Esce oggi la nuova traduzione della Compagnia dell’Anello

Middle-earth mapCon un anno di ritardo – costellato di polemiche di cui non parleremo – giunge finalmente in libreria la nuova traduzione della Compagnia dell’Anello a firma di Ottavio Fatica e con la collaborazione dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani (AIST). Comunque la si pensi sull’argomento, si tratta di un evento fondamentale per la storia di Tolkien nel nostro paese, visto che per la prima volta l’opera del Professore viene affrontata con un’operazione editoriale di livello degno di un Classico della letteratura del Novecento. Non che la Rusconi – non prendiamo qui in considerazione l’edizione Astrolabio perché rimasta incompiuta – avesse presentato l’Opera in modo diminutivo, ma l’approccio editoriale era stato cauto e la storia della traduzione e della pubblicazione ne aveva inevitabilmente risentito, con la ormai famosa “incursione” di Quirino Principe che aveva radicalmente modificato, se in meglio o in peggio ancora si discute, la traduzione originale di Vittoria Alliata di Villafranca, risultando in un testo comunque pregevole, e per questo molto amato, ma non unitario, come testimoniato plasticamente, solo per dirne una, dal termine “Gnomi” comparso nella prima edizione del 1970 – ripreso dall’Astrolabio del 1967 – poi sostituito da “Elfi” nel 1974 con un “Mezzognomo” al posto di “Mezzoelfo” sopravvissuto (1) sino all’edizione del 2003 riveduta e corretta con la collaborazione della Società Tolkieniana Italiana (STI).

A 49 anni dalla pubblicazione della prima edizione, Bompiani, con un atto che meriterebbe rispetto anche solo per la dedizione all’Opera implicita nella scelta, per nulla obbligata, di cessare di dormire sugli allori di uno dei long seller più longevi della Storia, decide di investire su una nuova traduzione e, a rimarcare l’importanza del capolavoro di Tolkien, la affida a Ottavio Fatica, uno dei più grandi traduttori italiani nel cui curriculum figurano, tra gli altri, autori del livello di Rudyard Kipling, Herman Melville, Jack London, Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad, ai quali, dato il contesto, è il caso di aggiungere Wystan Hugh Auden, che conosceva personalmente Tolkien per cui nutriva grande ammirazione al punto di farsene entusiasta sponsor nei confronti di lettori ed editori statunitensi. La scelta di un traduttore di tale peso non è certamente frutto del caso, ma, come accennato all’inizio, si inquadra evidentemente in un percorso volto a collocare Tolkien tra i Grandi del Novecento, liberandolo – finalmente, è il caso di dire – dai limiti di una peraltro poco fondata appartenenza di genere. Anche la scelta della controversa copertina “marziana”, come già accennato nell’articolo qui pubblicato il 30 settembre 2019, potrebbe essere l’espressione della suddetta volontà di “uscire dal genere”, che una copertina più “figurativa” non avrebbe rimarcato.

Passando alla traduzione, oltre all’indubbia qualità generale del risultato, è importante dal punto di vista tolkieniano la cura dedicata a due aspetti in particolare, ossia la resa dei nomi e quella dei registri linguistici. Sarebbe giusto anche parlare delle poesie, ma la cosa richiederebbe un tempo e uno spazio che al momento purtroppo non sono sufficienti.

I Nomi

Punto sensibilissimo per appassionati e studiosi in egual misura, la resa dei nomi è stata affrontata da Fatica con estrema cura e tenendo ben presente la Guide to the Names in The Lord of the Rings scritta appositamente – e precauzionalmente – da Tolkien come aiuto per i traduttori, nonché altre informazioni fornite qua e là sempre dall’Autore. Così, se Passolungo per Strider non introduce tutto sommato un grande cambiamento e Valforra per Rivendell ricorda in parte Lo Hobbit di Adelphi, chi dovesse rimaner spiazzato dalla sostituzione di Samvise con Samplicio dovrebbe fare un salto all’ “Appendice F” e riscoprire che il nome hobbit originario di Sam, Banazîr, significa “half-wise, simple”, reso da Tolkien con Samwise rifacendosi all’Anglosassone samwís che ha un significato molto simile. Fatica non solo rende quindi il nome con fedeltà, ma lo fa ricalcando un vero nome italiano in tempi passati relativamente diffuso, come testimoniato dal fatto che il Cattolicesimo Romano venera numerosi San Simplicio. Per rimanere agli Hobbit vediamo scomparire Gaffiere, soprannome ricalcato sull’originale Gaffer ma del tutto privo di significato, che viene sostituito con Veglio a rendere il significato originale di anziano degno di rispetto. Ancora fra gli Hobbit troviamo il cambio di cognome Oldbuck/Brandybuck, reso con un Vecchiodaino/Brandaino che suona decisamente meno singolare di Vecchiobecco/Brandibuck, non tanto per l’uso di “becco” – la Guide lascia un margine di ambiguità tra i due animali – ma perché ci si sarebbe aspettato “Brandibecco”; infine, non possiamo che chiudere con Barliman Butterbur che, privilegiando la fedeltà alla botanica rispetto all’allusione alla fisicità, difficili da ottenere contemporaneamente, viene reso come Omorzo Farfaraccio (come chi scrive sperava avendo sottolineato l’incongruenza botanica già nel 2017 nella presentazione alla Children’s Book Fair di Bologna). Anche Castaldo per Steward farà discutere, ma persino i più conservatori dovranno ammettere che per una città come Gondor la carica di chi “presso i Longobardi” era “l’amministratore delle rendite del re, posto sotto la sua immediata dipendenza, con attribuzioni civili, militari, giudiziarie e di polizia, entro i limiti del territorio affidatogli” (Vocabolario Treccani) è una resa di validità indiscutibile. Citiamo infine il caso di Farthing, usato da Tolkien nell’accezione originaria – e pressoché perduta – di “quarta parte di”, che Fatica rende con Quartiero mantenendo il senso di area di superficie espresso dall’originale ed evitando elegantemente, con la “o” finale, il conflitto con il diverso significato assunto nel tempo dalla parola “quartiere”.

Naturalmente non bisogna pensare che tutte le scelte ci trovino d’accordo. Forestali per Rangers, per quanto tecnicamente ineccepibile, trasmette a nostro parere una visione riduttiva e prosaica del ruolo dei Dúnedain, ben più alto e complesso di quello che la parola italiana ricorda; Cutèrrei e Nerbuti per Fallohides e Stoors, pur entrambi fondati, suonano un po’ inappropriati per un popolo gioviale come quello Hobbit, e Circonvolvolo per Withywindle sostituisce il Salice (withy) con il convolvolo (withywind), che Tolkien cita sì nella Guide ma come modello per la forma e non per il significato del nome.

I registri linguistici

Una delle ricchezze della prosa di Tolkien è l’uso di registri linguistici che mutano adattandosi alle circostanze e ai personaggi. Il linguaggio è rustico e informale quando gli hobbit della Contea, Veglio Gamgee in primis, parlano fra loro; Sam parla rustico fra sé e sé ma prova a parlar forbito con Frodo e Gandalf, con risultati comici; Frodo, Merry e Pippin scherzano fra loro con linguaggio giocoso, ma diventano cortesi quando si rivolgono a Elfi o interlocutori di alto rango; Bombadil è ritmato – spesso addirittura “metrico” in una sorta di prosa poetica – e un po’ folle; gli Orchi sono decisamente militareschi; gli Elfi aulici, e così via. Di tutto ciò Fatica si rende perfettamente conto e costruisce una resa linguistica che conserva, per quanto possibile, le differenze citate.

Hildebrandt: "Tom Bombadil"Il Veglio Gamgee parla una lingua efficace ma sgrammaticata, con “affocare” a rendere drownded – vulgar per drowned, dice l’OED – ed espressioni come “gli ha imparato a leggere e a scrivere” a rendere l’originale “has learned him his letters” – ancora vulgar – e “ci dico” per “I says to him”. Sam cerca di darsi un aria deferente chiudendo le frasi con appendici del tipo “mi segue?” o un ancora troppo confidenziale “non so se ci capiamo”. Tom Bombadil meriterebbe un’analisi a parte perché il suo esprimersi ha radici che affondano direttamente negli studi classici di Tolkien. Questo rende molto difficile la resa italiana, e in effetti la traduzione trasmette un certo ritmo e molta sana follia ma non il suono di prosa-poesia dell’originale:

E allora, miei piccoli compari,
dov’è che andate sbuffando come mantici?
Che cosa succede? Sapete chi sono?
Sono Tom Bombadil. Ditemi qual è il problema!
Tom va un po’ di prescia. Non mi schiacciate le ninfee!”(2)

In definitiva, il Traduttore si è posto l’obiettivo di mantenere la diversità socioculturale ed estetica delle parlate originali, arricchendo in tal modo il testo di una dimensione in più che gli fornisce verosimiglianza, spessore e varietà; non vediamo l’ora di vedere come sarà reso nelle Due Torri il registro basso-militaresco (e non solo) degli Orchi.

La collaborazione dell’AIST

Ottavio FaticaConcludiamo questo breve articolo parlando della collaborazione dell’AIST al progetto editoriale della nuova traduzione. Tolkien non è un autore come tutti gli altri, e la quantità di rimandi, non detti, sfumature e particolari solo apparentemente insignificanti presenti nel testo – quali ad esempio un’importantissima virgola – possono ben sfuggire anche al più esperto traduttore qualora questi non sia anche un conoscitore del mondo e dell’opera tolkieniana. Qui è entrata in gioco l’AIST, che ha messo la sua conoscenza a disposizione di Traduttore ed Editore fornendo un servizio che è stato più di “consulenza” che di “revisione”, anche considerato che è evidente per chiunque che un traduttore dell’esperienza e del calibro di Fatica non aveva certo bisogno della seconda. Dopo due laboriose riletture e alcuni interventi dell’ultimissima ora – a bozze quasi in stampa – rivendichiamo dunque il piacere e l’onore di aver fornito una nutrita serie di osservazioni, piccole e grandi, che non menzioneremo ma di cui possiamo dire che sono state accolte in percentuale superiore all’ottanta per cento. Se la traduzione è dunque di Ottavio Fatica, che com’è ovvio ha avuto l’ultima parola su ogni cosa, possiamo affermare con un certo orgoglio che la collaborazione dell’AIST ha indirizzato nel verso giusto una serie di scelte che, pur se tecnicamente corrette, nel contesto dell’arazzo tolkieniano sarebbero risultate inappropriate.

La via prosegue senza fine … e presto porterà a Le Due Torri.

Giampaolo Canzonieri

Postilla sulla nuova traduzione della poesia dell’Anello

Se della traduzione delle poesie e canzoni presenti nel romanzo potremo parlare in seguito, vale tuttavia la pena anticipare almeno un’analisi della più famosa, che sta in esergo al romanzo, cioè la poesia dell’Anello.

La prima cosa che salta agli occhi è che nella prima metà la traduzione di Fatica non rispetta la rima del testo originale inglese ABABA. Il motivo è quasi certamente la scelta in favore di una maggiore aderenza al significato originale, rispetto al quale sarebbe stato necessario prendersi notevoli licenze per trovare la rima (come in effetti era nella traduzione storica). Tuttavia anche Fatica, come ogni traduttore, si prende delle libertà, in base a una ratio che possiamo indagare.

Il primo verso, “Three Rings for the Elven-kings under the sky”, è stato reso praticamente alla lettera:

Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo.

Lo stesso dicasi per il secondo verso: “Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone”, che diventa:

Sette ai Principi dei Nani nell’Aule di pietra.

Cade l’aggettivo possessivo, ma il significato è immutato. La parola inglese “hall” significa infatti sala, aula, ovvero vasto ambiente chiuso, come la hall degli alberghi o la great hall dei college inglesi, o ancora quella delle regge degli antichi sovrani germanici. I Nani di Tolkien infatti scavano le loro sale nella roccia, in quelle che sono regge ipogee.

La traduzione del terzo verso – “Nine for Mortal Men doomed to die” – è un po’ più libera:

Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele.

Letteralmente sarebbe: “destinati a morire”. Evidentemente Fatica ha voluto evitare la ridondanza tra “mortali” e “morire”, che in inglese non si avverte giacché invece “mortal” e “die” non hanno alcuna assonanza. Scelta opinabile, ma comprensibile. Quanto al “fato crudele”, il verso fa sì parte di una poesia elfica, ma l’uso del termine “doom”, che ha sempre un significato infausto e negativo, indica chiaramente che la descrizione è data dal punto di vista degli Uomini i quali, ad eccezione di pochi illuminati (solo Aragorn nel Signore degli Anelli), percepiscono la morte come una crudele condanna.

Il quarto verso, “One for the Dark Lord on his dark throne”, diventa:

Uno al Nero Sire sul suo trono tetro.

Qui Fatica si è preso la licenza di non rispettare la ripetizione della parola “dark”, che, per altro, non significa propriamente nero, bensì scuro/oscuro. Più letterale – ma più farraginoso – sarebbe stato “Uno all’Oscuro Sire sul suo trono oscuro”, dove a prevalere sarebbe stato il suono “u” reiterato cinque volte. Ma è chiaro che Fatica ha voluto invece rafforzare il più duro suono “r”, e in particolare l’assonanza fonetica tra le ultime due parole dominate dal suono “tr” (“trono tetro”).

Una licenza maggiore sembrerebbe invece quella nel quinto verso, in originale: “In the Land of Mordor where the Shadows lie”, che Fatica traduce:

Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.

Il verbo “to lie” ha in inglese due possibili significati immediati, derivanti da etimologie diverse: mentire e giacere. Nel verso in questione sembra evidente che indichi uno stato in luogo, e che quindi sia il secondo significato quello appropriato. Tuttavia il verbo può assumere una sfumatura ulteriore, riportata dall’Oxford English Dictionary, nell’accezione di “to remain in a state of inactivity or concealment”, ossia, per l’appunto, “celarsi”. A Mordor le ombre non si limitano a “giacere”, bensì “si celano”, nascondono se stesse, in attesa del momento opportuno per uscire. È lì che Sauron riorganizza in segreto e cela le proprie forze, pianificando di invadere la Terra di Mezzo. Per altro la scelta di Fatica salvaguarda la possibilità di un’ambiguità voluta dall’Autore stesso nell’uso del verbo to lie, giacché “celarsi” può facilmente collocarsi semanticamente a mezza strada tra il restare immobile in qualche luogo e il mentire.

Ecco invece i tre versi finali:

One Ring to rule them all. One Ring to find them,
One Ring to bring them all and in the darkness bind them
In the Land of Mordor where the Shadows lie.

Tradotti da Fatica così:

Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,
Uno per radunarli e al buio avvincerli
Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano
.

Nel terzultimo verso Fatica inverte l’ordine dei verbi: “trovarli” / “vincerli” – ed è la vera grossa libertà che si è preso – per motivi anche qui facilmente intuibili: mantenere la rima e l’assonanza con il finale del verso successivo (“find them” / “bind them” = “vincerli” / “avvincerli”). To bind viene dall’antico inglese bindan, col significato di legare, mettere in vincoli, imprigionare. Dunque “avvincerli” ci sta e corrisponde per altro a ciò che accade nel racconto: l’Anello Unico avvince, cioè tiene legati a sé, gli altri anelli.

Al di là delle mille valutazioni che si possono trarre, quello di Fatica è da un lato uno sforzo di rendere il significato dei versi e la loro connessione con la trama, privilegiando questo aspetto anziché cercare più facili e appaganti ornamenti estetici, dall’altro di conservare il ritmo della poesia stessa, come si evince confrontando la cadenza della sua traduzione con la lettura dei versi originali fatta da Tolkien stesso:

Wu Ming 4

Note:
1. Nel capitolo “Viaggio sino al Crocevia”.
2. La suddivisione in pseudo-versi è naturalmente stata qui introdotta al solo scopo di facilitare la comprensione.

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo Bompiani: le novità tolkieniane ottobre 2019
– Leggi l’articolo La traduzione della Compagnia a ottobre
– Leggi l’articolo Ritradurre Il Signore degli Anelli: l’intervista
– Leggi l’articolo L’AIST raddoppia, al Salone di Torino e col FAI
– Leggi l’articolo Tolkien alla Bologna Children’s Book Fair

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163 Comments to “Esce oggi la nuova traduzione della Compagnia dell’Anello

  1. Norbert ha detto:

    Articolo molto interessante. Grazie della spiegazione.
    Ora non mi resta che mettere le mani su una copia della nuova traduzione

  2. Finrod ha detto:

    “La via prosegue senza fine”.
    Lapsus molto interessante.

