Denethor, c’è del metodo in questa follia

Ritornano i Saggi Hobbit! Si tratta di saggi brevi così nominati per via della loro lunghezza volutamente contenuta (ma non trascurabile) e perché redatti secondo quelli che Tolkien descrive essere i gusti hobbit: nella Prefazione al Signore degli Anelli è infatti scritto che gli hobbit «si dilettavano a riempire meticolosamente libri interi di cose che già sapevano, in termini chiari e senza contraddizioni». Il proposito di questa rubrica è di fornire basi solide e affidabili su cui poter costruire altri ragionamenti e ci auguriamo che i nostri lettori vorranno aggiungere nei commenti le loro riflessioni ed opinioni. I cinque saggi apparsi finora sono incentrati sugli Anelli del Potere, gli Orchi, la sorte di Frodo e Riguardo agli Hobbit e Sugli Istari e sui loro bastoni.
Il saggio di oggi è dedicato a Denethor: il personaggio è il 26esimo e ultimo Sovrintendente del Regno di Gondor, al governo dall’anno 2984 della Terza Era, come descritto da Tolkien.

1. L’uomo

Angus McBride: Denethor Denethor II era un uomo orgoglioso, alto, valoroso, e più regale di qualunque altro uomo apparso a Gondor da molti anni; era anche saggio e lungimirante, e colto in sapienza. Viene descritto in questi termini: «Quando Denethor divenne Sovrintendente […], dimostrò di essere un sovrano volitivo, che teneva ogni cosa nelle proprie mani. Parlava poco. Ascoltava i consigli e poi seguiva il proprio cervello» (1).
E inoltre: «Denethor era contaminato dalla politica: da qui il suo fallimento e la sua sfiducia in Faramir. Per lui lo scopo principale era diventato preservare l’ordinamento politico di Gondor, così com’era, contro un altro potentato, che era diventato più forte e che quindi si doveva temere e combattere per quella ragione, non perché fosse crudele e malvagio» (2).
E Gandalf così lo descrive a Pipino: «Egli è assai diverso dagli altri uomini del suo tempo, Pipino, e quali che siano i suoi avi e i suoi padri, per uno strano caso il sangue dell’Ovesturia scorre quasi puro nelle sue vene e in quelle dell’altro suo figlio, Faramir; non così invece in quelle di Boromir, che pur era il suo preferito. Egli sa vedere molto lontano e percepire, se lo vuole davvero, molto di quel che accade nella mente degli uomini, persino di quelli che dimorano lontani. È difficile ingannarlo, e alquanto pericoloso il tentarlo» (3).

2. Gli affetti

Faramir e BoromirA suo modo Denethor amava profondamente sia la moglie sia il primogenito: «Si era sposato tardi [46 anni, ndA], prendendo in moglie Finduilas, figlia di Adrahil di Dol Amroth. Era una dama di grande bellezza e cuore gentile, ma prima che fossero trascorsi dodici anni morì. Denethor la amava, a modo suo, più profondamente di chiunque altro, a eccezione forse del figlio primogenito che ella gli aveva dato. Ma alla gente pareva di vederla appassire nella città, come un fiore delle valli marittime trapiantato sopra una nuda roccia. L’ombra che incombeva a oriente la empiva di terrore, ed ella volgeva sempre lo sguardo a sud, in direzione del mare che rimpiangeva tanto». (4).
Denethor e Finduilas ebbero due figli: «Boromir, il maggiore di cinque anni, prediletto del padre, gli rassomigliava nel volto e nell’orgoglio, ma in pochi altri aspetti. Era piuttosto un uomo simile all’antico Re Eärnur, che non desiderava moglie e si dilettava unicamente di armi; forte e temerario, poco interessato alla storia, salvo le narrazioni di remote battaglie. Faramir, il cadetto, gli rassomigliava fisicamente, ma era assai diverso di spirito. Egli sapeva leggere nel cuore degli uomini come il padre, ma ciò che vi vedeva lo spingeva piuttosto alla pietà che alla derisione. Egli era cavalleresco e cortese, amante di storia e di musica, ed era quindi considerato da molti suoi contemporanei assai meno coraggioso del fratello. Ma non era così: egli semplicemente non cercava la gloria nel pericolo senza motivo. Quando Gandalf veniva nella Città era lui ad accoglierlo, apprendendo ciò che poteva della sua scienza e saggezza, e questa e molte altre sue azioni indispettivano il padre» (5).
Che, come vedremo, lo considerava “il pupillo di uno stregone”. Ma Faramir è migliore di come lo valuta il padre, con cui ha un rapporto non facile. «Era intimidito da suo padre: non soltanto nel modo ordinario di una famiglia con un severo e rigido padre dal carattere molto forte, ma come un Númenóreano di fronte al capo dell’ultimo stato númenóreano esistente. Non aveva madre né sorelle […] e aveva un fratello “prepotente”. Era stato abituato a cedere e a non esprimere le proprie opinioni, ma conservava la capacità di comandare gli uomini, come può ottenerla un uomo che è evidentemente coraggioso e risoluto, ma anche modesto, equanime e scrupolosamente onesto, e molto compassionevole» (6).
Malgrado la preferenza del padre per il primogenito: «Fra i due fratelli vi era un profondo amore, sin dall’infanzia, quando Boromir proteggeva e aiutava Faramir. E da allora fra di essi non era sorta né gelosia né rivalità per l’affetto del padre o per l’ammirazione del popolo. Non sembrava possibile a Faramir che qualcuno a Gondor potesse rivaleggiare con Boromir, erede di Denethor, Capitano della Torre Bianca; e Boromir era del medesimo parere» (7).

