La riunione della scuola Tradizionale a Rimini

Ninni Dimichino e Oronzo CilliL’incontro clou degli eventi su Tolkien durante il Cartoon Club di Rimini sarà quello di domenica 23 luglio alle ore 18.00, Tolkien, il Signore della Fantasia, che vedrà gli interventi di Oronzo Cilli, Adolfo Morganti e Domenico Dimichino, presidente Società Tolkieniana Italiana, moderato da Giovanni Carmine Costabile. L’evento è molto particolare perché sancisce la ricomposizione di una frattura all’interno della società più vecchia d’Italia. Nell’agosto del 2006, Adolfo Morganti, socio storico della STI, se ne andò sbattendo la porta e dimettendosi dalle cariche di vicepresidente, consigliere, socio e «da direttore di quella sfortunata rivista che si chiama Minas Tirith», come scrisse nella lettera inviata al direttivo. La Società annunciò poi che Morganti non aveva mai ricoperto quest’ultima carica, ma che ne era stato solo il responsabile esecutivo e denunciò il fatto che sull’ultimo numero della rivista il logo della casa editrice Il Cerchio aveva sostituito in copertina quello della STI come era nelle precedenti pubblicazioni.
Più di dieci anni dopo quella ferita sembra ora rimarginata, Adolfo Morganticon l’ex vicepresidente della STI seduto per la prima volta pubblicamente allo stesso tavolo dell’attuale presidente, che è lo stesso di allora. Questa ricomposizione, a ben vedere, può essere letta in maniera più profonda come una riunione della scuola Tradizionale, da sempre divisa in due anime, che negli ultimi dieci anni sono state quasi in contrapposizione, con
la massoneria e manifestazioni anche nello stesso giorno. Ma per capire tutto ciò bisogna fare un passo indietro.

Le due anime dalla Tradizione

Gianfranco De TurrisCapofila dell’interpretazione neosimbolica è Gianfranco De Turris, fondatore e segretario della Fondazione «Julius Evola», dedicata al «pensatore» d’estrema destra, con trascorsi fascisti e nazisti, teorico della gerarchia tra le razze. De Turris non sarà presente a Rimini, ma è come se lo fosse, visto che è il direttore di Minas Tirith, firma l’introduzione a Tolkien e l’Italia di Cilli pubblicato da Il Cerchio e presenzia ogni anno alla Hobbiton organizzata da Ninni Dimichino, nonché organizzatore di convegni con la massoneria e CasaPound.
Adolfo MorgantiAdolfo Morganti è uno degli esponenti di spicco, se non il più eminente, dell’anima cattolica della scuola tradizionale. Infaticabile conferenziere e organizzatore, responsabile del Raduno Tolkeniano di San Marino, da sempre appassionato di letteratura fantastica e dei suoi legami con il mito, l’intellettuale sanmarinese è tra i fondatori de Il Cerchio, nata sulla scia dei Campi Hobbit, come ricorda lo stesso Morganti in una recente intervista. La casa editrice è specializzata nella pubblicazione di testi della tradizione spirituale, della saggistica fantasy e della cultura medievale. Tra gli autori figurano i nomi di Mario Polia, Gianfranco De Turris e Julius Evola. Morganti è anche presidente dell’Associazione Culturale Internazionale Identità Europea. È autore di saggi come Il tradizionalismo non cattolico italiano contemporaneo, Tolkien e l’uniformità del male. Il Regno dell’Anticristo secondo il “Signore degli Anelli” (in Minas Tirith) e Un giorno un Re verrà… Aragorn e la Sovranità sacra (in Minas Tirith e in “Albero” di Tolkien, curato da De Turris).
Fino al 2006 tutto il fronte dell’interpretazione tradizionale e neosimbolica delle opere di J.R.R. Tolkien era unito, tanto è vero che la casa editrice Il Cerchio di Adolfo Morganti poté pubblicare J.R.R. Tolkien Creatore di Mondi (1992), curato da Mario Polia, Gianfranco De Turris e Adolfo Morganti, la casa editrice L’Arco e la Corte di Ninni Dimichino poté pubblicare Tolkien, la Terra di Mezzo e i miti del III Millennio (2002), curato da Michele De Feudis con saggi di Gianfranco De Turris, Stefano Giuliano e Manlio Triggiani, e infine sempre De Turris potè pubblicare «Albero» di Tolkien – prima per Larcher Editore poi per Bompiani – in cui era presente tutto Gianluca Casseriil gotha della pseudo-tolkienologia dell’interpretazione neosimbolica (insieme ad alcuni sparuti “esterni”): Sebastiano Fusco, Stefano Giuliano, Alberto Lombardo, Paolo Paron, Gianfranco de Turris, Errico Passaro, Adolfo Morganti, Gianluca Casseri. In questo modo, ha anche potuto pubblicare con Bompiani ed essere accreditato come autore e saggista Gianluca Casseri, il folle simpatizzante di CasaPound che nel dicembre 2011 ha ucciso a colpi di arma da fuoco due ambulanti senegalesi, ferendone gravemente altri tre prima di suicidarsi.

Tolkien secondo la STI

Vie della TradizioneLa visione Tradizionale getta la sua ombra sullo scrittore inglese e la Società Tolkieniana Italiana ne dà una lettura univoca, l’unica possibile secondo loro. L’articolo 2 dello statuto dichiara, infatti, che la Società «si propone lo studio e la diffusione dell’Opera e del Pensiero di J.R.R. Tolkien. Questo sia favorendo la conoscenza della sua opera letteraria che approfondendo la ricerca delle radici culturali e sacrali della Tradizione Europea, da cui tutta la produzione tolkieniana trae vita e nutrimento». Ma cos’è esattamente la Tradizione? In uno scritto pubblicato nel 2005 sul n. 13 della rivista Minas Tirith della Società, Mario Polia scrive: «Una domanda che molto spesso ci viene rivolta, e rispetto alla quale non v’è, secondo noi, migliore consiglio che indicare gli scritti di René Guénon e Julius Evola per una reale comprensione». Di seguito poi spiegava che la Tradizione, a suo dire, coinciderebbe esattamente con «l’insegnamento della Chiesa cattolica», anche se ammetteva subito dopo che: «Esiste, inoltre, un “tradizionalismo” in senso lato nel quale si riconoscono appartenenti singoli o gruppi, diversi in quanto a impostazione e tendenze, ma accomunati da un pronunciato antagonismo nei confronti del mondo moderno (…). JULIUS EVOLA MITO AZIONE CIVILTÀ (1996)-il cerchioÈ comune alle varie tendenze del “tradizionalismo” (cultural-politico e/o spiritualista) la tensione verso il recupero di un’identità “spirituale” dai contorni in genere mal definiti, non-confessionale, caratterizzata dal sincretismo in campo religioso e, spesso, da una componente marcatamente anti-cristiana».
Nell’introduzione di Rivolta contro il mondo moderno, infatti, si afferma quanto segue: «Dal nostro punto di vista non c’è l’arbitrario, il soggettivo e il fantasioso, e non c’è l’oggettivo e lo scientifico quale i moderni lo concepiscono. Tutto ciò non esiste. Tutto ciò sta fuori dalla Tradizione. La Tradizione comincia là dove col raggiungimento di un punto di vista superindividuale e non umano è possibile porsi al disopra di tutto ciò. Così si avrà una preoccupazione minima di discutere e di “dimostrare”. Le verità che possono far comprendere il mondo della Tradizione non sono quelle che si «imparano» e che si “discutono”. Esse o sono, o non sono». locandinaLa verità Tradizionale, quindi, è certezza in quanto tale e, a differenza di qualsiasi ideologia umana, non va interpretata ma solo conosciuta. Fuori dalla conoscenza della Verità, sostiene Evola, vi è l’errore, la menzogna e l’ingiustizia, ovvero la Controtradizione.
Sono queste le basi ideologiche che fanno scrivere a De Turris, nel volume Tolkien, la Terra di Mezzo e i miti del III Millennio, che «tutto il complesso di idee e suggestioni [nel Signore degli Anelli] può essere capito, apprezzato e valorizzato e fatto proprio soltanto da un pubblico che sia già formato su letture di autori di Destra, ma soprattutto quelli “tradizionali” come Guénon ed Evola». I lettori di Tolkien non la pensano allo stesso modo univoco.

