Aragorn il Forestale, uno studio filologico

cover Compagnia dell'Anello - Trad. FaticaIl nome più indigesto per i fan italiani in quella che è la nuova traduzione della Compagnia dell’Anello è senz’altro “Forestale” per “Ranger”. Nei giorni seguenti all’uscita del libro non si sono risparmiate battute e buffi fotomontaggi per irridere questa scelta del traduttore Ottavio Fatica.
Io stesso, sulle prime, l’ho considerata una traduzione inadatta, perché mi faceva troppo facilmente pensare a quello che fino al 2016 è stato il Corpo Forestale dello Stato.
Ottavio FaticaA onor del vero, non per questo mi pareva più adatta la vecchia resa “Ramingo”, dato che – in accordo con lo stile generale della traduzione di Alliata – appartiene a un registro alto rispetto al comune “ranger”. Inoltre “ramingo” dà conto soltanto (e soltanto parzialmente) del primo significato del termine “ranger” nell’Oxford English Dictionary, mentre la traduzione scelta da Fatica si rifà piuttosto al secondo e al terzo, che in effetti andrebbero presi in considerazione, conoscendo l’abitudine di Tolkien di non rifarsi quasi mai alla prima accezione.
Dopo un’indagine nel testo letterario mi sono persuaso che l’uso del termine “Ranger” da parte di Tolkien faccia collassare una nell’altra le tre accezioni dell’OED, e che la scelta di Fatica – a dispetto della prima impressione – non sia così lontana dal cogliere questo aspetto. È quello che proverò brevemente a dimostrare.

Prima definizione

Ecco il primo significato di “ranger” nell’Oxford English Dictionary, attestato dal 1593:

wanderer1. A rover, wanderer.
“Rover” nelle lingue germaniche indica il girovago, il vagabondo, ma può indicare anche il predone, il rapinatore, il pirata, dunque è un termine che contiene implicitamente una sfumatura negativa. In effetti nei confronti dei Rangers del Nord, gli abitanti di Bree nutrono una certa diffidenza. Ecco come vengono descritti la prima volta nel romanzo:

«But in the wild lands beyond Bree there were mysterious wanderers. The Bree-folk called them Rangers, and knew nothing of their origin. They were taller and darker than the Men of Bree and were believed to have strange powers of sight and hearing, and to understand the languages of beasts and birds.» (FR, I. IX)

Dunque il nome Rangers è stato affibbiato a questi misteriosi vagabondi dagli abitanti del villaggio, i quali attribuiscono loro una vista e un udito straordinari, nonché il potere di capire il linguaggio degli animali, come fossero uomini selvatici.
La diffidenza nei loro confronti è confermata dall’atteggiamento dell’oste del Prancing Pony, il bonario Barliman Butterbur, che mette in guardia gli hobbit dal Ranger Strider:

«He is one of the wandering folk – Rangers we call them. […] But if I was in your plight, I wouldn’t take up a Ranger» (FR, I. IX).

La vecchia traduzione “Ramingo” – cioè “che va per il mondo errando” (Treccani) – non contiene alcuna sfumatura negativa, anzi, nell’uso poetico-letterario italiano ha una sfumatura empatizzante o vittimistica (ed è forse il motivo per cui noi lettori ci siamo tanto affezionati a questo termine). Lo ritroviamo per esempio ne I Sepolcri di Foscolo: «Unico spirto a mia vita raminga» (v. 12); o anche ne I Promessi Sposi di Manzoni (cap. XXXVI): «Belle cose da fare scrivere a un povero disgraziato, tribolato, ramingo…».
Che dire di “Forestale”? Contiene un’accezione negativa? Be’, in effetti, originariamente sì, e precisamente nel senso degli abitanti di Bree.
RoverForestale è colui che è associato alle foreste. La parola “foresta” viene dal latino medievale e indicava ciò che stava “foris”, cioè fuori dal territorio abitato, in un’epoca in cui oltre l’abitato era tutta foresta, appunto, ovvero “forestis silva”, cioè selva esterna. Chi non aveva fissa dimora nel villaggio o nella città era ed è ancora detto “forestiero”. La parola inglese “forester” ha evidentemente la stessa radice (così come “foreign”) e nel Medioevo veniva usata sia per nominare il guardaboschi sia come aggettivo per “wild, rough, coarse, unsociable” (XII sec.). Forestale dunque è colui che viene da fuori, dai territori selvaggi, ed è egli stesso un selvaggio di cui è meglio diffidare. Come fa Butterbur, infatti.

Seconda definizione

Il secondo significato di “ranger” fornito dall’OED, attestato dal 1455, è questo:

Gamekeeper: cacciatore con cane2. A forest officer, a gamekeeper.
In italiano è “guardaboschi”, “guardacaccia” o “guardia forestale”, e va detto che attualmente questo è il significato più comune nella lingua inglese, e certo Tolkien lo sapeva quando ha scelto di usare questa parola. La prima occorrenza letteraria nota di questa accezione risale al 1579, nella celebre opera di Spenser The Shepheardes Calender:

«[Wolves] walk not widely, as they were woont, / For fear of raungers, and the great hoont».

Nel tardo XVI secolo dunque, il pastore immaginato da Spenser usa la parola “raungers” (rangers) per definire i guardiani di un territorio con il compito di proteggere quest’ultimo dalle incursioni dei lupi.
In effetti anche Aragorn e i Dúnedain non sono affatto soltanto dei selvatici errabondi, come pensa l’oste Butterbur, ma hanno un compito difensivo: proteggono l’Eriador dalle potenziali incursioni di orchi, troll, e malintenzionati vari.  Nel Prologo del romanzo viene detto esplicitamente che è al silenzioso lavoro di questi Guardiani (“Guardians”) che gli Hobbit devono la propria sicurezza. Come ricorda Aragorn al Concilio di Elrond:

«Lonely men are we, Rangers of the wild, hunters – but hunters ever of the servants of the enemy; for they are found in many places, not in Mordor only». (FR, II. II)

Gamekeeper: cacciatore con caneI Rangers quindi sono cacciatori che attraversano i territori selvaggi (cfr. anche «Rangers of the wilderness», FR, II. III) e li sorvegliano. Considerando che molti di questi territori sono boschivi, come vedremo tra un attimo, la seconda accezione dell’OED, cioè quella di sorvegliante di un’area forestale da incursori umani o animali, non sembra già più così inappropriata. È in effetti nei boschi che il cacciatore Strider si muove con il maggior vantaggio sugli avversari, come dimostra il fatto che per sfuggire agli inseguitori, guida gli hobbit precisamente attraverso una valle boscosa, su sentieri che solo lui conosce, senza temere rivali, nemmeno il nativo Bill Ferny, perché «he is not a match for me in a wood» (FR, I. XI)
Detto questo, è il terzo significato – benché venga dall’America – a chiudere il cerchio. È stato Tom Shippey a farmelo notare, quando gli ho scritto per chiedergli precisamente cosa secondo lui avesse voluto significare Tolkien con la parola “Ranger”. Trattandosi del massimo filologo tolkieniano, mi auspicavo che il suo parere sarebbe stato utile per sbrogliare la matassa. E in effetti…

Terza definizione

Il terzo significato di “ranger” nell’OED è questo:
Rangers di Rogers3. A body of mounted troops, or other armed men, employed in ranging over a tract of country.
La parola è attestata nelle colonie nordamericane a partire dalla seconda metà del XVII secolo: in particolare nel 1670 in Massachusetts, nel 1692 in Virginia, e a seguire in altre colonie, fino ai più tardi (e celebri) Ranger del Texas. Originariamente si trattava di milizie coloniali con compiti di pattugliamento e difesa della frontiera dai raid dei nativi, che poi sono state accorpate all’esercito nazionale. Dopo avermi ricordato che «The US Army still has Ranger units, and the British Army used to have a regiment of Royal Irish Rangers», Tom mi ha fatto notare che proprio questa funzione si addice ai Rangers nella Terra di Mezzo:

«A Ranger is one of a body of armed men originating in a settled state which has borders on unsettled and dangerous country, whose duties are to go beyond the borders and prevent attacks, rescue captives, and retaliate against attacks. […] There’s a strong association with forests, which argues against they being necessarily mounted men» (T. Shippey, email del 19/11/2019).

L’appunto finale non deve farci dimenticare che se i Rangers del Nord percorrono i boschi a piedi, costoro sono anche degli esperti cavalieri. I loro destrieri sono forti e assai poco agghindati, rispecchiando l’aspetto fiero e ruvido dei loro padroni:

«Their horses were strong and of proud bearing, but rough-haired; and one stood there without a rider, Aragorn’s own horse that they had brought from the North; Roheryn was his name. There was no gleam of stone or gold, nor any fair thing in all their gear and harness: nor did their riders bear any badge or token, save only that each cloak was pinned upon the left shoulder by a brooch of silver shaped like a rayed star» (RK, V. II)

Ma la definizione di Tom calza a pennello soprattutto ai Rangers del Sud, guidati dal Capitano Faramir. I Rangers dell’Ithilien sono un corpo dell’esercito di Gondor, quindi già più prossimo ai casi americani e britannici citati da Tom. Ecco come vengono descritti in The Lord of the Rings:

«[…] soldiers of Gondor, and they were Rangers of Ithilien; for they were descended from folk who lived in Ithilien at one time, before it was overrun. From such men Lord Denetor chose his forayers, who crossed the Anduin secretly (how or where, they would not say) to harry the Orcs and other enemies that roamed between the Ephel Duath and the River». (TT, IV. IV)

Rangers di Rogers 2Si tratta quindi di una milizia selezionata dallo Steward di Gondor in base alle capacità e conoscenza del territorio, impiegata nel battere una regione di confine e rendere la vita dura ai nemici, con raid e tattiche di guerriglia. Si dà il caso che l’Ithilien sia un territorio prevalentemente boschivo, e l’aspetto dei Rangers del Sud è infatti quello di combattenti “forestali”: indossano tenute mimetiche verdi per confondersi con la vegetazione, e la loro arma d’elezione è un’arma da caccia prestata alla guerra, cioè l’arco lungo:

