Verlyn Flieger, A Real Taste for Fairy-stories: la recensione

Da oltre trent’anni Verlyn Flieger occupa una posizione centrale negli studi tolkieniani. Autrice di A Question of Time (1997), Splintered Light (2002; in italiano Schegge di luce, 2007) e Interrupted Music (2005), oltre che di numerose raccolte e importanti edizioni di testi di Tolkien, ha contribuito in modo decisivo a spostare l’attenzione critica verso la storia compositiva, il linguaggio, la temporalità e le tensioni interne del legendarium. A Real Taste for Fairy-stories, pubblicato da Walking Tree Publisher nel 2025, raccoglie sedici saggi pubblicati su rivista o sviluppati a partire da conferenze o interventi nel corso dell’ultimo decennio. Un materiale assai eterogeneo, dall’autrice stessa definito «as diverse as focus on a single subject will allow them to be» (Flieger 2025: 199). Eppure percorso da un sottile filo rosso…

L’Introduzione

The Arch and the Keystone” (Mythlore 38, 1, 2019) offre la chiave interpretativa dell’intero volume. Flieger presenta Tolkien come un autore attraversato da «dichotomies and contradictions» (Flieger 2025: 13), refrattario a letture univoche. «When we look at Tolkien, we are likely to see ourselves» (Ivi: 2): proprio la pluralità dell’opera spiega la capacità di generare interpretazioni profondamente divergenti. La querelle fra Donald T. Williams e Robin Anne Reid su Mythlore conferma indirettamente questa tesi: la forza del legendarium risiede anche nella sua resistenza a ogni riduzione a una sola chiave – teologica, ideologica o estetica che sia.

Prima parte: “Tales”