3. La crisi

Lotro: DenethorLa situazione politica di Gondor ai tempi di Denethor è mirabilmente sintetizzata in questo passo: «Dopo la sua morte [della moglie – ndA], Denethor divenne più tetro e silenzioso di prima, e soleva trascorrere lunghe ore seduto in solitudine nella sua torre, immerso nei pensieri, prevedendo che l’assalto di Mordor sarebbe avvenuto durante la sua Sovrintendenza. Più tardi si apprese che, avendo bisogno di conoscere gli eventi futuri, ed essendo uomo fiero e sicuro della propria forza di volontà, egli aveva osato leggere nel palantír della Torre Bianca. Nessuno dei Sovrintendenti aveva mai osato fare ciò, e nemmeno i re Eärnil ed Eärnur, dopo la caduta di Minas Ithil, quando il palantír d’Isildur cadde nelle mani del Nemico; perché la Pietra di Minas Tirith era il palantír di Anárion, il più strettamente legato a quello posseduto da Sauron.
In questo modo Denethor apprese molte cose che accadevano all’interno del suo reame e lungi dalle sue frontiere, e gli uomini se ne meravigliavano grandemente; ma egli pagò cara tale scienza, invecchiando prima del tempo nella sua lotta contro il volere di Sauron. Così in Denethor crebbe l’orgoglio e anche la disperazione, finché non vide negli eventi del suo tempo che un’unica lotta fra il Signore della Torre Bianca e il Signore di Barad-dûr, e diffidava di tutti coloro che resistevano a Sauron, a meno che non servissero lui direttamente» (8).
Con il peggiorare della situazione, lui si trova senza il figlio prediletto, su cui aveva fatto tanto affidamento, e Faramir deve fare anche il lavoro del fratello defunto: «“Non gli concedono mai un po’ di riposo”, mormoravano alcuni. “Il Sire è troppo duro con suo figlio, e ora Faramir deve fare il suo dovere per due: per se stesso, e per quello che non tornerà più» (9).
Appena tornato dall’Ithilien, il 10 marzo, Faramir ha un primo scontro col padre, che lo considera inadatto e colpevole di non avergli portato «un potente dono», cioè l’Anello di Sauron. «“Ti conosco bene. Il tuo desiderio è di apparire sempre nobile e generoso come un re dei tempi che furono, grazioso e gentile. Forse è un contegno che si addice a un uomo di alta casata, se egli regna in pace e grande è il suo potere. Ma nelle ore disperate la gentilezza può venir ricambiata con la morte”.
“Che lo sia”, rispose Faramir.
“Che lo sia!”, esclamò Denethor. “Ma non si tratta solo della tua morte, Sire Faramir; bensì anche quella di tuo padre e di tutto il tuo popolo, che ormai tocca a te proteggere, poiché Boromir non è più con noi”.
“Avresti quindi desiderato”, disse Faramir, “che io fossi al posto suo?”.
“Sì, l’avrei davvero desiderato”, rispose Denethor. “Perché Boromir era leale verso di me e non era il pupillo di uno stregone. Avrebbe ricordato suo padre bisognoso d’aiuto, e non avrebbe rifiutato ciò che la fortuna gli dava. Egli mi avrebbe portato un potente dono”» (10).
Il giorno dopo, l’11 marzo, c’è un ulteriore scontro tra Faramir e Denethor, suo comandante, riguardo la difesa di Minas Tirith. Denethor non vuole cedere terreno senza combattere; Faramir vorrebbe concentrare le forze di difesa entro la città.
«“Ma non cederò il Fiume e il Pelennor senza combattere… Non mi arrenderò, se qui c’è un capitano che abbia ancora il coraggio di fare ciò che il suo sire comanda”.
Tutti tacquero. Dopo qualche minuto, Faramir parlò: “Sire, non mi oppongo alla tua volontà. Ora che sei privato di Boromir, andrò io, e farò ciò che potrò cercando di sostituirlo nel migliore dei modi… se tu lo comandi”.
“Io lo comando”, disse Denethor.
“Allora, addio!”, disse Faramir. “Ma se io dovessi ritornare, abbi una migliore opinione di me!”.
“Dipende da come ritornerai”, disse Denethor» (11).