«Two had great bows, almost of their own height, and great quivers of long green-feathered arrows. All had swords at their sides, and were clad in green and brown of varied hues, as if the better to walk unseen in the glades of Ithilien. Green gauntlets covered their hands, and their faces were hooded and masked with green […]». (TT, IV. IV)

Questo aspetto si ricollega alla seconda definizione di “ranger”, come in effetti già il look di Strider/Aragorn – logori stivali di cuoio, mantello e cappuccio verde-scuro. Nel Medioevo inglese, l’uomo incappucciato e  vestito di verde, esperto di vita nei boschi, dotato di armi leggere e arco lungo, è appunto il forester, il forestale o guardaboschi, una celebre descrizione del quale compare nel Prologo dei Canterbury Tales di Chaucer (vv. 103-117):

«And he (the yeoman) was clad in coat and hood of green.
A sheaf of peacock arrows, bright and keen,
He carried under his belt very properly
(He well knew how to care for his equipment as a yeoman should;
His arrows did not fall short because of drooping feathers),
And in his hand he carried a mighty bow.
He had a close-cropped head, with a brown face.
He well knew all the practice of woodcraft.
He wore an elegant archer’s wrist-guard upon his arm,
And by his side a sword and a small shield,
And on that other side an elegant dagger
Well ornamented and sharp as the point of a spear;
A Christopher-medal of bright silver on his breast.
He carried a horn, the shoulder strap was green;
He was a forester, truly, as I guess».

YeomanInteressante è anche il dettaglio della medaglia di San Cristoforo, santo “selvatico” e patrono dei viaggiatori, dato che il forestale è appunto anche un “ranger” nella prima accezione, cioè uno che si sposta di continuo.
Il personaggio leggendario di Robin Hood ha tra le sue fonti la figura dello “yeoman dell’arco”, l’arciere che aveva l’incarico di portare l’arco del re e che era in effetti un forestale:

«Poiché [gli yeomen dell’arco] erano responsabili dell’arco e dei cani da caccia del re, tutto quanto riguardava la foresta li interessava direttamente […]. Gli oggetti che costituiscono l’equipaggiamento più famoso di Robin Hood – l’arco, le frecce e il corno – erano strumenti e insegne che caratterizzavano guardacaccia e guardaboschi locali, distinguendoli da altri funzionari, rappresentanti del re…» (J.C. Holt, Robin Hood, 1982).

Robin Hood è anche il bandito che tende imboscate ai viaggiatori sulle strade nella foresta. Proprio quello che fanno i Rangers di Faramir, anche se non a fini di rapina.
Infine, il legame con le foreste trova ancora un tassello nell’ultimo spunto offertomi da Shippey.

Natty e Strider

Shippey mi ha rimandato all’appendice A del suo libro più celebre, La via per la Terra di Mezzo, nella quale parla delle fonti di Tolkien. In quelle pagine ricorda come Tolkien sia stato influenzato anche dalle storie, dal paesaggio, perfino dai cognomi, nordamericani (in particolare del Kentucky e North Carolina), nonché dalla letteratura che li veicolava:

Deerslayer«Allo stesso modo, Natty Bumppo, l’eroe di Fenimore Cooper, era orgoglioso della sua ascendenza inglese, mentre Tolkien ricordava un’antica passione per i pellerossa, gli archi, le frecce e le foreste (SF, p. 58, OFS, p. 41). Infatti, il viaggio della Compagnia da Lórien a Tol Brandir, con le canoe e il loro trasporto via terra, ricorda in più punti L’ultimo dei Mohicani, e quando i viaggiatori si spostano dalla foresta alla prateria, proprio come i pionieri americani, per un momento Aragorn ed Éomer fanno pensare vagamente ai trapper e ai Sioux» (T. Shippey, La Via per la terra di Mezzo, Marietti 2005, p. 475, NB: “trapper” sta per l’originale “deerslayer”).

Il riferimento a Nathaniel Bumppo, il protagonista de L’Ultimo dei Mohicani, è illuminante: in effetti Bumppo è un personaggio non tanto diverso da Strider che guida e protegge gli hobbit nel viaggio da Bree a Rivendell o che successivamente insegue la banda di orchi che ha rapito due di loro. Scout dei boschi, cacciatore, guerriero, capace di sopravvivere nei territori selvaggi. L’identikit calza.

Ricapitolando, i Rangers nella Terra di Mezzo sono:
un corpo di cacciatori-combattenti in «strong association with forests» (Shippey);
in continuo movimento attraverso un territorio selvaggio che hanno il compito di sorvegliare;
potenzialmente malvisti dalla popolazione sedentaria.

Nathaniel BumpooDevo ammettere che alla luce di questa ricostruzione, la scelta di Fatica, “Forestali”, mi suona assai meno impropria di quanto avessi avvertito di primo acchito.
Personalmente, se mai avessi dovuto proporre un’alternativa, credo sarebbe potuta essere “Cacciatori”. Questa parola, oltre ad avere un’immediata accezione venatoria (abbiamo visto che per Shippey esiste una connessione con i deerslayer e che Aragorn stesso si definisce “hunter”), ha anche un uso militare. Infatti il quarto significato di “cacciatore” nel vocabolario Treccani è il seguente:

4a. Soldato a piedi o a cavallo, armato alla leggera e impiegato soprattutto per azioni di molestia e agguato, per completare l’inseguimento del nemico, o per proteggere la ritirata delle proprie truppe dopo il combattimento. [Seguono alcuni esempi di corpi militari storici di vari eserciti, tra cui quelli italiani].

Tuttavia alla parola “cacciatore” manca la sfumatura negativa della prima definizione di “ranger” nell’OED e dell’uso degli abitanti di Bree, che invece “Forestale”, con il suo riferimento implicito alla selvatichezza e all’estraneità, riesce a mantenere. Tutto sommato, quindi, per quanto possa suonare straniante alle nostre orecchie abituate per mezzo secolo al poetico “Ramingo”, la scelta di Fatica finisce per risultare filologicamente piuttosto convincente.

 

ARTICOLI PRECEDENTI:

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LINK ESTERNI:
– Vai al sito di L’editore Bompiani: «Nessuna lettura ideologica di J.R.R. Tolkien»

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96 Comments to “Aragorn il Forestale, uno studio filologico”

  1. Gvdr ha detto:

    Nel veneto si conserva ancora l’uso di “Foresto” per indicare forestiero, straniero (http://www.treccani.it/vocabolario/foresto/). Forse per questo, a me Forestale è suonato bene fin dall’inizio.

    • Aelian ha detto:

      In effetti, se avesse scelto Foresti invece di Forestali sarebbe stato più sensato. Il problema è che Ranger viene da “to range”, un verbo che in una sua forma si traduce come “viaggiare o vagare lungo ampie aree”. Dunque a un inglese suona molto più come a noi suona “ramingo” che come ci suona “forestale”.

  2. Norbert ha detto:

    Bell’articolo, grazie.

    Mi permetto di aggiungere che i “ranger” in senso moderno/contemporaneo esistono quantomeno dalla Seconda Guerra Mondiale e sono forze d’elite di fanteria leggera. Sono “US Army Ranger” le forze speciali che assaltano una batteria tedesca a picco sul mare a Point du Hoc (Normandia). Sono ranger statunitensi la maggior parte dei militari americani nella battaglia di Mogadiscio dell’ottobre 1993 (ricordate il film “Black Hawk Down?)
    E proprio sulle sabbie della Normandia gli US Ranger “conquistarono” quello che è diventato il loro motto: “Ranger, lead the way!” (Ranger, fate strada! lo tradurrei) – per citare un altro film sono ranger i militari che vanno a cercare il soldato Ryan in “Salvate il soldato Ryan”

    Infine anche in Italia abbiamo una unità qualificata ‘ranger’ il Quarto reggimento alpini paracadutisti “Monte Cervino”

  3. Alessandro ha detto:

    Mi associo al ringraziamento per l’interessante analisi.
    Interessante perché aiuta noi lettori a prendere coscienza della dimensione filologica dell’opera tolkeniana, dimensione che credo passi facilmente inosservata ad una lettura ordinaria, ossia una lettura di un romanzo e non quella che solitamente si riserva ad un testo di studio.
    L’interesse nasce anche dal fatto che l’effetto straniante del termine “Forestale”, anche alla luce di questo bell’approfondimento, ci può aiutare a recuperare anche in Italiano l’effetto che “Ranger” credo possa avere su di un lettore anglofono. Mi chiedo infatti quanto, nella seconda metà del ‘900 o oggi, i lettori di lingua inglese fossero e siano in grado di percepire la sfumatura negativa del termine Ranger. Mi sembra infatti che nell’uso corrente il termine Ranger si avvicini anche in inglese al nostro “Forestale” nel senso di Guadia Forestale o tuttalpiù Corpo (militare) Forestale rendendo quindi anche in inglese straniante l’accezione negativa che Barliman attribuisce al termine peraltro introducendolo al lettore per la prima volta.

    Condivido anch’io quella che mi pare sia la tesi dell’articolo, ossia l’impressione che il prof. Tolkien con questo termine come con altri abbia voluto giocare con la filologia intrecciandola con il romanzo: a Brea, in una società cioè “inselvatichita” come poteva essere quella altomedievale, a Ranger fa assumere il significato di vagabondo nel senso medievale e deteriore del termine. A Gondor, società con uno stato organizzato, assume il significato di corpo militare. Mentre la seconda definizione dell’OED è quella del punto di vista degli stessi Ranger del Nord, più vicina cioè a quello che effettivamente questi rangers/forestali effettivamente fanno: proteggere di gente ignara dai pericoli delle terre selvagge.