Tolkien’s Great Tales” (Tolkien Studies 20, 2023) esamina La Caduta di Gondolin, I figli di Húrin e Beren e Lúthien come tre forme narrative fondamentali di cui Flieger ricostruisce la storia compositiva e le possibili risonanze biografiche: Gondolin è «an epic account of war and exile» scaturito dall’esperienza bellica di Tolkien, Húrin un racconto «deeply tragic» che trova un fondamento nei lutti subiti dall’autore fin dall’infanzia, Beren e Lúthien un «personal fairy tale» (Flieger 2025: 18 ss.) ispirato dall’amore – inizialmente contrastato – per Edith. Il punto più importante, tuttavia, è editoriale: i testi oggi disponibili dipendono profondamente dal lavoro di Christopher Tolkien, tanto che «the tales must be viewed as being almost as much the product of Christopher’s efforts as those of his father» (Ivi: 20). Tuttavia, mentre I figli di Húrin privilegia una narrazione continua, Beren e Lúthien e La Caduta di Gondolin mostrano invece la successione delle versioni e rendono visibile il processo compositivo a discapito della fruibilità della storia.
La storia mai compiutamente narrata di Eärendil completa questo quadro. Destinato a raccordare i tre Grandi Racconti, il suo racconto «was never written» (Ivi: 17), ma proprio la sua presenza per allusioni, schemi e conseguenze narrative mostra come nel legendarium importanza strutturale e compiutezza testuale non coincidano. Christopher Tolkien, rendendo accessibili varianti, alternative e lacune, ha trasformato questo processo in un oggetto di studio filologico.
In “A Lost Tale, A Found Influence: Eärendel and Tinúviel” (Mythlore 40, 2, 2022) Flieger interpreta la mancata composizione del racconto di Eärendel come possibile «planned disruption, a built-in lacuna» (Flieger 2025: 43): un’assenza che simula la perdita di una tradizione più vasta e produce profondità storica. Nel “Racconto di Tinúviel”, invece, individua una voce narrante dialogica e performativa, forse accostabile ai lai di Marie de France. I due casi esemplificano modalità complementari di costruzione della tradizione: mediante la lacuna e mediante l’atto stesso del raccontare.
Tolkien’s Lúthien: From Life to Art to Life as Art” (Mythlore 43.1, 2024) affronta la «singular way in which Tolkien used, fused, and confused» Lúthien con Edith (Flieger 2025: 55). Non si tratta di semplice trasposizione biografica: figura reale e immaginaria diventano «not just similar but reciprocal, the same individual in two different worlds» (Ivi: 56). La danza di Edith a Roos nel 1917 genera un mito che, una volta creato, retroagisce sulla memoria e diventa il linguaggio con cui Tolkien interpreta il proprio matrimonio. Flieger incrina però l’identificazione romantica con la domanda: «Edith was Tolkien’s Lúthien. Was he her Beren?» (Ivi: 58). Vita e finzione non si rispecchiano perfettamente, ma si reinterpretano reciprocamente.
In “The Scouring of Frodo” (tratto dall’intervento al “Prancing Pony Moot”, 2022) Flieger collega il finale del Signore degli Anelli alla critica dell’ofermod – il coraggio che degrada in ricerca della gloria personale – sviluppata da Tolkien ne Il ritorno di Beorhtnoth. “Il repulisti della Contea” assumerebbe una «anti-Battle of Maldon stance» (Flieger 2025: 64): l’esperienza bellica non tempra necessariamente l’individuo ma, come il Secolo Breve ha ampiamente mostrato, può spezzarlo. È assai indicativo, secondo l’autrice, che nelle prime redazioni Frodo partecipi più attivamente alla liberazione della Contea; nelle revisioni, invece, Tolkien ne accentua invece il rifiuto della violenza e l’estraneazione. Lo scouring agisce così su due livelli: quello letterario, eliminando il topos del ritorno trionfale dell’eroe, e quello psicologico, spogliando Frodo di orgoglio e sicurezza. «The change in Frodo becomes the light in his own darkness, albeit a light that comes at a high price» (Ivi: 68): la ferita produce anche pietà e rifiuto della vendetta.
La sostituzione del titolo provvisorio “The Mending of the Shire” con “The Scouring of the Shire” segnala la svolta «from extended fairy-tale to full-blown tragedy» (Ivi: 69). La Contea può essere riparata, Frodo no. Eppure il lieto fine di Sam coesiste con la perdita del protagonista: eucatastrofe e discatastrofe restano entrambe vere, secondo quella «tension in opposition» che Flieger considera uno dei tratti fondamentali di Tolkien.
Chiude la sezione “The Dragon and the Railway Station” (Mythlore 41, 2, 2023), che associa cautamente la stazione ferroviaria Bletchley, la breve esperienza di Tolkien con la crittografia e Glaurung. Il collegamento non è biograficamente dimostrabile, ma consente a Flieger di studiare il linguaggio come sistema capace di «obfuscate, disguise, and/or conceal meanings» (Flieger 2025: 78). Glaurung non mente soltanto: costruisce verità parziali e omissioni in una forma di «linguistic misdirection» (Ivi: 77). La stessa plasticità linguistica che rende possibile la sub-creazione può dunque produrre manipolazione.
Nel complesso, la sezione “Tales” presenta i racconti tolkieniani come forme mobili, generate dall’interazione fra biografia, tradizione, riscrittura e mediazione editoriale. Dalla lacuna di Eärendil al trauma di Frodo, dalla mitizzazione di Edith alla parola di Glaurung, Flieger insiste sulla trasformazione e sulla polarità. Christopher Tolkien assume un ruolo decisivo perché rende leggibile non soltanto ciò che i testi sono diventati, ma anche le alternative, i tentativi e le possibilità che ne hanno accompagnato la formazione.

Seconda parte: “Myths”

