Ent, Elfi ed Eriador: la visione ambientale di Tolkien

Se qualcuno cercasse un suggerimento per un regalo di Natale tolkieniano dell’ultimo minuto dovrebbe prendere in considerazione il libro di Matthew Dickerson e Jonathan Evans Ent, Elfi ed Eriador: la visione dell’ambiente nell’opera di J.R.R.Tolkien (Fede & Cultura, €23, p. 416) curato e tradotto da Paolo Nardi.

Va detto subito e senza mezzi termini: è probabilmente il saggio più politico che sia mai stato scritto sull’opera di Tolkien. Certo un’affermazione come questa potrebbe far storcere il naso a gran parte del fandom, stufa delle polemiche sull’appropriazione politica di Tolkien, sulle letture “di parte”, ecc. Ma il saggio di Dickerson e Evans non c’entra proprio niente con tutto questo. La politicità del loro approccio è tutta nella schiacciante attualità del risultato, frutto dell’analisi approfondita dell’opera, non dell’intenzione di piegare il testo a una tesi preconcetta. Se si dovesse ridurre all’osso quello che i due studiosi americani sostengono si potrebbe dire questo: nell’opera tolkieniana c’è una visione ambientalista che nasce dal creazionismo ebraico-cristiano, ovvero dall’idea che l’umanità debba essere custode del creato e non sua dominatrice e sfruttatrice.

Quando il saggio venne pubblicato per la prima volta vent’anni fa non si poteva sapere che – insieme al precedente saggio di Patrick Curry, Tolkien, mito e modernità: in difesa della Terra di Mezzo (Bompiani) – sarebbe diventato una pietra miliare delle letture ambientaliste dell’opera di Tolkien. Oggi è un classico imprescindibile della critica tolkieniana. Ma soprattutto, l’aumento generalizzato di consapevolezza in materia ambientale prodottosi in quest’ultimo ventennio rende il libro ancora più attuale e importante, perché rivela come Tolkien nella sua narrativa avesse focalizzato uno dei più grandi problemi della modernità, ovvero quello dello sviluppo infinito, dello sfruttamento indiscriminato dell’ambiente, della sua devastazione, come conseguenze di una visione meramente negativa e conflittuale – melkoriana – tra umanità e mondo. Tolkien non nega che questa conflittualità esista, e la riproduce nella Terra di Mezzo, ma mette in scena e in dialogo tra loro i diversi approcci alternativi, che sono appunto quello degli Ent, quello degli Elfi e quello degli Hobbit (nell’Eriador). Lo fa senza alcun intento precettistico, senza indicare un modello ideale, ma con l’evidente convinzione che si tratti di una questione dirimente sul piano etico, filosofico, teologico e… sì, per derivazione, anche politico. Una cosa da ricordare ogni volta che si sente un qualche professionista della politica evocare Tolkien, la grandezza della sua narrativa e dei valori che questa interpreta, e un minuto dopo tornare alle scelte di sfruttamento e devastazione ambientale di sempre.

Proponiamo qui di seguito la post-fazione all’edizione italiana del volume, scritta da Roberto Arduini, già primo presidente dell’Aist e attuale direttore dei «Quaderni di Arda».

Le grandi storie non finiscono mai: etica e ambiente oltre Tolkien

di Roberto Arduini

Giunti alla fine di questo volume, il lettore può forse percepire quanto l’opera di Tolkien – apparentemente relegata alla fantasia – abbia invece una forza dirompente nel parlare al nostro presente. È evidente come l’analisi di Dickerson ed Evans abbia collocato l’opera di Tolkien all’interno di un discorso che va ben oltre la letteratura fantastica. Il viaggio compiuto attraverso le pagine di questo libro non è stato solo un attraversamento della Terra di Mezzo, ma un itinerario concettuale, etico e metaforico che invita a ripensare il nostro rapporto con l’ambiente e con la comunità umana che lo abita.

Uno dei meriti più rilevanti degli autori è aver mostrato che la visione ecologica di Tolkien non nasce da mode intellettuali o da programmi politici, bensì da una radice profonda: l’idea che il creato sia buono in sé, portatore di valore intrinseco e affidato alle cure dell’uomo come un dono fragile e prezioso. È una sorta di teologia della creazione che riconosce il valore intrinseco del mondo naturale. “Il mondo materiale è buono in sé; non è peccato amarlo”, sembra dire lo scrittore. Questa prospettiva, pur radicata nella tradizione cristiana, si rivela sorprendentemente universale: chiunque, credente o meno, può riconoscervi un appello alla responsabilità, al limite, alla custodia.

Rileggere la Contea come immagine di una società che vive di misura, di comunità e di prossimità significa interrogare la nostra modernità, segnata da squilibri ecologici e sociali sempre più gravi. L’Isengard devastata di Saruman o le terre annerite di Mordor non sono soltanto scenari narrativi: essi riecheggiano in ogni paesaggio contemporaneo deturpato dall’inquinamento, dallo sfruttamento e da una logica di dominio che riduce la natura a oggetto di consumo. Non è un caso che diversi studiosi abbiano letto in Saruman una rappresentazione delle derive della tecnica moderna e della retorica del progresso (cfr. Wendell Berry, The Gift of Good Land, 1981). Nel linguaggio mitico di Tolkien, il lettore trova tradotta in immagini una diagnosi che ancora oggi resta attuale: il pericolo di una tecnica priva di radici etiche, la tentazione di sostituire l’armonia del vivente con l’uniformità della macchina.