    In altri termini i diversi significati della parola Ranger diventano i diversi punti di vista di diverse popolazioni che nel mondo primario si sono succedute nel tempo, mentre nel mondo secondario creato dal filologo di Oxford appartengono allo stesso tempo ma sono dislocate in aree (forse dovrei dire “nicchie ecologiche”) diverse. In questo senso emerge in maniera evidente come per Tolkien il racconto sia il contesto che supporta la lingua e come la lingua veda concretizzarsi i suoi significati nel racconto.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Precisamente. Il lettore anglofono contemporaneo legge “ranger” e la prima cosa che gli viene in mente è la guardia forestale. Poi ovviamente leggendo capisce il contesto e si rende conto di cosa effettivamente siano i “ranger” nella Terra di Mezzo. La traduzione di Fatica riproduce questo andamento.

      • Paolo "Pisolo" Ciaravino ha detto:

        Per quel che vale (essendo un quasi totale incompetente della materia) io l’ho vissuta più o meno allo stesso modo. Sono benvenute (e interessantissime) tutte le considerazioni filologiche ma al di là di queste, dopo un immediato primo rifiuto, il mio cervello s’è sganciato da solo dall’inevitabile associazione ai forestali nostrani e ha cominciato autonomamente a farne di nuove più attinenti al senso del libro.

  4. Stefano ha detto:

    Grazie per l’interessante approfondimento.
    Parto dal dire che è ovviamente facile criticare senza proporre un’alternativa, tuttavia ogni produzione artistica espone il fianco a valutazioni e critiche più o meno professionali, così come le opinioni. Detto questo, ho l’impressione che all’attenta disamina non corrispondano conclusioni altrettanto attente. Pare infatti che non si consideri una delle norme più importanti della teoria della traduzione, ovvero l’equivalenza dinamica (cfr. Nida, 1969, ripresa poi fra gli altri da Newmark, 1988): un testo tradotto, oltre a rispettare la forma dell’originale, deve avere lo stesso effetto sul suo pubblico dell’effetto che l’originale ha avuto sul pubblico dell’originale. Si tratta di uno dei fondamenti basilari che ogni traduttore deve conoscere e possibilmente applicare, soprattutto nella traduzione letteraria. Onestamente non pare che ‘forestali’ oggi, nel 2020, possa produrre sui lettori di oggi lo stesso effetto che ‘ranger’ produceva nei lettori anglofoni dell’originale nel 1937-1949. Non pare che nella mente dei lettori odierni la parola foestale possa evocare quanto esposto sopra nell’articolo sul significato di ‘ranger’.
    Ritengo piuttosto che un filologo, un linguista e soprattutto un traduttore avrebbe dovuto scrivere è: “forse non è una traduzione ottima, ma è la migliore che mi è venuta in mente”, che peraltro penso sia l’approccio di Fatica stesso.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      “un testo tradotto, oltre a rispettare la forma dell’originale, deve avere lo stesso effetto sul suo pubblico dell’effetto che l’originale ha avuto sul pubblico dell’originale.”
      Fatica sostiene di avere seguito precisamente questo principio, lo ha detto alla conferenza all’università di Parma. Secondo lui un lettore inglese del 1937-49 che leggeva “ranger”, avrebbe pensato alla guardia forestale. I vocabolari che ho citato in un altro commento qui sotto confermano che è così ancora oggi.
      Vero è che come dice Peta nel commento qui sotto, l’aternativa odierna sarebbe potuta essere quella di non tradurre, di lasciare “Ranger”, contando sull’associazione con i Rangers americani. Ma questo ovviamente pertiene alle scelte soggettive del singolo traduttore, per il quale non tradurre è comunque un modo di aggirare il problema, di evitare la sfida.

  5. Peta ha detto:

    Intervengo anche io per riportare anche qui qualche elemento che mi è venuto in mente in una chiacchierata su FB proprio in calce alla condivisione di questo articolo.

    Una nota che farei sarebbe sull’impossibilità di usare come alternativa il suggerito “Cacciatori”: questo in quanto costringerebbe ad apportare modifiche altrove per evitare ripetizioni, ad esempio in questo virgolettato di Aragorn: “Lonely men are we, Rangers of the wild, hunters – but hunters ever of the servants of the Enemy, for they are found in many places, not in Mordor only”.
    In questa battuta, per l’appunto, per spiegare cosa siano i Ranger (rigorosamente con la maiuscola, poiché è un titolo specifico e non solo una generica descrizione) li paragona a dei cacciatori (non di prede animali ma, ovviamente, dei vari servi del Nemico), se già avessimo tradotto “Rangers” in “Cacciatori” ci troveremmo nella necessità di dover stravolgere questa frase.

    Per il resto condivido quasi tutto (ammetto mi pare un po’ una forzatura la presunta sfumatura “negativa” del termine, ma tant’è). “Forestali” funziona sotto il piano della traduzione almeno bene tanto quanto “Raminghi”, ossia ciascuna delle due scelte evidenzia una delle due caratteristiche implicite in Ranger/To Range, sacrificando l’altra, e nella mancanza di migliori e più precise alternative che sottintendano la medesima ambiguità anche in Italiano la questione diviene puramente una preferenza personale, tra chi preferisce risalti la natura e l’aspetto di “vagabondi” dei Ranger del Nord e chi invece trova più importante risalti la loro connotazione di corpo (para)militare.

    Naturalmente, la scelta è più infelice sotto il piano dell’adattamento, poiché se anche un anglofono potrebbe pensare ai “guardaboschi” leggendo Ranger (ma perché non ai Ranger texani, che si chiamano così proprio per l’eterogeneità dei loro compiti e competenze militari e di tutela della legge in maniera piuttosto analoga a quella di questi Dunedain?), si trova comunque di fronte ad una definizione generica della categoria, mentre da noi il “Forestale” recepito come Guardia Forestale dello Stato richiama un singolo, preciso (ex) corpo dell’Esercito Italiano e non un più generico “mestiere”, con tutto il bagaglio di ilarità che ne consegue.

    Come ho per l’appunto scritto altrove, ad ogni modo, fosse stato per me si sarebbe ad oggi potuto mantenere senza confusioni (o meglio, comunque senza peggiori confusioni o backlash di quanti ve ne siano stati così) l’originale Ranger. È un vocabolo ormai acquisito dai nostri vocabolari, tanto che come ben dice Norbert ormai abbiamo dei “Ranger” persino nel nostro Esercito, sui dizionari dei sinonimi è indicizzato per altro proprio come sinonimo di guardaboschi o guardia forestale (dunque tra l’altro in maniera imperfetta perché ne rispecchia per lo più l’antica accezione britannica anziché quella più moderna oltre che USA) e – aggiungo – nell’immaginario collettivo per lo meno delle generazioni under 40 che tendono ad avere molta affinità con una certa cultura pop del fantasy e del gioco di ruolo quello del Ranger è proprio un archetipo specifico precisamente ispirato (più o meno direttamente, molto è dovuto alle rielaborazioni di Gygax prima e del settore in generis poi) a quello di Aragorn, dunque a tutti costoro il termine non apparirebbe né nuovo né vago, anzi ai loro (nostri) occhi sarebbe il più naturale.

    Poi per carità, nell’equilibrio del lavoro di Fatica, che è andato nella direzione opposta rispetto a quella che avrei seguito io, ossia ricercando un lessico italiano usualmente più antico, probabilmente con l’intento di far sì che la traduzione italiana appaia contemporanea all’epoca della stesura del testo originale, si sarebbe trattata di una scelta poco sensata, un’eccezione stonata nel contesto. Ma, per l’appunto, parlo da uno che al contrario, proprio in virtù della maggiore familiarità con l’inglese degli italiani di oggi, avrebbe seguito un approccio diverso cercando di evitare quanto più possibile di tradurre molte nomenclature, quindi vale quel che vale.

  6. Claudio Testi ha detto:

    Davvero ottimo articolo, mi hai quasi convinto ;-). Di sicuro dopo la lettura ammetto che “forestale” mi suona meno inappropriato. Però da quello che scrivi direi che il termine è perfetto per le pattuglie di Faramir, che sono un corpo a tutti gli effetti, legato a una ben precisa istituzione (Gondor). Questo mi pare manchi per il ranger Aragorn.
    Domanda: ma “vagabondo” non poteva andare bene? Quello il connotato negativo ce l’ha.
    PS: ti scrivo direttamente qui visto che avevamo inziato in privato.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Be’, se si vuole mantenere una traduzione uniforme, visto che Tolkien usa la stessa parola, “Ranger”, allora ovviamente “vagabondo” non va bene. Per farlo bisogna assumersi la responsabilità di tradurre la stessa parola con due termini italiani diversi.

      Resta il fatto che se apro il dizionario Zanichelli d’inglese, alla voce “ranger” leggo:
      1. (GB) guardiano d’un parco (o d’una foresta) reale;
      2. (USA) guardia forestale, guardaboschi;
      3. (spec. USA) soldato a cavallo, poliziotto a cavallo;
      4. (mil. USA) soldato d’un reparto di truppe d’assalto;
      5. (nelle organizzazioni giovanili) guida anziana.

      Nel Cambridge Dictionary online alla parola “ranger” leggo:
      “a person whose job is to protect a forest or natural park”.

      Nel Merriam-Webster online alla parola “ranger” leggo:
      1. The keeper of a British royal park or forest;
      2. one that ranges [nel senso di allineare]
      3. one of a body of organized armed men who range over a region especially to enforce the law; a soldier specially trained in close-range fighting and in raiding tactics.

      Nel Collins online leggo:
      “a person whose job is to look after a forest or large park”.