LINK ESTERNI:
– Vai al sito del sito del Cartoon Club di Rimini
– Vai al sito del sito del Rimini Comix

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40 Comments to “La riunione della scuola Tradizionale a Rimini”

  1. Stefano Giuliano ha detto:

    Non ho mai riso tanto come nel leggere questo articolo. Davvero divertente. Mai visto tante sciocchezze messe insieme. Complimenti all’autore che, evidentemente, ha potuto sfogare tutte le sua retorica e sbandierare ancora lo spauracchio del fascismo…Che pena…

    • redazione ha detto:

      Visto che sei citato nell’articolo, caro Stefano, è legittimo che a te non piaccia. Per la cronaca, in questo pezzo sono riportati solo i fatti, che tu conosci molto bene, visto che hai sostituito Morganti nella responsabilità di Minas Tirith…

      • Stefano ha detto:

        L’unico fatto certo – cara Redazione – è che voi vi ostinate a voler leggere tutto in chiave ideologica e pensate – con non poca presupponenza – di possedere verità ultime su tutto e tutti.
        E’ vero che ho sostituito Morganti nella cura di Minas Tirith, ma questo cosa vorrebbe o dovrebbe significare, al di là del fatto acclarato che Morganti non faceva più parte della STI? A ogni modo: Morganti andò via dalla STI e adesso la “frattura” si è ricomposta, ebbene dov’è il problema? Cosa c’è di strano? Ah, certo, in realtà dietro tutto questo si nasconde la volontà di “ricostituire la scuola tradizionale”.
        L’articolo è a dir poco discutibile in quanto parte da due presupposti del tutto errati:
        il primo è perché si pone nel solco di una caccia alle streghe(citazione dal famigerato Donald Trump!!) inaugurata da Del Corso e Pecere e proseguita da Wu Ming, autori che leggono (non senza clamorosi fraintendimenti) i testi altrui sulla base delle presunte o accertate appartenenze politiche (cfr. la controversa recensione di Wu Ming al volume di Cilli) , identificando Nemici là dove ci sono solo interpretazione discordanti ma non necessariamente antagoniste (a meno che non si ritenga di possedere l’unica e possibile chiave di lettura di uno scrittore peraltro complesso come Tolkien e, quindi, ci si appropri del ruolo di censori). Ma, del resto, il discredito dell’avversario e non il suo rispetto (al di là della bontà o meno delle sue idee) resta un atteggiamento tipico di una certa parte politica, notoriamente intollerante (malgrado proclami, spesso strillando, l’esatto contrario).
        Il secondo è totalmente infondato e riguarda l’esistenza, in Italia, di una “scuola tradizionale”, ossia di un gruppo di studiosi di Tolkien accomunati dall’uso di strumenti critici o orientamenti metodologici simili. Ora, lasciando perdere il sacrosanto diritto che può avere uno studioso di avvalersi degli strumenti critici che più gli aggradano senza preoccuparsi del benestare altrui, posso tranquillamente affermare che non esiste alcuna “scuola tradizionale” se non nei sogni di Wu Ming e dei suoi degni sodali. Esistono , ovviamente, articoli e libri su Tolkien scritti dai vari de Turris, Morganti, Cilli, ecc., metteteci chi vi pare e anche me (ovviamente, nel mio piccolo), ma da qui a pensare che costoro siano legati dall’uso scientifico dei testi di Evola, Guénon, Coomaraswamy (giusto per citare la sacra triade tradizionalista) per leggere Tolkien questa è davvero un’enormità, anzi, per meglio dire, è solo un modo molto comodo di voler vedere le cose, deformandole a proprio uso e consumo, perseguendo – evidentemente – non una più approfondita conoscenza di un autore – come detto prima – complesso e sfaccettato qual è lo scrittore oxoniense, ma una battaglia politica tendente a assicurarsi il monopolio delle interpretazione tolkieniane distinte in legittime e illegittime (vale a dire: ortodosse o eterodosse).
        Per concludere: in questo articolo non sono “riportati solo fatti”, è il modo con cui sono riportati a essere pregiudizievole, per non parlare degli accostamenti, sapientemente disseminati huc atque illuc (nazismo, fascismo, casapound, massoneria, ecc.) volti solo a delineare un quadro malevolo e ostile.

        • redazione ha detto:

          Quindi, mi dai ragione:
          – è un fatto che Morganti andò via sbattendo la porta e che tu lo hai sostituito nella cura di Minas Tirith
          – è un fatto che ora Morganti e Dimichino, ex vicepresidente e attuale presidente della STI siedano allo stesso tavolo
          – è un fatto che la “frattura” si è ricomposta

          Poi, nel commento affermi che nell’articolo ci siano due presupposti errati, ma devo dissentire, visto che anche qui sei smentito dai fatti:
          – il primo è sbagliato perché l’AIST non ha mai avuto, ed è scritto anche nel Statuto, «l’unica e possibile chiave di lettura di uno scrittore peraltro complesso come Tolkien», anzi traducendo i libri della collana Marietti abbiamo proposto al pubblico una molteplicità di interpretazioni critiche di Tolkien, tutte serie e fondate, mentre se c’è qualcuno che promuove una sola e unica interpretazione è proprio la STI con il punto 2 del suo Statuto.
          – inoltre il primo è ancor di più sbagliato perché non si fa minimamente politica né si «identificano Nemici», ma si rifiuta l’unica interpretazione delle opere di Tolkien che l’autore stesso ha espressamente rifiutato, cioè quella neo-simbolica tradizionalista.