Eppure, il messaggio che affiora non è disperato. Al contrario: è intriso di speranza, incarnata da figure apparentemente marginali come Sam Gamgee. Non il potente, non il sapiente, non il re, ma il giardiniere, l’uomo comune che sa prendersi cura, diventa modello di un’etica della responsabilità. In Sam si concentra una lezione che non smette di interrogare il nostro tempo: la vera grandezza non si misura con il potere accumulato, ma con la capacità di rigenerare, di ridare vita, di far fiorire ciò che è stato devastato.

L’attualità di tali riflessioni è evidente. Le odierne crisi ambientali – dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità – non possono essere comprese se non alla luce di un deficit di immaginario, oltre che di politiche inadeguate. Come ricordano Joranson e Butigan in Cry of the Environment (1984), la crisi ecologica è anche una crisi della capacità simbolica e narrativa con cui l’uomo pensa il proprio posto nel cosmo. Tolkien, attraverso la sua mitopoiesi, fornisce dunque un repertorio di immagini e storie che permettono di riformulare in termini concreti il senso della responsabilità ambientale. In tal senso, la letteratura fantastica non si configura come evasione, ma come strumento critico. Tolkien stesso, nel saggio Sulle fiabe, rivendicava l’“applicabilità” del mito alle condizioni del presente, opponendosi a ogni riduzione della fantasia a mero intrattenimento. L’applicabilità della sua narrativa all’etica ambientale contemporanea rappresenta, allora, una conferma della profondità della sua opera e della sua capacità di parlare al nostro tempo.

In questo senso, il percorso del libro illumina anche il nostro presente storico. Le crisi ambientali, climatiche ed energetiche che ci attraversano non possono essere affrontate solo con strumenti tecnici o con calcoli economici. Esse richiedono un mutamento di immaginario, una conversione dello sguardo che restituisca centralità al valore della cura e del limite. Tolkien, con la sua mitopoiesi, offre proprio questo: la possibilità di immaginare mondi alternativi, non per fuggire dalla realtà, ma per comprenderla meglio e per trasformarla.

Questa è forse la funzione più alta della letteratura: non fornire soluzioni immediate, ma liberare energie metaforiche, etiche e culturali che rendano possibili nuove soluzioni. In tal senso, la Terra di Mezzo diventa uno specchio del nostro mondo, e il lettore, terminata la lettura, si trova quasi costretto a chiedersi: quale parte di questo mito risuona nella mia esperienza? Dove riconosco Mordor, e dove invece la Contea? Quali sono i miei doveri di custode, di steward, nei confronti del giardino che mi è stato affidato, piccolo o grande che sia?

Non si tratta, evidentemente, di trasporre in maniera diretta i modelli della narrativa tolkieniana. Nessuno di noi è chiamato a distruggere un Anello, né a cavalcare contro gli eserciti dell’Ombra. Ma ciascuno, nel proprio ambito, è chiamato a scegliere tra due logiche: quella del dominio e quella della custodia, quella dello sfruttamento cieco e quella della responsabilità condivisa. Questa scelta, quotidiana e concreta, è il vero lascito che Tolkien – attraverso la lettura che di lui offrono Dickerson ed Evans – consegna al nostro presente.

Se il libro ha un pregio ulteriore, è quello di non chiudere il discorso ma di aprirlo a prospettive di ricerca che oltrepassano i confini degli studi tolkieniani. Ogni capitolo suggerisce piste di ricerca, di approfondimento, di confronto interdisciplinare. Esso dialoga con i dibattiti sull’etica della cura (cfr. Joan C. Tronto, Moral Boundaries, 1993), con le riflessioni sull’immaginario ecologico e con i tentativi, in ambito filosofico e teologico, di elaborare una visione del mondo che integri sostenibilità, giustizia e trascendenza. Così come la Terra di Mezzo è un universo narrativo che non smette mai di offrire nuove prospettive, allo stesso modo l’analisi ecocritica di Tolkien apre strade che altri studiosi, lettori o semplici appassionati potranno percorrere.

Queste ultime pagine vogliono dunque essere un invito: non lasciamo che le riflessioni raccolte in questo volume restino confinate nello spazio cartaceo. Portiamole fuori, nella vita quotidiana, nelle scelte individuali e collettive, nei dibattiti culturali e politici. Perché, come ricorda Gandalf, non ci compete governare le maree del mondo, ma ci compete lavorare con fedeltà e dedizione nella piccola porzione di tempo e di terra che ci è stata affidata.

Se il mito ha ancora senso, è perché ci ricorda che le storie non finiscono mai, ma continuano in coloro che le accolgono. Il lettore che chiude questo volume porta con sé una responsabilità e una promessa: trasformare in gesto concreto ciò che in queste pagine è stato narrato e meditato. E in quel gesto, forse, la Terra di Mezzo smetterà di essere solo un mondo immaginario per diventare un seme di futuro nel nostro mondo reale.

LINK INTERNI

– Vai all’articolo La natura in Tolkien? Un nuovo libro se ne occupa
– Vai all’articolo Leggere Tolkien ai tempi dei cambiamenti climatici

LINK ESTERNI

– Vai al sito di Fede e Cultura

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