      I vocabolari moderni danno come significato prevalente quello di “guardia forestale” (e in seconda battuta quello di soldato appartenente a un corpo speciale, come dagli esempi fatti sopra da Norbert). Dunque dobbiamo dedurne due cose:
      1) nella lingua inglese corrente l’accezione di “vagabondo” non è più percepita;
      2) quando un anglofono legge “ranger” la prima cosa che gli viene in mente è un guardaboschi. È il contesto che poi corregge, perfeziona o arricchisce quell’immagine (con vagabondo, cacciatore, soldato di frontiera). Dunque tradurre “Ranger” con “Forestale” riproduce esattamente lo stesso effetto: noi lettori italiani pensiamo alla guardia forestale, proprio come capita agli inglesi, ma ci accorgiamo subito che il significato è più complesso, perché ce lo dice il contesto.

      • Claudio Testi ha detto:

        Tradurre una medesima parola con due diverse non mi pare un errore: è il contessto che determina il significato o sbaglio?
        Quello che (ri)dici è giusto, ma resta che quando Omorzo (o altri) parlano di “ranger” lo fanno in un contesto negativo o per lo meno non positivo. Invece se uno in Italia parla di “guardia forestale” non si ha un richiamo negativo: forse è uno dei pochi corpi stimati da tutti. Poi resta che la tua analisi è ottima.

        • Wu Ming 4 ha detto:

          Era talmente stimato che l’hanno abolito, accorpandolo ai Carabinieri… :-/
          A parte gli scherzi, sono sicuro che se Fatica avesse scelto due parole diverse per tradurre Ranger, adesso staremmo qui a discutere del perché non abbia optato per una traduzione unica 🙂 Ma bisogna dire che è anche il bello delle (ri)traduzioni…

  7. ANNA LEGNANI ha detto:

    Non so quanto sia calzante, ma a me sarebbe piaciuto anche, e di più forse, la traduzione in “foresto”…

    Grazie per le utili informazioni

    • Peta ha detto:

      No, ti prego, in Liguria questo ci costringerebbe tutti a odiare Aragorn e a fargli presente che è la torta di riso è finita, la pizza bianca non esiste e che dopo le nove di sera la cucina è chiusa, frega una mazza se è appena tornato dal cacciare dei warg in Fontanabuona :v

  8. Mattia Lusetti ha detto:

    Interessantissime comunque le “notitiae” sui tre significati di ranger e le notazioni sui corpi e le loro varie evoluzioni, sebbene alcune un po’ “collezionistiche”. Si, collezionistiche perché riguardo al giudizio sulla scelta conta soltanto (o quasi) l’accezione di forestale oggi, e questa si attaglia non troppo bene sui “ranger” della Terra di Mezzo. I raffronti sugli usi linguistici stratificati nei secoli è naturalmente fondamentale, in generale, ma dovrebbe terminare con il definire il significato e l’uso del termine “forestale” oggi e questo sarebbe appunto il termine di giudizio per la nostra questione.
    Incolpandomi preventivamente – in cauda venenum: ecco l’accusa – devo dire che la franca impressione immediata è stata quella di un articolo “a soggetto” costruito attorno all’intento di difendere la scelta di traduzione di Fatica (traduzione peraltro molto bella, sono verso la fine della Compagnia).

  9. io avrei tradotto con Sorveglianti.
    ambiguo, inquietante, ma adattabile a un corpo militare di un mondo remoto. Nell’accezione di ‘sentinella’ peraltro si fa riferimento ai militari.
    forestale per quanto mi riguarda è traduttese.

  10. Valen ha detto:

    Buongiorno a tutti. Trovo la discussione molto interessante e stimolante. Vorrei portare il mio umile contributo con una mia personale traduzione, che dal mio punto di vista potrebbe mantenere sia il significato “erratico” del termine Ranger, sia quello militaresco di sorvegliante/pattugliatore, sapendo che poiché non esiste in italiano un termine che si riferisca univocamente ad una simile figura anglosassone bisogna trovare una parola che si collochi tra il neologismo e il desueto.
    La traduzione da me proposta è quindi “Rondiere”: dal verbo “rondare” che significa sia “vagare” che “pattugliare facendo la ronda”. Storicamente i rondieri furono una forza armata di sorveglianza della Sicilia, e nel contesto della Terra di Mezzo potrebbero benissimo indicare quegli individui che “rondano” per le terre selvagge: per gli abitanti di Brea si tratterebbe solo di un semplice (e malvisto) errare, mentre per i Ranger di Faramir prevale la connotazione di un corpo para-militare di sorveglianza.
    Senza contare che Rondiere mantiene anche una buona sonorità dell’originale Ranger.
    Aragorn il Rondiere mi suona piuttosto convincente, insomma.

    • Norbert ha detto:

      Grazie del suggerimento, Valen.

      Per il poco che vale il mio parere, “rondiere” mi piace

    • Richard Rockvalley ha detto:

      Valen dove hai trovato la parola Rondiere in quale sito internet?
      Se si, quale?

      • Valen ha detto:

        Non l’ho trovata in nessun sito: è stata una mia intuizione (dopo lunghi scervellamenti) avvenuta dopo aver letto una poesia in cui il verbo “rondare” era usato come sinonimo di “errare”. Poi la cosa ha trovato conferma in qualche vecchio libraccio in cui si parlava dei Rondieri del Regno delle Due Sicilie, in accezione più militaresca. Come infatti ho già spiegato in precedenza, storicamente i Rondieri sono stati una forza armata comunale del Regno delle Due Sicilie; il nome letteralmente deriva da “ronda”, poiché erano un corpo di vigilanti in appoggio ai militari di servizio. Ma visto che “rondare”, per quanto sia un termine un po’ aulico, può significare sia “fare la ronda”, sia “andare in giro errando”, mi sembrava calzasse bene per descrivere chi, nel SdA, ha sia un compito para-militare di vigilanza nei territori selvaggi che una certa fama di vagabondo errante.

        • Richard Rockvalley ha detto:

          Okay.
          P.s. Quale poesia hai letto in cui il verbo “rondare” era usato come sinonimo di “errare”?

          • Valen ha detto:

            Urca, adesso non so se riuscirei a ritrovare quella poesia… non era certo famosa e son passati anni. Ma di esempi, sia un po’ letterari che dizionaristici, se ne trovano in rete…

        • Savio Sacconi ha detto:

          In quale vecchio libraccio in cui si parlava dei Rondieri del Regno delle Due Sicilie,caro/a Valen e come si chiama questo libro?

        • Savio Sacconi ha detto:

          Scusa Vale in qualche vecchio libraccio in cui si parlava dei Rondieri del Regno delle Due Sicilie?
          Per curiosità mia.

          • Valen ha detto:

            Sinceramente mi fa un po’ sorridere questo continuo e improvviso “interrogatorio” da parte di diversi nomi che presentano lo stesso “modus scrivendi”. Comunque sia, come ho già detto è storia un po’ vecchiotta per m; il libro l’avevo trovato in biblioteca mentre ero in vacanza in montagna, ora non saprei come recuperarlo. Se però dovessi riuscirci, lo farò presente. Però come ho già ribadito, basta cercare nel web la parola “rondieri”: si trovano diversi blog e siti che ne parlano, anche accuratamente. Io ho trovato persino un passaggio di Leonardo Sascia, che ne parla nel suo libro “Gli zii di Sicilia”: qui siamo già nel dopoguerra, segno che questa “polizia notturna” era ancora in qualche modo in vigore. Spero di essere stato sufficientemente esaustivo. Ah, e sono maschietto.

  11. Valen ha detto:

    Grazie Norbert per l’apprezzamento.
    Vorrei aggiungere qualche esempio di resa del termine da me proposto, Rondiere, all’interno della traduzione di alcune frasi in cui appare manifesto il collegamento tra Ranger come derivato da to range nel senso di to wander (vagabondare), nella connotazione che ne hanno gli abitanti di Brea e lo stesso Aragorn:

    1) “He is one of the wandering folk, Rangers we call them.”

    “È uno di quelli che rondano in giro, noi li chiamiamo Rondieri.”

    2) But in the wild lands beyond Bree there were mysterious wanderers. The Bree-folk called them Rangers, and knew nothing of their origin.

    Ma nelle terre selvagge oltre Brea vi erano misteriosi vagabondi. La gente di Brea li chiamava Rondieri, e non sapeva nulla delle loro origini.

    3) “Lonely men are we, Rangers of the wild, hunters… but hunters ever of the servants of the Enemy; for they are found in many places, not in Mordor only.”

    “Siamo uomini solitari, Rondieri delle terre selvagge, cacciatori… ma sempre cacciatori dei servi del Nemico; poiché essi si trovano in molti luoghi, non solo a Mordor.”

    • Wu Ming 4 ha detto:

      In effetti è una resa interessante, che ovvierebbe anche il problema vero che ha “Forestale”. E cioè che mentre “Ranger” è un sostantivo derivato da un verbo, quindi contiene in sé il senso di un’azione (andare in giro attraverso un territorio, e poi per derivazione dal contesto anche sorvegliarlo, combatterci, ecc.), Forestale deriva da un sostantivo (foresta), quindi l’azione non è implicita nel nome. “Rondiere” invece ha in sé l’azione (fare la ronda, aggirarsi).
      È lo stesso problema che si ha con “Strider”, che letteralmente significa “colui che cammina a grandi passi”. Da quanto ha detto a Parma, Fatica se n’è accorto tardi, quando il libro era già in stampa, che la traduzione migliore non era né Grampasso né Passolungo, bensì “Falcante” (= colui che compie la falcata). Tra l’altro suona anche meglio, perché sembra un nome italiano antico, come Violante, Ferrante, Dante, ecc.

      • Valen ha detto:

        Mi fa molto piacere che abbia trovato la mia traduzione interessante; soprattutto apprezzo che abbia sottolineato l’aspetto della presenza dell’azione nel sostantivo, che in questo caso considero fondamentale per una buona resa (motivo per il quale trovo anche Falcante perfetto per Strider). Mi piacerebbe che ci fosse un dibattito costruttivo anche su altri termini ostici dell’opera, poiché credo che aiuterebbe meglio a capire il senso degli elementi che la compongono e a scoprire nuovi modi per esprimere nella nostra bella lingua i concetti veicolati da un’altra differente.

