Recensione: La Strada perduta e altri scritti

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Il quinto volume della Storia della Terra di Mezzo

È il segreto di Pulcinella o, se si preferisce, il segreto di chi studia, traduce, compulsa le opere di Tolkien, che la Storia della Terra di Mezzo sia un mare magnum difficile da gestire. Tra l’altro, leggendola oggi, finalmente in traduzione italiana, traspare anche lo sforzo dei redattori editoriali per rendere ben distinguibili le parti di testo vero e proprio intervallate dai lunghi commenti filologici e dai raccordi inseriti da Christopher Tolkien (1924-2020), il curatore dei dodici volumi. Quello che infatti Christopher tenne a mostrare in quest’opera monumentale era il processo creativo di suo padre, per accumulazione, correzione, riscrittura. Nella prima parte di questo quinto volume, ad esempio, si tratta delle varie versioni della Caduta di Númenor; nella seconda, si trovano invece ulteriori versioni degli Annali di Valinor, di quelli del Beleriand e dell’Ainulindalë.

Se Tolkien senior fosse vissuto oggi, probabilmente niente di tutto questo sarebbe stato possibile, perché la scrittura digitale si basa essenzialmente sulla ricorsività ed è assai raro che vengano conservati i file elettronici con le bozze e le versioni di avvicinamento a un’opera narrativa compiuta. Tolkien invece conservava maniacalmente tutto. Senonché le versioni dattiloscritte a macchina delle sue bozze sono relativamente poche, per lo più scriveva a mano, spesso a matita, cancellando e correggendo, e con il passare dei decenni quella grafia è sbiadita, a tratti illeggibile. In altri casi invece i materiali si sono conservati discretamente. L’impresa nell’impresa è stata quella di Christopher, quando ha deciso di mettere in ordine quella montagna di carte. 

La domanda – sempre implicita per i lettori, eppure spontanea – è “cui prodest?” Chi leggerà davvero tutto questo materiale nel dettaglio? Forse solo gli appassionati filologi della creatività tolkieniana, appunto, ma chi altri? Ecco, una risposta è questa: i cercatori di tesori. Dentro i volumi della Storia della Terra di Mezzo si celano tesori. Bisogna andare a cercarli e scavarli fuori, tra una riscrittura e un commento esterno, tra una sigla e un frammento riportato da un foglietto volante scappato fuori da un faldone. 

Il quinto volume della Storia della Terra di Mezzo, da poco pubblicato da Bompiani in un’edizione bellissima – co-tradotto da Edoardo Rialti e dal presidente dell’AIST Stefano Giorgianni, con la consulenza di quattro nostri soci e una socia – porta il nome del tesoro proprio nel titolo: La Strada perduta e altri scritti.

Il tesoro

 La Strada perduta è uno dei romanzi incompiuti di Tolkien, nato da una sorta di sfida o patto stretto tra Tolkien e l’amico C.S. Lewis negli anni  Trenta:

«Un giorno L[ewis] mi ha detto: “Tollers, c’è troppo poco di quello che ci piace davvero nelle storie. Temo che dovremo provare a scrivere qualcosa noi stessi.” Ci accordammo che egli avrebbe provato il “viaggio nello spazio”, e io il “viaggio nel tempo”. Il suo risultato è ben noto. I miei sforzi, dopo alcuni capitoli promettenti, si sono prosciugati; era una strada troppo lunga per arrivare a quello che in realtà volevo fare: una nuova versione della leggenda di Atlantide. La scena finale sopravvive come La Caduta di Númenor. Questo affascinò molto Lewis (che la sentì leggere), e ci fece riferimento più volte nelle sue opere: per es. The Last of the Wine nelle sue poesie (Poems, 1964, p. 40). Nessuno di noi due si aspettava molto successo come dilettanti, e in realtà Lewis ha incontrato qualche difficoltà a far pubblicare Lontano dal pianeta silenzioso. E dopo tutto quello che è successo, il piacere e la ricompensa più duraturi per tutti e due è stato che ci siamo forniti storie da ascoltare o leggere che, in gran parte, ci piacevano. Naturalmente, a nessuno di noi due piaceva tutto quello che trovavamo nella narrativa dell’altro» (Lettera 294, 1967, in Lettere, p. 598-599).

In buona sostanza La Strada perduta consiste nell’incipit e nell’abbozzo di scaletta di quello che sarebbe potuto diventare il romanzo di Númenor. La vicenda è quella ambientata nella Seconda Era, meglio nota come Akallabêth, e che nell’edizione postuma del Silmarillion è narrata in forma di racconto storico, con pochissimi dialoghi diretti, quasi come fosse una cronaca. La Strada perduta fu il tentativo di Tolkien di concepire un racconto a cavallo delle epoche storiche del nostro mondo primario e della vicenda leggendaria di Atlantide, da lui riscritta come caduta di Númenor, utilizzando la forma del romanzo, con personaggi delineati, descrizioni ambientali e paesaggistiche, introspezione, ecc. Non sarebbe quindi stata soltanto la storia di un viaggio nel tempo, ma anche attraverso i mondi, ovvero attraverso il piano storico e leggendario. E il filo conduttore sarebbe stato il rapporto tra padre e figlio, forse addirittura un’indagine su questo legame primario, che si riflette anche nella religione di Tolkien. Le stesse figure di padre e figlio si sarebbero riproposte in un viaggio a ritroso dalla contemporaneità al medioevo fino alla leggenda antica, in una sorta di anamnesi di vite e legami padre-figlio precedenti.

