo risibile. Come Merry in Felice e Baggins in Sacconi (come fece Alliata per Astrolabio).

      • Valen ha detto:

        A parte che non trovo risibile tradurre Baggins con Sacconi (o altre italianizzazioni simili). Questione di punti di vista forse, ma se ne è parlato molto anche qui e molti sostenevano questo approccio.
        E poi chi se ne frega se oggi trollare vuol dire quello che tutti sappiamo nel contesto del web?
        Che una parola sia usata in contesti diversi con significati diversi è normalissimo. Si chiamano parole polisemantiche. E allora? Qual è il problema?
        Un verbo poi non è un sostantivo. Se dovessimo ragionare come fai tu che prendi trollo come indicativo di trollare, allora non potremmo parlare dei conti della contea perché “conti” ricorda la seconda persona singolare del verbo contare. Questo sì che mi sembra risibile, ed è solo un esempio di molti che si potrebbero fare seguendo il tuo fallace ragionamento.
        Proprio perché i linguaggi si evolvono, come dici tu, anche le parole assumono nuovi significati. Ma è trollare che deriva da troll, non il contrario.
        Per me il “problema” che trollo possa ricordare trollare appartiene solo a chi non sa far evolvere la propria mente e passare da un contesto all’altro. E questo credo sia il problema di quelle persone che creano meme sui cacciatori di Frodo e i forestali. Francamente me ne infischio e penso che lascino il tempo che trovano. Dimostrano solo la loro incapacità di adattarsi a nuovi schemi mentali.
        Per me, come ho già detto, le traduzioni equivoche sono altre: ad esempio tradurre troll con vagabondi. Non c’entra nulla come significato, né come denotazione né come connotazione. E rischia di essere frainteso con ramingo, di cui è praticamente sinonimo.

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