    • Giampaolo ha detto:

      Ci sarà pure stato un motivo se nell’articolo ho parlato di “testo molto amato” riferendomi alla precedente traduzione

  3. Francesco ha detto:

    Da che ho visto nell’anteprima, appaiono un “Valfano”(?!?), The Prancing Pony diventa Il Cavallino Inalberato (?!?!), l’Erba Pipa diventa Erba Piparina, molti toponimi diventano cacofonici e di difficile comprensione, tant’è che anche se ho letto il testo inglese più volte (come quello italiano) non riesco a collegarli o a farmene un’immagine (Landaino?!? Sarebbe Buckland?!?)… Poi ci sono i Pededegno, Direi che passo.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      “Valfano” per “Harrowdale” si spiega facilmente. Nella guida ai nomi del SdA Tolkien dice che “harrow” è inteso nell’accezione arcaica di un antico luogo sacro, ovvero un tempio pagano. E infatti Harrowdale nel romanzo è proprio un antico luogo sacro dei Rohirrim.
      Nel mondo latino la parola corrispondente è, appunto, “fanum”. Dunque “dale” (valle) + “harrow” (fano) = Valfano.
      Questo esempio serve a capire che Fatica ha cercato, ogni volta che è stato possibile, di rigiocare il gioco di Tolkien, cioè di rendere il significato delle parole/nomi arcaici nell’universo linguistico latino-neoromanzo.
      “Landaino” per “Buckland” e quindi “Brandaino” per “Brandibuck” e “Vecchiodaino” per “Oldbuck” è l’applicazione letterale del consiglio di Tolkien ai traduttori, laddove spiegava che “buck”, nei suoi composti, sta appunto per “young deer”. Aggiungeva anche – ma come secondo significato – “maschio della capra”, che in italiano sarebbe “becco” (e che oggi sopravvive solo in “stambecco” e nel significato volgare di “cornuto”). Probabilmente quindi le traduzioni Brandibecco e Vecchiobecco sarebbero state corrette e più simili all’originale, anche se ho il presentimento che al 99% dei lettori avrebbero fatto pensare a tutt’altro animale, cioè a un pennuto, piuttosto che a un ovino o a un cervide. Credo quindi che la scelta di Fatica sia stata in definitiva la più filologicamente corretta. E poi Beccolandia o Lanbecco sarebbero stati pessimi.
      Con il nome di Samwise il procedimento è stato lo stesso, come illustrato nell’articolo qui sopra. Trasferire il significato del nome Samwise (che nella finzione tolkieniana è già una resa del nome originale hobbit) in un nome simil-latino. Senza dubbio nessun lettore del SdA che non abbia spulciato le Appendici ha mai colto il significato del nome Samwise (traslitterato in Samvise), che è proprio quello di “semplice”, “mezzo-saggio” e che flirta con il sottotesto evangelico del romanzo.
      Quanto all’Erba Piparina per “pipe-weed”, non suona certo tanto diversa dall’Erba Pipa e ricorda la parola italiana “piperina”, che indica la sostanza presente nel pepe nero, e che ha svariati effetti benefici sull’organismo umano.
      Infine il Prancing Pony… che da un lato diventa un “cavallino”, dato che il pony non è il generico puledro, ma appunto una razza di cavallo di piccola taglia, ma poi si “inalbera” anziché “impennarsi”, con un arcaismo, giacché in araldica il termine inalberato “si applica al cavallo che si rizza sulle reni” (Wiki) e trattandosi di un’insegna/stemma…ci può decisamente stare.
      La verità è che la traduzione perfetta sarebbe “il cavallino rampante”, ma in Italia avrebbero pensato tutti alla Ferrari e alle auto da corsa. Decisamente inadatto.
      Rispetto a “Pededegno” per “Proudfoot” c’è poco da dire: si avvicina certamente più all’orginale rispetto a “Tronfipiede”, dato che “proud” non ha di per sé un’accezione negativa come ha il termine “tronfio”.

      • “una leggenda locale e secondo la credenza popolare” è una brutta frase, esteticamente indigesta, l’italiano tollera poco la ripetizione dei suoni. e ciò accade nella prima pagina, la più visibile, di un’opera somma.

      • Francesco ha detto:

        Lessi il Signore degli Anelli che avevo 12 anni nella traduzione Alliata, poi in inglese a 18, trovando l’adattamento italiano interessante e ben ragionato. Tolkien è un autore che ho amato sia in italiano che in inglese, a differenza di altri (Erikson è inaffrontabile in italiano, la Rowling assolutamente insipida in inglese e godibile in italiano ecc).

        La cosa che mi colpì era la semplice bellezza, anche delle poesie e dei nomi, che la nuova traduzione perde quasi completamente con costruzioni fonetiche inascoltabili e gratuitamente erudite per il gusto di esserlo. Un opera letteraria non può prescindere dalla piacevolezza della lingua. Harrowdale ha un suono epico, Valfano è un comune umbro-marchigiano
        L’operazione poteva funzionare per una edizione in inglese con testo a fronte. Qui tra l’altro la traduzione leziosa dei nomi fa sembrare che la Contea non sia più una terra Fantasy ma un pezzo di Italia centrale con gli hobbt che cantano “ma quant’è bella l’erba piparina/o quant’è bello saperla vendemmiar…”

        • Wu Ming 4 ha detto:

          Va da sé che le scelte di Fatica possono non piacere o non essere confivise, ci mancherebbe altro. Tuttavia l’effetto che Tolkien ricerca quando descrive la Contea è proprio quello di una terra che ha poco o nulla di fantasy. La descrive più o meno come una regione delle Midlands Occidentali del XVIII/XIX secolo “come se” la Conquista normanna e la rivoluzione industriale non ci fossero state. Gli Hobbit di Tolkien non parlano la lingua perfetta e colta che faceva parlare loro Alliata-Principe, ma una lingua più rurale e colloquiale,a tratti perfino sgrammaticata. Anche i nomi delle località della Contea, oltreché delle famiglie Hobbit sono molto espliciti in questo senso. L’effetto “importazione” in un contesto linguistico-culturale diverso può non piacere, ma è una scelta orientata da Tolkien stesso, in un certo senso. L’indicazione che dà nella sua guida ai traduttori è più o meno quella di provare a tradurre i nomi che si possono tradurre mantenendone il significato (Dunclivo e Clivovalle di certo non seguono questa logica). Il motivo di questo suggerimento, pare evidente, è quello di riprodurre lo stesso effetto ottenuto nell’inglese. Per questo in un altro commento ho usato l’espressione “rigiocare il gioco di Tolkien”. È quello che fece Eco traducendo gli Esercizi di Stile di Queneau. Mi pare che Fatica abbia seguito la stessa linea.

          • Francesco ha detto:

            Non metto minimamente in dubbio la competenza di Fatica, o il suo tentativo di essere fedele. Però se leggo “Brandaino di Landaino” (un mio amico ha immediatamente commentato “che giocano a nasconDaino? Dai, no…”) l’effetto è Brancaleone alle Crociate… Se la Compagnia è Frodo, Aragorn, Gandalf e Simplicio, Simplicio è del tutto fuori posto. Se ho i Bolger e i Tanatasso nella stessa città, l’effetto è straniante.
            Quando eravamo ragazzini e giocavano al GIRSA, pensare di essere al Puledro Impennato era esaltante, al Cavallino Inalberato mi aspetto i Teletubbies. QuarierO mi sembra un errore di stampa, non un luogo che vorrei visitare. Valforra è in provincia di Reggio Emilia e ci abita mio zio, non Elrond Mezzelfo.

            Non contesto minimamente l’intento, ma il risultato : è come la Nona di Beethoven arrangiata in modo che ogni tanto, al posto del corno si senta una trombetta di carnevale…..

          • Marius ha detto:

            È Samplicio, non Simplicio, e non mi è chiaro perché questo nome dovrebbe suonare fuori posto accanto ad altri come Frodo o Bilbo.

          • Simone ha detto:

            Effettivamente, la traduzione pone un grosso problema. Da un lato, il testo in generale sembra trarre notevole beneficio dalla nuova traduzione (il tutto scorre molto meglio e il linguaggio perde quella pesantezza che non avevo mai amato). Personalmente apprezzo anche la nuova traduzione della poesia dell’anello. Per dire che sono molto favorevole e aperto ai cambiamenti.

            Dall’altro lato, però, i nomi sono stati tradotti spesso in modo poco convincente, per usare un eufemismo.

            1- Quello che salta più all’occhio è certamente l’impossibile Brandaino di Landaino… come già notato da altri.
            Bene la necessità di tradurre Buck, ma da profano assoluto mi sembra che anche solo scegliere un “cervo” avrebbe offerto maggiori e migliori possibilità combinatorie… i Brandicervo di Cerveterre (o Cervaterra, o simili), la città di Borgocervo, il cambio di cognome del patriarca Cervovecchio/Brandicervo potevano suonare comunque meglio di Brandaino di Landaino, Borgodaino o Vecchiodaino/Brandaino. Noto che i Milwaukee Bucks hanno come simbolo un cervo, non un daino.

            2. Sinuosalice era una bellissima traduzione, una delle più azzeccate. Non l’avrei mai toccata. E Circonvolvolo non fa assolutamente lo stesso effetto.

            3. Gli Sturoi erano una trasposizione fonetica valida. Nelle note di Tolkien, si suggerisce che una traduzione di Stoors basata sul suono potrebbe essere migliore, non essendo necessario tradurre il significato dell’antica parola inglese Stor. E la scelta Nerbuti non convince per niente.
            Mentre Cuterrei, per quanto un pò posticcio, lo si potrebbe anche accettare, come traduzione quasi perfetta di un’espressione anticheggiante che significa “paleskin”.

            4. Non sono ancora arrivo a Samvise, ma ho letto che è stato tradotto con Simplicio, o Samplicio che dir si voglia. Questo è impossibile quanto Brandaino! Ma come Simplicio? Pippin non è più Pipino (ottimo!) e poi Samvise diventa Simplicio?
            E allora facciamo che Tom Bombadil è Tommaso Buonbadile e Gandalf magari lo chiamiamo Gandolfo.

        • Marius ha detto:

          Il percorso attraverso il quale Fatica è arrivato a “Samplicio” è spiegato nell’articolo qui sopra, quello che stiamo commentando:
          «il nome hobbit originario di Sam, Banazîr, significa “half-wise, simple”, reso da Tolkien con Samwise rifacendosi all’Anglosassone samwís che ha un significato molto simile. Fatica non solo rende quindi il nome con fedeltà, ma lo fa ricalcando un vero nome italiano in tempi passati relativamente diffuso»
          Di tutto questo, in “Samvise” non c’era niente.

      • Ricky ha detto:

        Brandibecco e Vecchiobecco mi sarebbero piaciuti! Però è anche vero che sono nato e cresciuto in una zona in cui il maschio della capra si chiama becco e basta, probabilmente dovuto al preponderante uso del dialetto. Mai sentito nessuno usare la parola “caprone” per dire.

      • Eleir ha detto:

        Buongiorno. Se posso, vorrei esprimere da profano un’ultima nota in merito alla nuova traduzione – con un intento di partecipazione ma senza ovviamente mettere in discussione la qualità del lavoro di Fatica. Ringrazio tra l’altro Wu Ming per essere un appassionato, sia di Tolkien che di T.E Lawrence
        Ora, da appassionato di cavalli, posto una nota sul “cavallino inalberato”: faccio notare come tecnicamente in campo equestre tutto i cavalli da 1,48 m al garrese in giù siano considerati pony – proprio così, in italiano pony, non “cavallini”! La parola pony si usa in lingua italiana. Pertanto, l’insegna di una buona locanda ai confini della Contea si poteva rendere in perfetto italiano con All’insegna del Pony rampante (non cavallino!!!). Inoltre, esercitare un termine italiano erudito come inalberato per una locanda vernacolare (la locanda ideale di Tolkien) non è azzeccato per nulla. Non è realistico, vi pare che Omorzo avrebbe attribuito nel suo Ovestron volgare alla sua locanda un nome così forbito ? Proprio no! il SdA deve essere realistico

      • Andrea Minini Saldini ha detto:

        The Prancing Pony inn
        La locanda “Il Puledro Impennato”.
        La locanda “Il Cavallino Inalberato”.

        Come in molteplici altri passaggi, il nuovo traduttore tradisce le premesse che hanno portato a questa nuova traduzione.

        Se il desiderio era quello di rendere il registro linguistico originale, si dovrebbe spiegare perché si sia scelto di utilizzare un termine proprio unicamente dell’araldica “Inalberato”, quando Tolkien scelse di non usare l’equivalente “Rampant” ma adottò un più comune “Prancing”.

        D’altronde, vogliamo davvero pensare che Omorzo fosse un esperto di araldica? Difficile.

        • Marius ha detto:

          Davvero ha “tradito le premesse”? Conoscendo l’attenzione di Tolkien per l’etimologia e i sensi nascosti delle parole, non ci giurerei.
          Sull’etimologia di “Prance”, riporto:

          «late 14c., originally of horses, of unknown origin, perhaps related to Middle English pranken “to show off,” from Middle Dutch pronken “to strut, parade” (see prank); or perhaps from Danish dialectal prandse “to go in a stately manner.”»

          Insomma il verbo contiene un elemento di nobiltà, solennità, o anche alterigia, desiderio di imporsi all’attenzione.
          Io trovo che il verbo “inalberarsi” in qualche modo rimandi a questo, mentre “impennarsi” è più piatto, ha un significato solo.

          • Marius ha detto:

            tra l’altro, nell’italiano di oggi l’impennata è soprattutto quella che fai col motorino o con la bici.

          • Andrea Minini Saldini ha detto:

            Certo che ha tradito le premesse, Marius.

            Se Tolkien avesse desiderato utilizzare un termine araldico avrebbe utilizzato Rampant, che equivale a Inalberato.

            Non lo ha fatto.

            E di esempi di questo tipo se ne potrebbero fare diversi. Di casi in cui, dopo aver criticato la traduzione precedente per non aver rispettato il registro linguistico originale, non viene rispettato in modi nuovi, diversi e altrettanto “liberi”.

          • Andrea Minini Saldini ha detto:

            Rispetto al motorino impennato, direi che sia preferibile non andare in quella direzione. Diversamente potremmo trovarci a dover commentare l’adozione di Forestali al posto di Raminghi.
            Cosa questi siano ne “l’italiano di oggi” non penso valga la pena perder tempo a spiegarlo.

            Posto che se una persona leggendo “Cavallino impennato” dovesse pensare ai motorini, forse farebbe meglio a posare il libro e dedicarsi ad altro.

          • Marius ha detto:

            No. «Inalberarsi» non è un verbo solo araldico, anzi, sul dizionario Treccani ha un sacco di accezioni, una delle quali è ad esempio «Insuperbire, assumere un’aria di gloria, di trionfo», e l’araldica non è nemmeno menzionata.

  4. Marco N. ha detto:

    Meglio avrebbe fatto a non toccare le poesie. Penso che provvederò a modificare l’ebook ripristinando le precedenti traduzioni e probabilmente utilizzando i nomi originali… “Brandaino”, “Samplicio” e compagnia bella sono inascoltabili.

    • Marius ha detto:

      Anche “Samvise” et similia erano nomi assurdi e ridicoli, all’inizio e se si è in grado di pensarci con distacco, senza la forza dell’abitudine.

    • Norbert ha detto:

      Beh, almeno adesso la poesia su Luthien ha tutte le strofe che ha in inglese

      Inoltre a me la canzone di Galadriel è piaciuta molto

      Altre mi on piaciute meno

  5. Davide Prette ha detto:

    Articoli ben scritti e meditati. Ho preso oggi il volume tradotto da Fatica (storcendo il naso non per le nuove rese italiane ma per la mancanza di una carta geografica che mi aspettavo e che attendevo), aprendo immediatamente il libro alle prime pagine per la lettura della poesia incipitaria, curioso di vedere quali sarebbero state le scelte del traduttore. Tutto sommato sono soddisfatto (ad eccezione della mancata anfora di Ring nei versi finali), e ho quindi molto apprezzato la breve analisi di Wu Ming 4 di questa traduzione, specialmente per quanto riguarda le precisazioni inerenti al verbo “to lie”, pregevoli ed acute. Su una cosa però non concordo: il terzo verso sugli uomini “doomed to die” non credo rifletta una concezione negativa della morte vista dagli Uomini, bensì una considerazione degli Elfi stessi riguardo al dono di Ilùvatar ai Secondogeniti; dono anche per loro incomprensibile ed amaro, basti pensare alle parole di Arwen ad Aragorn alla fine della loro permanenza nella Terra-di-Mezzo (cito dalla vecchia traduzione, parla Stella del Vespro): “Perché se questo è, in verità, il dono dell’Uno agli Uomini, è assai amaro da ricevere”. Frase che, a mio modesto avviso, denota anche da parte elfica una valutazione della morte per nulla positiva.

    • Norbert ha detto:

      Anch’io sono stato molto contrariato dall’assenza delle mappe: quella della Contea disegnata da Tolkien e quella della Terra di Mezzo

      Particolarmente utili, dato che cambiano moltoi nomi di luogo

  6. Paolo ha detto:

    Più che sui nomi a me interessa il senso. Un esempio eclatante è al cap.2 punto fondamentale dove si parla della pietà usata da Bilbo nei confronti di Gollum. Fatica traduce con una domanda, l’Alliata con abbondanza di particolari, entrambi inesistenti.

    (Tolkien) What a pity that Bilbo did not stab that vile creature, when he had a chance!’
    ‘Pity? It was Pity that stayed his hand.

    (Alliata) Che peccato che Bilbo non abbia trafitto con la sua spada quella vile e ignobile creatura quando ne ebbe l’occasione!”.
    “Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano.

    (Fatica) Ma per pietà, perché Bilbo non ha trafitto quell’ignobile creatura quando ne ha avuto l’occasione?”
    “Pietà? È stata la Pietà a fermargli la mano.

    (Google ) Che peccato che Bilbo non abbia pugnalato quella vile creatura, quando ne ha avuto la possibilità!
    Pietà? Era la Pietà che gli teneva la mano.

    Che ne pensano gli esperti?

    • Marius ha detto:

      Fatica è l’unico a salvare (e rendere) in italiano il gioco di parole su “pity” che c’è nello scambio di battute originale.

      • Niccolò farina ha detto:

        Scusami? Ma in quale universo uno dovrebbe risposndere con le stesse parole volendo dire una cosa diversa? Se io ti chiedo se è per pietà, tu perché dovresti sispondermi “pietà?è per pieta che non l’ha fatto” come se mi avessi risposto con un concetto diverso… in italiano questa risposta non ha un senso e la gente ti prende per scemo lo rispondi in questo modo, ti direbbero “ma cha cazzo ho detto io, ma ci fai?”

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Io non sono un esperto, ma pare evidente che Fatica – come si è detto – abbia optato per una traduzione più aderente all’originale. Quindi in questo caso ha mantenuto in italiano il doppio senso del termine”Pity/pietà”, come ha fatto Tolkien. Nella traduzione Alliata/Principe questo si perdeva, dato che “Peccato” e “Pietà”non sono affatto la stessa cosa.

      • Paolo ha detto:

        Ok per mantenere il doppio senso ma la frase esclamativa originale è molto più forte e categorica di quella interrogativa di Fatica. A me pare una traduzione molto meno aderente però, ovviamente, è solo una mia opinione.