          Anche il secondo è smentito dai fatti perché
          – è un fatto che ci sia un gruppo di studiosi di Tolkien accomunati dall’uso di strumenti critici o orientamenti metodologici simili: prova a leggere i tre libri citati nell’articolo e vedrai come dal 1992 a oggi, molti di loro sono gli stessi, si citano solo tra di loro e la penso proprio allo stesso modo: J.R.R. Tolkien Creatore di Mondi (1992), La Terra di Mezzo e i miti del III Millennio (2002) e «Albero» di Tolkien (2007). Tra l’altro nessuno di loro cita mai la critica estera né è da essa citato. Qualcosa vorrà dire o no?
          Infine, non c’è alcun intento a «assicurarsi il monopolio delle interpretazione tolkieniane distinte in legittime e illegittime (vale a dire: ortodosse o eterodosse)», visto che non proponiamo una sola e unica visione su Tolkien, ma tutte quelle dei più grandi studiosi internazionali: Tom Shippey, Verlyn Flieger, Michael Drout, Thomas Honegger, Janet Brennan Croft, Brian Rosebury, Dimitra Fimi, ecc.

          • Stefano ha detto:

            Gentile Redazione: complimenti per la straordinaria capacità nel travisare il pensiero altrui! A ogni modo: saranno anche “fatti” che Morganti uscì dalla STI e che io lo sostituii nella cura di MT, ecc., ma è la vostra dietrologia a rendere il tutto criticabile.
            A quanto pare, siete molto più informati di me (ingenuo e sprovveduto che sono) dato che sapete, addirittura, che Morganti “andò via sbattendo la porta “(suppongo lo sappiate perché presenti all’accaduto o perché Morganti lo ha raccontato, o, infine, perché qualcuno lo ha riportato), ma quando pure ciò sia accaduto nei termini da voi adoperati non comprendo cosa ci sia di tanto eclatante da meritarne menzione nel vostro articolo (ma, poiché ho una certa età, più che “articolo” sarebbe meglio utilizzare il termine “dossier”, difatti questo scritto mi ricorda certi pessimi documenti, tipici degli anni ’70).
            In ogni caso, ciò che mi colpisce sono soprattutto le sottese maldicenze riguardo tale uscita. In un gruppo umano diatribe e discussioni sono all’ordine del giorno, possono nascere dalle ragioni più disparate e condurre anche a decisioni drastiche.
            Ovviamente, su tutto questo dovrebbe essere il diretto interessato – ossia Adolfo Morganti – a dover intervenire (ammesso che gli interessi dire la propria nel merito).
            Ritengo, tuttavia, davvero un’assurdità ritenere che siccome Morganti, Dimichino (attuale presidente della STI) e Oronzo Cilli, parteciperanno, il prossimo 23 luglio, a un meeting (Cartoon Club!!) a Rimini, ciò significhi che, sotto sotto, vi siano chissà quali oscure manovre come voi – duole dirlo – subdolamente insinuate.
            Se pure vi sarà una “ricomposizione” tra Morganti e la STI non si potrà che esserne contenti, a meno che non si gioisca delle liti altrui. Ma, del resto, a ciascuno il suo stile.

            1) Per quanto riguarda l’attività meritoria dell’AIST nel promuovere lo studio di Tolkien, la mia stessa presenza fra gli amici del sito e su FB, dovrebbe (almeno spero) testimoniare quanto abbia apprezzato e apprezzi l’operato di questa Associazione e della casa editrice Marietti (cfr. pure il mio editoriale in MT 20, in cui salutavo con piacere il florilegio di pubblicazioni: Shippey, Garth, Flieger rispetto al deserto degli anni passati). Non ho alcuna remora nell’affermare che ritengo meritoria l’azione editoriale portata avanti da Arduini e Testi.
            2) Per quanto concerne il punto 2, lo Statuto della STI recita: “La “Società Tolkieniana Italiana” … è un’Associazione senza scopo di lucro che si propone lo studio e la diffusione dell’Opera e del Pensiero di J.R.R. Tolkien. Questo sia favorendo la conoscenza della sua opera letteraria che approfondendo la ricerca delle radici culturali e sacrali della Tradizione Europea, da cui tutta la produzione tolkieniana trae vita e nutrimento.”
            Suppongo che il nocciolo della questione sia la formula “Tradizione Europea” che, visibilmente, a qualcuno crea le convulsioni, giudicando – e malevolmente travisando – che così s’intenda il Tradizionalismo nell’accezione evoliana e/o guenoniana, senza comprendere che, invece – con tutto il rispetto per Evola e Guenon –, si vuole fare riferimento a quell’insieme di miti, racconti folklorici, credenze, e così via, che costituiscono la cultura europea, e che spaziano dalla mitologia classica a quella scandinava e celtica, ritrovandosi negli scritti di autori e artisti di ogni epoca, e nella quale, senza dubbio, s’iscrive anche Tolkien.
            Inoltre, a smentire l’assunto che la STI proponga una sola via d’interpretazione (quella tradizionalista evoliana) basterebbe andarsi a guardare l’elenco dei relatori delle varie Hobbiton nonché del convegno organizzato da Oronzo Cilli e dalla STI a Bruxelles, o gli indici della rivista Minas Tirith, vi si rintraccerebbero studiosi di varia estrazione, invitati senza alcun pregiudizio ideologico e senza alcuna preclusione. Occorre elencarli? Nessun problema: Carlo Maria Bajetta, Pat Reynolds, Marco Barsacchi, Vincent Ferré, Marcello Meli, Francesco Zambon, Franco Cardini, Luigi G. De Anna, Carlo Pagetti, Oriana Palusci, Christopher Garbowski, Brian Rosebury, John Howe, David Murray, Marco Mondini, Franck Thibaut, Claudio Bonvecchio, Brunamaria Dal Lago Veneri, Massimo Centini, Angelo Branduardi, Quirino Principe , Claudio Azzara, Enzo Cocco, ecc … e voglio limitarmi agli ospiti dei convegni, evito di menzionare tutti coloro i cui articoli sono stati pubblicati nelle riviste STI (inoltre, invito, ammesso che se ne abbia la pazienza, a rileggere i miei editoriali per MT, sfidando chiunque a dire che si possano anche solo intravedere, in quelle pur brevi righe, esclusioni e estromissioni). Come si può agevolmente arguire si tratta di studiosi tradizionalisti, of course.