La diversa forma narrativa produce anche un cambiamento nella storia. Nella forma romanzo il rapporto tra il padre Elendil e il figlio Herendil (che nella versione pubblicata nel Silmarillion diventerà Isildur) è decisamente più complesso. Il padre è già il primo dei dissidenti al regime instaurato dai re di Númenor, imbeccati e corrotti da Sauron, e che porterà Númenor stessa allo scontro frontale con i Valar e alla rovina. Ma se nell’Akallabêth, Isildur si affida ciecamente al padre e ne esegue le direttive, nella versione romanzesca Herendil è inizialmente restio a farlo, o per lo meno combattuto tra l’obbedienza al padre e quella al re. Addirittura appare affascinato dalla retorica del regime. Elendil gli spiega il proprio punto di vista: la prima obbedienza dovuta è ai Valar. E a un re che va contro i Valar non si è tenuti a obbedire. Un concetto che risuonerà nelle parole di Gandalf a Denethor nel Signore degli Anelli, quando quest’ultimo rivendica l’obbedienza dovutagli dai suoi sottoposti e il mago bianco replica dicendo che se i suoi ordini sono folli e suicidi, quel dovere d’obbedienza decade. Elendil quindi lascia al figlio la scelta, la possibilità di esercitare il libero arbitrio. E per amore del padre, Herendil sceglierà di restare dalla sua parte. Se il messaggio di verità giunge a separare il padre dal figlio, come sta scritto nel Vangelo, ecco che Tolkien quel legame non lo scinde, ma nemmeno lo dà per scontato. La scelta di Herendil è sofferta, anche se sarà quella giusta e sarà suggellata dall’ultima scena scritta da Tolkien prima di abbandonare la stesura. Un finale anticipato che – senza spoilerare – racchiude in sé la forza di un gesto tenero e sacro al tempo stesso, e che sembra arrivare dritto dall’Iliade o dall’Odissea, con parole altrettanto evocative. 

Una leggenda contemporanea

Un altro elemento interessante del romanzo abbozzato è proprio la descrizione del regime numenoreano sotto l’influsso corruttore di Sauron, perché è a tutti gli effetti quella di un regime militarista e imperialista moderno. 

La crescita della popolazione e delle attività economiche produce una spinta a lasciare l’isola di Númenor per cercare nuove terre. Per farlo occorre armarsi. E gli armamenti che Tolkien descrive sembrano alquanto anacronistici rispetto alla cultura materiale della civiltà numenoreana: navi di metallo che navigano senza bisogno del vento; torri sempre più alte, tanto robuste quanto sgraziate; fortezze inespugnabili erette contro nemici inesistenti; scudi indistruttibili e «dardi [che] sono come tuono e sfrecciano per leghe senza mai mancare il colpo». 

La società si volge alla guerra anche se non ci sono nemici all’orizzonte, perché è chiaro che presto o tardi i nemici andrà a cercarseli, invadendo le terre altrui. «Le nostre armi si moltiplicano come per una guerra infinita, e gli uomini smettono di dedicare amore e cura alla fabbricazione di altre cose per l’utilità o il diletto», dice Elendil. Ed ecco che l’imperialismo è servito su un piatto d’argento: «[Sauron] ha chiesto al nostro re di allungare la mano per crearsi un Impero. Ieri a Oriente. Domani… in Occidente». Sappiamo infatti che Númenor prima colonizzerà la Terra di Mezzo, poi si volgerà addirittura verso Valinor, per combattere il Valar e strappare loro il segreto dell’immortalità. Ed è lì, come è noto, che troverà la propria rovina e verrà inabissata. 

Anche la religione gioca un ruolo nel compattamento della società: la montagna centrale dell’isola viene spogliata degli alberi e sulla cima viene eretto un tempio tanto grandioso quanto terribile, dove nessuno prega. È dedicato al Possente, il Primo Potere… che però non è Eru, bensì Morgoth, il cui ritorno viene evocato. Ed è Sauron a fare le sue veci. Ma il regime lavora anche sul fronte culturale, reinventa la tradizione, impone una lingua suppostamente antica e recupera il patrimonio letterario per arruolarlo in battaglia, ovvero ricerca un legame anacronistico con un’antichità di comodo, ricostruendo un mito delle origini a cui tornare. Elendil dice che: «Le vecchie canzoni sono dimenticate o snaturate, stravolte in altri significati». E il figlio Herendil ribatte: «Ma alcuni dei nuovi canti sono possenti e infondono vigore». È proprio quella la loro funzione, accendere gli animi, dare forza e coraggio per l’impresa imperialista e folle in cui il regime si lancerà a testa bassa. Fino alla catastrofe.