4. La follia di Denethor

Anke Eissmann: DenethorNel giro di un paio di giorni, la situazione precipita: Il 13 marzo Faramir è ferito gravemente, le mura del Pelennor cedono e la città è assediata. Denethor ha disperatamente bisogno di informazioni: i Rohirrim arriveranno? Il nemico sta ricevendo rinforzi? E accade l’irreparabile: usa nuovamente il palantír.
Che cosa veda esattamente non è descritto. Ma da come reagisce si direbbe che abbia visto Frodo prigioniero a Cirith Ungol. Infatti, a Pipino che gli suggerisce di dare ascolto a Gandalf risponde: «“Non cercare di confortarmi con l’aiuto degli stregoni!”, disse Denethor. “La speranza di quello stolto è fallita. Il Nemico l’ha trovato e ora il suo potere cresce; egli legge finanche nel nostro pensiero, e tutto ciò che facciamo è disastroso.
Ho mandato mio figlio, senza un grazie né una benedizione, ad affrontare un inutile pericolo, ed eccolo che giace qui con il veleno nelle vene. No, no, qualunque cosa accada ormai in guerra, anche la mia stirpe sta per estinguersi, persino la Casa dei Sovrintendenti è venuta meno. Della gente infida ormai governerà gli ultimi discendenti dei Re degli Uomini, che si nasconderanno finché non verranno tutti scacciati”.
Degli uomini vennero alla porta a implorare il Signore della Città. “No, non scenderò da qui”, egli rispose. “Devo rimanere accanto a mio figlio. Potrebbe ancora parlare prima della sua fine, nonostante sia ormai assai vicina. Seguite chi volete, persino il Grigio Stolto, benché la sua speranza sia fallita. Io rimango qui” (12).
La frase “Il Nemico l’ha trovato” (in inglese “The Enemy has found_ it_” – enfasi mia) non può che riferirsi all’Anello. Se Sauron sia riuscito a “contattare” Denethor via palantír, annunciandogli la cattura di Frodo, o se Denethor abbia visto col palantír lo hobbit prigioniero a Cirith Ungol non è dato sapere.
Propendo per la seconda ipotesi.
Comunque sia Denethor, come si vede, ha un crollo: finalmente capisce quanto sia attaccato (sempre a modo suo) a Faramir e si disinteressa del regno. È una figura tragica, che non ha speranza, che non vede altra via di uscita che non il suicidio, per sé e per il figlio che reputa morente. E si sente responsabile della morte di entrambi i figli: di Boromir perché gli ha lasciato fare come voleva (prendersi il viaggio verso Imladris, che sarebbe spettato al fratello); di Faramir perché lo ha comandato a una “mission impossible” (difendere i forti)
Certo della fine di tutto, Denethor si incammina, con alcuni servitori recanti legna e oli combustibili, alla “Casa dei Sovrintendenti”, ove sono imbalsamati i suoi predecessori, per farsi bruciare vivo insieme a Faramir su una pira funebre.
A Beregond che gli chiede in quei momenti se Faramir sia morto Pipino risponde: «“No, non ancora. E credo che anche adesso la sua morte possa essere impedita. Ma il Signore della Città, Beregond, è caduto prima della sua città. È di umore lunatico e pericoloso”» (13).
Beregond abbandona allora il suo posto da sentinella per opporsi alla follia del Sovrintendente, determinato a salvare Faramir. Impedisce ai servitori di Denethor di portargli altro combustibile e torce accese, guadagnando tempo, fino all’arrivo di Gandalf – avvertito da Pipino.
Appena arrivato Gandalf chiede di Faramir. Denethor gli risponde:
«Giace lì dentro [… ] sta bruciando, sta già bruciando. Hanno messo fuoco nella sua carne. Ma presto tutto verrà bruciato. L’Occidente soccombe. Avvamperà un enorme incendio e tutto scomparirà. Cenere! Cenere e fumo dispersi dal vento!» (14).
Gandalf, temendo il peggio, balza a salvare Faramir, e ne porta fuori il corpo febbricitante deponendolo su una barella. Si rivolge poi all’anziano sovrintendente cui suggerisce di non cedere alla disperazione, e di continuare a guidare il suo popolo. Ma si sente rispondere:
Pira«Credevi forse che gli occhi della Torre Bianca fossero ciechi? No, ho veduto più di quanto tu non sappia, Grigio Stolto. La tua speranza non è che ignoranza. Va’ dunque, datti da fare per sanare gli altri! Va’ a combattere! Vanità. Per breve tempo forse trionferai sul campo, per un giorno. Ma contro il Potere che sta sorgendo non esiste speranza di vittoria. Quello ch’egli ha teso verso questa Città non è che un solo dito. Tutto l’Oriente è in movimento. E proprio in questo momento il vento in cui hai tanto sperato ti tradisce, e sospinge sull’Anduin una flotta dalle vele nere. L’Occidente soccombe. È ora che tutti coloro che non vogliono divenire schiavi se ne vadano per sempre» (15).
Gandalf perentoriamente gli ingiunge di non comportarsi come i re pagani sotto il dominio dell’Oscuro Signore, disposti a uccidere i propri familiari per facilitare il proprio suicidio (16). A quel punto Denethor cerca anche di uccidere Faramir con un pugnale, ma ne è impedito da Beregond. Deciso a uccidersi, ottenuta una torcia accesa da suoi servitori, dà fuoco alla pira e vi si sdraia, morendo.