            3) Arriviamo adesso alla vexata quaestio, ossia la c.d “interpretazione neo-simbolica tradizionalista” che Tolkien avrebbe espressamente rigettato.
            Tutto si fonda sull’ennesimo travisamento. Confesso che mi farebbe piacere sapere dov’è scritto che Tolkien avrebbe esplicitamente rifiutato il simbolismo e, con esso, tutto il suo incisivo apparato di immagini e segni. Cortesemente evitate di ripetere il solito refrain sulla ormai famosa prefazione al SdA, nessuno si sogna di dire che Tolkien apprezzasse che i suoi romanzi fossero letti come allegorie! Vorrei però, sommessamente, ricordare che simbolo e allegoria sono cose del tutto diverse (dovrebbero averlo, ottimamente, chiarito Chiara Nejrotti e Giovanni Carmine Costabile nei loro precedenti interventi), anche se – va detto – spesso il fraintendimento nasce dal modo con cui si percepiscono i due termini.
            Evitate anche, cortesemente di accostare interpretazione simbolista e interpretazione tradizionalista. Anch’esse sono cose diverse, ambedue rispettabili (se opportunamente fondate), ma profondamente diverse. Mi limiterò a ricordare che esiste una importante corrente critica letteraria che va da Northop Frye a Stith Thompson a Ernst Curtius, da Carl Gustav Jung a Amy Maud Bodkyn, passando per Aby Warburg e Edgar Wind, per non parlare delle dense pagine di Gilbert Durand sulla struttura antropologica dell’immaginario o le altrettanto dense riflessioni di Ernst Cassirer su linguaggio, filosofia e simbolismo (mi scuso in anticipo, onde prevenire l’obiezione per aver messo insieme, alla rinfusa, autori così diversi: resta però il loro decisivo apporto alla formazione di una critica simbolica).
            Chiudo, leziosamente, questa digressione inevitabilmente imperfetta e piuttosto carente sul simbolismo, citando Pessoa: Ah, tudo é símbolo e analogia!”

            4) Per quanto concerne i libri citati (“La Compagnia, l’Anello, il Potere”, “Tolkien, la Terra di Mezzo e i miti del III millennio” “Albero di Tolkien”). Posso concordare sul fatto che i libri in questione non siano pietre miliari nell’interpretazione di Tolkien, e non siano nemmeno lontanamente paragonabili agli studi di Shippey o della Flieger (ci mancherebbe!), ma quando sono stati pensati non avevano questa presunzione. Concordo anche sul fatto che mettano insieme saggi disparati, alcuni dei quali poco interessanti e/o privi di originalità, D’altronde, come in tutti gli studi, coloro che hanno occhi delicati sanno individuare gli spunti d’interesse (almeno coloro che non sono accecati dall’ideologia) nonché le eventuali piste da battere e da verificare (come per ogni interpretazione critica).

          • redazione ha detto:

            Gentile Stefano,
            ti ringrazio molto dei toni pacati e dei complimenti, sempre ben’accetti visto che il nostro lavoro è difficile e ingrato, con poche soddisfazioni se non l’apprezzamento degli altri. Dico subito che quindi sono d’accordo sui punti che esponi n. 1 e 4.
            Nell’articolo abbiamo esposto i fatti come si sono svolti non perché fossero inutili o superflui, ma semplicemente perché ne siamo stati testimoni. «A quanto pare, siete molto più informati di me»: lo siamo solo perché io e molti altri soci abbiamo partecipato alla maggior parte delle Assemblee STI fino a quella di Assisi del 18 aprile 2010. E lo siamo perché alcuni di noi difesero Morganti contro gli insulti di alcuni membri del direttivo della STI quando lui se ne andò nell’agosto del 2006.
            «Se pure vi sarà una “ricomposizione” tra Morganti e la STI non si potrà che esserne contenti, a meno che non si gioisca delle liti altrui»: noi infatti speriamo che quella frattura si sia ricomposta anche con i chiarimenti sull’evento di Monselice e sulle questioni relative alla direzione della rivista Minas Tirith. Se così è stato, non possiamo che gioirne.

            E ora le divergenze:
            2) Per quanto concerne il punto 2, lo Statuto della STI afferma chiaramente che si tratta della Tradizione con la “T” maiuscola e il senso è proprio quello evoliano (dove la maiuscola è indice del presunto retaggio di verità esoteriche), visto che questo argomento è fu sollevato a più riprese da molti soci a partire dal 2005 proprio nella STI: se ne parlò – ed ero presente – nell’assemblea di Orvieto nell’aprile del 2006, se ne parlò nell’ottobre del 2008 e se ne parlò anche nel gennaio del 2010. La risposta fu sempre un rifiuto netto al cambio e una chiara e lineare lettura di quel punto dello Statuto che si richiama alla Tradizione di Julius Evola.

            3) «Arriviamo adesso alla vexata quaestio, ossia la c.d “interpretazione neo-simbolica tradizionalista” che Tolkien avrebbe espressamente rigettato. Confesso che mi farebbe piacere sapere dov’è scritto che Tolkien avrebbe esplicitamente rifiutato il simbolismo e, con esso, tutto il suo incisivo apparato di immagini e segni».
            Non c’è bisogno di citare la famosa Prefazione al ISDA che già di per sé è eloquente, ma può essere anche sufficiente riportare le parole stesse di Tolkien dalle lettere: «Non c’è simbolismo o allegoria cosciente nella mia storia.» (lett. n. 207), «Io respingo recisamente un significato e un simbolismo di questo tipo.» (lett. n. 297).

            È chiaro che ci sia nel simbolismo nelle opere di Tolkien, perché il simbolismo è sempre esistito, i simboli sono tutti intorno a noi. Così nessuno può negare simbolismo «cristiano», è evidente che sia presente e lo stesso Tolkien lo richiama in una lettera. Ma quando si passa da questa constatazione all’interpretazione, la lettura neo-simbolica diviene né più né meno che una «applicazione» del testo.
            Non si può interpretare l’opera di Tolkien in chiave simbolica perché come interpretazione la lettura non ha una consistenza conoscitiva né scientifica. Se è vero che i simboli sono ovunque, tutto è simbolo e si può spiegare tutto con il simbolo. Ma il problema è che, come spiega bene Furio Jesi, lo spazio intimo di ciascuno, «dominato dai propri simboli personali», e il rifugio dal tempo storico che ognuno rintraccia «nella propria simbologia e nella propria mitologia individuali», si ampliano sino a divenire «lo spazio simbolico comune a un’intera collettività, il rifugio dal tempo storico in cui un’intera collettività trova scampo». Ancor di più, i simboli per definizione sono «simboli “riposanti in se stessi” e sono suscettibili di infinite letture esegetiche. Il fatto di possedere un senso conchiuso nella propria pura presenza sembra quasi conferire loro una amabile disponibilità a lasciarsi usare: tanto, nulla di tocca nel loro vero».
            Così, usando i simboli e interpretandoli in maniera appropriata si può riscontrare nell’opera di qualunque autore un simbolismo tradizionale. E guarda caso è proprio quello che fanno i tradizionalisti. Sebastiano Fusco fa un passo ancora oltre e nel suo saggio in “Albero” di Tolkien, «L’uso del simbolo tradizionale in J. R. R. Tolkien» giunge a dire che lo scrittore era un Tradizionalista «a sua insaputa», cioè dice che lui era inconsapevole di usare i simboli secondo la Tradizione di Evola. Si crea così, sempre seguendo Jesi, «un vero e proprio linguaggio letterario fatto di parole tanto spiritualizzate, che evidentemente possono fungere da veicolo appropriato per le “idee senza parole”».
            Concludo dicendo che ci sarà un motivo per cui in giro per il mondo non c’è alcuna facoltà di letteratura e critica letteraria che sposi la lettura neo-simbolica: perché non ha basi scientifiche.
            Grazie per i commenti.