        • doctorJoJo ha detto:

          Scusa Vale, dove hai trovato la parola Rondiere? Solo per curiosità mia.
          P.s. la tua traduzione interessante, invece di forestale.

        • doctornerd ha detto:

          Valen dove hai trovato la parola Rondiere?

          • Valen ha detto:

            Storicamente i Rondieri sono stati una forza armata comunale del Regno delle Due Sicilie; il nome letteralmente deriva da “ronda”, poiché erano un corpo di vigilanti in appoggio ai militari di servizio. Ma visto che “rondare”, per quanto sia un termine un po’ aulico, può significare sia “fare la ronda”, sia “andare in giro errando”, mi sembrava calzasse bene per descrivere chi, nel SdA, ha sia un compito para-militare di vigilanza nei territori selvaggi che una certa fama di vagabondo errante.

  12. Ialkarn ha detto:

    Forse,ogni tanto, si farebbe bene ad ammettere di aver preso una cantonata e fare un passo indietro invece di costruire improbabili castelli di carta a supporto dei propri errori.
    Forestale e’stata una scelta quanto meno infelice (oltre che filologicamente sbagliata), persistere rende tutto solo piu’grottesco ancora.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      In effetti io inizialmente l’avevo registrato come una cantonata, e l’avevo anche scritto in una di queste discussioni. Poi sono andato a leggermi l’OED, ho corrisposto con Tom Shippey, e la cosa mi è apparsa sotto una luce diversa. L’articolo rende semplicemente conto di questo, con citazioni e argomentazioni. Dalla discussione in calce qui sopra sono perfino uscite almeno tre ulteriori proposte di traduzione, mi pare. Non vedo dove sarebbe il grottesco in tutto questo. Mentre lo vedo bene nel denigrare ogni discorso o scelta altrui senza mai controargomentare, o volere intervenire a tutti i costi in una discussione anche se non si ha alcun contributo da dare.
      Questione di punti di vista, appunto. Lungi da me sminuirne uno. Ad esempio provo a immaginare quello della prossima generazione di lettori italiani del SdA, quelli che oggi hanno dieci anni, i quali molto probabilmente non coglieranno più la nostra associazione mentale e il nostro sarcasmo su Forestale, perché la Forestale e i Forestali ormai non esisteranno più da anni (essendo diventati Carabinieri nel 2016) e quindi nel parlato si sarà progressivamente perso anche l’uso del termine…se non per indicare qualcuno o qualcosa connesso ai boschi. E se qualcuno ricorderà loro i Raminghi forse penseranno a un ordine di frati o a un tipo di biscotti. La faccenda ha comunque il suo fascino.

      • Triceratopo Volante ha detto:

        Appunto, qual è l’età media di quelli che si lamentano tanto di “forestali”? Mi sembra una polemica agitabile solo da chi è cresciuto in un’Italia dove ogni tanto scoppiavano polemiche su clientelismi e assunzioni facili nel corpo forestale dello stato, corpo ormai disciolto da anni.
        Non solo: da calabrese emigrato, sospetto che molti lamentosi siano miei corregionali, perché è soprattutto dalle nostre parti che “forestale” fa (faceva) pensare a quelle storie…
        Ai ragazzi di oggi, e del resto d’Italia, che mai gliene può importare?
        Sarebbe come dire che «Joe Little» non va bene perché ricorda Giolitti. Lo ricorda a chi? Sono associazioni mentali da “matusa”, come suol dirsi dove mi sono trasferito.
        Per giunta chi scopre oggi il SDA lo scopre nella nuova traduziome e quindi non potrà affezionarsi al termine “raminghi”, com’è successo ai quarantenni-cinquantenni-sessantenni che reagiscono male.

        • Simone V. ha detto:

          Io sono un ragazzo di 27 anni nato nel nord Italia. Ti posso assicurare che il termine forestale fa ridere e non ricorda assolutamente i ranger americani. Non è nella nostra cultura.
          Nell’immaginario collettivo un forestale non va in giro con una spada, è uno che al più raccoglie le cartacce lasciate dai passanti.
          Semplicemente è una traduzione sbagliata e la spiegazione data sembra tanto un arrampicarsi sugli specchi.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Scusa Simone, ma le Guardie Forestali non raccoglievano cartacce nei parchi. Quello forse lo fanno i boy scout. I Forestali erano guardaboschi, ovvero difendevano “il patrimonio agro-forestale” ed erano un corpo di polizia a tutti gli effetti. È la stessa funzone che hanno i Rangers nel mondo anglofono.
            La cosa infatti che si continua a dare per scontata è che l’effetto dell’accostamento tra i Dunedain e i Forestali (così straniante per noi abituati ai Raminghi) non sia analogo a quello di un lettore anglofono quando vede associare i Dunedain ai Rangers.
            Nei paesi anglofoni prevalentemente i Rangers non sono i Rangers del Texas. A quelli ci si può arrivare, certo, in base al ragionamento che fa anche Shippey. Ma prima di tutto se un lettore anglofono legge “Rangers” pensa a questi, se è britannico:
            https://nationalparks.uk/ranger-room/meet-the-rangers
            a questi, se è statunitense:
            https://en.wikipedia.org/wiki/National_Park_Service_ranger
            a questi se è australiano:
            https://www.nationalparks.nsw.gov.au/about-npws/careers/rangers
            a questi se è neozelandese:
            https://www.careers.govt.nz/jobs-database/animal-care-and-conservation/conservation/ranger/
            a questi se è canadese:
            https://engage.gov.bc.ca/bcparksblog/2016/02/10/how-to-become-a-bc-parks-ranger/
            Nessuno di questi va in giro con una spada o con arco e frecce, te l’assicuro.
            Quando Fatica afferma di avere voluto riprodurre alla lettera questo effetto, possiamo contestare la sua decisione, ovviamente, cioè dire che non è questa la ratio che si sarebbe dovuta adottare, e proporne un’altra. Ma è ben dura limitarci a dire che la traduzione è “sbagliata”. Sbagliata perché? In che senso?

          • Triceratopo Volante ha detto:

            «Raccogliere cartacce lasciate dai passanti»?
            I forestali contrastavano i bracconieri e capitava anche che coi bracconieri avessero scontri a fuoco.
            I forestali indagavano su chi avvelenava gli orsi del parco dell’Abruzzo.
            I forestali indagavano sugli incendi dolosi in parchi e foreste.
            Et cetera.
            Protestate contro una parola senza nemmeno sapere cosa significhi.

          • Simone V. ha detto:

            La mia è ovviamente una semplificazione, non volevo sminuire il ruolo dei forestali. Il punto è che l’immagine di forestale che gli italiani hanno in mente è ben lontana da quella che si vuole rappresentare. Il fatto che ci siano tante critiche e meme dovrebbe essere auto esplicativo.

            @Wu Ming: sicuramente i ranger moderni sono diversi da quelli rappresentati nel testo di Tolkien, ma la parola in inglese conserva anche l’altro significato. Un parallelismo in italiano si può fare con il termine soldato: i soldati moderni ovviamente non hanno armatura, spada e scudo. Hanno fucili e divise mimetiche. Se però descrivi un soldato in un’ambientazione medievale è la prima l’immagine che salta alla mente. Non si può dire lo stesso dei forestali, che io sappia non c’è un equivalente “medievale”.

            Aggiungo: nel dubbio (perché il fatto che un termine susciti tanto dibattito e abbia bisogno di una spiegazione filologica implica che qualche dubbio c’è), non sarebbe stato meglio mantenere la traduzione precedente? Per cambiare un termine esistente e già accettato dai lettori, il traduttore dovrebbe essere moolto sicuro che la nuova traduzione sia migliore, e non mi pare questo il caso.
            Questo vale per molte altre traduzioni (es. Mount Doom, Samwise, Rivendell, ecc.)

          • Peta ha detto:

            Giusto un appunto rivolto a Wu Ming sulla percezione di “Ranger” per un madrelingua inglese: stai sottovalutando, mi sembra, due cose: la naturalezza ed immediatezza della percezione del ranger “militare” nei confronti di quella – appunto – forestale, ed il fatto che a differenza della traduzione in Forestale, Ranger è un sostantivo generico che indica una occupazione.

            1 – Di corpi e divisioni di Ranger, anche nell’esercito di Sua Maestà, senza quindi scomodare i cugini americani e i loro cavalleggeri, ce ne sono dozzine, e non da tempi recenti, ma già almeno dai tempi della guerra d’Indipendenza. Due secoli e mezzo. L’utilizzo in accezione militare è dunque comune e consolidato da molto, Tolkien non è certo andato a prendere alcuna particolare… eccezione dell’accezione. Come del resto è già stato detto sin dal principio nel pezzo, è il contesto a fare la differenza, ma avrei dei dubbi che senza contesto l’automatismo porti a pensare così necessariamente e tanto comunemente più al guardaboschi. Anche perché, ad esempio, quando si parla nello specifico di forest rangers esistono equivalenti (o semi-equivalenti) che non a caso sono etimologicamente assai più espliciti, come “forester” (per quanto il forester, soprattutto in accezione moderna, non abbia compiti di polizia quanto più di generica tutela ambientale e del territorio).
            Insomma, pensare al ranger di Yogi o al soldato/tutore dell’ordine mi sembra davvero un 50-50, come del resto lascia intuire proprio l’etimologia di un termine che, nella sua radice, non ha nulla di direttamente ed esclusivamente relativo a boschi e foreste. E c’è un motivo se è così.

            2 – Lo si prenda come lo si prenda, guardaboschi o militare in senso più ampio, quella del ranger per un anglofono è una “professione” generica. Ci sono mille tipi di ranger diversi, anche in esclusiva accezione di guardaboschi, dipendenti privati e pubblici. Non è l’appellativo di uno specifico, individuale e preciso corpo di polizia boschiva o di forza armata. Cosa che invece accade con “forestale”: per l’uso italico non esistono “tanti tipi di forestali tra cui pure le ex Guardie”, per noi “Forestale” è un appartenente a quello specifico corpo. Ed è tutta da lì che nasce l’ilarità, la sensazione che il termine sia fuoriposto, fuori contesto. Proprio perché per noi forestale si applica solo ad un contesto estremamente specifico.