5. Speranza e disperazione

The_Return_of_the_King_Denethor non ha speranza. Ritiene di essere solo e sconfitto, in quanto ha visto le immense forze militari di Mordor e sa che non c’è speranza di vittoria militare e ritiene più onorevole suicidarsi che patire l’onta della sconfitta, quasi fosse un samurai.
È un po’ il contraltare di Theoden, che è forse meno intelligente e più impulsivo, ma è più saggio e fa la scelta giusta. Si fa aiutare da Gandalf ed esce dal suo isolamento. Invece di barricarsi a Meduseld va ad ovest contro Saruman e poi ad est ad aiutare Gondor. Senza fermarsi a valutare le probabilità di vittoria, ma semplicemente perché è giusto farlo. E fa la scelta giusta. Non dispera. Come gli suggerisce Gandalf, ha fiducia. «Non tutto è oscuro. Abbi fede, Signore del Mark, perché non troverai aiuto migliore. Non ho consigli da dare ai disperati; eppure a te potrei dare consigli e pronunziare parole di speranza. Vuoi udirle? Non sono per tutte le orecchie. Ti prego di venir con me davanti alle tue porte e di mirare lontano. Troppo a lungo sei rimasto seduto nelle ombre, fidando in racconti contorti e suggerimenti disonesti» (17).
La flotta dalle vele nere di cui parla il Sovrintendente è quella delle navi dei corsari di Umbar; ma dentro ci sono Aragorn e i rinforzi. Rinforzi utili a ribaltare le sorti della battaglia sui campi del Pelennor, ma non sufficienti a controbilanciare la forza militare di Mordor.
Quindi Denethor è rimasto lucido sino alla fine. Infatti, ai comandanti delle schiere dell’ovest, quando si deve decidere cosa fare dopo la vittoriosa battaglia a Minas Tirith, Gandalf citerà proprio le parole di Denethor: «“Signori miei”, disse Gandalf, “ascoltate le parole del Sovrintendente di Gondor prima della sua morte: Trionferete forse per un giorno sui campi del Pelennor, ma contro il Potere che è sorto non vi è vittoria. Non voglio che disperiate, come fece lui, ma che ponderiate la verità di queste parole.
“Le Pietre Veggenti non mentono, e nemmeno il Signore di Barad-dûr può costringerle a mentire. Può forse scegliere ciò che vuole mostrare alle menti più deboli, o far loro fraintendere il significato di quel che vedono. Tuttavia non si può mettere in dubbio che quando Denethor vide che grandi forze venivano preparate e persino radunate per entrare in guerra contro di lui, non vide altro che il vero. […]
“Ma dobbiamo a tutti i costi distogliere il suo Occhio dal vero pericolo. Non possiamo raggiungere la vittoria con le armi, ma con le armi possiamo dare al Portatore dell’Anello la sua unica speranza, per fragile che sia”» (18). La vittoria non si potrà ottenere con la forza militare: l’unica speranza è di assalire Mordor e attirare, così, le forze e l’attenzione di Sauron fuori da Mordor e lontano dal portatore. Così avverrà, ma Denethor non potrà assistere alla sconfitta insperata di Sauron. Il Sovrintendente di Gondor rifiuta proprio questa fragile speranza (19), preferendo suicidarsi in un disperato orgoglio.