Monarchia, esercito e religione formano un blocco totalizzante, che non accetta cedimenti né opposizioni interne. Disprezzare Sauron è considerato tradimento.

Quello che colpisce di questa descrizione è la sua modernità, si diceva. Tanto le dinamiche sociali, culturali e di potere quanto gli armamenti (navi di ferro senza vele e missili a lunga gittata) ricordano da vicino i regimi militaristi e dittatoriali del Novecento, quelli che negli anni della stesura di questo abbozzo di romanzo si erano ormai consolidati e marciavano rapidamente verso un conflitto esiziale. Nella seconda metà degli anni Trenta, Mussolini e Hitler si accingevano a firmare il Patto d’Acciaio che li avrebbe visti scatenare la Seconda guerra mondiale, mentre Stalin in Unione sovietica finiva di eliminare gli ultimi oppositori politici interni con le celebri “purghe”. La corsa agli armamenti era lanciata, e le società si preparavano allo scontro innescando dinamiche “totalizzanti” molto simili a quelle descritte da Tolkien per Númenor sotto l’influsso di Sauron. A volerla dir tutta, ci si potrebbe spingere fino a cogliere un valore profetico nella tragica vicenda di Númenor, che alla fine sfida gli dèi e viene schiacciata, letteralmente sommersa. Un destino che prefigura quello del Terzo Reich e dei suoi alleati, di lì a una manciata d’anni.

Lingue & Etimologie

Certo, questo quinto volume andrebbe segnalato anche per almeno un altro tesoro, cioè quello linguistico, da ricercare nella seconda e nella terza parte.

Il quinto capitolo del volume contiene infatti uno pseudo-biblion, vale a dire il Lhammas o “Relazione sulle Lingue”. Ancora ci si trova in presenza di una cornice narrativa, nella quale un soggetto immaginario redige una storia delle lingue elfiche (con tanto di diagrammi ad albero), ovvero del loro sviluppo storico in corrispondenza delle vicende di Arda, con tutte le loro divisioni, migrazioni, e conseguenti diramazioni linguistiche. Com’è noto questo è uno degli aspetti salienti della mitopoiesi tolkieniana, praticamente il suo punto di partenza. L’approccio da filologo comparato spinse Tolkien a creare una storia e un’ambientazione per le sue lingue. Consapevole che gli idiomi inventati hanno il pregio e il difetto di non avere una storia, e quindi di essere troppo perfetti (vedi l’esperanto che Tolkien aveva studiato da ragazzo, per poi abbandonarlo), Tolkien optò per creagliene una, vale a dire dotare il suo mondo immaginario di un effetto di profondità anche linguistica. Tanto più questo effetto poteva risultare realistico e credibile, e quindi funzionare, quanto più di quello sviluppo linguistico si poteva dare prova. Ed ecco che oltre alla storia delle lingue elfiche, la terza parte del volume è dedicata alle Etimologie e alle radici delle parole. 

Come scrive Christopher nel suo commentario, fu un’impresa improba, perché mano a mano che le storie venivano modificate secondo l’inventiva dell’autore, anche le lingue dovevano essere adattate allo sviluppo storico. Una lingua, come la storia, è in perenne divenire, e dover svolgere due ruoli, quello di demiurgo di un mondo e di filologo delle lingue che vi si parlano, si rivelò troppo anche per Tolkien. È forse il motivo per cui non riuscì mai a produrre dei vocabolari veri e propri, se non in forma di scampoli:

«La cosa più sorprendente è il suo così scarso interesse per la creazione di vocabolari esaurienti delle lingue elfiche. Non rifece mai niente di simile al minuscolo “dizionario” della lingua gnomica originale a cui ho attinto per le appendici del Libro dei Racconti perduti. È possibile che un’impresa del genere fosse sempre rimandata al giorno, che non sarebbe mai arrivato, in cui si fosse raggiunto uno stadio sufficientemente definitivo del lavoro. Nel frattempo, quella non era per lui una necessità primaria» (p. 423).

Quella di Tolkien fu in sostanza la fatica di Sisifo, un’opera che non poteva essere compiuta, al punto che lui stesso ci rinunciò. Eppure rimane uno dei paradossi più belli e affascinanti di tutta la mitopoiesi tolkieniana, che non a caso appassiona da sempre tantissimi fan e studiosi. Certi grandiosi fallimenti individuano un’impossibilità rivelatrice, un’ossessione fertile, o, volendo, perfino un invito a proseguire il racconto per «altre mani, altre menti».

 

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo La recensione: Tolkien e il Silmarillion di Kilby
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LINK ESTERNI:
– Vai al sito della casa editrice Bompiani

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