            In short, per quanto concerne l’adattamento, ranger sta a forestale come gendarme starebbe a carabiniere (farei il paragone letterale carbineer – Carabiniere, ma a differenza dei ranger, i carbineer intesi come divisione militare non esistono più nell’uso e nel parlato moderno, ne sono rimasti solo una manciata di corpi di “polizia”, appunto di gendarmeria proprio come nel caso italiano). E se in un libro fantasy in cui ci sono originariamente dei “gendarmi”, accezione generica di milite con compiti di tutela dell’ordine pubblico, tu me li chiami invece Carabinieri… beh, per un italiano sarà egualmente inevitabile trovarlo ilare.

        • Giuspee ha detto:

          @Simone V.

          Rispondo solo sottolineando che “Mount Doom” è rimasto “Monte Fato” come nella precedente traduzione, non vedo dove sia il problema. “Rivendell” è ora un nome che certamente può non piacere ma che rispecchia ora l’interezza del nome originale, a differenza del solo elemento “Burrone” della precedente traduzione, quindi mi pare sia un miglioramento.
          Fatica non ha guardato al lavoro fatto da Alliata-Principe, ha badato solo al testo originale; non c’è un obbligo per cui avesse dovuto farlo, poteva farlo o meno. Immagino abbia preferito basarsi solo su Tolkien senza essere condizionato dalle scelte già effettuate.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            @ Simone
            Il vantaggio del termine “Ranger”, com’è stato detto più volte in questa discussione, è che ha una gamma di almeno 3 significati, che invece “Forestale” non ha – o ha molti impliciti – e quindi deve affidarsi al contesto per farli emergere. Ma “Ramingo” non presenta meno problemi. Da un lato – come ho scritto nell’articolo – in italiano “ramingo” ha un’accezione empatica: uno che se ne va “ramingo” è un esule, non un selvatico vagabondo dei boschi, che è invece l’accezione attribuita dagli abitanti di Bree ai Rangers. Dall’altro “Ramingo” non ha nulla di militare o poliziesco, come invece ha Forestale. Dunque “Ramingo” perde due accezioni su tre di “Ranger” e ne conserva una, ma con un senso positivo anziché negativo. Non mi sembra proprio difendibile, sinceramente. E non mi meraviglio che il nuovo traduttore infatti abbia fatto un’altra scelta.

            Per ogni nuova versione di un nome nella nuova traduzione della CdA c’è un motivo ben preciso. E su ognuna si sta discutendo a lungo. Bene, le ri-traduzioni servono anche a questo. A riflettere sulla lingua.

            Se mettiamo da parte ragioni di natura affettiva e di abitudine, non è logicamente comprensibile perché la parola italiana composta “Granburrone” per “Rivendell” dovrebbe andare bene e la parola composta italiana “Valforra” no. Ha ragione Giuspee qui sopra, se guardiamo al significato:
            “riven” (split, cloven, rent) + “dell” (hollow, dale) = Valle spaccata.
            Dov’è il grande burrone?
            Rivendell si chiama così non perché sorga sul ciglio di un grande burrone, ma perché si trova all’imboccatura di una valle alta e stretta, attraversata da un corso d’acqua. Ecco come il Treccani definisce la parola “forra”: “Profonda gola a pareti verticali, assai ravvicinate, dovuta in genere a una forte erosione regressiva esercitata dal corso d’acqua che vi scorre dentro”.
            A me pare che la parola Valforra renda assai più filologicamente il senso del termine “Rinvendell” rispetto a “Granburrone”.

            Ancora: si sono sprecate le risate e le battute su “cavallino inalberato” per “prancing pony”.
            Ma il pony non è un “puledro”, com’era nella precedente traduzione. Puledro, cioè il cucciolo del cavallo, in inglese si dice “colt”. Il pony invece è un “cavallo di piccola statura”, cioè un cavallo che non cresce più di m 1,50 al garrese. Dunque è un cavallino. Infatti in italiano non dici i “puledri della Giara di Gesturi”, ma “i cavallini della Giara di Gesturi”. E anche se per traslato si usa dire “cavallo impennato” e “cavallo rampante”, filologicamente non è corretto, perché il cavallo negli stemmi non “rampa” (quello lo fanno leoni, lupi, rapaci, insomma i predatori) e non “impenna”, bensì si “inalbera”. Anche in questo caso, potrà piacere o non piacere, ma la scelta di Fatica è più corretta.

            E via così.

          • Giuspee ha detto:

            Aggiungo una piccola e personale considerazione a partire dal nuovo nome della locanda di Brea. Molti obiettano “Ah-ah, ma ce li vedete questi paesani rozzi che chiamano la locanda ogni volta “Cavallino inalberato” con conoscenze di araldica, ecc.”; bene, peccato che nella precedente traduzione il nome della locanda, se non ho controllato male, è sempre riportato per esteso anche quando invece gli abitanti del luogo sembrano chiamarla familiarmente solo “the Pony”, che infatti Fatica traduce solo con ” al/il Cavallino”, in bocca ad esempio ad Harry, il guardiano del cancello, o in un dialogo di Omorzo o Aragorn. Questo per mostrare come la traduzione precedente appiattisse anche queste piccole sfumature sui nomi, sempre riportati per intero (molte volte le colline dove si perdono gli hobbit sono sempre chiamate Tumulilande, quando in originale c’è solo ‘Downs’, o quando Galdor al Concilio di Elrond dice solo ‘Havens’ ed è tradotto in maniera estesa “Rifugi Oscuri”, mentre Fatica traduce solo “Approdi”; o per tornare a Brea, il diminutivo di Barliman-Omorzo in Barley-Orzo per Fatica, era lasciato sempre Omorzo).

          • Triceratopo Volante ha detto:

            Molti detrattori pavloviano di Fatica si lamentano, per sentito dire e nient’altro, del fatto che nella nuova traduzione sia cambiato il nome di «Mount Doom». Questo è uno sfondone che viene direttamente dalla frettolosa e sciatta stroncatura di uno YouTuber, divenuta virale pochissimi giorni dopo l’uscita del libro. Quel video contiene un sacco di errori, dovuti all’avere sfogliato il libro a tutta velocità in modo da “battere tutti sul tempo”. Quegli errori poi sono stati riprodotti in un sacco di commenti di gente che millantava di aver letto il libro, mentre aveva solo visto il video.

          • Giuspee ha detto:

            Sì purtroppo certi video e certe informazioni del tutto false hanno fatto tanti danni per la diffusione serena di questa nuova traduzione. Come hai detto tu, la voglia di primeggiare e di fare in fretta ha dato spazio a pressapochismo, quando ci vorrebbero mesi, se non anni, per ponderare bene una nuova traduzione. Il problema sta però anche nel fatto che molte persone si fidano e non vanno a verificare ciò che leggono; ci sono certe castronerie in giro che fanno sorridere per quanto poco occorrerebbe per smontarle. Uno dei casi riguarda proprio “Rivendell”, del quale si sostiene ad esempio che nell’adattamento di Fatica “forra” starebbe per una ripetizione di “valle” (quando Wu Ming ha riportato correttamente le definizioni del vocabolario, basterebbe prenderne uno…), mentre secondo questi era più idoneo addirittura “Forraspaccata”! che sarebbe come se traducessi un nome in “neve gelida”. O ancora: la questione di “undicentesimo” che sviene sbandierato come latinismo che significa novantanove, quando per prima cosa mi pare non sia registrata nei vocabolari italiani, quindi tutta questa sicurezza sull’origine del termine non si sa da dove giunga, e poi, se accettiamo questa versione, allora sarebbe dovuto essere “undecentesimo” perché basterebbe sapere che i cultismi non hanno adattamento fonetico come le parole di trafila diretta e popolare, come è appunto avvenuto per il numerale “undici”. Questo solo per riportare due casi.
            Insomma, noto spesso malafede nel commentare le scelte di Fatica e mi fa sorridere pure vedere in certi casi un’acribia per l’analisi delle scelte di Fatica che mi chiedo dove fosse in questi anni per commentare certi errori palesi della precedente traduzione.

          • Triceratopo Volante ha detto:

            Però questa stupidaggine su Monte Fato che avrebbe cambiato nome è utile, serve a individuare subito chi parla della traduzione di Fatica per sentito dire. Ci sono esempi ogni giorno, continuamente:
            https://twitter.com/VelocitaSmodata/status/1223154779112734723
            E tutto può essere fatto risalire al video sciatto e disinformato di quello youtuber.

  13. Wu Ming 4 ha detto:

    Rispondo qui a Peta, perché non c’è più spazio per la “nidificazione”.

    Quello che scrivi è vero. Come dicevo, Ranger contiene un verbo, un’azione, e quindi più sfumature, più profondità, di quanta ne contenga Forestale. Il mio ravvedimento tardivo riguarda infatti soltanto la percezione che “Forestale” fosse una traduzione sbagliata. Non lo è, almeno dal punto di vista filologico.

    Resta ovviamente l’accostamento alle nostre Guardie Forestali (con relativo effetto di straniamento e/o ilarità). Come scrivevo in un commento, questo effetto svanirà tra qualche anno, quando i Forestali italiani saranno un lontano ricordo, conservato da quelli della mia generazione o poco più giovani. Dunque in quel “Forestali” potrà essere implicito “uomini” o “guerrieri” o “cacciatori”, ecc. È solo questione di tempo. Del resto, se pensi che in mezzo secolo ci siamo affezionati ai “Raminghi”, che fa pensare a degli esuli che se ne vanno solitari e tapini lontani da casa, per identificare i Guardiani dell’Eriador e dell’Ithilien… non sembra un passaggio tanto più ostico.