  2. Chiara Nejrotti ha detto:

    Poichè presumo di essere tra quegli “sparuti esterni” che non vengono espressamente nominati, mi permetto di fare alcune considerazionei a partire dalla mia esperienza personale. Conobbi De Turris, Morganti e altri ben prima che nascesse la STI (ahimè un’era fa!), ero una studentessa universitaria ed avevo già letto Evola perchè me lo aveva consigliato un docente universitario a conoscenza della mia passione per Tolkien,ma non mi aveva entusiasmato perchè troppo anticristiano per i miei gusti, anche se alcuni aspetti mi erano parsi interessanti.Non ne ho mai fatto mistero, né mi fu mai chiesto di cambiare posizione quando iniziai a collaborare con loro. Quello che scoprii invece come strumento interpretativo dell’universo tolkieniano ( e non solo) furono gli storici delle religioni: in particolare Eliade, ma anche altri Autori.Ritengo che sia lecita un’interpretazione simbolica perchè la letteratura medioevale e le diverse mitologie da cui Tolkien ha attinto sono intessute di simboli. Credo sia inutile ricordare qui la differenza tra allegoria, che Tolkien certamente non amava, ed il simbolo. Per questo mi piacerebbe si potesse affrontare la questione al di là delle prese di posizione ideologiche e lancio un’amichevole “sfida”: un confronto pacato sull’argomento.

    • redazione ha detto:

      Gentile Chiara,
      l’interpretazione simbolica delle opere di J.R.R. Tolkien è l’unica inaccettabile perché è l’unica che l’autore stesso ha espressamente rifiutato.

      • Giovanni Costabile ha detto:

        L’autore non ha mai negato l’interpretazione simbolica, ha solo affermato di detestare cordialmente l’allegoria, che è ben diverso. Per allegoria infatti si intende uno schema ben preciso di corrispondenze biunivoche, in cui ogni elemento di una storia (significante) rimanda a un preciso elemento corrispettivo (significato). Nella sfera simbolica questo non vale, ma ogni significante può contemporaneamente rinviare a più significati diversi con diversi gradi di significanza e spessore significativo e diverse sfumature semiologiche.
        Questo è perfettamente consistente con l’applicabilità di cui parla Tolkien, che corrisponde a quella che possiamo chiamare una simbolica estesa che costituisce un terzo insieme rispetto alla simbolica dell’autore, di cui parlavo prima, e la simbolica personale del lettore.
        Il tutto è estremamente affascinante e complesso e costituisce il vero motivo del successo di Tolkien e della fecondità degli studi del settore.
        Ma ovviamente arriva un pazzo con la mannaia e li può tagliare tutti i rami dei significati, almeno nella sua testa, perché in quella degli altri fortunatamente le connessioni restano ben vive e vivamente sinaptiche, nonostante nella sua le abbia volute atrofizzare. 😉

        • C.Testi ha detto:

          Nei testi Tolkien, quando li esplcita, lega sempre l’apllicabilità alla libertà del lettore: non vedo dove trovi i testi per avanzare l’esitenza di questo terzo regno, che mi sembra comunque interessante.
          In quest’ottica, anche per rispodnere a Chiara, io penso che ognuno possa applcare Tolkien dove vuole: lo si può usare per fare catechismo (io l’ho fatto coi mei figli) o usarlo per illustrare una certa simbologia esoterica. Ma altro è dire che queste sono intepretazioni.

          Ecco it esti sulla applicabilità che ho esaminato in “Santi Pagani”:

          Io però detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni, e l’ho sempre detestata fin da quando sono diventato abbastanza vecchio ed attento da scoprirne la presenza. Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta che sia, con la sua svariata applicabilità al pensiero ed all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondano “applicabilità” con “allegoria” [ELIM “[distinzione tra applicabilità e allegoria, che esamineremo sotto]” ]; l’una però risiede nella libertà del lettore, e l’altra nell’intenzionale imposizione dello scrittore. (SDA, prefazione, 19).
          Che non ci sia allegoria, non significa, naturalmente che non ci sia applicabilità. Questa c’è sempre. E dato che non ho reso la battaglia completamente senza equivoci: pigrizia e stupidità tra gli Hobbit, orgoglio e [illeggibile] tra gli Elfi, risentimento e bramosia nel cuore dei Nani, e follia e corruzione fra i “re degli Uomini”, e inganni e brama di potere tra gli stregoni, penso che esista nella mia storia un’applicabilità ai nostri tempi (Lettere n. 203, t.n.).

          Non mi piace l’allegoria, (cosiddetta: la maggior parte dei lettori sembra confonderla con il significato [significance] o l’applicabilità [applicability]) [distinzione tra interpretazione di significati e applicabilità] (Lettere n. 215, t.n.)

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Significance è esattamente il termine che rimanda a quanto intendo. Non però significato, ma significanza, il fatto di significare, di essere significativo, di essere qualcosa che fa segno, rimandando appunto alla sfera dei segni e dei simboli (simbologia e semiotica). Il segno e il simbolo sono analoghi nel costituire rimandi (significativi, simbolici) a qualcosa che si pone al di là del loro immediato, ed entrambi si caratterizzano, a differenza dell’allegoria, per la possibile molteplicità del rinvio, che può rimandare a più significati o simboleggiati.
            Mi stupisco di dover spiegare ciò a un filosofo.