        • Marius ha detto:

          Volgere la frase all’interrogativo era l’unico modo per poter usare in modo plausibile l’espressione «Per pietà». È una questione di scelte: lasciare il doppio senso voluto da Tolkien (“what a pity” nel senso di “che peccato” seguito da “pity” nel suo senso letterale di “pietà”) oppure mantenere la forma affermativa della frase? Fatica ha optato per mantenere il doppio senso e secondo me ha fatto bene, perché il doppio senso rende lo scambio più ricco letterariamente.

          • Marius ha detto:

            L’esempio riportato, tra l’altro, è tipico del metodo Alliata: rendere le frasi molto più lunghe e pesanti aggiungendo parole che nell’originale non ci sono, quasi sempre aggettivi, e in altri casi specificazioni inutili. Qui ci sono entrambe le cose: «vile» che diventa «vile e ignobile», e «stab» che diventa «trafitto con la sua spada». In una sola frase due parole, dopo il trattamento Alliata, diventano ben otto. Potremmo chiamarlo il «metodo del quadruplo». Lo stile che ne risulta potrà anche piacere, e si può capire che chi ha conosciuto il SdA in quella veste sia rimasto affezionato, ma è uno stile lontanissimo da quello di Tolkien, che non ne rispetta quasi nessuna scelta.

          • Paolo ha detto:

            Non vorrei essere stato frainteso. Non difendo l’Alliata. Ho riportato entrambe le traduzioni (e pure quella di Google) proprio per mostrare che, per il mio modo di vedere le cose, sono entrambe lontane da Tolkien anche se motivate.

          • Marco ha detto:

            Per mantenere il doppio senso ha stravolto il senso originale…la frase di Bilbo si può tradurre solo con “che peccato”

          • Marius ha detto:

            Non mi sembra abbia stravolto nulla, il contenuto dello scambio di battute è intatto e in più ha salvato il doppio senso di “pity”.

    • Norbert ha detto:

      A me, invece, la traduzione di Fatica è piaciuta molto. Ho trovato elegante il modo in cui è riuscito a usare il “What a pity” senza trasformarlo in un, peraltro correttissimo, “che peccato”.
      Così è Frodo a parlare per primo di “pietà” e Gandalf si richiama sottolineando l’importanza della pietà

    • Ricky ha detto:

      Sono 2000 anni che non leggo Tolkien, non sono un grande appassionato in effetti e non sono neanche un traduttore, quindi la valenza delle mie affermazioni è già tutto un dire. Però io l’avrei reso con una frase a metà tra le due traduzioni:

      “Ma per pietà, perché Bilbo non ha trafitto quell’ignobile creatura quando ne ha avuto l’occasione?”
      “Per pietà dici? Fu proprio la pietà a fermargli la mano.”

      Perché io sinceramente ho dovuto rileggere più volte la frase di Gandalf per capire cosa stesse dicendo, allo stesso modo, però, mi piace che ci sia il gioco di parole con Pietà come nell’originale.

  7. Wu Ming 4 ha detto:

    @Marius
    Concordo. Secondo me, al di là delle scelte sulla resa dei nomi di luoghi e personaggi, che possono piacere o non piacere, alla distanza sarà lo stile di un traduttore professionista e navigato a marcare la differenza.

    • Marius ha detto:

      Secondo me, vista la frequenza per pagina di parole in più – cioè aggiunte nella traduzione Alliata/Principe senza che il testo originale le giustificasse – ci sono almeno, e dico almeno, cinquanta pagine di “eccedenze”. Il risultato non è tanto una traduzione quanto una parafrasi, una “spiegazione” del Signore degli Anelli fatta da Alliata e Principe. Ripeto, con lo stile originale di Tolkien e con le sue scelte di ritmo, di fraseggio, l’edizione che circola in Italia da mezzo secolo ha davvero pochissimo a che vedere.

      • Wu Ming 4 ha detto:

        La domanda che sorge spontanea quindi è: com’è possibile che con tanti ammiratori di quel romanzo e una conoscenza media dell’inglese che nel corso dei decenni è andata aumentando non ce ne si sia mai accorti?
        La risposta che mi do è semplice: il romanzo è lunghissimo e quindi sono pochissimi quelli che hanno avuto voglia di affrontarlo in lingua originale, e ancora meno sono stati quelli che una volta letto in inglese sono andati a riprendere la traduzione italiana per fare confronti.
        Sono convinto che anche gli aficionados della traduzione storica che oggi storcono il naso siano (legittimamente) legati a un testo che però non hanno mai confrontato con l’originale.
        Tra l’altro in mezzo secolo le teorie della traduzione sono cambiate parecchio e se a questo si aggiunge che la traduzione di allora venne realizzata da una principiante e rivista sì da un traduttore, ma traduttore prevalentemente dal tedesco, non ci si dovrebbe meravigliare che il confronto con Fatica sia impietoso. Lo sforzo di mezzo secolo fa fu encomiabile proprio per le modalità e le circostanze “pionieristiche” in cui si produsse, ma per lo stesso motivo oggi non può reggere il paragone con il lavoro di un esperto.

        • Anfotero ha detto:

          In teoria le traduzioni servono ESATTAMENTE a chi non sa la lingua originale del testo, non a chi può “fare confronti”.
          Poi francamente da traduttore e persona che il confronto di cui parli l’ha fatto, la versione Alliata ha mille problemi ma questa di Fatica in certi punti è asciutta che pare Google Translate. L’aderenza al testo non è tutto e tradurre significa anche riadattare.
          Il confronto con Fatica è impietoso ma nel senso inverso: propone una traduzione, da quel che ho visto finora, che ha tanti problemi quanto quella vecchia, quindi a che pro?

          Evito poi di parlare della nuova Poesia dell’Anello – che a mio parere è un orribile biglietto da visita – perché c’è chi lo ha fatto meglio di me: https://kelopoeta.wordpress.com/2019/10/26/fatica-tradurre-poesia/

          • Marius ha detto:

            Per quanto riguarda la nuova traduzione della Poesia dell’Anello, che a me piace, mi convince molto di più la riflessione di WM4 nel post qui sopra piuttosto che quella di Kelopoeta linkata nel tuo commento.

  8. Walter ha detto:

    I “nuovi” nomi non effettivamente duri da digerire, dopo tanti anni non poteva che essere così. Le poesie però sono rese benissimo

  9. Ugo Truffelli ha detto:

    Ormai saranno 10 anni che non leggo più Tolkien in italiano ma solo in lingua originale, credo comunque che comprerò e leggerò la nuova traduzione per “cronaca”. Era il momento è vero di una traduzione più aderente all’originale anche nel registro, ma trovo certe scelte di nomi eccessive e non necessarie (senza contare che ora in italiano avremo tre traduzioni per Rivendell).

    Tuttavia vorrei soffermarmi un punto della poesia dell’anello chiave in cui la traduzione snatura e inverte il significato originario ed è sbagliato anche la riflessione fatta nell’articolo. «doomed to die». Non è vero quello che dite, ovvero “ma l’uso del termine “doom”, che ha sempre un significato infausto e negativo” o per lo meno non lo è nell’uso nel legendarium tolkieniano. Oltre al famoso Doom of Mandos, o allo stesso Túrin Turambar “Master of Doom” (turún’ambartanen e la relazione tra ambar/umbar come Mondo ma anche Doom ovvero luogo del Doom che è esso stesso parte del Doom dove si svolge il Drama) vorrei sottolineare l’Athrabeth dove tra l’altro il termine Doom (proprio in questa eccezione) ma anche il verbo è utilizzato quasi esclusivamente da Finrod, ovvero un Elfo, proprio in questo contesto preciso. Tolkien usa “Doom” in luogo di “destino, fato” collegato si alla morte ma intesa come Morte e non solo, collegato al significato originario anglosassone di “statute, judgement”. Stravolgendo anche il messaggio profondo di Tolkien per cui “Death is not an Enemy”.

    Quindi no mi spiace, ma «Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele» è una traduzione sbagliata che stravolge il significato della frase. Poco inoltre convince parlare di “evitare ripetizione assenti nell’originale tra mortale e morte” in quanto la frase originaria è Mortal Men Doomed to Die (m-m d-d) e per lo meno mortale/morte avrebbe conservato una caratteristica.

  10. Ugo Truffelli ha detto:

    Scusandomi per la poca linearità del mio commento precedente scritto di getto sul treno aggiungo una riflessione: «destinati a morire» o «destinati alla morte» avrebbe inoltre conservato l’ambiguità di giudizio del «doomed to die» nella quale alle stesse parole (è l’incipit del libro) il lettore in prima battuta da un significato nella sua eccezione negativa (culturalmente è quello il significato che attribuiamo alla morte) salvo alla fine poterci vedere invece il significato positivo di quelle parole senza doverle cambiare. «fine crudele» (come «la triste morte attende» anche se non volutamente questa vecchia traduzione poteva lasciare uno spazio) è invece un giudizio morale inappellabile: la morte è crudele. E invece no, non lo è.

  11. Matteo Leoni ha detto:

    Non so se sia già stato segnalato da altri e non se se questo è il luogo giusto per farlo, ma nella nuova traduzione – che sto leggendo in questi giorni – c’è un errore a pag. 226, nell’ultima riga.
    La frase parla di Pippin ma in effetti dovrebbe essere riferita a Merry: Tolkien descrive il sonno dei quattro hobbit e nella nuova traduzione si parla due volte di quello di Pippin e non di quello di Merry, il che non ha senso.
    Non ho controllato nell’originale inglese ma nella mia vecchia Bompiani c’è Merry, non Pippin (o Pipino).

  12. “una leggenda locale e secondo la credenza popolare” è una brutta frase, musicalmente indigesta, l’italiano non tollera facilmente la ripetizione dei suoni. non mi aspetto cadute di questa portata, e addirittura nella prima pagina.
    sono d’accordo con chi attacca, non si può prescindere dal valore estetico: il daino può diventare orso se serve.
    chissà cosa sarebbe venuto fuori con la traduzione affidata a quelli di harry potter (sublime).

    • Marius ha detto:

      No, il daino non può «diventare orso se serve» perché Tolkien diede suggerimenti piuttosto chiari su come tradurre nomi di persona e toponimi e se in quel nome avesse voluto piazzarci e vederci un orso lo avrebbe fatto e anche detto, mentre ci ha piazzato un cervo/daino e si è auspicato che anche i traduttori ce lo piazzassero. È tutto nero su bianco.

      • col risultato di brandaino? la filologia così affossa la lingua restituendomi solo un puntiglio nocivo. ricordo che è un libro da leggere.
        quella dell’orso è una provocazione (c’è, come detto da altri, la possibilità di usare ad esempio ‘cervo’, che è già ottimo) ma brandiorso vince sicuramente su brandaino.
        poi non capisco questa applicazione del metodo anche se ammazza l’atmosfera: siamo in terra inglese, diamo un minimo di armonia di nomi e contesti, e una benedetta scorrevolezza.
        così l’unico tolkien rimasto rischia di essere quello dei suoi suggerimenti al traduttore.

        • Marius ha detto:

          “brandiorso vince sicuramente su brandaino”

          L’uso dell’avverbio mi sembra gratuito, a me brandiorso fa veramente schifo, per dire, mentre Brandaino suona bene, in ogni caso è questione di abitudine, chiaro che se c’è un partito preso i “nuovi” nomi non piaceranno a prescindere.

        • Marius ha detto:

          Più partito preso di così…

      • Francesco ha detto:

        Il punto di Annibali, per quanto capisco, potrebbe essere “la bellezza della lingua viene prima di tutto”, punto che condivido appieno. Se la traduzione più brutta (“brandaino”) non ha un valore essenziale, va evitata. Cosa guadagna la nuova traduzione nel passare da “Meriadoc Brandybuck” (costrutto fonetico gradevole) ad un guazzabuglio come “Meriadoc Brandaino”? Cosa guadagna il lettore che passeggiava lungo il Sinuosalice (un nome che è una una piccola gemma) a trovarsi al Circonvolvolo (nome difficile da leggere, da pronunciare e particolarmente astruso)?

        • esatto, la lingua è prioritaria, è lì che si sorregge la bellezza, e siamo tutti qui per la bellezza di questo libro.
          alcuni preferiscono il valore etimologico, e sono stati accontentati. ma senza grazia questo valore diventa un bagaglio molesto, sembra un patchwork di esiti conflittuali.

        • Wu Ming 4 ha detto:

          D’accordo. Ma se bisogna valutare la “bellezza della lingua” allora non ci si può fermare ai soli nomi di luoghi o persone. E appena allarghi lo sguardo alla lingua del romanzo, non c’è dubbio che la lingua di Fatica sia non soltanto più vicina allo stile di Tolkien, ma anche molto più fluida e scorrevole di quella barocca e piena di aggiunte arbitrarie di Alliata/Principe. Sembrano davvero due romanzi diversi, e personalmente non ho dubbi su quale delle due traduzioni prevarrà alla lunga (a prescindere dalla nomenclatura).

          Aggiungo che i nomi possono non suonarci bene all’orecchio, ma dobbiamo sempre considerare che è un orecchio abituato ai nomi precedenti da sempre. Se negli ultimi 50 anni avessimo avuto nell’orecchio Brandaino secondo me oggi non ci suonerebbe così strano (né cacofonico, dato che in fondo non lo è).

          C’è però anche un altro aspetto da considerare: il misto di tradotto e non tradotto. Nella traduzione francese del LOTR hanno tradotto Baggins con un corrispettivo francese, che ora non ricordo, e ovviamente Bag End con Cul-de-sac. In italiano si sarebbe potuto tradurre Baggins con Sacconi, Sacchetti, o Borsari… Tolkien nella guida dice che si sarebbe potuto farlo, perché il senso doveva rimandare a una borsa/bisaccia, appunto. Ma come sarebbe suonato Frodo Borsari o Frodo Sacchetti? Alquanto orribile, no? Dunque è stato mantenuto Frodo Baggins, l’originale.
          Altri cognomi Hobbit invece sono stati tradotti (ma non tutti, ad esempio Gamgee no, perché è intraducibile). Mi pare evidente che, con l’eccezione di Baggins, la ratio seguita è stata quella di tradurre i cognomi laddove era possibile, per rendere l’effetto che Tolkien desiderava. Brandibuck è assonante nel finale con Meriadoc e sono parole lunghe uguali, nessuna traduzione sarà mai bella come i nome e cognome originali. Tuttavia è altrettanto vero che prima d’ora nessun lettore italiano aveva colto la presenza di un animale nel cognome di quella famiglia, e in paticolare di un cervide. Ma la caratteristica dei cognomi Hobbit è proprio quella di significare qualcosa di molto concreto (a cominciare da Baggins), che ha a che fare con una caratteristica fisica o il luogo di provenienza. I Brandybuck vivono a Buckland, una zona tra i boschi e il fiume, dove diversi luoghi hanno nel nome la parola “buck” (Bucklebury, Buck Hill). La famiglia aveva in origine un cognome un po’ diverso, cioè Oldbuck, e si è rinominata Brandybuck quando si è stabilita presso il fiume Brandywine. Insomma pare proprio che questo “buck” sia molto connotativo per loro, come se fosse una specie di animale totemico del clan, dato che se lo portano dietro e lo usano per nominare se stessi e i luoghi in cui vivono. Dunque “daino” o “cervo” che si preferisca, non sembra affatto sbagliato tradurlo in italiano e dare conto di questa particolarità del clan, allo stesso modo in cui si traduce Proudfoot in Tronfipiede o Pededegno.
          Viene da pensare che forse addirittura si sarebbe dovuto avere più coraggio e fare come i francesi, tradurli tutti, e avere quindi Frodo Sacchetti e Peregrino Tocco (ma comunque sarebbe rimasto fuori l’intraducibile Gamgee, quindi la coperta è sempre corta…). Non credo che si possa trovare un approdo sufficientemente solido da dirsi definitivo.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Mi sovviene ora un’altra analogia. Quella con i nomi/soprannomi dei capiclan vichinghi. Spesso non vengono tradotti, per amore filologico o per conservare l’effetto “vichingo” di tutte quelle gutturali e quei suoni aspri. Ragnar Lothbrok suona gagliardo, mentre Ragnar Brache-pelose (il significato letterale) suona ridicolo. Eppure i soprannomi di quei capi lo erano spesso: “Dente-azzurro”, “Barbaforcuta”, “Senz’ossa”, ecc. Dunque non sarebbe affatto sbagliato né sconveniente tradurli per trasmettere in italiano lo stesso *effetto*, perché a quanto pare quei nomi sono *anche* ridicoli (i vichinghi avevano un senso dell’umorismo tutto loro).
            Con i cognomi hobbit dunque la questione è analoga. Andrebbero tradotti tutti, almeno secondo il suggerimento dell’autore del Signore degli Anelli, proprio per preservare l’effetto che fanno. Brandaino dunque ci sta eccome.
            Più ci penso più credo che i francesi abbiano fatto la scelta più giusta e coerente. Tradurre tutto. Anche Baggins. La butto lì: un cognome simil-veneto, vagamente assonante con l’originale potrebbe essere “Sàcchin”.
            Bilbo e Frodo Sàcchin. Residenti a Fondosacco.
            Ok, sparatemi pure… 🙂

          • Mattia Carli ha detto:

            No, non Frodo Sacchetti! Ricordiamoci dei Sackville-Baggins! 😀

          • la presenza di un gandalf e di un sauron (presumo intoccabili) ci dà dei perni in cui lavorare attorno. i nomi evocano di per sé stessi, la sonorità evoca, come sapeva italo calvino che usava termini calzanti musicalmente (si comprende la frase anche senza dizionario). i nomi dei nani con la scelta delle k d z, suoni duri come la roccia che scavano, o quelli eterei e molto vocali degli elfi danno già gran parte dell’effetto e di un paesaggio (tolkien ha costruito la storia dalla lingua). ben venga la concretezza gioviale degli hobbit, ma mantenendo qua e là i suoni di quella terra. io preferisco una mescolanza di sonorità originali e qualche nome tradotto, come brache pelose, per dare colore ma conservando buona parte dell’aura di partenza. frodo sacchin è come mangiare gli spaghetti (anzi la polenta) quando si va a parigi, ma non sarebbe meglio provare il cibo francese? mi ricorda quando anni fa incappai in un oliviero twist di carlo dickens, probabilmente un libro comico 🙂
            la lingua della alliata è fluida e nobile, ma eccessivamente creativa; quella di fatica è corretta, ma spesso laboriosa e a tratti artificiale, di questo ci lamentiamo.
            ma ci sono anche cose belle, bisognerà scriverne.