    • Peta ha detto:

      Sì, sì, su questo sono d’accordo (ammesso che la traduzione di Fatica resti rilevante così a lungo: cosa su cui ho, a prescindere dal giudizio, qualche dubbio), mi premeva per lo più sottolineare quel lato perché mi è giusto capitato pochi giorni fa di dover elencare 10 divisioni di Ranger britannici del ‘700 ed ‘800 per spiegare appunto che no, il collegamento col “guardaboschi” non è poi così privilegiato all’orecchio anglofono, non è necessariamente il primo significato indicizzabile. Insomma, una questione linguistica prim’anco che tolkieniana in sé, poi in tal contesto era di secondaria importanza se questo possa esser usato per spezzare una lancia più per l’Alliata o per Fatica (che, come ben sai, è questione che spinge in tanti all’oltranzismo, per l’uno o l’altro mulino).

      Per il resto c’è anche da dire che – e questo cozza direttamente con quelle antiche linee guida di Tolkien sulla traduzione e la resa dell’Ovestron – dal dopoguerra ad oggi in Italia si è sviluppata una fortissima esterofilia per qualunque contenuto narrativo. Principalmente un risultato della “colonizzazione culturale” angloamericana a fronte di una produzione interna vicina allo zero, ma in sintesi preferiamo istintivamente terminologia, nomenclatura, così come setting, il meno possibile italocentrici, tanto più quanto più il contenuto narrativo è “fantastico”, “esotico”.
      Un’apocalisse zombie non potrà mai avvenire a Roma senza suonare intrinsecamente parodica, dovrà avvenire in posti come il Colorado. Una storia di fantascienza distopica, se non in un Paese o pianeta fittizio, potrà svolgersi in California, ma va bene anche il Sudafrica o la Cina, l’importante è che non sia a Milano, o la prima percezione tenderà ad essere ilare come per quel rutto senile di Celentano. Gli orrori cosmici lovecraftiani sono di casa nel New England, ci farebbero ridere a Genova. Figurarsi poi nel fantasy, che è quanto di più intrinsecamente “esotico” ci possa essere. Uno stesso “eroe” si potrà poi benissimo chiamare con un nome inventato o straniero, ma sicuramente mai potrà chiamarsi Paolo Rossi, Luigi Fumagalli o Rosario Sperandio. Si “salvano” in parte giusto i gialli, proprio perché è forse l’unico genere in cui una produzione letteraria (e cinematografica) nostrana è sopravvissuta costante nel tempo, alimentata dalle ben note questioni endemiche della nostra penisola.

      Questo accentua ulteriormente la malaricezione di un termine con le forti implicazioni nostrane come Forestale, ed è poi la ragione per la quale, come accennavo nel mio primo post, io sarei oggi andato a testa bassa sull’intero mantenimento della nomenclatura inglese. All’epoca Tolkien non poteva immaginare la pervasività che l’inglese avrebbe raggiunto nel quotidiano di mezzo mondo, oggi addirittura on demand in tutte le case, e dunque come per certi paesi (paradossalmente in particolare proprio pure in quell’Italia sino a ieri così poco poliglotta anche per bestialità come l’abitudine del cinema doppiato) anziché la propria lingua madre potesse divenire proprio quello ad essere più naturalmente percepibile come Ovestron. È la lingua comune con cui parlano fra loro i differenti popoli dell’Ovest, e per un europeo (magari giusto con una mezza eccezione per i notoriamente campanilisti francesi), che ormai varca pure costantemente frontiere che tali nemmeno sono più, il paragone istintivo naturale è proprio con l’inglese. Chiaro, si creerebbe un certo paradosso fra dialoghi e voce narrante, anch’essi contenuti che si presumono in Ovestron, in italiano a differenza della nomenclatura anglofona, ma mi pare un piccolo prezzo da pagare per un risultato che, per l’appunto, mira a poter restare attuale anche e soprattutto in chiave futuribile. Insomma, quelle linee guida di Tolkien non sono più necessariamente del tutto valide ovunque.

      Che poi è la cosa su cui più sono diviso nel recepire il lavoro di Fatica.
      Da un lato il suo piglio classico, volto a tradurre un’opera di 70 anni fa (ed in realtà anche ben oltre, se si considera la stesura anziché la pubblicazione) con un registro secondo lui consono all’epoca è sulla carta l’unica scelta sensata, e mi piace molto l’autenticità del risultato, salvo un paio di pignolerie e – forse – il fatto che mi suona un po’ meno “musicale” della versione rimaneggiata da Principe, ma potrebbe essere solo una questione di imprinting, di abitudine. Pensare di dover “aggiornare” la traduzione di un classico mi fa inorridire, quando leggo Hugo o Dumas mi aspetto un lessico adeguato all’epoca, né se leggo l’argot di Céline mi aspetto una trasposizione in slang millennial.
      Dall’altro quella di Tolkien è ancora considerata letteratura moderna, modernissima, tanto più rivitalizzata nella pop culture dai film, e – aiutata dal setting fantasy che difficilmente la può rendere anacronistica come può avvenire per le vicende dei Miserabili o di Montecristo – presumibilmente tale resterà ancora a lungo prima di essere spostata di scaffale. E dunque in tal chiave adattarla alle abitudini moderne sicché resti attuale anche nella forma, nel feeling, comincia ad apparire molto meno insensato ed un investimento a lungo termine più oculato.

      Ma vabbè, chiedo venia, son partito per la tangente con la logorrea che queste tematiche mi ispirano sempre. Fa piacere poterne chiacchierare senza il clima da tifoseria che si respira sui social.

      • CLaudia ha detto:

        RIguardo all’ambientazione di certe storie in Italia: in realtà qualcosa sul fronte dei generi (cinematografici e letterari) sta cambiando anche qui. Gli orrori lovecraftiani stanno benissimo nel New England, ma quelli proposti da Valerio Evangelisti nei suoi romanzi dedicati all’Inquisitore Eymerich non sono da buttare via. Vero è che l’ambientazione non è esattamente l’Italia attuale, ma è comunque un modo per far emergere il sottobosco inquietante di certe zone italiane, fin troppo sepolto sotto l’ilare superficie di “paese del sole” e della “dolce vita”. C’è tutto un filone horror di ambientazione italiana, in realtà, io non ho letto niente perché il genere non mi piace, ma dichiarare che un’apocalisse zombie di ambientazione italiana farebbe ridere mi sembra segno di un pregiudizio altrettanto assurdo quanto quello degli esterofili.

        La fantascienza

        C’è inoltre la corrente (o la rinascita) del cinema “di genere” italiano: la fantascienza dell'”Arrivo di Wang” (ma anche di diversi film degli anni ’60, nonché il Salvatores di “Nirvana”), i supereroi di “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Il ragazzo invisibile” (di nuovo SAlvatores), l’horror padano/quotidiano di Pupi Avati, senza dimenticare quello urbano di Dario Argento, il “fantasy all’italiana” di Garrone…

        Io direi che lo sdoganamento di un “fantastico italiano” (fantasy, horror, fantascienza) è già in atto. E piuttosto ben accetto.

  14. Ekerot ha detto:

    Secondo me il punto debole dell’argomentazione di Fatica è l’accezione “negativa” insita nella parola “forestale”, accezione etimologicamente presente nel latino medievale, ma completamente perduta nella nostra contemporaneità.
    Un po’ come dire che “slavo” e “schiavo” hanno la stessa origine in ‘slavus’. Sì è (probabilmente) vero, ma per noi “slavo” non ha alcuna accezione negativa.
    Forse “Aragorn il Foresto”, sarebbe stato meglio. Là dove “Foresto” perde sicuramente l’accezione militare, ma conserva quella legata ai boschi e all’aura negativa.

  15. Valerio ha detto:

    Bellissimo articolo e interessante discussuione. Faccio qualche considerazione sparsa e senza un vero filo conduttore:

    1) Prima di tutto vorrei dire che questa nuova traduzione mi sta piacendo particolarmente:
    – in primo luogo è la terza volta che sento di leggere il Signore degli anelli come un libro che non conosco;
    – in più l’esistenza di due traduzioni ci permetti di capire meglio il senso dell’originale.

    Forestali è l’esempio perfetto, se Raminghi rendeva benissimo is significato di “erranti”, Forestali rende bene gli altri significati.

    Nonostante questo se devo esprimere una preferenza, il vecchio Raminghi mi sembrava in generale più adatto.

    2) Wu Ming 4 afferma che per le generazioni future perderà forse il senso di “Guardia Forestale”; questo però forse influenza negativamente il giudizio sulla scelta se il criterio seguito è quello di rendere il primo significato che sarebbe venuto in mente a un inglese degli anni 50 leggendo “Ranger”.

    3) Valen ha proposto il termine “Rondieri”. Lo trovo molto bello e in effetti starebbe benisso vicino a Falcante.

    4) Qualcuno su Facebook ha osservato che il termine Forestale rimanda direttamente alla Foreste e che il legame dei Ranger con la foresta non è così forte. Cosa ne pensate?

    • Triceratopo Volante ha detto:

      Wu Ming 4, per come l’ho capita io, non ha scritto che col tempo si perderà il riferimento alla «guardia forestale», che è un riferimento generico perchè le guardie forestali esistono in tanti paesi, ma il riferimento più specifico al nostro Corpo Forestale, quello sciolto come corpo autonomo nel 2016 e accorpato ai Carabinieri.

      • Wu Ming 4 ha detto:

        Esatto, Triceratopo. È l’associazione mentale con il disciolto Corpo Forestale dello Stato che andrà scemando, non quello con i guardaboschi.
        Quanto al legame tra i Rangers e le foreste, credo di avere già detto nell’articolo.

        • Valerio ha detto:

          Grazie per il chiarimento; sicuramente nell’articolo è molto ben spiegato il nesso etimologico fra Forestale e forestiero.

          D’altro canto sia il significato di Guardiaboschi, che la parola Forestale in se richiamano chiaramente nel lettore l’immagine della foresta.