 

 

Note:
1. Il Signore degli Anelli, “Appendice A”
2. Lettere, 1917 – 1973, n.182
3. Il Signore degli Anelli, V.1 “Minas Tirith”
4. Il Signore degli Anelli, “Appendice A”
5. ibidem
6. Lettere, 1917 – 1973, n.244
7. Il Signore degli Anelli, “Appendice A”
8. ibidem
9. Signore degli Anelli, V.4 “L’assedio di Gondor”
10. ibidem
11. ibidem
12. ibidem, enfasi mia
13. ibidem
14. Il Signore degli Anelli, V.7 “Il rogo di Denethor”
15. ibidem
16. Nell’originale inglese: “And only the heathen kings, under the domination of the Dark Power, did thus, slaying themselves in pride and despair, murdering their kin to ease their own death”
17. Il Signore degli Anelli, III.6 “Il re del Palazzo d’Oro”
18. Il Signore degli Anelli, V.9 “L’ultima discusione”
19. Si veda Estel

Bibliografia
– J.R.R. Tolkien Il Signore degli Anelli
– J.R.R. Tolkien Lettere: 1917 – 1973
Sovrintendente di Gondor: tra orgoglio e pregiudizio
– J.R.R. Tolkien Morgoth’s Ring, “Part Four. Athrabeth Finrod ah Andreth”
– Tom Shippey Author of the Century

ARTICOLI PRECEDENTI: I SAGGI HOBBIT
– Leggi l’articolo su Gli Anelli del Potere
– Leggi l’articolo su Gli Orchi
– Leggi l’articolo su La sorte di Frodo
– Leggi l’articolo su Riguardo agli Hobbit.
– Leggi l’articolo su Gli Istari e i loro bastoni

LINK ESTERNI:
– Vai al sito Eowyn scudiera di Rohan


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6 Comments to “Denethor, c’è del metodo in questa follia”

  1. Wu Ming 4 ha detto:

    A questa bella panoramica su uno dei personaggi più tragici e shakespeariani del SdA, si può forse aggiungere un ulteriore elemento di riflessione, sul quale personalmente sto da un po’ di tempo.

    Se di fronte all’ordine di Denethor di combattere per Osgiliath («se qui c’è un capitano che abbia ancora il coraggio di fare ciò che il suo sire comanda») Faramir risponde affermativamente («farò ciò che potrò… se tu lo comandi»), ben diversa è la reazione di Gandalf quando Denethor gli chiede da quando in qua il signore di Gondor debba rispondere a lui delle sue azioni e non possa comandare i suoi propri servitori.
    Gandalf risponde che è nelle sue facoltà di governatore farlo, «ma altri possono contestare il tuo volere, quando volge alla follia e al male» (traduzione mia).

    Qui abbiamo un caso interessante di principi politici opposti.
    Per il consanguineo Faramir – con tutto il carico psicologico che sappiamo e che è descritto nell’articolo – l’ordine del padre/Steward di Gondor non è contestabile. Faramir sceglie di obbedire anche se sa di andare incontro alla morte, perché difendere Osgiliath contro forze numericamente soverchianti è un suicidio dal punto di vista militare.
    Per Gandalf invece l’ordine assurdo o malvagio può essere disobbedito. L’insubordinazione di Merry ed Eowyn da una parte, e quella di Pippin e Beregond dall’altra, stanno lì a dimostrare quanto sia importante che al momento giusto qualcuno disobbedisca al proprio signore, obbedendo piuttosto alla propria coscienza. Ma del resto, lo stesso Faramir già ha disobbedito in precedenza, non consegnando Frodo e l’Anello al padre.