  13. eleir ha detto:

    Avendo letto e anche un po’ meditato il SdA in lingua originale, concordo in generale sulla qualità della traduzione di Fatica e sulla necessità di aderenza alla sintassi originale di Tolkien, come si sa tutt’altro che commerciale e di facile presa (appunto, non è un’opera di genere!) – tuttavia, mi sentirei di affermare che il testo originale inglese è dotato di un’aura, un “feeling”, una silenziosa musica di sottofondo, dalla quale emerge il mistero e il magnetismo della lettura, che non può essere ricondotto alla mera erudizione o alla ricercatezza stilistica dell’autore, piuttosto a certe “proprietà emergenti” che sono molto più della somma delle parti, ovvero alla tensione psichica dell’autore, così forte da trasporsi in chi legge – tensione che ha le sue basi nella tradizione nordica antica (di sé infatti diceva di essere un “pagano convertito”). Ora, di questo misterioso afflato proprio del romanzo originale cosa rimane e cosa viene a mancare nelle due traduzioni ? Secondo me è questo il punto fondamentale, e l’origine del dibattere.
    Venendo al punto, noto che a tratti la traduzione di fatica (nello sforzo meritevole di aderenza all’originale) si diluisce in una prosa intellettualmente un po’ arida, un po’ discordante, per la quale il lettore ha come l’impressione di trovarsi all’improvviso avulso dalla Terra di Mezzo senza sapere perché….Ritengo in tal senso come, ad esempio, tradurre Rangers (con tutte le sfumature narrative che Tolkien infonde a questo termine) con Forestali sia una doccia fredda, troppo fredda e per nulla evocativa del ruolo dei Dùnedain in quell’epoca e in quel contesto. I nomi sono importanti, per Tolkien fondamentali – ritengo non sia cosa da poco la mancanza di profondità del termine italiano usato da Fatica. Permettetemi di affermare che qui Alliata aveva invece centrato il “senso” del termine: Ramingo ha molto più mistero, e risolve l’afflato proprio di un popolo quasi scomparso e tuttavia presente, con un proprio percorso narrativo. Attenzione: in Tolkien conta molto il ritmo e lo stile..ma una traduzione deve anche rispettare il “senso” celato dietro ai termini. Se in generale il “senso” del libro è rispettato, allora l’una o l’altra delle traduzioni avranno fatto centro ove questo si verifichi – al di là della correttezza stilistica e sintattica. Qualcosa Fatica ha tralasciato, e qualcosa Alliata ha mancato. Leggete l’originale, e un immenso e profondo orizzonte si dispiegherà.

    • Norbert ha detto:

      Premetto che “forestale” non piace neanche a me. Però rende _uno_ dei significati di ranger. Così come faceva ramingo, che a me non è mai piaciuto.

      Non ho idea di come lo si sarebbe potuto tradurre meglio: forse la soluzione migliore sarebbe stato lasciare “ranger”

      • Eleir ha detto:

        Scusate, mi sembra che il mio messaggio si sia duplicato…involontariamente.
        Beh, ad esempio Ranger potrebbe essere reso con “gli Erranti” – vedi poesia di Bilbo. Poi in francese esiste il termine coureurs (vedi coureurs du bois, i trapper) che potrebbe essere reso con “scorridori” (dei boschi, del nord, del sud ecc..)
        Tuttavia, scusatemi – non intendo proferire sentenze da scolaretto pedante…soltanto, credo che al momento la traduzione italiana stia….maturando, e mi auguro che Fatica, da grande traduttore qual è, saprà in seguito approfondire e migliorare la traduzione.
        Da lettore, credo che ci sia ancora molto da scoprire sul SdA e vorrei concludere con il pensiero di quanto particolare sia questo testo, come risulti difficile da tradurre e di come in profondità tocchi qualcosa di ancestrale in noi.
        Grazie ancora a tutti

  14. Gabriele ha detto:

    Avendo letto e anche un po’ meditato il SdA in lingua originale, concordo in generale sulla qualità della traduzione di Fatica e sulla necessità di aderenza alla sintassi originale di Tolkien, come si sa tutt’altro che commerciale e di facile presa (appunto, non è un’opera di genere!) – tuttavia, mi sentirei di affermare che il testo originale inglese è dotato di un’aura, un “feeling”, una silenziosa musica di sottofondo, dalla quale emerge il mistero e il magnetismo della lettura, che non può essere ricondotto alla mera erudizione o alla ricercatezza stilistica dell’autore, piuttosto a certe “proprietà emergenti” che sono molto più della somma delle parti, ovvero alla tensione psichica dell’autore, così forte da trasporsi in chi legge – tensione che ha le sue basi nella tradizione nordica antica (di sé infatti diceva di essere un “pagano convertito”). Ora, di questo misterioso afflato proprio del romanzo originale cosa rimane e cosa viene a mancare nelle due traduzioni ? Secondo me è questo il punto fondamentale, e l’origine del dibattere.
    Venendo al punto, noto che a tratti la traduzione di fatica (nello sforzo meritevole di aderenza all’originale) si diluisce in una prosa intellettualmente un po’ arida, un po’ discordante, per la quale il lettore ha come l’impressione di trovarsi all’improvviso avulso dalla Terra di Mezzo senza sapere perché….Ritengo in tal senso come, ad esempio, tradurre Rangers (con tutte le sfumature narrative che Tolkien infonde a questo termine) con Forestali sia una doccia fredda, troppo fredda e per nulla evocativa del ruolo dei Dùnedain in quell’epoca e in quel contesto. I nomi sono importanti, per Tolkien fondamentali – ritengo non sia cosa da poco la mancanza di profondità del termine italiano usato da Fatica. Permettetemi di affermare che qui Alliata aveva invece centrato il “senso” del termine: Ramingo (wanderer è un sinonimo di ranger) ha molto più mistero, e risolve l’afflato proprio di un popolo quasi scomparso e tuttavia presente, con un proprio percorso narrativo. Attenzione: in Tolkien conta molto il ritmo e lo stile..ma una traduzione deve anche rispettare il “senso” celato dietro ai termini. Se in generale il “senso” del libro è rispettato, allora l’una o l’altra delle traduzioni avranno fatto centro ove questo si verifichi – al di là della correttezza stilistica e sintattica. Qualcosa Fatica ha tralasciato, e qualcosa Alliata ha mancato. Leggete l’originale, e un immenso e profondo orizzonte si dispiegherà.

  15. eleir ha detto:

    Avendo letto e anche un po’ meditato il SdA in lingua originale, concordo in generale sulla qualità della traduzione di Fatica e sulla necessità di aderenza alla sintassi originale di Tolkien, come si sa tutt’altro che commerciale e di facile presa (appunto, non è un’opera di genere!) – tuttavia, mi sentirei di affermare che il testo originale inglese è dotato di un’aura, un “feeling”, una silenziosa musica di sottofondo, dalla quale emerge il mistero e il magnetismo della lettura, che non può essere ricondotto alla mera erudizione o alla ricercatezza stilistica dell’autore, piuttosto a certe “proprietà emergenti” che sono molto più della somma delle parti, ovvero alla tensione psichica dell’autore, così forte da trasporsi in chi legge – tensione che, detto sommariamente, pone le sue basi nella tradizione nordica antica (di sé infatti diceva di essere un “pagano convertito”). Ora, di questo misterioso afflato proprio del romanzo originale cosa permane e cosa viene a mancare nelle due traduzioni ? Secondo me è questo il punto fondamentale, e l’origine del dibattere.
    Venendo al punto, noto che a tratti la traduzione di fatica (nello sforzo meritevole di aderenza all’originale) si diluisce in una prosa intellettualmente un po’ arida, un po’ discordante, per la quale il lettore ha come l’impressione di trovarsi all’improvviso avulso dalla Terra di Mezzo senza sapere perché….Ritengo in tal senso come, ad esempio, tradurre Rangers (con tutte le sfumature narrative che Tolkien infonde a questo termine) con Forestali (in inglese Ranger e Wanderer possono essere sinonimi) sia una doccia fredda, troppo fredda e per nulla evocativa del ruolo dei Dùnedain in quell’epoca e in quel contesto. I nomi sono importanti, per Tolkien fondamentali – ritengo non sia cosa da poco la mancanza di profondità del termine italiano usato da Fatica. Permettetemi di affermare che qui Alliata aveva invece centrato il “senso” del termine: Ramingo possiede molto più mistero, e risolve l’afflato proprio di un popolo quasi scomparso e tuttavia presente, con un proprio percorso narrativo. Attenzione: in Tolkien una traduzione deve anche rispettare il “senso” celato dietro ai termini. Se in generale il “senso” è rispettato, allora l’una o l’altra delle traduzioni avranno fatto centro ove questo si verifichi – al di là della correttezza stilistica e sintattica. Qualcosa Fatica ha tralasciato, e qualcosa Alliata ha mancato. Leggere l’originale è la vera alternativa, un immenso e profondo orizzonte.

    • Norbert ha detto:

      Beh, direi che leggere l’originale non è “una alternativa”: è LA cosa da fare, se si conosce la lingua inglese.

      Nessuna traduzione può rendere tutte le sumature, spesso molteplici (e la parola “ranger” è solo un esempio) dei termini originali

    • Wu Ming 4 ha detto:

      La resa di Ranger con Forestale è una delle scelte decisamente contestabili della traduzione di Fatica. “Ramingo” (colui che non ha dimora ed è costretto a un continuo peregrinare) aveva più inerenza al significato almeno per quanto concerne i Ranger del Nord. I Ranger del Sud invece sembrano essere meno vagabondi e piuttosto inquadrati nelle attività militari di Gondor, tanto che sono guidati da uno dei figli di Denethor. Di fatto si tratta di truppe di frontiera che svolgono una guerra di guerriglia boschiva contro gli incursori Haradrim. Nella storia degli eserciti italiani potrebbero forse essere l’equivalente dei “Cacciatori”, come i Cacciatori delle Alpi o i Cacciatori di Sardegna. In quel caso Forestali non suonerebbe troppo lontano dal significato. Resta il fatto che è inevitabile per il lettore italiano odierno pensare alle Guardie Forestali, quindi a conti fatti resta comunque una scelta infelice.

      • Alessandro ha detto:

        Anche Ranger potrebbe aver avuto in inglese doppia valenza, d’altronde i ranger in terminologia militare sono dei soldati super specializzati molto abili ad agire su terreni difficili e, alle volte, in piccole unità, come effettivamente agiva nelle missioni in profondità Faramir con i suoi uomini in Ithillien. La traduzione con forestali è pessima, meglio mantenere Ranger. Alle volte sarebbe meglio chiedere consulenza a nerd che masticano il fantasy anche nell’ambito GDR, che non tradurre in maniera teoricamente ineccepibile, ma fuori contesto e con risultati grotteschi…

      • Alessandro ha detto:

        Nella tradizione militare i ranger sono una fanteria leggera specializzata in azioni militari speciali su terreni difficili, tra cui anche imboscate in profondità nel territorio nemico, come ad esempio la missione di Faramir in Ithillien. Non c’entrano niente con i forestali (e neanche con i cacciatori delle alpi e tanto meno con i cacciatori di Sardegna, che è una unità di cavalleria). Se per quelli del nord l’immagine dei raminghi si adatta alla perfezione, per quelli del sud si avvicina fi più a quella delle forze speciali…

      • Giorgio ha detto:

        Grazie della risposta (prima ancora che io abbia fatto la domanda!)
        Effettivamente questa traduzione non la comprendo e sarebbe interessante chiedere a fatica (senza alcuna polemica) il perché della scelta.

  16. Marius ha detto:

    «“una leggenda locale e secondo la credenza popolare” è una brutta frase»

    Non è una frase. È un moncone di frase isolato apposta per far sembrare ci sia una qualche “ripetizione”. La frase è questa:

    «Le ricchezze riportate dai viaggi erano diventate una leggenda locale e secondo la credenza popolare, inutilmente smentita dagli anziani, la collina di casa Baggins era piena di gallerie imbottite di tesori.»

    Io non ci vedo nessuna bruttura, e non si capisce dove stia la ripetizione, non si ripete nulla.

    • locale-popolare ale-are è un suono sciatto. mi risulta evidente e disturba come una mosca su una tela bianca, e mi dispiace trovarmi una prima pagina con questa roba.

      • Marius ha detto:

        Questo “risulta evidente” è gratuito come l’avverbio “sicuramente” nel tuo altro commento. A me non risulta affatto evidente, ale-are nel contesto della frase intera e non monca come l’avevi proposta tu non mi suona né come ripetizione né come “suono sciatto”, per me la frase funziona.

  17. Idril Celebrindal ha detto:

    Sinceramente mi sembra che questa nuova traduzione sia costellata più da scelte egocentriche da parte del traduttore (tanto per far vedere che lui ci capisce), che da vere necessità stilistiche…posto che a gusto mio i nomi non andrebbero mai tradotti (e chi vuole scoprirne il significato, se li studia), cambiare alcuni nomi ormai iconici non ha alcun senso …e quale valore aggiunto dovrebbe portare Valforra rispetto a Granburrone?
    Mi aspetto che magari quando passeranno al Silmarillion avranno pure la brillante idea di tradurre l’elfico con il risultato di avere qualcosa tipo Fiammanima al posto di Feanor…
    Comunque ormai Tolkien lo leggo prevalentemente in inglese, è sempre stato immensamente più godibile.

    • Norbert ha detto:

      E perché mai si dovrebbe trdurre l’elfico?

      Tolkien ha spiegato che **finge** di essere il traduttore del diari di Bilbo, scritto in Ovestron.

      Pertanto tutte le parole inglesi – fittiziamente traduzioni dall’Ovestron – andrebbero tradotte nella lingua di destinazione

      Che sia meglio l’originale inglese delle traduzioni, direi che non ci piove

  18. Axel Shut ha detto:

    per quel poco che ho potuto leggere finora mi pare evidente, come già sottolineato, come la nuova traduzione sia migliore e più aderente all’originale
    e però c’è un però, la questione dei nomi non può essere secondaria, tanto più in un romanzo fantasy e oserei dire anche per un altro motivo cioè la diffusione ormai multimediale del mondo creato da Tolkien, che non sarà un argomento filologicamente corretto ma mi pare comunque avere un suo peso, se non sbaglio già all’epoca della prima trilogia si ritoccò la vecchia traduzione per uniformare qualche nome qua e là (sempre i nomi il fulcro del problema sembra)

  19. Giuspee ha detto:

    Non so se voi siete partiti subito con la lettura del romanzo vero e proprio, ma io mi sono riletto il Prologo perché volevo saggiare un po’ di varianti di nomenclatura, e l’ho letto in versione originale, in quella dell’Alliata (edizione 2002 Bompiani tascabile) e in ultimo quella di Fatica (facevo dei confronti ogni capoverso circa; premetto che non sono un esperto di lingua inglese). Be’, basterebbe questa ventina scarsa di pagine (a prescindere dalla nomenclatura) per trovare alcuni punti in cui nella traduzione di Fatica la prosa di Tolkien emerge di nuovo nella sua sintassi e nelle sue scelte lessicali mentre, come già ha detto qualcuno nei commenti precedenti, mentre in quella della Alliata si trovano cambiamenti come soppressioni o riscritture di certi periodi. Io li ho pure segnati, se qualcuno vuole qualche brano potrei postarlo. Almeno aprirebbe gli occhi a chi già per partito preso la rifiuta senza poi leggere e confrontare.

    • Marius ha detto:

      Tra l’altro, quella che per comodità viene chiamata “la traduzione della Alliata” in realtà non è della Alliata, perché Quirino Principe praticamente la rifece da capo all’epoca in cui il testo passò dalla primissima edizione Astrolabio a Rusconi. La traduzione della Alliata è quella Astrolabio, diversissima da quella che noi tutti conosciamo e che stiamo paragonando a quella nuova. Tra l’altro, se come dice la Alliata Tolkien “approvò” la sua traduzione (mah…), come mai non gridò al sacrilegio come fa oggi quando Principe gliela trasformò radicalmente?

      • Giuspee ha detto:

        Chiedo venia, è una giustissima puntualizzazione e preso dalla foga del messaggio l’avevo scordato di specificare. D’ora in avanti mi ricorderò di attribuire correttamente la traduzione al duo Alliata-Principe.
        Comunque è un peccato che sia difficile da reperire o nessuno scansioni una copia della “Compagnia” versione Astrolabio, perché sarebbe interessante per fare dei confronti linguistici e vedere gli interventi di Quirino Principe sul testo.

        • Matteo Leoni ha detto:

          Io non ho l’edizione Astrolabio, ma da una ricerca su un vecchio NG italiano su Narkive ho trovato le traduzioni di alcuni nomi:

          Baggins => Sacconi
          Sackville-Baggins => Borsi-Sacconi
          Tuckland => Tuchilia
          Sam Gamgee => Samio Gamigi
          Thorin Oakenshield => Thorinio Ochenscudo
          Brandybuck => Brandibucco
          Boffin => Boffa
          Merry => Felice
          Maggot => Maggiotti

          Evidentemente Principe ha cambiato un bel po’ di cose…

          • Marius ha detto:

            Fosse solo questione dei nomi: Principe cambiò la traduzione radicalmente, quasi da cima a fondo. Il testo continuò a essere attribuito alla Alliata, ma qualunque confronto anche sommario tra i due testi mostra molto bene che quella non era più la sua traduzione.