          • C.Testi ha detto:

            Quindi il tuo terzo lo fondi regno è nella lettera 215? Significance è significare, il significante significa e rimanda a un contenuto, questo è chiaro. Ma identificare il significante con il “simbolo” così come è inteso da una certa lettura di Tolkien ne passa. L’Anello è indubbiametne significante, pieno di significati a cui rimanda, ma dire che l’anello è simbolo della modernità (per citare una classica lettura simbolico-tradizionale) è ben altra cosa. Questa affermazione si può fare, certo, ma è una applicazione che risiede nella libertà del lettore: il testo di Tolkien che fa da prefazione al SDA è imho chiarissimo! Altra cosa è invece dire che l’Anello è una esemplficazione del potere perchè l’Anello è proprio la massima espressione del potere come dominio nella Terza Era. Associare l’Anello alla modernità, Gandalf a Cristo (come ho fatto io per motivi catechistici, ma mai come studio) è applicare (libertà del lettore) non intepretare ovvero capire la logica dell’autore. Il punto è tutto qui.

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Ecco, qui è da distinguere. L’Anello simboleggia la corruzione dovuta al desiderio di potere, che è qualcosa che esiste sempre all’interno del tempo e non solo in una data epoca. Quella moderna è una delle tante declinazioni del potere.
            Invece Gandalf richiama Cristo non solo se vogliamo fare catechismo, ma volutamente da parte di Tolkien per quanto mi riguarda. Questo non significa negare che simboleggi anche Odino, o anche Merlino, ma al contrario evidenzia come Tolkien vedesse un significato cristico anche in Odino (il suo sacrificio appeso al ramo di Yggdrasil può essere letto come leggenda confusamente prefigurante la Crocifissione) e Merlino (Lewis sottolinea in Quell’orribile forza come la storia che vuole Merlino figlio di un diavolo sia una maldicenza, ma Merlino in ogni caso è per tradizione figlio senza padre, e come tale viene trovato da Vortigern nel famoso episodio della profezia del drago rosso e drago bianco. Senza padre terreno significa figlio del soprannaturale, in chiave positiva può essere un angelo, una divinità, o Dio stesso. La nascita di Merlino quindi è anch’essa leggibile in ottica di conciliazione del Paganesimo con il Cristianesimo come confusa prefigurazione della nascita di Gesù).

          • C.Testi ha detto:

            Quindi Carmine, se ho capiato bene, tu rifiuti L’anello come simbolo della modernità?

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Come ho già detto, il Male preesisteva alla tecnoscienza, sebbene quest’ultima sia una delle principali forme che assume nel contemporaneo.

      • Chiara Nejrotti ha detto:

        Volevo chiarire nuovamente la distinzione tra allegoria e simbola ma l’ha già fatto Giovanni Costabile in modo molto chiaro. Mi piacerebbe davvero che si potesse affrontare la questione in un confronto serio e non ideologico. Rispetto ad Evola, volevo soltanto speiegare come non sia mai stato l’unica chiave di lettura utilizzata, in quanto io ho imparato in quel gruppo a conoscere ben più gli storici delle religioni e la mitologia comparata, perciò la realtà é assai più variegata e complessa rispetto a come l’avete rappresentata. Quanto alla ricomposizione della “frattura” è per me un fatto positivo perchè trovo assurdo che in ambito tolkieniano ci si continui a fare la guerra e screditare a vicenda. Vorrei che ci si potesse confrontare partendo da posizioni diverse su una passione comune, ma probabilmente il mio è soltanto un sogno ingenuo….

        • Chiara Nejrotti ha detto:

          perdonate l’errore di battitura: allegoria e simbolo

        • Chiara Nejrotti ha detto:

          Scusate se insisto ma mi sembra continui ad esserci una confusione di fondo nell’uso del termine “simbolo”: per definizione non ha mai un rimando univoco (es:l’anello è simbolo della modernità), questa sarebbe,appunto, una allegoria. Secondo Eliade, che è considerato il massimo storico delle religioni del’900,(cito dal testo “Il Sacro” di Julien Ries)”I simboli sono suscettibili di rivelare una modalità del reale o una struttura del mondo che non risultano visibili sul piano dell’esistenza immediata…Attraverso il simbolo,il mondo parla e rivela delle modalità del reale che per se stesse non sono visibili…Così i simboli apportano un nuovo significato all’esistenza umana..Il pensiero simbolico precede il linguaggio” Simbolo e mito sono strettamente interconnessi: concezione simbolica e pensiero mitico sono un tutt’uno e occorre un approccio ermeneutico per penetrare gli archetipi a cui l’uomo tende perennemente a tornare e di cui la letteratura, aggiungo io, come ogni forma d’arte è espressione privilegiata. Anche il termine archetipo è spesso stato frainteso; qui lo utilizzo nel senso platonico originario e in quello di Eliade.
          Una simile concezione interpretativa si può applicare ad ogni opera letteraria ( Thomas Mann la applicò a Nanà di Zola)ma a parer mio vale a maggior ragione per tutte quelle opere che si rifanno in modo esplicito ai miti e, aggiungerei, alla letteratura medievale. Credo Claudio che tu possa concordare sul fatto che questa sia colma di rimandi simbolici e non soltanto allegorici.
          Come ho già detto la discussione sarebbe lunga e articolata e richiederebbe un approfondimento che qui non si può fare e che spazierebbe dalla storia delle religioni all’ermeneutica filosofica; secondo me però permetterebbe di chiarire tanti equivoci.

          • Chiara Nejrotti ha detto:

            Aggiungo un’ultima precisazione: quando parlo di simboli non mi riferisco in alcun modo all’esoterismo; il pensiero simbolico e/o analogico permette di andare al di là dell’apparenza sensibile e connettersi in modo intuitivo ed immediato con il trascendente ed è espressione dell’homo religiosus nel senso antropologico del termine. In questo senso concordo con le tesi di “Santi Pagani”: l’opera tolkieniana non è nè pagana,nè cristiana ma è espressione del senso religioso universale, nel senso più pregnante del termine.

  3. Giovanni Costabile ha detto:

    Non ho capito, da quando Cristianesimo è diventato una parolaccia? Mi devo essere perso qualche passaggio se siamo ritornati ai tempi in cui dobbiamo scegliere tra nasconderci nelle catacombe o andare in pasto ai leoni.