La seconda parte si apre con un testo ormai – giustamente – celebre: “Whose Myth Is It?” (da Between Faith and Fiction: Tolkien and the Powers of His World, 1998). Qui Flieger affronta l’Athrabeth Finrod ah Andreth come un dialogo insieme metafisico e drammatico. «Andreth is angry. Finrod is condescending. She is resentful. He is shocked» (Flieger 2025: 81): la discussione sulla mortalità resta costantemente inseparabile dal dolore di Andreth per l’amore impossibile con Aegnor. Nessuno dei due interlocutori possiede però una verità completa né l’evidente orizzonte cristiano del testo autorizza a identificare la profondità sapienziale di Finrod con la voce definitiva dell’autore: il mito «does not belong to Elves or to Men. Or to Christianity. It cannot and will not speak with one voice» (Ivi: 88). L’ambiguità diventa così una risorsa epistemologica, e Flieger invita a riconoscere in Tolkien non soltanto la forza delle convinzioni, ma anche quella dei dubbi.
La stessa divisione interna ritorna in “A Fearful Weapon” (Mythlore 42, 1, 2023), dedicato alle revisioni cosmologiche operate da Tolkien in “Myths Transformed”. L’autore tentò di rendere Arda, il Sole e la Luna più compatibili con la scienza moderna, ma ogni correzione minacciava l’intera economia simbolica del mito: modificare il ruolo dei Due Alberi, per esempio, significava alterare la genealogia della luce che conduce ai Silmaril e alla fiala di Galadriel. Flieger contrappone così le «two sides to Tolkien’s head» (Flieger 2025: 92): il teorico per cui la fantasia è lo strumento della sub-creazione (diritto dell’uomo in quanto fatto a immagine e somiglianza del Creatore) e l’autore sempre più vincolato dalla verità fisica del Mondo Primario. Le revisioni «validated the science even as they ruined the Faërie» (Ivi: 96): non distrussero il legendarium, certo, ma ne misero in crisi l’equilibrio mitico.
In “‘The Lost Road’ and ‘The Notion Club Papers’: Myth, History, and Time-travel” (da A Companion to J.R.R. Tolkien, 2014), Flieger analizza i due romanzi incompiuti degli anni Trenta e Quaranta come tentativi di collegare il presente moderno alla “preistoria mitica” della Terra di Mezzo. La strada perduta generò soprattutto Númenor e, con essa, la profondità storica della Seconda Era: «without them there would be no Elendil, no Isildur, and no Aragorn as we know him» (Flieger 2025: 113). Il viaggio nel tempo avviene attraverso identità seriali, nomi, sogni e memorie, intrecciandosi con l’autobiografia di Tolkien e con il suo “complesso di Atlantide”. The Notion Club Papers amplia il meccanismo attraverso una cornice pseudo-documentaria: sogni, lingue e trascrizioni ritrovate permettono al passato di riaffiorare nel presente. Il problema non è soltanto raggiungere Númenor, ma spiegare come il mito possa sopravvivere mediante documenti e tradizioni testuali. Per Flieger il completamento del progetto avrebbe potuto «bring up to date the mythology for England he began in 1917» (Flieger 2025: 114), per quanto la stessa formula “mitologia per l’Inghilterra” vada maneggiata con estrema cautela. Pur falliti come romanzi, dunque, i due testi riescono dunque come laboratori mitopoietici e trasformano in profondità il legendarium.
Defying and Defining Darkness” (Mallorn 61, 2020) ritorna sulla polarità luce/oscurità già oggetto di Schegge di luce. Darkness non equivale semplicemente a evil: può essere atmosfera, condizione fisica, stato psicologico o presenza quasi sostanziale. Ne Lo Hobbit l’oscurità accompagna il passaggio dalla sicurezza domestica alla storia di esilio e morte; nei Tumuli modifica insieme spazio e percezione; i Cavalieri Neri sembrano tenebra senza sostanza, mentre Ungoliant divora la luce. Tolkien costruisce così «a world in which darkness is recognizable if not necessarily definable» (Flieger 2025: 127). Luce e ombra acquistano significato non come assoluti statici, ma nella loro reciproca oscillazione.
Listening to the Music” (da The Great Tales Never End, 2022) legge Il Signore degli Anelli come conclusione di una storia iniziata nell’Ainulindalë. Il romanzo è «a lament, a cry of grief for a lost and unrecoverable world» (Flieger 2025: 132): la profondità della Terra di Mezzo produce nostalgia perché ogni vittoria contiene una perdita. Questa struttura è presente fin dalla Creazione, dove la discordia di Melkor viene incorporata in una Musica segnata da una «sorrow without measure». Alla fine della Terza Era, Sam ascolta il «murmure e il sospiro delle onde», mentre l’Ainulindalë afferma che nelle acque sopravvive l’eco della Musica degli Ainur. La pubblicazione del Silmarillion permette così di riconoscere – pur retrospettivamente – la simmetria fra inizio e fine.
Il legendarium appare di conseguenza come «a marvelous, intricate structure reared expressly to be destroyed that we may regret its loss» (Flieger 2025: 139): la sub-creazione rende qualcosa abbastanza reale da consentire al lettore di sentirne la scomparsa. “Myths” porta dunque al livello cosmologico la dialettica già presente in “Tales”: fede e dubbio, mito e scienza, memoria e storia, luce e oscurità, armonia e dissonanza. La forza del mito tolkieniano non nasce da una coerenza assoluta, ma dalla capacità di mantenere aperte tensioni che nessun sistema riesce definitivamente a risolvere.