          • Hieronymus U. ha detto:

            Appunto. Quelli che si lamentano di “Samplicio”, forse non ricordano (o più probabilmente non conoscono neppure) SAMIO GAMIGI. Alla stessa maniera del “tanto amato” Gaffiere, molti nomi erano stati traslati dall’inglese all’italiano su una mera base di assonanza. Ochenscudo, poi, è incommentabile.
            La nuova traduzione (che tra i tanti pregi ha quello di aver fatto scomparire l’insopportabile forma “Pipino”) innesta una marcia in più già nel citato Prologo. Non so se vi sia capitato, ma molta gente che ho conosciuto negli anni mi ha esplicitamente detto di aver mollato “Il Signore degli Anelli” all’inizio per la pesantezza del Prologo o, se non altro, di aver saltato quest’ultimo in tronco. La versione di Fatica si trangugia in qualche minuto.

  20. Anfotero ha detto:

    A “indubbia qualità generale del risultato” sollevo un’obiezione. Io per ora vedo scelte discutibili, di cui una sinceramente inspiegabile in prima pagina: “undicentesimo”? Non è che se Tolkien ha un motivo etimologico per un calco dall’old english allora in italiano si può fare la stessa cosa. Questo è traduttese ed è solo un esempio di roba che accade ovunque. A me poi risulta, ma vado a memoria, che se pure nell’appendice F Tolkien specifica l’etimo di Samwise, esso non sia tra i nomi da tradurre. Il registro delle conversazioni? Ottimo riportarlo all’originale, gli hobbit parlano in modo carino. Ma perché il registro passa dall’aulico al “nunsepo’senti'” da una paragrafo all’altro NELLA PROSA? Ma davvero? Spero Fatica lo abbiano pagato molto, molto poco. Questa roba mi pare indifendibile.

    • Marius ha detto:

      Passa da un registro all’altro anche nell’originale inglese, stati criticando un elemento essenziale dello stile di Tolkien, lo “scalino” dal discorso diretto dei personaggi a quello del narratore, dal discorso diretto a quello indiretto ecc.

      • Anfotero ha detto:

        Non parlo di quello: CERTO che si passa da un registro all’altro se improvvisamente inizia un dialogo.
        Parliamo inoltre di undicentesimo, che sono giorni che mi tormenta. Ho finalmente trovato un riscontro oggettivo e confermo che è un errore. In prima pagina. Perché “undecentesimus” (di cui Fatica ha evidentemente fatto un calco in italiano) significa “novantanovesimo”, non “centoundicesimo”.
        https://en.wiktionary.org/wiki/undecentesimus

        Io trovo che sia una roba indifendibile.

        • Wu Ming 4 ha detto:

          È indifendibile se si assume arbitrariamente l’etimologia sbagliata, certo, e la si propone come un “riscontro oggettivo”.

          Sappiamo che “eleventy-first” è un termine informale, derivato per altro dall’Old English.
          La vecchia traduzione Alliata-Principe non si preoccupava di rendere questa particolarità e, come al solito, traduceva in italiano corretto e corrente: “centoundicesimo”.

          Fatica traduce “undicentesimo”, che non è evidentemente ricalcato sul latino “undecentesimus”, dato che questa parola deriva da “undecentum” < unus + de + centum, letteralmente "uno da cento", quindi appunto 99.

          L'etimologia dunque è un'altra. E cioè, banalmente, la parola è un composto dall'italiano "undici" + "cento". È l'11+100-esimo compleanno di Bilbo. Fatica non ha fatto altro che invertire i numerali rispetto a quello che sarebbe stato l'ordine in italiano corretto, per rendere quell'effetto leggermente straniante che produce nel lettore inglese "eleventy-first".

          Può non piacere come soluzione, ma certo non è un errore.

    • undicentesimo è un gran tocco linguistico ed espressivo, rende bene l’umore da paese allegro in cui le si sparano grosse. è la parola giusta, radicata nella terra come gli hobbit.

    • Francesco ha detto:

      Ed anche qui di “indubbia qualità del risultato” si potrebbe discutere… Io non trovo la nuova traduzione particolarmente scorrevole, come non era farraginosa la traduzione precedente… O quantomeno, era abbastanza scorrevole e piacevole da venire goduta anche da ragazzini di 12-13 anni.
      E questi cambi di registro che dovrebbero essere fedeli ed essenziali: vogliamo notare che dei popolani che non sono in grado di pronunciare “affogato” se ne sarebbero usciti col termine “Veglio” per un rispettabile anziano?

      • Wu Ming 4 ha detto:

        Sul risultato si può discutere ad libitum, per carità, anche perché esiste una percezione soggettiva ineludibile. Ma è altrettanto vero che si può scegliere un brano qualunque del romanzo e confrontare le due traduzioni accorgendosi facilmente che quella di Fatica è più aderente all’originale e *conseguentemente* assai più scorrevole, giacché lo era lo stile di Tolkien. Onore al merito ai ragazzini di 12-13 anni che lessero il romanzo nella traduzione “barocca” (absit iniuria) di Alliata-Principe, tra i quali mi annovero, per altro. Ma i tredicenni di oggi, se mai vorranno affrontare un tomo di mille pagine, hanno indubbiamente un vantaggio rispetto a noi.

        Quanto a “Veglio” è un termine obsoleto che sta per “vecchio” proprio come “Gaffer”, contrazione di “godfather”, è un termine del tardo XVI secolo per “an old man”. Il vocabolario etimologico riporta: “Originally a term of respect, also applied familiarly”.
        Insomma per rendere “Gaffer” occorre una parola italiana antiquata che originariamente suoni reverenziale ma possa essere applicata anche con familiarità.
        A me pare che “Veglio” risponda alla bisogna. Poi è sempre possibile che a qualcuno venga un’idea migliore, eh…

        • Francesco ha detto:

          …Ed anche qui, non penso proprio che i ragazzi abbiano grossi problemi. D’altro canto come nota anche lei i tempi sono cambiati: una “trilogia” come il Signore degli Anelli era una saga molto lunga per suoi tempi, mentre oggi nessuno batte ciglio se anche una serie per bambini come Harry Potter si sviluppa in 7 libri.
          Poi non mi pare che la nuova traduzione sia più scorrevole: molte delle nuove scelte sono del tutto fuori luogo, e questo toglie molto dell’immersione. Ad esempio, Pippin Took (nome indiscutibilmente inglese) e Samplico (nome medioevale italiano storpiato) nello stesso contesto stonano profondamente

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Io ho un presentimento, invece, e cioè che se “non pare” che la nuova traduzione sia più scorrevole è perché non la si è letta. E però se ne sta parlando a iosa. Anzi, non se ne sta parlando, perché si è rimasti fermi a discutere della resa dei nomi.

            Dunque perché la convivenza di Pippin Took e Samplicio Gamgee dovrebbe dare problemi quando quella tra Merry Brandibuck e Pipino Tuc non li dava? Pippin poteva essere reso con Pipino (parola che in italiano gergale sta per una specifica parte del corpo maschile) e il suo cognome con quello di un noto cracker, mentre Samwise non può essere reso con Samplicio (che rievoca precisamente il significato del suo nome e suona assolutamente medievale come lo pseudo-anglosassone Samwise)?
            Perché Meriadoc Brandibuck della Terra di Buck (come se Buck fosse una persona) andava bene e invece Meriadoc Brandaino di Landaino (che è esattamente l’effetto significante ottenuto dall’originale inglese) non andrebbe bene?
            La risposta è semplice: l’abitudine.
            Siamo stati abituati per mezzo secolo a chiamare personaggi e luoghi in un certo modo e non vogliamo cambiare. È legittimo. Ma è un motivo irrazionale.

            Io personalmente nei miei laboratori universitari utilizzo i nomi originali e il testo originale inglese. Quando leggo una traduzione, la leggo in quanto traduzione, cioè consapevole che non ce ne potrà mai essere una sola, una giusta, e sforzandomi di capire la ratio seguita dal traduttore. E il mio consiglio è leggere la traduzione. Tutta. Non soltanto i nomi. Poi tornare qui a discuterne.

  21. Rocco Pier Luigi ha detto:

    Rimandate alla Guide to the Names in The Lord of the Ring, dove dice chiaramente alla prima riga:
    “All names not in the following list should be left entirelyunchanged in any language used in translation”

    E fate lo spiegone sul cambiamento del nome di Samvise , che _non_ compare nella lista ?

  22. Wu Ming 4 ha detto:

    Io credo davvero che la coperta sia corta. Se il principio guida è mantenere le sonorità dei nomi allora si rimarrà sempre frustrati da una traduzione, perché le sonorità sono inglesi (per di più pre-conquista normanna), giammai neolatine. Se invece il principio guida è provare a rendere l’effetto dei nomi in un contesto linguistico neolatino, allora si abbandona la via della sonorità anglosassone per abbracciare quella del significato (giocare il gioco di Tolkien). Ovviamente ci sono diverse vie di mezzo. In certi casi mi pare che Fatica abbia mediato (vedi il caso Baggins/Casa Baggins), ma tendenzialmente ha optato invece per la seconda via, con il conforto dell’autore. Ad ogni modo, nessuna scelta che non sia conservarli renderà mai i nomi originali, bisogna ribadirlo. Poi, un bel giorno, si comincerà anche a parlare della traduzione della lingua e dello stile tolkieniani…

    • Hieronymus U. ha detto:

      “È come un dito puntato in alto verso il cielo. Non ti concentrare sul dito o perderai tutta la gloria del cielo”.

      Si perde tempo sulla resa dei nomi, invece di godersi la scioltezza del testo.

  23. Marius ha detto:

    Comunque ha ragione Wu Ming4, quando questa sterile levata di scudi sui nomi esaurirà la fiammata, finalmente si potrà parlare davvero del valore complessivo della traduzione, ed emergerà che questa traduzione è molto più fedele allo stile di Tolkien, molto più fluida e bella, senza gli inutili appesantimenti e barocchismi a cui il lettore italiano era abituato, per non dire assuefatto.

    • Hieronymus U. ha detto:

      @Marius, esatto. La nuova traduzione perde quel pachidermismo linguistico che ha – uso un termine forte – “ingannato” i lettori italiani per quarant’anni, facendogli credere che Tolkien fosse a parlare in quella determinata maniera. Come dici, si tratta di “assuefazione”, un’assuefazione derivata da decenni di cristallizzazione oppiacea, e passeranno forse anni prima che i lettori se ne accorgano. Mi riferisco ai lettori ancora aggrappati affettivamente alla vecchia traduzione, ma volenterosi e dalla mente aperta. Per quelli che vogliono rimanere rinchiusi nel proprio oppido a scudi serrati, non si potrà mai far niente, ahiloro. Almeno qui si discute finalmente a un certo livello, rispetto ai social, dove si combatte a insulti e numerini.

  24. Mauro Azzolini ha detto:

    Ho cominciato a leggere questa nuova traduzione e sono arrivato circa a metà. Non ho mai letto quella della Alliata e nomi e luoghi della terra di mezzo sono scolpiti nella mia memoria grazie alla versione di Principe. Tuttavia l’essere affezionato a quella non mi sta impedendo di apprezzare le tante modifiche proposte da Fatica.
    Certo ci sono alcuni punti deboli (Forestali è un errore non in termini di resa del concetto, ma perchè sovraccarico di ulteriori significati in italiano) ma i punti di forza sono enormemente superiori.
    Sono d’accordo con chi ha elogiato la capacità di Fatica di offrire al lettore la pluralità di registri di cui Tolkien ha innervato il Signore degli Anelli. La traduzione di Principe aveva appiattito (forse inutilmente) il testo su uno stile aulico e monocorde; affascinante, di certo, ma privo di strati. E sono d’accordo anche con chi ha apprezzato il coraggio di andare a toccare – soprattutto nei nomi – qualcosa di apparentemente sacro (Samvise, Pipino, Gaffiere, ecc.).
    Penso che il merito maggiore di questa traduzione sia quello di avere reso il testo più scorrevole, più comprensibile, più leggero e forse anche più alla portata di tutti.

  25. Raffaele ha detto:

    La traduzione sembra decisamente inferiore , sia sotto il punto di vista semantico (to rule=vincerli? Molto più corretto dominarli) che come adattamento, a quella storica. Si è persa completamente la metrica e le assonanze. Sembra un lavoro fatto per spregio e ricorda il caso Evangeluon/Cannarsi. Se le premesse sono queste ci sarà da citare Fantozzi con la corazzata Potiomkin..

    • Marius ha detto:

      Per “traduzione storica” quale intendi? Quella della Alliata o quella di Principe? Perché non potrebbero essere più diverse. Nonostante i discorsi su «Tolkien approvò la traduzione della Alliata ecc. ecc. ecc.», la traduzione vera della Alliata fu già sostituita molti anni fa, basta confrontare i testi Astrolabio e Rusconi. La traduzione della Alliata non è più sul mercato da una cinquantina d’anni, e molto evidentemente non è stato Ottavio Fatica a toglierla dalla circolazione…

  26. Giuspee ha detto:

    Volevo porre alla vostra attenzione un passo tratto dal secondo capitolo del primo libro della “Compagnia dell’Anello”, ossia “L’ombra del passato”, per sapere la vostra opinione sulla traduzione di un termine in particolare.
    Il brano originale è così: “A mortal, Frodo, who keeps one of the Great Rings, does not die, but he does not grow or obtain more life, he merely continues, until at last every minute is a weariness […]”. Volevo capire cosa pensaste della traduzione di ‘weariness’ di Fatica che recita così: ““Un mortale che detenga uno dei Grandi Anelli, Frodo, non muore ma non cresce né ottiene più vita, si limita a continuare finché da ultimo ogni istante viene in uggia. […]”.
    Secondo voi quel “venire a uggia” (a prescindere da quello che ho letto in alcuni commenti o giudizi sulla forma in sé, a me non dispiace ma pare che se usi una forma che si discosta dall’italiano colloquiale di ogni giorno allora sembra che stai resuscitando un vocabolo del medioevo!) è un’interpretazione corretta? Ho visto in vari vocabolari online inglesi che il termine originale, molto pregnante, ha due accezioni; riporto quelle del Cambridge: 1)”great tiredness” 2) “the state of being bored with something because you have experienced too much of it”. Mi sembra di capire che Fatica abbia optato nella traduzione per questo secondo significato, ma per me lì forse il termine era da rendere più per la stanchezza fisica e mentale dovuta al possesso dell’anello (penso al celebre passo quando Bilbo quando dice di sentirsi “come del burro spalmato su una fetta di pane troppo grande”). Nel Nuovo De Mauro ‘uggia’ sta per “senso di fastidio accompagnato da inquietudine; noia, tedio”. Ma è quello che si prova a furia di avere da tanti anni l’anello, come Gollum ad esempio?
    Sono curioso dei vostri pareri, magari Fatica ha azzeccato il senso e io l’ho mal interpretato.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Proprio in base alla tua ricostruzione di significato, “uggia” ci sta.

      Certo è un termine arcaico, ma si riferisce evidentemente al tedio di vivere, in questo caso vivere una vita sempre più rarefatta, lontana dalla luce, tanto più lunga quanto più priva di felicità (il burro spalmato sulla fetta di pane troppo grande, appunto). È la seconda accezione del Cambridge Dictionary per “weariness”:
      “the state of being bored with something because you have experienced too much of it”.

      Chiedi se si addice a Gollum? Io credo di sì. Mi vengono in mente almeno due passi in cui questa cosa emerge.
      Uno è il celebre passo de “Lo Hobbit” – uno dei più belli, a mio avviso -, quando Bilbo grazia Gollum, proprio perché si specchia in lui, vede in lui il proprio “what if”, e ha un moto di pietà:

      “A sudden understanding, a pity mixed with horror, welled up in Bilbo’s heart: a glimpse of endless unmarked days without light or hope of betterment…”.

      L’altro – altrettanto bello – è invece uno sguardo esterno su Gollum, quello del narratore nel “Signore degli Anelli”, quando il personaggio improvvisamente appare sotto una luce diversa:

      “For a fleeting moment, could one of the spleepers have seen him, they would have thought that they beheld an old weary hobbit, shrunken by years that had carried him far beyond his time, beyond friends and kin, and the fields streams of youth, an old starved pitiable thing.”

      Anche qui torna la parola “weary”, che evidentemente si riferisce proprio alla stanchezza di vivere, al tedio esistenziale di una vita troppo lunga e malamente consumata.

      • Giuspee ha detto:

        Innanzitutto grazie mille per la celere risposta. Devo ammettere che non ricordavo quei passi (segno che è tempo di rileggere non solo “Il signore degli anelli” ma pure il “Lo Hobbit” e il resto!), né li conoscevo in lingua originale (mi ha colpito ritrovare “weary” nel secondo brano), pertanto mi rendo conto ora che la soluzione di Fatica possa esprimere bene il senso della parola del testo originale. Oltretutto, qualche riga più avanti del brano che ho citato nel precedente commento, si trova pure questo in riferimento a Bilbo che possiede l’anello: “Though he was getting restless and uneasy”, tradotto da Fatica come “Anche se stava diventando irrequieto e turbato”. E anche questi sentimenti si adattano bene all’uggia più che alla mera stanchezza.
        Grazie ancora per questo scambio di vedute, è stato molto interessante.