    • redazione ha detto:

      Gentile Giovanni,
      non si parla di Cristianesimo né di Cattolicesimo, ma di una lettura della storia e della civiltà che usa anche la religione cattolica per legittimarsi. Quando si parla di Tradizione, si intende quella propugnata da Julius Evola, che è ben distinta dal cattolicesimo.
      Sul concetto di Tradizione occorre fare una distinzione.
      È un pilasto della teologia cattolica che le fonti della rivelazione sono Tradizione Sacra Scrittura, con il concetto di “depositum fidei”.
      Inoltre, S.Giovanni Paolo II ha sempre sostenuto l’importanza di tener presenti le radici cristiane dell’Europa.
      Ma tutto questo è ben diverso dalla Tradizione di Evola, in cui il termine viene usato ad indicare la presunta appartenenza alla “Tradizione” unica, anteriore alle varie tradizioni e origine di esse (definita variamente come “Tradizione Primordiale“, o “esoterica”, o “iniziatica”) e in cui la storia che vien letta con lo schema ciclico tradizionale delle quattro età (oro, argento, bronzo, ferro, nella tradizione occidentale; satva, treta, dvapara, kali yuga, in quella indù), comune ad Oriente ed Occidente.
      Grazie per il commento

      • Giovanni Costabile ha detto:

        Sono a conoscenza del concetto di Tradizione evoliano, avendo letto Evola stesso, nonché Guenon e Coomaraswamy, oltre che Mircea Eliade, nel corso della mia ricerca sul simbolismo platonico della caverna per la tesi di laurea triennale in Filosofia. Il pensiero di questi pensatori e le loro ricerche sono stimolanti e interessanti e il rapporto con il Cattolicesimo è complesso e problematico, in generale come nel particolare caso di Tolkien, che con l’esoterismo aveva rapporti non immediatamente passibili di semplicistico diniego, essendo amico di esoteristi (Owen Barfield era steineriano, Charles Williams aveva legami con la Golden Dawn) ed esperto di simbologia medievale in quanto professore di Letteratura inglese medievale, e specialmente proprio del Sir Gawain di cui mi occupo, dove centrale è proprio il pentacolo di chiaro spessore esoterico. Liquidare la faccenda in 4 e 4 8 non è degno di uno studioso serio.

        • C.Testi ha detto:

          Carmine, ma perché devi sempre essere offensivo? Perché accusi di non serietà? Siccome tu hai detto che l’articolo additerebbe il Cristianesimo come “parolaccia”, ti è stato risposto con educazione che questo non è l’intento dell’articolo (ci mancherebbe altro!!), e che il concetti di Tradizione Cattolica e Evoliana non vanno confusi.
          Lasciami poi dire che tua replica mi lascia perplesso (come studioso, intendo) perché sottende una certa lettura esoterica di Tolkien vedo molto difficile da fondare: e questa sì che sarebbe fortemente problematica in chiave cristiana e cattolica! Basti leggere “Imperialismo pagano” di Evola per rendersene conto… Poi, Carmine, uno può sostenere ciò che vuole, ci mancherebbe: quello per cui AIST nasce è che però le tesi vengano basate sui testi e sulla critica secondaria, tutto qui.

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Non ci sono solo i testi, primari o secondari che siano, ma anche la biografia di un autore a parlare per lui. Voi casualmente non rispondete mai sul punto (Barfield, Williams) ma su aspetti collaterali. E mi riferisco anche alla discussione privata, Claudio, a cui ti rispondo subito.

          • C.Testi ha detto:

            Carmine cerchiamo di stare sul problema. Tu hai detto che l’articolo considera il Cristianesimo una parolacci,a ti è stato risposto di no con una distinzione importante, hai replicato citando tra gli altri Evola, ti ho detto che meno cristiani di Evola ce ne sono pochi. Ora tu ti richiami a Barfield su cui dici che non replichiamo. Ma io direi che abbiamo fatto ben di più traducendo Schegge di Luce che mostra tutto il peso che Barfield ha avuto sulla poetica tolkieniana. Ma un conto è dire questo (supportato dai testi) un conto fare questo ragionamento: Tolkien è amico di Barfiled, Barfiled è uno steineriano allora Tolkien è (in qualche modo) uno steineriano. Con la stessa logica dovresti dire che: Tolkien è amico di Barfiled, Barfield crede nella reincarnazione degli uomini, allora Tolkien crede nella reincarnazione degli uomini; con buona pace della sua cattolicità. Per questo ti dico: guarda che il tema dell’esoterismo è non solo molto interessante ma anche molto delicato, specie per le cose di fede.

        • Giovanni Costabile ha detto:

          Ulteriore esempio di come si può prendere quanto uno dice e fargli dire quello che si vuole (per poi criticarlo). E’ così difficile attenersi alla lettera?
          Io ho detto che Tolkien sicuramente aveva rapporti con l’esoterismo (che sicuramente declinava in chiave cristiana, come è stato fatto da altri prima e dopo di lui) attraverso le amicizie con Barfield e Williams oltre che per conoscenza professionale.
          Il pentacolo di SGGK è un chiaro esempio di impiego cristiano di un simbolo esoterico, ma d’altronde l’intero SGGK può essere ed è stato letto in chiave esoterica.
          Ridurre questo ragionamento (che espone fatti) a semplice equivalenza come hai appena fatto è disonesto oltre che illegittimo. Ma di che mi stupisco, questi sono i marchi di fabbrica AIST!

          • C.Testi ha detto:

            “Disonesto” è un’offesa, la peggiore tra intellettuali (e io non l’ho mai rivolta a nessuno): nella discussione per cortesia evita l’insulto se no è inutile per entrambi proseguire.
            Veniamo alla frase da cui emerge la mia disonestà, che poi estendi non si con quale logica a tutta l’AIST. Tu hai scritto “Tolkien, che con l’esoterismo aveva rapporti non immediatamente passibili di semplicistico diniego, essendo amico di esoteristi (Owen Barfield era steineriano”.
            Scomponiamo e semplifichiamo la frase
            1- Tolkien, che con l’esoterismo aveva rapporti non immediatamente passibili di semplicistico diniego” ovvero= non si può negare il rapporto di Tolkien con l’esoterismo
            2- “essendo amico di esoteristi (Owen Barfield era steineriano” ovvero = perché era amico di Barfield, che era un esoterista
            Il mio sillogismo non dice altro che quello che hai detto tu. Altre fonti o argomenti non ne avanzi qui per sostenere questo Tolkien esoterico.
            Quanto a SGGK, non vedo come possa supportare la tua tesi visto che:
            – SGGK, che contiene un elemento simbolico, non lo ha scritto Tolkien
            – Tolkien quando lo interpreta lo fa proprio in chiave NON esoterica (come dici che altri hanno fatto)

            Che poi ci sia un simbolismo cristiano, nessuno lo ha mai negato (da non sovrapporre alll’esoterismo critiano che ha una matrice gnostica). Il problema “critico” è quando si prende questo simbolismo (o altri ancora, di destra o sinistra) come chiave interpretativa di Tolkien. Uno può farlo ma (come ho detto sopra) applica, non intepreta.