Terza parte: “Words”

Words, Words, Words: Tolkien, Barfield and Romanticism” (da The Romantic Spirit in the Works of J.R.R. Tolkien, 2024) colloca Tolkien entro una tradizione romantica che lega lingua, mito e identità culturale. Flieger riprende soprattutto il rapporto con Owen Barfield già analizzato in Schegge di luce, ma adesso in termini meno rigidamente causali: i due «followed the same paths of thinking and came to the same conclusions» (Flieger 2025: 148). Lothlórien, «Tolkien’s Faërie at its purest and most distilled» (Ivi: 151), mostra narrativamente ciò che Barfield teorizza come trasformazione della coscienza; analogamente, quando Sam osserva il cadavere del Sudron e immagina la sua vita, il nemico anonimo diviene persona e il lettore sperimenta un «felt change of consciousness» (Ivi: 156). La parola tolkieniana produce quindi tanto il sublime quanto una nuova percezione morale del reale.
Putting Words in Their Mouths” (dall’intervento al convegno “Tolkien and Alterity”, 2017), studia invece la lingua degli Orchi. Tolkien rende «the already strange even stranger» (Flieger 2025: 161) attribuendo loro non un registro esotico ma un inglese contemporaneo, aggressivo e sarcastico. Gli Orchi «actually talk as much or more like real people than do the rest of the species that inhabit Middle-earth» (Ivi: 162): proprio la familiarità produce straniamento. La parola inoltre li individualizza, sottraendoli almeno parzialmente alla funzione di massa indistinta. Saruman ne rappresenta il perfetto contrappunto: il suo eloquio resta formalmente corretto, aulico persino, ma è costantemente corroso da «Orcian malice, understatement and irony» (Ivi: 175). L’alterità linguistica dipende quindi meno dalla forma che dall’uso pragmatico della parola.
In “The Fate of Free Will in Tolkien’s World” Flieger torna al rapporto fra destino e libero arbitrio, ma osservandolo dal punto di vista della costruzione autoriale. «The entire architecture of his mythology rests on the tension between them» (Flieger 2025: 179). Il caso di Fëanor è paradigmatico: dopo l’uccisione degli Alberi di Valinor, egli rifiuta liberamente di cedere i Silmaril ai Valar ma scopre subito che Morgoth li ha già rubati. Il destino ha eliminato la possibilità materiale della scelta senza tuttavia cancellarne il significato morale. Per comprenderne il paradosso «we must look not at Fëanor but Tolkien, contriver of the entire situation» (Ivi: 181).
La stessa struttura governa Frodo: il compito gli è imposto, ma deve essere accettato liberamente. Sul Monte Fato, laddove nelle prime Frodo non riusciva a compiere la propria missione, la formulazione definitiva «Ma ora non scelgo di fare quello che sono venuto a fare» sposta l’accento dall’incapacità alla volontà; tuttavia l’Anello viene distrutto grazie a Gollum e agli effetti di precedenti atti liberi di pietà. Fallimento della volontà e compimento del destino finiscono così per coincidere, senza che l’uno annulli l’altro.
A Note on a Name” (Mythlore 36, 1, 2017) è un gustoso – per chi scrive – intermezzo filologico che riflette sulla lunga persistenza di “Trotter”, il soprannome originariamente attribuito al personaggio che sarebbe divenuto Aragorn. Il richiamo di Flieger al cognome storico Trotter – in seguito citato da George MacDonald Fraser in The Steel Bonnets (1971), uno studio sui predoni delle frontiere anglo-scozzesi tra il XIII e il XVIII secolo – illumina un campo semantico di mobilità e frontiera. “Strider”, scelto infine da Tolkien, risulta tuttavia assai più efficace nel condensare la funzione narrativa del personaggio di Aragorn.
L’inedito “Credit Where It’s Due” conclude il volume riconoscendo il ruolo decisivo di Christopher Tolkien. Partendo dalla difficoltà materiale di decifrare la grafia paterna, Flieger mostra l’enormità del lavoro necessario per pubblicare Il Silmarillion, i Racconti incompiuti e la Storia della Terra di Mezzo. La sua grandezza consiste soprattutto nell’avere evitato di normalizzare le contraddizioni: pubblicando anche “Myths Transformed”, l’Athrabeth e versioni concorrenti, Christopher ha reso visibile un Tolkien in continuo ripensamento. La filologia editoriale diventa così una forma di rispetto dell’incompiutezza.
Nel complesso, “Words” mostra che il linguaggio non è un semplice veicolo di storie già esistenti, ma il luogo in cui il legendarium prende forma e cambia. Le parole trasformano la percezione, producono identità e alterità, articolano la tensione fra fato e libertà e perfino un nome orienta la costruzione di un personaggio. Nello stesso tempo esse sono materia filologica: manoscritte, cancellate, riscritte e interpretate. Il lavoro di Christopher rende visibile questa natura processuale della sub-creazione tolkieniana.