  27. Andrea ha detto:

    Trovo che la nuova traduzione sofrra di un problema di base: lo scopo. Questa traduzione, molto dichiaratamente, non è stata fatta per rendere fruibile in italiano un testo in inglese, è stata fatta per svincolare dal dalla suo collocazione fantasy un’opera e portarla nel mondo dei “grandi romanzi”. La causa forse è una certa frustrazione nel rapportarsi al resto della letteratura, frustrazione di cui mi pare, fortunatamente, il grosso dei lettori non soffra. La traduzione non può essere sbagliata, essendo Fatica un professionista, ma l’indirizzo che gli è stato dato credo porti ad errori, sia di lessico che di forma. Mi stupisce (o forse no) che tutte le discussioni sui termini o sulle traduzioni di frasi specifiche terminino con “ma Fatica è stato più fedele al testo originale” anche quando questa evidenza non c’è; i riferimenti alla guida ai nomi usati solo quando fa comodo, l’araldica tirata in ballo nelle insegne delle taverne, parole inglesi che non esistono nell’OED ma poi invece in quaranta secondi di google si trovano…
    Vedendo i commenti di Wu MIng 4 mi pento di avergli dato un certo credito, dopo l’ottima lettura di “Difendere la Terra di Mezzo”.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Solo a scanso di equivoci, Andrea, una precisazione: i miei commenti in questo thread sono ricostruzioni (più o meno plausibili) di come Fatica ha lavorato, ovvero mie ipotesi e interpretazioni del suo lavoro sul testo. Io non sono un traduttore, non conosco a menadito l’OED, non saprei dirti se le mie ipotesi possono trovare conferma o no. Tanto meno sono sovrapponibile a Fatica, a Bompiani, o all’intera operazione editoriale, che è stata gestita inevitabilmente dall’editore, dai redattori, e dal traduttore. L’AIST (e non nella mia persona) ha avuto soltanto un ruolo di consulenza.

      Detto questo, può darsi che per te fare ritradurre il più famoso romanzo di Tolkien da un traduttore letterario esperto, dopo che per mezzo secolo ci siamo tenuti una traduzione fatta da una dilettante, editata da un musicologo prevalentemente traduttore dal tedesco che non conosceva Tolkien, rivista e rammendata dalla STI, non sia uno scopo nobile. Per qualcuno invece ce n’era bisogno.
      Quanto agli errori di lessico e di forma – con l’eccezione dell’ormai stigmatizzato “Forestali” – direi che sono opinabili.

    • Marius ha detto:

      Nel corso degli anni un sacco di lettori che conoscevano il testo originale del SdA hanno manifestato frustrazione e anche tristezza per la sua versione italiana. Di più: quella versione è stata rimaneggiata due volte, prima da Quirino Principe, poi dalla stessa Società Tolkieniana Italiana, per proivare a “rimetterla in carreggiata”, correggendone la forma traballante, l’infedeltà stilistica, i barocchismi trash, le centinaia di errori che erano rimasti anche dopo la riscrittura di Principe. Errori che messi in fila formano un pdf di oltre cinquanta pagine:
      https://www.jrrtolkien.it/wp-content/uploads/2013/01/erroriSdA.pdf
      Evidentemente, non tutti la pensavano né la pensano come Andrea, che, a nome dei lettori tutti, dichiara “ignobile” l’idea di ritradurre l’opera. Io, in quanto lettore, di certo gli ritiro tale delega.

      • Norbert ha detto:

        Marius, mi permetto una piccola correzione riguardo le “modifiche apportate dalla STI” , perché “io c’ero”.
        Verso il 2000 Bompiani si accorse che le lastre di zinco usate per la stampa si stavano usurando e la qualità della _stampa_ era, quindi, in netto peggioramento. Chiese alla STI di digitalizzare (leggi battere al pc) l’intero libro, con l’incarico di correggere i soli typo (Ricordo un Tulin per Turin). Finita tale opera furono raccolte, da noi “digitalizzatori”, una serie di proposte di correzione. La maggior parte *non* fu accolta, si disse da Principe stesso. A memoria, sicuramente, i “Vagabondi” divennero troll (come nell’originale inglese) e gli “orchetti” furono tramutati in “orchi” . Fu corretto un errore sulle regole di pronuncia e fu tradotto correttamente “Speak _friend_ and enter” ma una occorrenza sfuggì, quindi la stessa frase venne riportata sia con il corretto “dì amico ed entra” ma anche con il precedente (ma errato) “dite amici ed entrate”.

        Il file degli errori che citi riguarda, quindi, la “versione più recente” del testo, ovvero quella con Orchi e Troll

        • Marius ha detto:

          Hai ragione, da come l’avevo formulata non si capiva che quelli sono gli errori _rimasti_ nella traduzione che i novelli pasdaran difendono con le unghie e coi denti dal malvagio Fatica.

  28. Paolo ha detto:

    Vorrei fare alcune considerazioni più in generale. Credo che molte delle critiche si siano rivolte verso l’obiettivo sbagliato. Il problema non è il traduttore ma la casa editrice. La Bompiani ha i diritti esclusivi sull’opera per l’Italia. Il risultato è che decidere per una nuova traduzione appare (e per me lo è) come una sostituzione della precedente. Non credo che si continueranno a stampare entrambe le versioni ed è questo che a molti fa problema (anche a me). Se come succede per tanti altri classici le due versioni continuassero ad esistere contemporaneamente non ci sarebbe nessun problema: ognuno leggerebbe quella che preferisce. Inoltre c’è un mondo di lettori e appassionati abituato a certi nomi e toponimi (giusti o sbagliati che siano) che si ritrovano spaesati senza che nella nuova edizione ci sia una nota del traduttore (perlomeno nell’ebook non c’è) e nemmeno una mappa per orientarsi. Le critiche erano certe non probabili. Se quello che stanno facendo i difensori del nuovo traduttore avesse avuto uno spazio anche minimo nella nuova edizione sarebbe stato un segno di professionalità e soprattutto rispetto verso i lettori. A me l’operazione della Bompiani (non parlo del traduttore) sembra raffazzonata, volgarmente superficiale di cui non si capisce bene l’obiettivo, certo non dare risalto a Tolkien.
    Il mio punto di vista è che una nuova traduzione andava certamente affrontata ma la complessità dell’operazione e l’ampio target a cui si rivolge richiedeva scelte più meditate ad esempio affidare la traduzione ad un team piuttosto che ad un singolo traduttore. I piani di lettura del Signore degli Anelli sono molteplici e una sola persona non può tenerli sotto controllo tutti… a meno che non si chiami J.R.R. Tolkien 🙂

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Paolo, solo una specificazione rispetto a quello che dici: Bompiani ha offerto ad Alliata di rieditare la sua traduzione con tanto di nota della traduttrice e lo ha comunicato a mezzo stampa tramite una dichiarazione della direttrice editoriale Beatrice Masini. Cito dalla sua dichiarazione di qualche mese fa:

      “È dunque compito della casa editrice intraprendere la via di una nuova traduzione dopo cinquant’anni dalla prima. L’abbiamo annunciato, invece che agire in silenzio, proprio perché questo non escludeva e non esclude il mantenimento della traduzione storica in catalogo. Abbiamo proposto a Vittoria Alliata non solo di rinnovare il contratto di traduzione (scaduto di recente e per una svista non immediatamente rinnovato) ma anche di rivedere il suo lavoro, com’è giusto fare dopo tanti anni, in vista di una nuova edizione, e non abbiamo ottenuto alcuna risposta certa da parte dei suoi legali; un confronto diretto non è mai avvenuto perché non è mai stato accettato.”

      Qui il pezzo integrale:
      http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/leditore-bompiani-nessuna-lettura-ideologica-jrr-tolkien-1629525.html

      A quanto io sappia, per il momento la proposta Bompiani non è ancora stata accettata. E se non verrà accettata certamente la “sostituzione” avverrà per forza di cose, perché i diritti della traduzione Alliata sono scaduti e senza rinnovo, Bompiani non può continuare a ristamparla. Ma se questo dovesse avvenire non sarà appunto per volontà di Bompiani.

  29. Niccolò farina ha detto:

    La poesia, fatica ha voluto evitare la ripetizione di mortale/morte? Bella mossa, peccato che in originale quella ripetizione e ridondanza ci sia, ergo il toglierla è voler modificare il senso che l’autore aveva inserito in quelle parole, poi, parliamo di fato crudele, la morte nel mondo creato da tolkien è un done fatto agli uomini, che loro non lo vedano così è un conto, ma resta sempre un dono, la poesia vuole dare il senso dia di angoscia che di dono, ergo mettere fato crudele toglie tutto il significato “buono e che rimanda al dono”, lasciando solo quello “cattivo”. Inoltre cambiare l’ordine delle frasi per creare una rima è veramente stupido e solo un traduttore inetto lo farebbe, viene omessa la parola anello, parte importantissima della poesia, perché è riferito all’unicità del Anello del potere,togliendo quella parola , quella ripetizione, sembra si stia parlando di un anello qualsiasi, in più a mordor le obre giaggiono, non si celano, giacciono è un termine perfetto, tutti una volta sapevano cosa ci fosse a mordor, la poesia non è mica stata scritta in tempo di pace , dove solo pochi elfi rimasti in vita da quella battaglia si ricordano gli orrori, ergo celano è un termine sbagliato. In conclusione, come si fa ad accettare una traduzione dove il traduttore ci mette del suo e cambia di proposito il senso e l’ordine delle frasi per obbiettivi personali?

    • Marius ha detto:

      Tutti grandissimi filologi.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      La ridondanza “mortali/morte” (o “mortali/morire”, nella vecchia traduzione) è evidentemente lessicale-fonetica. In inglese “mortal/die” non presenta questo problema.

      Verissimo che la morte degli Uomini in Tolkien è sia un destino crudele sia un dono, ma allora questa obiezione si sarebbe dovuta muovere anche ad Alliata/Principe nel mezzo secolo che abbiamo alle spalle, dato che la loro resa era altrettanto connotata negativamente di quella di Fatica. Loro traducevano: “che la triste morte attende”. Fatica traduce: “dal fato crudele”. Siamo lì. Stesso concetto. Però improvvisamente i filologi del web decidono che Fatica si è preso una licenza eccessiva. Si vede che nel mezzo secolo scorso erano in tutt’altre faccende affaccendati.

      Per i traduttori di poesia del web, l’inettitudine di Fatica consisterebbe nell’avere cambiato l’ordine di un verso per creare una rima… Vedi sopra: anche Alliata-Principe modificavano delle cose: nella loro versione il cielo “risplende”, le sale diventano “rocche”, il trono diventa una “reggia”, le Ombre (plurale) diventano “l’Ombra cupa” (concetto generale astratto con tanto di aggettivo ridondante). Su tutto questo nulla da eccepire nel mezzo secolo scorso. Lo scandalo è adesso.

      Che poi reiterare la parola “Uno” con la iniziale maiuscola equivalga a fare riferimento a “un anello qualsiasi”, suvvia, è insostenibile. Si contesti piuttosto la poca aderenza all’originale, laddove Tolkien ha voluto usare un’anafora di due parole (“One Ring”) e invece Fatica di una parola sola (“Uno”). Questa almeno è un’obiezione con un minimo costrutto.

      Non è dato sapere in base a quale assioma “giacciono è un termine perfetto”. Giacere è anche sinonimo di essere morti, ma non è quello il senso, evidentemente. Quel “lie” va interpretato. Perché le Ombre a Mordor dovrebbero “giacere” e non piuttosto “mentire” o “celarsi”, tutte accezioni possibili? Alliata/Principe provavano addirittura a renderla con “scende”, Fatica con “si celano”. Ma non sono certo scelte queste che stravolgono il senso della poesia, suvvia…

      Chiunque abbia provato a leggere poesia in traduzione sa perfettamente che ogni traduttore modifica l’originale, in base alla propria sensibilità e perizia stilistica. Vale per Alliata/Principe, vale per Fatica, come per chiunque altro. Quali sarebbero poi gli “obiettivi personali” di Fatica, a parte tradurre Il Signore degli Anelli – non è dato sapere…

  30. Giuspee ha detto:

    Faccio un altro commento, questa volta riguardo a una parte di poesia e non di prosa: mi riferisco alla prima strofa della canzone della “Via” che Bilbo intona lasciando Casa Baggins (siamo nel libro I, capitolo primo “Una festa attesa a lungo”). Premetto che non so come venga tradotta interamente, né a parte la poesia dell’Anello ho letto altri versi tradotti da Fatica in questo libro.
    Volevo chiedervi un opinione sulla resa di questi versi, in particolare sulla metrica (a prescindere quindi dalla struttura rimica alternata). In originale, correggetemi se sbaglio, Tolkien adotta qui il tetrametro giambico; sembra a voi, come a me, che Fatica abbia usato dei decasillabi (alcuni mi sembrano così, altri magari giocando sul non considerare certe sinalefi da novenari possono passare a decasillabi). Magari facendo il parallelo col fatto che il pentametro giambico è il verso principe della poesia inglese, come da noi l’endecasillabo, Fatica qui ha usato dunque il metro inferiore di una sillaba. E’ una ipotesi, ma non so quanto valida. Attendo curioso le vostre idee a riguardo.
    Ovviamente chi è avanti e ha già letto altre poesie (Norbert citava quella di Luthien, ad esempio) può dirci se ha ravvisato altri schemi metrici uguali o se la lunghezza dei versi all’interno di un componimento varia per esigenze di traduzione.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Giuspee,
      personalmente io non sono così esperto di scrittura poetica da poterti rispondere, ma credo che questa sia una di quelle domande che andrebbero girate a Fatica, il quale è anche poeta (le sue raccolte sono pubblicate da Einaudi). Presto o tardi bisognerà scrivere un articolo su questo blog specificamente sulla resa delle poesie tolkieniane presenti nel SdA, in cui trattare anche gli aspetti di cui parli.

  31. Marius ha detto:

    Cosa c’è di più infantile del cercare di condizionare la ricezione del lavoro di Fatica con una valanga di recensioni fake su Amazon?
    https://www.amazon.it/compagnia-dellanello-Signore-degli-Anelli/dp/8845299198/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=1FL9DVFJIRVP1&keywords=la+compagnia+dell%27anello&qid=1573311134&sprefix=La+compa%2Caps%2C160&sr=8-1
    Davvero, i detrattori un tanto al chilo stanno dando una prova di maturità che nemmeno all’asilo Mariuccia.

    • Giuspee ha detto:

      Anche su IBS stessa cosa e anche su Goodreads mi è capitato di leggere un breve commento di disgusto sulla traduzione. Oh tutti velocissimi a leggere il libro in una manciata di giorni, sarò io il bradipo. 😀

      Io spero solo che Bompiani non si tiri indietro dal pubblicare i restanti volumi e non dia retta a questa massa di provocatori (non so come altro chiamarli, visto che quasi tutti non portano un solo argomento che esuli dalla pura soggettività a giustificare il loro scontento).

    • Hieronymus U. ha detto:

      @Marius. Sarebbe bello vederne una su una fascetta in una prossima edizione, sullo stile di Wu Ming con Altai e la “boiata pazzesca”. Il livello delle critiche è quello, se non addirittura peggiore.

    • Francesco ha detto:

      Non credo siano recensioni fake. Personalmente più scopro cose nuove su questa traduzione più rimango sconcertato. Tra una Galadriel che si sminuisce, un Mirolago che diventa Speculago, il Monte Fato che diventa Montagna Fiammea, i già citati Forestali, Brandaino, Circonvolvolo ecc mi pare che il numero di scelte “discutibili” sia veramente elevato.

      Da che ho capito, la risposta media alla nuova traduzione è “Non esiste una maledizione in Elfico, Entese o nelle lingue dell’uomo per una tale perfidia” con accenni di “Burarùm”… Concordo

      • Giuspee ha detto:

        Sì ma la vogliamo finire di dire inesattezze? Il Monte Fato non è diventato Montagna Fiammea nella nuova traduzione; al massimo il precedente “Montagna di Fuoco”, che rendeva l’elfico ‘Orodruin’, è stato reso in quel modo. Poi a ciascuno può piacere di più o meno, ma non alimentiamo false informazioni, per favore.

        • Francesco ha detto:

          Tradurre Mount Doom in “montagna di fuoco” è un errore macroscopico.
          Inoltre ho scoperto che è spuntata un “Occidenza”, che per me suona come una immensa pernacchia.

          Vede, Fatica è un traduttore molto “ingombrante”, avevo già avuto modo di provarlo con un altro autore che amo, Melville. Anche in questo caso si è sentita tantissimo la sua mano, con una traduzione ancora più pachidermica di quella di Pavese che avevo già letto. Ma in Melville le sue scelte erano del tutto appropriate (riempie il testo di termini marinareschi desueti, come in “Primo Comando”) ed il lavoro ha funzionato. In Tolkien, decisamente no.

          • Giuspee ha detto:

            Scusi ma legge quello che scrivo o batte i tasti solo per alimentare polemiche? Mount Doom è rimasto Monte Fato nella nuova traduzione, fatto che sa uno che ha aperto il nuovo libro. Dove sarebbe il macroscopico errore di tradurre l’aggettivo “fiery” del sostantivo “mountain” come “fiammea”? Penso Fatica abbia voluto lasciare due parole come nel nome inglese, con l’aggettivo al posto del complemento di specificazione.
            Per quanto riguarda “Occidenza”perché dovrebbe suonare più pernacchia di “Ovesturia”? Si entra nel soggettivo, visto che mantiene l’elemento cardinale.

            Sul Fatica traduttore di Melville non mi esprimo perché non ho mai letto Moby Dick (peccato gravissimo, questo sì) né in originale né in altre traduzioni. Certo che sentire la parola pachidermica accostata a Fatica, mentre il precedente adattamento Alliata/Principe l’ha definito “interessante e ragionato” fa sorridere, quando dovrebbe essere quest’ultimo ad essere descritto come pachidermico.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Quello che Giuspee ha scritto è che Fatica *non ha tradotto* Mount Doom con Montagna Fiammea.
            Confermo: nella traduzione di Fatica “Montagna Fiammea” traduce “Fire-mountain”, non Mount Doom. Nella foga anti-Fatica si stanno facendo circolare anche panzane, che nessuno si prende la briga di verificare. È la dimostrazione che le critiche vengono mosse da persone che NON HANNO LETTO la traduzione di Fatica, e fondamentalmente stanno facendo le pulci sulla nomenclatura (nel caso in questione pure “pulci” inesatte).