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Attenzione che Tolkien dice nella W. P. Ker lecture che non tratterà il discorso sulle simbologie tradizionali del SGGK non perché non gli interessi, anzi si vede chiaramente che ha seguito tutto il dibattito, e ci mancherebbe, ma semplicemente perché in quella sede ha deciso di concentrarsi invece su altri aspetti trascurati, come la confessione di Gawain nel castello di sir Bertilak.
            Ma fammi capire, Claudio, in passato mi hai detto di non esserti mai interessato particolarmente al SGGK e soprattutto per niente alla sua sfera simbolica e pregnanza mitica, ma solo per quanto concerneva il discorso Cristianesimo/Paganesimo di cui in Santi pagani. Ora invece improvvisamente ti sei scoperto esperto sull’argomento più di chi ha letto Weston, Hulbert, Cook, Chambers, Coomaraswamy, Burrow, Spearing, ecc. ecc. ecc. visto che praticamente ha già redatto una tesi di dottorato a riguardo ancora prima che detto dottorato sia accettato? No, tanto per capire eh, come sai non ho peli sulla lingua e tantomeno per chi calunnia o è complice dei calunniatori!

          • C.Testi ha detto:

            Leggo solo ora e per me la discussione si chiude qui: io ho tenuto un tono pacato (come aveva auspicato Chiara), ma la tua maleducazione reiterata non mi permette di continuare. “Poco serio”, “disonesto” e infine “calunniatore complice di calunniatori”…
            Questo che dico è sotto gli occhi di tutti a dimostrazione di STILI COMPLETAMENTE DIVERSI e con buona pace dei detrattori dell’AIST.
            Così come resta manifesto il tuo argomentare ondivago che sfocia in offese quando trova un ostacolo: partito da un’accusa all’AIST di anti-cristianesimo, sei passato a proporre un Tolkien esoterico, portando come prova la sua amicizia con esoteristi (salvo poi tentare di negare l’inferenza) e un testo che non ha scritto lui e che non ha letto in chiave esoterica (pur egli conoscendo letture esoteriche).
            Boriosa poi la chiusa, ove richiami la tua tesi di dottorato (che si fa al termine di un dottorato) per un dottorato che non hai ancora conseguito. Puoi aver letto un miliardo di libri su SGGK, ma questo non sposta di un millimetro la mia obiezione: qui non stiamo parlando di SGGK e delle sue interpretazioni bensì di Tolkien, e io conosco Tolkien e so quello che ha scritto e detto!
            Carmine, sii più umile in futuro: te lo raccomando soprattutto per il tuo bene e la tua serenità.

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Allora forse bisogna chiarire cosa significa “esoterico”. Esoterico è termine utilizzato per primo da Aristotele, che distingueva tra le dottrine destinate al grande pubblico (essoteriche) e quelle destinate a una ristretta cerchia di suoi studenti (esoteriche), che soli possedevano le doti personali e gli strumenti concettuali per apprezzarle e maneggiarle.
            Da Aristotele al mondo contemporaneo sicuramente ce ne passa, ma il termine fondamentalmente ha mantenuto lo stesso significato: esoterico è quello che è per pochi nel linguaggio comune.
            Adesso, mentre le opere di Tolkien sono chiaramente apprezzate dal grande pubblico, molti aspetti di esse non sono comprensibili se non si possedono ampie conoscenze del Cristianesimo, della cultura medievale e della tradizione inglese, per non parlare di riferimenti ad eventi della vita personale di Tolkien che solo chi abbia studiato la sua biografia e quella degli Inklings può capire.
            Anche solo in questo senso, dunque, l’opera di Tolkien è chiaramente esoterica, in quanto contiene riferimenti culturali spesso molto ricercati e specifici che solo un “iniziato” può apprezzare.

          • Giovanni Costabile ha detto:

            Aggiungo la battuta di Alan Reynolds a un post della Tolkien Society il cui autore introduceva con “I apologize if this is all too esoteric…”
            La risposta di Alan fu fulminante: “Esoteric? It’s us!”
            🙂

          • redazione ha detto:

            Stefano Giuliano: «Ma, del resto, a ciascuno il suo stile».
            Sì, hai ragione Stefano e visto che ci siamo cerco di metterlo un po’ in evidenza, lo stile di alcuni dei commenti.

            «Ridurre questo ragionamento (che espone fatti) a semplice equivalenza come hai appena fatto è disonesto oltre che illegittimo. Ma di che mi stupisco, questi sono i marchi di fabbrica AIST!».
            – «Mi stupisco di dover spiegare ciò a un filosofo».
            – «No, tanto per capire eh, come sai non ho peli sulla lingua e tantomeno per chi calunnia o è complice dei calunniatori!».

            Vedi, nonostante gli insulti, il nostro stile è diverso, visto che l’associazione ha dato risalto alla prossima pubblicazione di un saggio di Costabile nel prossimo volume dei Tolkien Studies (http://www.jrrtolkien.it/2017/04/13/tolkien-studies-rivelati-i-contenuti-del-num-14/) e che abbiamo accettato la proposta di un suo saggio per il prossimo volume di Tolkien e i Classici, cercando anche di lavorare al meglio prima che il candidato si ritirasse dal progetto in maniera unilaterale.
            Buona fortuna

          • Il Consiglio ha detto:

            Non riportare il contenuto completo del volume XIV dei Tolkien Studies sarebbe stato una grave mancanza, tuttavia viene da chiedersi se si gioisca o ci si rammarichi di un riconoscimento a uno studioso italiano come Costabile (e pensare che non è ancora stato a vedere i manoscritti della Bodleian Library!)

          • redazione ha detto:

            Da parte dell’Associazione si gioisce sempre per i contributi di studiosi italiani, forse ti riferivi a quel che hai pensato tu alla notizia.
            Sul discorso della “grave mancanza” ti invito a riflettere attentamente.
            L’AIST si occupa di diffondere queste riviste addirittura da prima che nascesse perché gli viene naturale e automatica… Puoi dire lo stesso per te ed altri soggetti?
            Grazie per il commento.

          • Il Consiglio ha detto:

            Gioirei volentieri per contributi italiani apprezzati all’estero oltre Cilli e Costabile, se ce ne fossero.

  4. Dalmazio Frau ha detto:

    Sempre la “solita vecchia storia” infarcita di banalità e idee preconcette e pretestuose, ormai la sentiamo da decenni ed è stantia e ammuffita sin dalla sua nascita. Evidentemente è consolante come “idea” dopo il definitivo crollo di obsolete ideologie costruite sul nulla. Così è perciò se vi piace “hasta la cucaracha siempre”.

  5. Norbert ha detto:

    Non riesco a rispondere direttamente sotto il messaggio de “il Consiglio”, pertanto debbo farlo qui.

    Gioisca, allora. Perché altri studiosi italiani sono pubblicati all’estero. Ne è un esempio la traduzione in inglese di “La falce spezzata” http://www.walking-tree.org/books/the_broken_scythe.php

  6. Wu Ming 4 ha detto:

    Discussione interessante e soprattutto dirimente. Anche grazie alla “cruda sincerità” degli intervenuti. Complimenti a tutti.

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