Conclusioni

Benché A Real Taste for Fairy-stories rivendichi apertamente l’eterogeneità dei propri saggi, il volume segue una traiettoria critica sorprendentemente coerente: l’opera di Tolkien è definita dalla complessità e da una costante ambivalenza. Luce e oscurità, fede e dubbio, mito e storia, destino e libertà, fiaba e tragedia, invenzione e biografia non vengono risolti in opposizioni nette, ma mantenuti in una tensione produttiva. Flieger rifiuta così tanto le interpretazioni essenzialistiche quanto la tentazione di trasformare il legendarium in un sistema perfettamente coerente.
La raccolta finisce quasi per assumere mimeticamente le caratteristiche del proprio oggetto. Come il legendarium, anche il discorso di Flieger procede per ritorni, varianti, sovrapposizioni e cambiamenti di prospettiva: temi già affrontati in libri precedenti vengono riaperti alla luce di nuovi testi o nuovi problemi. L’eterogeneità non viene annullata da una teoria sovraordinata, ma lasciata in tensione, proprio come il mito che «cannot and will not speak with one voice» (Flieger 2025: 88).
Il maggiore punto di forza del libro risiede nella capacità di coniugare chiarezza, filologia, biografia, storia compositiva e teoria senza ridurre Tolkien a una sola chiave interpretativa. Particolarmente convincente è l’attenzione alla dimensione processuale dell’opera: varianti, lacune, revisioni e scelte di Christopher Tolkien diventano strumenti indispensabili per comprendere un mito rimasto in trasformazione per tutta la vita dell’autore. Flieger mostra inoltre con efficacia che proprio le contraddizioni, anziché costituire difetti da correggere, sono spesso il luogo in cui l’opera produce i suoi significati più profondi.
I limiti derivano soprattutto – e inevitabilmente – dalla natura della raccolta. L’origine autonoma dei contributi comporta ripetizioni di temi e formule – polarità, luce e oscurità, perdita, dubbio – già ampiamente sviluppati nei precedenti studi di Flieger. Alcune connessioni, come quella fra Bletchley e Glaurung o certe ipotesi biografiche, sono suggestive più che dimostrabili; altri saggi, per la loro brevità, lasciano intuizioni teoriche promettenti solo parzialmente sviluppate. Ma si tratta di limiti più che giustificabili: il volume non è una nuova monografia sistematica, ma una costellazione di letture destinata a orientare gli studi futuri.
Proprio questa forma appare infine appropriata al suo oggetto. A Real Taste for Fairy-stories non offre un’interpretazione definitiva di Tolkien, ma mostra perché una simile interpretazione sarebbe probabilmente impossibile e, soprattutto, poco desiderabile. La forza durevole del legendarium – e della critica di Flieger – risiede nella capacità di conservare simultaneamente pluralità e coerenza, certezza e dubbio, consolazione e perdita: una complessità che non può essere risolta ma deve essere continuamente interrogata.

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