          • Marius ha detto:

            «Francesco» scrive:

            «Tradurre Mount Doom in “montagna di fuoco” è un errore macroscopico.»

            Ergo, «Francesco» è uno di quelli che non ha letto la nuova traduzione ma la stronca a vanvera.

          • Marius ha detto:

            Ho anche il sospetto che fino a poco tempo fa «Francesco» non avesse la minima idea di chi fosse Fatica, e che non abbia letto nessuna sua traduzione, altro che Melville e paragoni tra la versione di Pavese e quella nuova… Questi sono dei cacciaballe seriali, hanno visto il video sciocco di uno iutùber e orecchiato due o tre nomi “inusuali”, e ora millantano di aver letto l’intero libro, ma li si sgama fin troppo facilmente.

        • Francesco ha detto:

          Le rispondo qui perchè sotto non mi è possibile. Avendo trovato la critica a “Montagna Fiammea” in più di una fonte diversa, e non avendo ipotizzato un bieco complotto contro Fatica, avevo dato credito alla voce. Se è errata, me ne scuso.

          Ammetto di aver letto di prima persona solo il materiale pubblicato online, come l’anteprima su Kodo – dove ad esempio il traduttore che ha accusato la traduzione Alliata/Principe di “500 errori per pagina per 1500 pagine” si pianta immediatamente alla prima riga: “Concerning Hobbits” (plurale) diventa “A proposito di Hobbit” (singolare), per poi tornare al plurale un paio di righe dopo.
          Con buona pace della “indubbia qualità” di una traduzione che sarebbe “Più fedele all’originale”…. Se posso, risparmio 20 euro ed attendo il giorno in cui la troverò in biblioteca.

          Noto inoltre che Marius si è già gettato in attacchi ad personam. Lo ringrazio dell’attenzione e mi tengo rispettosamente alla larga.

          • Giuspee ha detto:

            Sono contento abbia riconosciuto il suo errore e si sia scusato. Purtroppo in questa storia, come già detto in altri commenti sopra, molte volte stanno circolando inesattezze da alcune persone, che però si espandono a macchia d’olio, rilanciate da altri che non controllano la veridicità di ciò che diffondono (ma questo purtroppo non è limitato al solo caso in questione, ma ad argomenti ben più seri).
            Segnalo che si può già trovare nel circuito delle biblioteche online MLOL, in formato digitale (io stesso la sto leggendo, ancora per qualche giorno, da una copia presa lì).

            Riguardo a quella svista sul titolo del primo capitolo del Prologo, l’avevo notato pure io e spero sia un refuso che presto verrà corretto nelle successive ristampe, mi pare strano sia un errore di traduzione di Fatica.
            Comunque a proposito di quella dichiarazione di Fatica: ovvio che fosse un’iperbole (per quanto magari se la sarebbe potuta risparmiare), in molte frasi i termini delle traduzioni combaciano e porzioni di frasi hanno la stessa resa; tuttavia noto spesso che, in maniera altalenante, se magari per un capoverso non ci sono pecche da segnalare nel duo Principe/Alliata, poi ci sono capoversi abbastanza pieni di “raddoppiamenti”, aggiunte, omissioni, libere riscritture, errori d’interpretazione ecc. insomma come se fossero concentrati tutti lì in un colpo solo. Io piano piano sto annotando la copia del 2002, così magari se un giorno uno vorrà fare un confronto serio sulle due traduzioni, gli segnalerò diversi punti da leggere con attenzione.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Ehm… Francesco, ma “A proposito di Hobbit” ha un significato plurale. È come se dicessi “A proposito di Elfi” anzichè “A proposito degli Elfi”. Il significato è esattamente identico.
            Questo non solo non è un errore, ma non è nemmeno un’imprecisione, è solo un modo millimetricamente diverso di dire la stessa cosa.

            Quindi hai aggiunto a un errore fake, captato sul web, la segnalazione di una cosa che non è un errore. Ribadisco: leggi la traduzione (quando arriva in biblioteca, per carità), e poi riavvicinati pure, se vuoi. A Marius tiriamo le orecchie noi, non ti preoccupare. Qui non vogliamo trascendere i toni, non siamo mica su Facebook 🙂

  32. PAolo ha detto:

    Passolungo il forestale al posto di Grampasso il RAmingo e Merry Brandaino da Landaino. Non ci sono parole.

  33. Paolomac ha detto:

    Scusate se forse vado un po’ fuori tema, ma vorrei…ringraziarvi tutti!
    Da qualche giorno scorro tutti i commenti, ricarico la pagina per scoprirne di nuovi, e leggo in ciascuno innanzitutto la stessa passione per uno scrittore che abita nel nostro cuore – in ogni cuore: dal padrone di casa Wu Ming 4 che con pazienza ed equilibrio esprime con garbo il perché questa…”fatica” abbia un senso, e meriti di essere valutata senza pregiudizi; a chi proprio non riesce ad accettare che personaggi da tanti anni familiari assumano nomi che gli sembrano improbabili; a chi come Marius difende con ardore la nuova traduzione – anche con vigorose argomentazioni dialetticamente aspre – ma sempre con civiltà e rispetto.
    E questo mi sembra fantastico.
    D’altro canto io credo che tutti coloro che come noi amano profondamente Tolkien condividano qualcosa di profondo, abbiano in comune un “sentire” che resta, al di là dei più che legittimi alterchi dialettici.
    Personalmente, credo che ci sia nell’aria – nell’aria di questi giorni – qualcosa che tende a ridurre la complessità, a semplificare qualsiasi opinione, e che – con un inopportuno manicheismo – ci spinge spesso a percepire solo il bianco ed il nero.
    Penso invece che sia possibile che, pur rimanendo perplessi davanti ad alcune scelte di nomi o toponimi (e io talvolta lo sono), si apprezzi allo stesso tempo lo sforzo di sfrondare il testo precedente da barocchismi che in effetti erano frequenti nella traduzione che abbiamo comunque amato (“vile e ignobile creatura” ?!).
    E credo che Fatica possa aver commesso errori, ma aver comunque raggiunto un risultato importante.
    Magari la “poesia dell’anello” è resa in una forma che non condividiamo, ma vale la pena di andare avanti e di percepire nel suo complesso lo sforzo del traduttore – che poi magari più avanti potrà dirci il perché di certe scelte – o forse no, poiché ha già parlato attraverso il suo lavoro.
    Con questo spirito sto cogliendo come un dono prezioso, inatteso e per questo accolto con gioia l’occasione di rileggere, meditare, approfondire, un libro così amato.
    Più avanti forse potrò esprimere valutazioni più meditate, ma già questo è un motivo di ringraziamento.
    Un saluto, e, ripeto, un sincero ringraziamento a tutti.

  34. Giuspee ha detto:

    Segnalo, ancora dalla lettura del capitolo “L’ombra del passato”, un nome di luogo che speravo Fatica riportasse alla prima versione: mi riferisco ai “Gladden Fields” dove Isildur cadde nell’imboscata degli orchi; rimane infatti “Campi Iridati” come da recenti edizioni. Voi preferite questa traduzione o “Campo Gaggiolo” com’era prima (ovviamente restituendo la i al fiore!)?

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Personalmente non ho una marcata preferenza, dato che sono praticamente sinonimi. Forse, trattandosi del luogo di una celebre battaglia, il nome Campi Iridati, oltre a mentenere il plurale come nell’originale inglese, suona un po’ più evocativo. Campo G(i)aggiolo ha un ché di ridicolo…che vedrei più appropriato magari per la Contea che per il Rhovanion.

    • Francesco ha detto:

      La traduzione “Campo Gaggiolo”

    • Francesco ha detto:

      Chiedo scusa per la doppia risposta:
      La traduzione “Campo Gaggiolo” è esatta (“Gladden” è l’Iris di palude, cioè il Gaggiolo).
      “Campi Iridati” è una traduzione inesatta. “Iridata” con il significato “degli Iris” è un uso poco comune, iridata nell’uso comune è “variopinta” o “con i colori dell’iride”, cosa che non è coerente con il luogo descritto (una palude). Inoltre “iridata” ha una connotazione positiva (“la coppa iridata”, “la magliai iridata”) del tutto inappropriata per la vicenda descritta.

      Qui come in quasi tutti gli altri luoghi avrei preferito la vecchia traduzione Alliata/Principe, o (mia scelta personalissima) avrei tenuto il nome non tradotto: “Gladden Fields”. Gli esempi sono tanti: “Colle vento” è meglio di “Svettavento”,”Il Bosco Atro” è minaccioso, “Boscuro” è un nome da Melevisione. “Le terre selvagge” rendono molto meglio di “Selvalanda”, che mi suona come “fantabosco”.

      • Giuspee ha detto:

        Ricordiamoci però la i in gaggiolo! 😀
        Sul motivo della connotazione positiva per scartare il vocabolo non mi ci trovo però d’accordo, non è secondo me quello il punto per cui discutere dell’uso d’iridato; trovo più sensata la critica sulla non comune associazione dell’aggettivo al fiore. Però la risposta di Wu Ming 4 mi ha persuaso che forse Fatica ha davvero optato per un nome più evocativo (e già presente).

        Sono curioso: quali sono i nomi della nuova traduzione che ha gradito?

        • Francesco ha detto:

          In realtà quasi nessuno. Sono il primo ad ammettere che esista un fattore “abitudine”, di cui però un traduttore esperto come Fatica ed una casa editrice non alle prime armi dovrebbe essere perfettamente consapevole, e che dovrebbe lavorare per minimizzare. Qui stiamo parlando di un capolavoro e di una traduzione che sono patrimonio comune di milioni e milioni di persone – questo dovrebbe indurre a lavorare di cesello, non di ascia.
          Quindi i cambiamenti dovrebbero essere minimi e solo nell’essenziale. Esempio: anche dove la nuova traduzione è formalmente impeccabile (Farfaraccio per Butterbur, dalle mie parti la pianta è “Farfallaccio”) e la versione originale è bruttina (Cactaceo), ci si scontra comunque con un nome che suona inappropriato (quella brutta ripetizione Far-Far con desinenza -accio), che porta alla mente uno smilzo brigante in una vicenda boccaccesca, non un rubizzo oste. Anche in questo caso, come in Gladden Fields, sarebbe stato molto meglio lasciare l’originale.
          Nelle mie letture (primo capitolo) e nei miei ascolti (numerosi video e podcast) ho trovato che la nuova traduzione cambia dove non ce n’è bisogno (Acquariva per Lungacque per Bywater: cosa cambia?), peggiora alcuni suoni (il già citato Circonvolvolo, la Marcita, Svettavento, Selvalanda) rendendoli infantili o brutti, e si getta in pasto ai Troll (o Vagabondi che dir si voglia) senza guadagnare nulla con scelte poco felici di cui abbiamo già discusso. Ad esempio: Samwise ha già un suono molto più nobile di Sam, mentre Samplicio è un tonto sempliciotto e Sam no. Così quando il personaggio evolverà da Sam Gamgee a “Samwise il grande, l’eroe dell’era”, l’aggiunta della parte “Wise” si tradurrà nell’aggiunta della parte “Plicio”, con relativa risposta “E sti C@zzi?”
          E non sono dettagli: provi ad immaginare la scenda del film dove gli Hobbit arrivano a Brea: la fuga dai Nazgul, l’arrivo nella città sporca, la pioggia, le facce unte. Arrivano alla locanda, con l’insegna che sbatte nel vento. Sottotitolo: “IL CAVALLINO INALBERATO”… Noti immediatamente come siamo passati da una scena drammatica e colma di tensione ad una burletta, rovinando del tutto l’effetto. Poi entrano ed invece di un Ranger si trovano davanti un Forestale…
          A questo aggiunga che moltissime voci abbastanza univoche hanno sottolineato come la nuova traduzione sia meno scorrevole della vecchia, ed il quadro è chiaro.
          Vede, non parliamo della venuta dell’Anticristo o di un CannarsiGate 2.0. Ma se diamo voto 10 alla versione in lingua originale, la traduzione Alliata/Principe prende un 9, e la traduzione Fatica 7,5.
          Brutta? No (Beh, in parte si). Meglio della precedente? No.
          E’ la Gioconda, ma la Gioconda riflessa in uno specchio e con un paio di baffi.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Eh, però, Francesco questi voti scolastici li stai assegnando ancora una volta esclusivamente sulla base dell’analisi della resa dei nomi. Quando parli della prosa, parli per sentito dire (“moltissime voci abbastanza univoche hanno sottolineato…”).
            E invece in rete si iniziano a leggere pareri positivi. E io sono convinto che andranno aumentando con il passare del tempo e l’abbassamento del livello di adrenalina.

            Rispetto ai nomi, ancora una cosa: non è che una nuova traduzione “cambia dove non ce n’è bisogno”, perché la nuova traduzione viene fatta sulla base dell’originale e non modificando la vecchia. È un’altra traduzione. Può piacere o non piacere, ma non va a modificare proprio niente.

            Ancora più nello specifico: Sam non evolverà mai in “eroe dell’era”. Quella è la visione che lo tenta e a cui lui resiste, proprio perché è un animo semplice e non superbo. Il suo comportamento è perfettamente riassunto dal suo nome, perché – cosa di cui Tolkien era assolutamente convinto – i nomi sono storie, le storie che raccontano chi siamo. Rendere più espliciti i nomi dunque risponde precisamente a un’esigenza che connota alla radice la poetica di Tolkien.

            Su Farfaraccio mi sembra che le tue considerazioni siano molto soggettive. A te fa pensare a un brigante boccaccesco, a me no. Fine della discussione, davvero poco interessante. Mentre si potrebbe dire che Cactaceo fa pensare ai cactus e a una flora non propriamente associata a Bree, ma piuttosto a pianure aride e desertiche. Però di questo non ci si è mai lamentati, ce lo siamo tenuti per mezzo secolo, salvo poi scandalizzarci per quel “inalberato” che rende “prancing”. I cactus a Bree andavano bene, ma inalberarsi non si può.

            Su Forestale e Circonvolvolo è stato detto a iosa e lì a me pare invece che gli argomenti siano già più oggettivi. Withywindle ha la radice ripetuta “wi-wi-” che rimanda a “willow” e che doveva essere mantenuta, dato che i salici sono i protagonisti di quel paesaggio e di quell’episodio. Tutta la vita il Sinuosalice di Alliata-Principe, quindi; “Forestale” non ci sta, non solo perché fa venire in mente le guardie forestali, ma anche perché non è necessariamente nelle foreste che i Dunedain si muovono (Ramingo era forse preferibile, certamente più evocativo, anche se non perfetto).

            Poi il tuo declassamento finale di Dalì aprirebbe tutt’altro “flame”…

          • Giuspee ha detto:

            Marcita io lo trovo ben riuscito invece, dà quel tocco giusto che possiede il nome originale. Marish se non erro è un vocabolo inglese arcaico che significa palude; perciò, come suggeriva a suo tempo il sito (che oggi non c’è più) Bracegirdle.it, si poteva rendere o con una parola arcaica o dialettale per dare quel senso di parola non quotidiana. Fatica è andato in questa direzione scegliendo una voce dialettale lombarda per un tipo di campo coltivato con una forte irrigazione che lo rende acquitrinoso (così dice il dizionario Treccani). Lo vedo come un miglioramento rispetto a un comune “le paludi”.

          • Marius ha detto:

            Su Amazon si vede subito la differenza tra chi sta facendo “fuoco di sbarramento” preventivo con le truppe cammellate istruite a mettere una stellina e chi invece recensisce dopo aver letto ed entrando nel merito:
            https://www.amazon.it/product-reviews/8845299198/ref=?ie=UTF8&filterByStar=five_star&reviewerType=all_reviews&pageNumber=1#reviews-filter-bar

  35. Cristina ha detto:

    Ho letto con attenzione e una punta di godimento, a volte, tutti i Vs commenti, capendo tante cose (la mia edizione è ovviamente Bompiani, Quirino Principe, quindi se a volte faticavo per appassionarmi – stile aulico e monocorde- altre mi ha comnmossa – la carica dei Rohirrim – )la prima tra le quali è che se una traduzione serve a quelle come me che non leggono fluentemente in inglese, allora sono persa. Fatica sarà il più grande traduttore italiano, in qualche commento mi avete incuriosita la dove si dice che il testo è più scorrevole, e se sanguinerò dagli occhi per Samplicio e Cavallino Inalberato, porterò pazienza magari per non assopirmi come le prime tre volte ai Tumulilande. C’è però qualcosa che non mi è chiaro:”La scelta di un traduttore di tale peso non è certamente frutto del caso, ma, come accennato all’inizio, si inquadra evidentemente in un percorso volto a collocare Tolkien tra i Grandi del Novecento, liberandolo – finalmente, è il caso di dire – dai limiti di una peraltro poco fondata appartenenza di genere… potrebbe essere l’espressione della suddetta volontà di “uscire dal genere”, che una copertina più “figurativa” non avrebbe rimarcato.” …L’appartenenza di Tolkien o del SDA al fantasy è un così grande problema? E’ una sotto narrativa? A me non sembra che Tolkien non sia uno dei grandi del 900. O siamo ancora a Dumas che non era uno da “letteratura” perché parlava di cappa e spada? Grazie.