    Questo apre una questione “politica” nella Terra di Mezzo. Da una parte abbiamo il führerprinzip germanico e feudale, che prevede di obbedire al proprio signore (spesso e volentieri un consanguineo) e di seguirlo anche nella battaglia suicida; dall’altra parte abbiamo l’affermazione del diritto di resistenza: «Others may contest your will, when it is turned to madness and evil». Questo è il principio a partire dal quale nella storia sono stati spodestati i re. È estremamente interessante trovarlo affermato in un mondo in cui la monarchia illuminata è la massima aspirazione politica del popolo. Come a voler individuare una potenziale contraddizione… ma non già una potenziale soluzione. Denethor in fondo si toglie dai piedi da sé. Se così non fosse, come risolverebbe la contraddizione tra lealtà e coscienza il “ribelle” Gandalf? Nei confronti di Beregond la soluzione sarà “bandirlo” nell’Ithilien, cioè metterlo al servizio di Faramir. La contestazione del potere costituito comporta delle conseguenze, la ribellione non è legittimata nei ranghi dell’esercito di Gondor, ma può essere compresa e parzialmente graziata.

    Ma cosa avrebbero fatto i gondoriani e i non gondoriani (Gandalf, Pippin) se la follia non avesse tolto di mezzo Denethor? Cosa avrebbe fatto Aragorn, al quale il folle Denethor avrebbe dovuto cedere tutti i poteri e i doveri d’obbedienza dei suoi servitori? In certi casi i what if e le ipotesi controfattuali di una storia sono molto utili a capire la storia stessa.

    • Norbert ha detto:

      Bella riflessione, WuMing4.

      Su cui dissento.

      1. Faramir
      Faramir, in quel momento, è un militare. E, parafrasando le leggi italiane attuali, deve disobbedire all’ordine _solo_ se questo è _manifestatamente_ reato. Altrimenti, se disobbedisce, rischia la galera. Come Eomer, tornato dall’aver distrutto gli orchi di Ugluk e prontamente ingabbiato.

      2. Beregond
      E’ stato punito per l’omicidio del guardiano delle case dei morti; e (forse, li “vediamo” a terra, sulle scale alla ‘Casa dei Sovrintendenti’ non sappiamo se morti o gravemente feriti) di uno o due servitori di Denethor.
      Nel primo caso avrebbe probabilmente potuto usare “meno forza” per togliergli le chiavi. Ma lui stesso, mi pare, dice che in quel momento era pazzo per la fretta.

      E per i suoi delitti, ci dice Aragorn, un tempo la pena era la morte. Ma gli vengono (in parte) condonati per aver commesso il delitto per salvare Faramir. Un “dolce esilio” è probabilmente una pena giusta (tranne che per i familiari e gli amici degli uccisi)

      • Wu Ming 4 ha detto:

        Però non mi pare che questa specificazione sia incompatibile con la riflessione che facevo. O sono io che non colgo?

        • Norbert ha detto:

          Beh, WuMing4, magari son stato poco chiaro; oppure non ho capito bene il tuo scritto.
          Oppure abbiamo idee diverse.

          Provo a riformulare le mie chiose
          1. L’ordine di Denethor di tenere i Forti non è “suicida”. Tant’è che Faramir e altri la scampano.
          Indubbiamente si può questionare sulla sensatezza tattica o strategica dell’ordine. Ma era un ordine legittimo.
          E, non essendo ‘manifestatamente reato'(*) Faramir non ha motivi _legali_ per non eseguirlo.

          2. Beregond non è punito per aver abbandonato il posto di guardia, ma per aver ucciso – usando, oltretutto, una forza eccessiva, almeno nel caso del Custode delle Chiavi – più persone. Lo ha fatto per salvare Faramir, e questa attenuante commuta la pena da “morte” a “esilio”.

          Gandalf implicitamente dice ai servitori di Denethor che il suo ordine di portargli il fuoco perché postesse bruciare vivo insieme al figlio Faramir era chiaramente un reato(*) e non andava eseguito.

          Pertanto, _a_mio_parere_ , non siamo tanto di fronte a un problema di “contestazione dell’autorità legittima” ma di riconoscimento che la autorità, anche legittima, ha dei limiti

          (*) ovviamente ipotizzo – in maniera arbitraria – che per Tolkien l’attuale normativa italiana (figlia anche dell’esperienza delle Guerre Mondiali) fosse quantomeno accettabile e anche applicabile nella Terra di Mezzo.
          E non è detto sia vero

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Provo ad articolare meglio pure io, abusando palesemente degli spunti (e della pazienza) di Norbert, per prendere appunti in pubblico.