    • Marius ha detto:

      Il problema, secondo me, non è di critica letteraria ma di trattamento editoriale. I classici della letteratura vengono costantemente ritradotti e per ciascuno di essi esistono più traduzioni, anche “d’autore”, si possono comparare. Scegliendo di fare ritradurre il Signore degli Anelli, la Bompiani ha deciso di trattarlo come un classico della letteratura, che va ben oltre l’incasellamento nel fantasy perché trascende il genere di appartenenza. Penso che nel post qui sopra si volesse dire esattamente questo.
      Aggiungo che la fantasy contemporanea è stata “fondata” dal SdA, quindi in realtà se vogliamo essere rigorosi il SdA stesso non appartiene al genere, perché quando è stato scritto quel genere non esisteva ancora…

    • Giampaolo Canzonieri ha detto:

      Marius ti ha già detto quasi tutto quel che ti avrei detto io. Aggiungo solo che classificare Tolkien come Fantasy non tiene conto di quel che Tolkien stesso pensava di sé e della propria opera. Tolkien si considerava un sub-creatore di mondi, ossia, in altre parole, un inventore di miti. I suoi manifesti culturali sono una poesia intitolata “Mythopoeia” e un saggio intitolato “Sulle Fiabe”; questo dovrebbe dirci qualcosa.
      P.S. se temi che quel che ho scritto sottenda snobismo verso il fantasy ti sbagli di grosso; se impilassi i miei libri fantasy a oggi credo che raggiungerei un secondo piano di altezza standard 🙂

  36. mi sono rifatto la poesia dell’anello:

    tre anelli ai re degli elfi che stanno sotto il cielo,
    sette ai signori dei nani nelle aule di pietra,
    nove agli uomini mortali destinati a perire,
    uno al sire tenebroso sullo scuro trono
    nella terra di mordor dove agiscono le ombre.
    un anello che li chiami,
    un anello che li trovi,
    un anello che li guidi
    e di oscurità li leghi
    nella terra di mordor dove agiscono le ombre.

    • Giuspee ha detto:

      Non è un po’ troppo libera la traduzione nella seconda parte?

      • sì, l’intenzione era togliere i vincoli che avessero frenato il ritmo, però poi mi è venuta abbastanza aderente, ma dimmi cosa intendi di preciso.

        avevo in ogni caso dimenticato la spaziatura, ecco la versione canonica:

        tre anelli ai re degli elfi che stanno sotto il cielo,
        sette ai signori dei nani nelle aule di pietra,
        nove agli uomini mortali destinati a perire,
        uno al sire tenebroso sullo scuro trono,
        nella terra di mordor dove agiscono le ombre.
        un anello che li chiami, un anello che li trovi,
        un anello che li guidi e di oscurità li leghi,
        nella terra di mordor dove agiscono le ombre.

        • Giuspee ha detto:

          Chiami sta per bring e guidi per rule? in caso, mi sembrano un po’ attenuate come scelte di significato; mi pare anche, per il mio metro di giudizio ovviamente, un po’ troppo libero rendere come “di oscurità li leghi” l’espressione originale. Sul lie come agire non mi convince troppo (per i motivi accennati nella postilla dell’articolo di sopra).

  37. Matteo Leoni ha detto:

    Lo sto leggendo, sono arrivato al punto dello scontro di Galdalf col Balrog quindi a circa tre quarti del libro.
    Non dico nulla sui nuovi nomi, se ne è parlato anche troppo e la cosa mi sembra piuttosto marginale. A me, comunque, non dispiacciono.
    Avevo letto la versione precedente due volte, una nei primi anni ’90 e l’altra forse una decina di anni dopo, mentre non ho mai letto quella originale in inglese salvo qualche passo in questi giorni quando per curiosità sono andato a vedere le differenze tra le due traduzioni.
    Onestamente preferisco di gran lunga questa di Fatica, la trovo più scorrevole e naturale rispetto alla precedente, che spesso mi sembrava avere un linguaggio troppo “da libro per ragazzi”, se me lo consentite.
    L’unico appunto che mi sento di fare – ma è più una nota che una critica – è sull’utilizzo di alcune parole che mi hanno costretto a dover ricorrere al vocabolario per comprenderne il significato.
    Purtroppo non ho pensato di annotarmele e andando a memoria me ne ricordo giusto un paio, su tre o quattro che ho incontrato: una era l’aggettivo “aprico” e l’altra il verbo “stabulare”, che io in tutta onestà non conoscevo affatto – sicuramente per ignoranza mia – ed ho appunto dovuto cercare sul vocabolario.
    Non ho controllato quali termini ci siano nella versione originale, ma anche se l’avessi fatto la mia conoscenza dell’inglese non è comunque tale da consentirmi di capire se si tratta di parole comuni oppure ricercate.

    • Giuspee ha detto:

      Io sono ancora immerso nel secondo capitolo (ma ne intravedo la fine!) ma se devo notare 3 elementi che finora non mi sono piaciuti della traduzione, riguardano proprio 3 scelte lessicali, secondo me un po’ fuori luogo.
      La prima è l’uso di “bailamme” nella seguente frase del capitolo “Una festa attesa a lungo”: “Direi che verrebbe a mancare l’unico motivo valido per aver montato tutto questo bailamme,” disse Gandalf (originale: ‘Indeed it would take away the only point I ever saw in the affair,’ said Gandalf). A livello soggettivo mi pare un po’ forte rendere quell’affair come bailamme, anche se forse comprendo quale accezione Fatica volesse sottolineare del termine affair, tuttavia non mi pare la scelta migliore; ma son curioso delle vostre sensazioni a riguardo.
      Gli altri si trovano nel secondo capitolo, “L’ombra del passato”. Nella frase seguente “Be’, quanto al nome, Bilbo ebbe la sventataggine di dirglielo lui stesso;” (originale: “‘Well, as for the name, Bilbo very foolishly told Gollum himself;”), a mio avviso quel ‘sventataggine’, che i dizionari contrassegnano come voce non comune (Devoto-Oli 2014) o di basso uso (Nuovo De Mauro), non mi pare la scelta più adatta per un foolishly più comune (ma lieto di esser smentito). In un’altra frase più avanti si legge in un dialogo di Gandalf ““Quello che aveva fatto egli non disse. Non faceva che piangere chiamandoci crudeli, con molti gollum nella strozza” (originale: ” He only wept and called us cruel, with many a gollum in his throat;). Anche qui, come nel caso precedente, ‘strozza’, una voce di registro letterario o usata oggi in espressioni scherzose popolari, non la giudico adatta per il comune sostantivo inglese; perché non gola e basta?

      A parte queste piccole cose trovate finora, nel costante confronto tra Alliata/Pricipe e la nuova traduzione, plaudo ancora per come Fatica sia riuscito a trasportare con efficacia e agilità la sintassi della prosa di Tolkien e per aver risolto diversi errori di traduzione (qualcuno segnato pure nel pdf già citato ospitato qui sul sito).

  38. Amarvudol ha detto:

    Non ho letto il nuovo libro e non so se lo farò, magari mi prendo la versione completa di ISdA quando uscirà.
    Mi auguro solo che il nuovo traduttore riesca a rendere in modo corretto due svarioni presenti nella vecchia traduzione.
    1) Le espressioni “sister-son” e “sister-daughter” usate da Theoden quando si rivolge o si riferisce ai suoi nipoti Eomer e Eowyn che nella versione della Viki erano “figlio e fratello” e “figlia e sorella”, sbagliate per contesto oltreché letteralmente.
    2) Ma soprattutto la fondamentale frase di Frodo verso la fine del romanzo, quando fa un bilancio della sua vicenda personale spiegando perché vuol salire sulla nave e mollare la Terra di Mezzo.
    “But I have been too deeply hurt, Sam. I tried to save the Shire, and it has been saved, but not for me.”
    Nalla versione Rusconi/Bompiani quel “but not for me” è diventato “ma per merito mio” che in breve vuol dire “ma non DA me”. Una semplice preposizione ribalta completamente il pensiero di Frodo. Sembra quasi che Frodo sia un po’ seccato dal fatto che tutti percepiscano i suoi amici come salvatori della Contea e non il ruolo che lui ha avuto distruggendo l’anello. In realtà è proprio quello che voleva il professore: tornati a casa cresciuti, gli hobbit (Merry, Sam e Pipino) scacciano il dittatore che aveva messo le tende a casa loro costruendo casermoni simil-sovietici. Le luci dei riflettori sono per loro, non per Frodo. Con questa traduzione sembr quaisi che Frodo se ne voglia andare perché indispettito per non aver contribuito a questo salvatataggio o perché non gli hanno dato il giusto riconoscimento. Le ferite sul corpo le hai lui, mica i suoi amici. Invece Frodo se ne parte perché non riesce a trovare pace per il dolore che prova, per le ferite che non ssi rimarginano e solo partendo con gli elfi può guarire. Tra l’altro nel doppiaggio dewl film di PJ la traduzione è corretta: “ma non per me”.

  39. Giuspee ha detto:

    Scusate, avrei una richiesta per chi ha la versione cartacea della nuova traduzione: verso la fine del capitolo secondo “L’ombra del passato”, quando Gandalf spiega a Frodo come l’anello non si possa distruggere normalmente, nella mia edizione digitale manca una frase, che in originale è “Not even the anvils and furnaces of the Dwarves could do that.” Volevo capire se manca solo qui o pure su carta. Grazie in anticipo!

    • Matteo Leoni ha detto:

      Ho controllato, il passo a cui ti riferisci è a pag. 113 del libro, e quella frase manca anche nell’edizione cartacea. Nella vecchia Alliata/Principe era “Nemmeno le fornaci e le incudini dei Nani vi riuscirebbero”. Sarebbe il caso di segnalarlo a Bompiani.

    • Giampaolo Canzonieri ha detto:

      La frase è saltata, presumibilmente per una svista. Ho preso buona nota e la cosa verrà segnalata a Bompiani insieme ad altre che stanno venendo fuori grazie al lavoro dei lettori attenti (e costruttivi).
      Grazie e complimenti per l’occhio

  40. Cristina ha detto:

    Ringrazio Marius della spiegazione, ma se il SDA ha fondato il fantasy non è quindi il capostipite di quel genere? Lo fonda ma non ne fa parte? Inoltre, scusate, so che avete sviscerato tutto sui nomi, ci mancherebbe, ma: la necessità di tradurre i cognomi si e i nomi no? Ma perché? Fantasy o meno sono un nome e un cognome e da che mondo è mondo Fitzwilliam Darcy si chiama Fitzwilliam Darcy, non FittoGuglierlmo Darcino…Perché non ritradurre tutto e lasciare i nomi così come sono? Avete mai letto “il famoso calciatore Paul Red” per dire Paolo Rossi? Sono una frana nelle trauzioni ma alle superiori qualcuno mi disse che nome e cognome si lasciano intatti, che siano di fantasia o reali.

    • Marius ha detto:

      Su nomi e cognomi risponderà il traduttore, se vorrà, mentre sulla questione del “capostipite”, visto che deriva da una mia osservazione (io sono un semplice commentatore, non sono nemmeno iscritto all’Aist e non ho avuto alcuna parte nel lavoro di traduzione e curatela), rispondo io.

      Ci sono romanzi che vengono scritti avendo in mente il genere nel quale andranno a collocarsi, e quindi rispettando determinate convenzioni, usando certi stilemi, cercando di andare incontro alle aspettative dei lettori abituali di quel genere. Sono quelli che chiamiamo, appunto, “romanzi di genere”.

      Dunque se vogliamo essere precisi il Signore degli Anelli NON è uno di questi romanzi, perché non è stato scritto in quel modo e avendo in mente alcun genere contemporaneo. Il genere del quale secondo te fa parte è nato dopo, sulla falsariga tracciata da Tolkien. Ne sono nate centinaia e centinaia di opere derivative, un numero minore di opere ispirate a quell’esempio ma innovative ecc.

  41. Francesco ha detto:

    Devo ringraziare uno dei commentatori (Marius) per aver postato un link ad un commento AMAZON, dove un utente che loda la nuova traduzione ha messo una foto della nuova versione della poesia di Aragorn.
    Chiedendo conferma se è vera, mi sono chiesto: chi ha fatto meglio?

    Originale di JRRT: All that is gold does not glitter,
    Traduzione Alliata-Principe: Non tutto quel ch’è oro brilla,
    Traduzione Fatica: Non tutto quel che è oro poi brilla
    – Da dove spunta quel “Poi”? La vecchia traduzione è più armoniosa, “Quel-che-è-oro” è parecchio sferragliante, soprattutto se paragonato al ritmo ed alla musicalità di Tolkien
    1 Punto ad Alliata

    JRRT: Not all those who wander are lost;
    AP: Né gli erranti sono perduti;
    F: Non si smarriscono tutti gli errabondi
    – “Lost” ha connotazioni che “perduti” mantiene ma che “smarriscono” perde, viene anche a mancare l’evocativo “erranti” – con le sue connotazioni cavalleresche del tutto appropriate – per uno sterilmente colto “errabondi”.
    1 Punto ad Alliata, che anche qui è molto più pulita e scorrevole.

    JRRT: The old that is strong does not wither,
    PA: Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza
    F: Il vecchio che ha la forza non s’arrende
    – “Ha la forza”? Un po’ (molto) farraginoso. Inoltre “Wither” è “appassire, raggrinzire”, “Non s’arrende” è del tutto infedele al testo.
    1 punto ad Alliata, di prepotenza.

    JRRT: Deep roots are not reached by the frost.
    AP: E le radici profonde non gelano.
    F: Non gelan le radici più profonde
    – Perchè “più” profonde? Da dove viene? “Deep roots” non è comparativo, e l’inversione della nuova traduzione appesantisce il verso.
    1 punto ad Alliata.

    JRRT: From the ashes, a fire shall be woken,
    AP: Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
    F: Rinascerà un fuoco dalle ceneri
    – Le due traduzione sono quasi equivalenti. Fatica inverte gratuitamente l’ordine dei fattori, (Ceneri->Fuoco diventa Fuoco->Ceneri) appesantendo il tutto, ma lasciamo correre.
    Zero a Zero.

    JRRT: A light from the shadows shall spring;
    AP: L’ombra sprigionerà una scintilla,
    Una favilla dall’ombre sprigionerà
    – Anche qui pari. L’inversione dei fattori qui è in Alliata/Principe, come prima lasciamo correre.
    Zero a zero

    JRRT: Renewed shall be blade that was broken,
    AP: Nuova la lama ora rotta,
    F: La lama infranta nuova vita ottiene,
    – “Nuova vita ottiene”? Perchè? “Renewed” è reso meglio con “Nuova”, e la vecchia traduzione vince ancora per pulizia, scorrevolezza e musicalità.
    1 altro punto ad Alliata.

    JRRT: The crownless again shall be king.
    AP: E re quei ch’è senza corona.
    F: Tornerà re chi è senza corona
    – Qui riappare l'”Again” che si era perso nella traduzione precedente, e che prima era solo implicito
    1 punto a Fatica

    Quindi, seppure qui nella nuova traduzione non ci siano scelte che fanno sanguinare le orecchie com’era per la “nuova” poesia dell’Anello, la vecchia traduzione risulta migliore.
    Tutto ciò è sicuramente molto tolkeniano: “Se […] si è passati dall’eccellenza e dalla bellezza alla tenebra e alla rovina, è perchè tale era, fin dai tempi antichissimi, il destino di Arda Corrotta”…

    • Giuspee ha detto:

      Caro Francesco, le rispondo velocemente su un punto al di là di analisi approfondite sulle scelte traduttive dei termini. Mi ha molto fatto pensare il secondo verso di Fatica che lei ha trascritto perché c’era una cosa che non mi tornava (pur non avendolo letto prima d’ora); sono andato a vedere l’immagine su Amazon e avevo ragione.
      Nel secondo verso c’è “smarriscon”, non smarriscono; perché è così importante notarlo?
      Perché Fatica ha tradotto tutto in endecasillabi (e da un primo sguardo ha anche rispettato gli accenti metrici di quarta e/o sesta sede)! Senza smarriscon il verso uscirebbe di 12 sillabe per quella o che formerebbe una nuova sillaba. Ecco spiegato perché può aver aggiunto parole o essere stato più lungo su alcuni concetti rispetto ad Alliata/Principe; aveva bisogno di mantenere la struttura ritmica uniforme per tutto il componimento.

      • Marius ha detto:

        Esatto. Francesco commenta tre versioni di una poesia ignorando la metrica della versione originale e quindi non accorgendosi del lavoro fatto (o non fatto) per renderla in italiano.
        Tutti gli altri suoi rilievi sono questioni di gusti suoi, preferenze sue che non dovrebbero riguardare nessun altro. Che Francesco preferisca “erranti” a “errabondi” e trovi desueto il secondo termine (come se il primo invece non lo fosse) è solo ed esclusivamente affar suo.

      • Giuspee ha detto:

        Riprendo il discorso del post precedente: vedendo l’immagine di Amazon, anche il sesto verso lei l’ha trascritto erroneamente con “sprigionerà” al posto di “sprigiona” che riporta il verso alla giusta misura dell’endecasillabo, con in più la rima sprigiona-corona che dovrebbe rendere quella spring-king di Tolkien. Anche il primo verso in Fatica non ha brilla ma risplende alla fine, che poi rimerà con arrende (in originale rimavano glitter e wither). In più, sempre parlando della questione rime e del passaggio dall’originale all’italiano, da uno sguardo ai versi precedenti, in quella Alliata/Principe troviamo brilla e scintilla in rima (a fronte di glitter e spring nelle sedi finali dei versi inglesi) con aggrinza in assonanza al terzo verso e pure rotta – corona come assonanza, poi nulla più sul piano rimico; in Fatica invece, oltre alle coppie già citate, abbiamo tentativi, laddove non è possibile trovare una rima, di cercare figure di suono come le consonanze (errabondi/profonde al posto di frost/lost) e una rima eccedente (qua non sono sicuro rientri esattamente nella definizione, ma mi azzardo: intendo lo sdrucciolo ceneri con ottiene, a fronte dell’inglese broken/worken). Oltretutto, mentre quella della Strada mi pareva un po’ fuori registro per alcune scelte lessicali, qua mi pare Fatica mantenga un registro adatto come nell’originale.
        Tutto questo per dire che, a parer mio, la traduzione di Fatica di questo componimento è interessante e c’è dietro un grande lavoro per una resa efficace per i lettori italiani (in molti commenti si citano spesso parole come musicalità, l’essere evocativo… Fatica rende questa poesia nel metro per eccellenza della nostra tradizione, tra rime e figure di suono finali ben congegnate, e ora non siete contenti? 😀 ).

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