            Gondor è un sistema feudale. C’è uno Steward, cioè un Gastaldo, non un Primo Ministro…

            [parentesi fuori tema: la nuova traduzione letterale “Forestale” per “Ranger” ha generato, a torto o a ragione, molte proteste, mentre il “Sovrintendente” per lo “Steward” ce lo siamo tenuti per mezzo secolo senza fiatare, anche se indica un funzionario statale ed è un grado della Polizia italiana e, senti senti, del fu Corpo Forestale dello Stato. Della serie: che la forza dell’abitudine sia con noi…].

            Gondor, dicevo, non è uno stato moderno con i codici civili e militari, ecc. È un sistema feudale in cui i rapporti di potere si definiscono in termini di servizio/patronato e vassallaggio/signoria, cioè di rapporti personali. Gandalf non dice che si può disobbedire a un ordine del proprio signore «se questo è manifestamente reato», cioè se questo viola un codice penale, bensì «if it is turned to madness and evil».
            Che cosa sia “madness” e “evil” te lo dice la coscienza. Denethor vuole bruciare insieme al figlio in una pira di fuoco. Di fronte a questo, Gandalf dice che per impedire l’omicidio di un innocente si può disobbedire al proprio signore. Cioè si può “tradirlo”.
            Se ci pensiamo, il tema del tradimento onesto era già presente ne Lo Hobbit, quando Bilbo consegna l’Arkengemma agli assedianti della Montagna Solitaria per impedire una guerra, e anche lì c’è di mezzo un signore impazzito, cioè Thorin.

            Nel caso di Beregond in particolare, Gandalf parla esplicitamente di tradimento giustificato, rivolgendosi ai servitori di Denethor: «You have been caught in a net of warring duties, that you did not weave. But think, you servants of the Lord, blind in your obedience, that but for the treason of Beregond Faramir, Captain of the White Tower, would now also be burned.»
            Dunque quello che sta dicendo Gandalf è che l’obbedienza non può essere cieca: il dovere di lealtà al proprio signore non implica spegnere il cervello e la coscienza.

            Se l’obbedienza non può essere cieca, allora ci sono momenti in cui disobbedire è lecito. Se Faramir scegliesse di contestare l’ordine (certamente legittimo, perché impartito dall’autorità competente, per così dire) di difendere il passaggio di Osgiliath in una resistenza pressoché inutile [*], che porterà molte perdite e priverà Minas Tirith di validi difensori – lo farebbe in nome della contraddizione tra la propria coscienza/buon senso e il dovere di obbedienza al signore/padre.

            In quel caso non lo fa. Il motivo per cui Faramir non lo fa ha ragioni psicologiche (rapporto padre-figlio) e politiche al tempo stesso. Disobbedire a Denethor metterebbe in discussione la sua autorità («se qui c’è un capitano che abbia ancora il coraggio di fare ciò che il suo sire comanda»), perché appunto siamo in un sistema feudale, dove non c’è soluzione di continuità tra persona giuridica e persona fisica e dove il potere e la sovranità non risiedono già in concetti astratti e rapporti impersonali (lo stato, il popolo) a cui appellarsi in estrema istanza, ma nel sangue e nei rapporti interpersonali.

            Quindi sì, non siamo in presenza di una contestazione dell’autorità legittima in quanto tale, ma del riconoscimento che ogni autorità ha un limite. Nondimeno stabilire quel limite è assai problematico e soprattutto ti porta a confliggere con quella autorità nel momento in cui decidi di rimarcarlo. Può perfino significare uccidere qualcuno per salvare qualcun altro, come fa Beregond. Sulla base dello stesso moto di coscienza, certi soldati durante la WWI colpivano “accidentalmente” i propri ufficiali intenti a mandare i loro plotoni verso una morte tanto “eroica” quanto inutile.

            Insomma, contestare l’autorità significa fare delle scelte radicali, che implicano l’uso della violenza e in ultima istanza possono perfino portare a spodestare quell’autorità. Certo, è un passaggio ulteriore che nel LOTR non vediamo in atto, perché proietterebbe la storia nella modernità, e Tolkien se ne guarda bene… ma le premesse ci sono eccome.

            Eccole. I moventi di Denethor sono due. Uno è il non voler cedere il potere al legittimo re:

            «I am Steward of the House of Anarion. I will not step down to be the dotard chamberlain of an upstart. Even were his claim proved to me, still he comes but of the line of Isildur. I will not bow to such a one, last of a ragged house long bereft of lordship and dignity».

            L’altro movente, legato al primo, è la diffidenza nei confronti di Gandalf, che lui vede come un “kingmaker” maneggione e manipolatore:

            «Do I not know thee, Mithrandir? Thy hope is to rule in my stead, to stand behind every throne, north, south, or west. I have read thy mind and its policies.»

            Piuttosto che subire questa fine meglio il nulla, muoia Sansone con tutti i Filistei. Resistere per vedere realizzato questo scenario non vale la pena e comunque il Nemico è troppo forte, non può essere battuto. Tanto vale farla finita a modo proprio.

            Gandalf ribatte dicendo che «Such counsels will make the Enemy’s victory certain indeed».
            Dice cioè implicitamente che il vero traditore è Denethor. Traditore del suo mandato di protettore e governatore di Gondor. Non perché si sia venduto al Nemico, ma perché le sue decisioni disperate ne assecondano la vittoria.

            Ecco perché, dicevo, il fatto che Denethor si tolga di mezzo da sé, spezzando il bastone dell’autorità dello Steward, è una bella fortuna. Perché risolve il conflitto d’autorità alla radice. Altrimenti i suoi servitori e vassalli si troverebbero a dover scegliere tutti tra lealtà e disobbedienza. E sarebbe la tipica situazione di una guerra civile. Quella che in sedicesimo si è prodotta tra Beregond e i servitori che ha ucciso.
            Fino a questa scala ridotta Tolkien ci arriva. Ma lì si ferma e trova la soluzione più indolore. Ed è fondamentale che lo faccia, altrimenti gli si aprirebbe una magagna enorme da gestire.
            Nondimeno alle volte ciò che in un romanzo non c’è non è meno significatvo di quello che c’è.

            [*] Tra Denethor e Faramir si produce una valutazione tattico-strategica opposta. Denethor dice che essendo Osgiliath un passaggio pressoché obbligato per il Nemico se vuole passare il fiume in forze, è necessario sacrificarsi per tenerlo, come aveva fatto Boromir. Faramir fa una considerazione diversa (che nella vecchia traduzione Alliata/Principe è completamente travisata, btw) e cioè dice che in passato il Nemico ha fatto solo un tentativo di sfondamento, ma adesso può attaccare Osgiliath con numeri ben maggiori, tanto che se anche dovesse subire perdite dieci volte superiori, per Sauron lo scambio sarebbe comunque vantaggioso. «Perché può permettersi di perdere un’armata più di quanto noi possiamo permetterci di perdere una compagnia. E la ritirata degli uomini da noi dispiegati lontano sarà pericolosa, se riesce ad attraversare in forze.» Insomma i rapporti di forze in campo sono cambiati, e se il nemico sfonda potrebbe tagliare fuori le truppe gondoriane che tengono il fiume, prima che riescano a ripiegare su Minas Tirith. La valutazione di rischio fatta da Faramir si rivelerà corretta.

  2. Norbert ha detto:

    Grazie WuMing4, ora (mi sembra) capisco meglio il tuo intervento.

    Cui aggiungo nuove chiose.

    A me sembra che alcuni (molti?) personaggi il dubbio del se eseguire o meno gli ordini del proprio signore se lo siano già psoto, e il “conflitto d’autorità” l’abbiano risolto.

    Eomer e Faramir (in Ithilien) preferiscono violare gli ordini di portare gli stranieri dal sovrano (re o Steward che sia) pur di lasciare proseguire la missione rispettivamente di Aragorn & C. e di Frodo & C.

    Eowyn e Meriadoc anche preferiscono violare un ordine di “rimanere indietro” – con l’aggravante per Eowyn di essere stata insignita di un ruolo di grande responsabilità; ruolo che **immagino** lei abbia segretamente passato a qualcun altro, mantenendo integra la “catena di comando”

    Beregond sappiamo bene come agisce.

    **Apparentemente** gli unici ottusi che non si son posti il problema e che stavano “solo eseguendo gli ordini” son proprio i servitori di Denethor, giustamente rampognati da Gandalf.

    Infine, a proposito di “Sovrintendente” e dintorni: mi si è fatto notare che nel Prologo, in tutte le edizioni Alliata/Principe dal 1973 al 2019, è sopravvissuto un “commissario Faramir” (invece che “sovrintendente Faramir”) che ci viene direttamente dalla traduzione Astrolabio di fine anni ’60.
    Pavlovianamente al concetto di “commissario” non possono non associare una figura in impermeabile che esclama: “Centrale!? Ce l’ho qui la briosche!”

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