          E’ chiaro che i Ranger del nord (come quelli del sud del resto) abbiano un legame con la foresta (anche perchè la loro base operativa erano probabilmente Il “Bosco dei Troll”) ma questo legame è tale da giustificare un’evocazione così forte dell’immaginario legato allo foresta?

          I briganti di Robin Hood sono parte integrante della Foresta. I Ranger del Nord forse un po’ meno.

          • Wu Ming 4 ha detto:

            Oggi sul gruppo di discussione FB dell’AIST dovrebbe essere pubblicato ancora un mio intervento in risposta all’ultimo attacco portato dai Ramingofili 🙂 Ma non lo posterò io, perché non sono su FB.

            Però, Valerio, lasciami dire una cosa, non rivolta specificamente a te, ma a tutti noi sintonizzati su queste frequenze, e se vogliamo in primis al sottoscritto. Sono passati tre mesi dall’uscita della nuova traduzione della Compagnia dell’Anello e stiamo ancora parlando della resa dei nomi.
            Perché non si riesce a parlare del fatto che Fatica ha restituito a Tolkien in italiano una prosa fluida, ariosa, la varietà di registri linguistici, le sgrammaticature del parlato dei personaggi, ecc.?
            Secondo me perché continuiamo a fare confronti tra le due traduzioni, anziché tra ciascuna singola traduzione e il testo originale inglese. È proprio un errore d’approccio. Non appena si fa il confronto giusto, risulta lampante che la vecchia traduzione aveva appesantito e infarcito lo stile di Tolkien, seguendo stilemi che non gli sono mai appartenuti. E si scopre anche che era costellata di errori mai corretti.
            Vogliamo parlare del fatto che per mezzo secolo uno dei capitoli cruciali del finale del romanzo ha avuto il titolo sbagliato, dovuto all’evidente svista di avere scambiato il verbo “to scour” per “to scout”? Per mezzo secolo i protagonisti del romanzo sono andati “Percorrendo la Contea”, come fossero in gita di piacere, anziché a fomentare una rivolta.
            Si può difendere a spada tratta una traduzione nella quale perfino le scene più cariche di pathos contengono errori logici, lacune plateali?
            Un esempio è proprio nel capitolo che ho citato. Quando Saruman è sconfitto, e viene scacciato dagli Hobbit, ha un confronto verbale con Frodo:

            «Si volse per partire, e Vermilinguo lo seguì strisciando. Ma mentre Saruman passava accanto a Frodo, una lama scintillò fra le sue mani ed egli colpì rapido come un baleno. Una dozzina di Hobbit, comandati da Sam, balzarono avanti con un urlo e scaraventarono a terra il farabutto. Sam trasse la spada.
            “No, Sam!”, disse Frodo. “Non ucciderlo neppure adesso. Non mi ha ferito…»

            Come non l’ha ferito? Gli ha appena tirato una coltellata! «egli colpì rapido come un baleno», ma un istante dopo Frodo è incolume, senza un graffio e in grado di parlare. Com’è possibile? Infatti non lo è. Nella traduzione storica non è stata resa una frase, cioè questa: «The blade turned on the hidden mail-coat and snapped».
            Il coltello di Saruman si spezza sulla cotta di maglia che Frodo porta sotto i vestiti. Per la seconda volta la cotta di maglia salva la vita di Frodo; la cosa, se vogliamo, ha anche un significato simbolico nell’economia del romanzo.
            Nessuno l’ha mai corretto. Io non me n’ero nemmeno mai accorto fino a poco tempo fa. Se non è stato fatto per una scena-madre, figuriamoci altrove.
            E siamo qui da tre mesi a discutere di Forestali, Samplicio, Valforra… ci rendiamo conto?

            Chiedo venia per lo sfogo. Ma ogni tanto questa situazione mi appare davvero grottesca e paradossale. O forse è solo che oggi è il mio compleanno, sono quasi vecchio, e l’umore è quello che è.

          • Valerio ha detto:

            Rispondo a me stesso, visto che non posso più rispondere a te.

            Prima di tutto auguri!

            In effetti sarebbe bello che la discussione si spostasse dalla traduzione dei singoli nomi alla prosa della nuova traduzione! Per quanto mi riguarda ho apprezzato moltissimo questa nuova versione che mi sembra più vicino alla prosa di Tolkien in lingua originale. Dico mi sembra perché saranno 20 anni che non leggo la versione dell’Alliata/Principe, avendo privilegiato le riletture della versione originale, e non mi sono certo messo a fare raffronti dettagliati fra l’originale e le due traduzioni.

            D’altro canto mi pare comprensibile che i commenti a un articolo centrato sulla traduzione di una singola parola si concentrino su quella parola… 😉

            P.S.: spero ti faccia piacere sapere che comunque sia, dopo la lettura dell’articolo e degli svariati commenti, Forestale mi piace un po’ di più.

  16. Giuspee ha detto:

    Sono d’accordo con Wu Ming col fatto che bisognerebbe concentrarsi sulla traduzione in senso ampio, prescindendo per un po’ di tempo dalla “superficie” costituita dalla nomenclatura. Si potrebbe discutere ore ad esempio sugli adattamenti delle poesie, sui pregi e sui difetti di certe scelte lessicali nell’ambito della prosa, su certi usi di termini letterari (ad esempio, per quanto forse un po’ più carico dell’originale, quant’è potente la presentazione dell’orc-chieftain nella camera di Mazarbul dove Fatica traduce con un’eco dantesca in “Negra la faccia, occhi di bragia, rossa la lingua, brandiva una grossa lancia”? quando a Fatica molti, che non hanno letto evidentemente più di 5 pagine, rimproverano che c’è stato un abbassamento generale linguistico, a loro dire di basso livello lessicale…!) e così via.

    Volevo fare una domanda in merito alla questione del capitolo col verbo “to scour”. Più che confondere con “to scout”, non è che l’Alliata ha tenuto conto di questa seconda accezione del termine, che nel Collins è definita ” to range over (territory), as in making a search”, anche se comunque è andato perduto il senso di ricerca di un qualcosa connesso al movimento?
    Sulla questione delle frasi sparite, ahimè hai molto ragione e lo sottolineo sempre. Non ho terminato ancora la lettura del libro, ma facendo i confronti ci sono almeno una ventina di casi finora dove porzioni testuali, che vanno da una parola a una frase completa, sono andate perdute nella vecchia traduzione. Anche solo per questo la nuova traduzione permette di riappropriarci di molti pezzettini che non abbiamo forse mai letto in italiano (non so se sono andati persi tra Ubaldini e il passaggio a Rusconi, almeno per quanto concerne “La compagnia dell’anello”).

    • Wu Ming 4 ha detto:

      A me “girare per un territorio, come se si facesse una ricerca” pare più adatto a tradurre “to scout” che “to scour”. Io credo proprio che sia stato preso per “to scout” e che il significato di “perlustrare”, “esplorare”, “andare in ricognizione” sia diventato un “percorrere” la Contea.

      Ad ogni modo se prendo un banale dizionario italiano-inglese Zanichelli, una delle ultime definizioni di “to scour” è quella nel linguaggio militare arcaico per “ripulire un territorio”. E in rete trovo proprio “archaic: to clear (a region) of enemies or outlaws”.
      È questo che fanno indubbiamente gli Hobbit. Vista la facilità con cui si trova il significato adatto in questione, propendo per una svista che poi non si ha avuto il coraggio di emendare, perché quando ce ne si è accorti ormai quel titolo era entrato nell’uso da chissà quanto.

  17. Roberto Arduini ha detto:

    Con il consenso dell’autore, Elrond Mezzelfo, aggiungo qui uno scambio di commenti che si è svolto tra il blog Giap e il gruppo Fb di Studi Tolkieniani, ma relativo a questo articolo.

    Nonostante le palesi arrampicate sugli specchi di WuMing4/Guglielmi, dal punto di vista traduttivo ‘Forestale’ è assolutamente sbagliato. Stando all’Oxford English Dictionary, ‘ranger’ ha questi significati (cito dall’edizione del 1933 [vol. VIII, p. 141], che era quella posseduta da Tolkien): “Ranger1 […] 1. A rover, wanderer; † a rake. […] 2. A forest officer, a gamekeeper. Now only arch., and as the official title of the keepers of the royal parks. […] 3. pl. A body of mounted troops, or other armed men, employed in ranging over a tract of country. Chiefly U.S.; in the British Army the title is given to one regular regiment, the Connaught Rangers. […] 4. One who sets in order. rare”.
    Fra le accezioni del lemma ‘Ranger1’ riportate nell’OED appaiono compatibili con gli omonimi personaggi de ‘Il Signore degli Anelli’ soltanto la prima (‘a rover, wanderer’) e in parte la terza (‘a body of mounted troops, or other armed men, employed in ranging over a tract of country’).
    Ora, quando si traduce dovrebbe essere presa attentamente in considerazione nella sua complessità non solo la lingua di origine, ma anche la lingua di destinazione. Quali definizioni riportano i più importanti dizionari/vocabolari della lingua italiana alla voce ‘Forestale’? Ebbene, ho consultato personalmente il ‘Grande dizionario della lingua italiana’ edito dalla U.t.e.t., il ‘Vocabolario Treccani’, il ‘Grande dizionario italiano dell’uso’ diretto da Tullio De Mauro, il ‘Vocabolario della lingua italiana’ di Nicola Zingarelli, il ‘Vocabolario della lingua italiana’ di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, la quinta e ultima edizione del ‘Vocabolario degli Accademici della Crusca’ e lo storico ‘Dizionario della lingua italiana’ di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini. Che cosa se ne deduce? Che l’italiano ‘Forestale’ (anche nell’antica forma ‘Forestaro’ attestata come già desueta nell’Ottocento dal Tommaseo) non ha mai avuto alcuna sfumatura negativa (come pretenderebbe WuMing4/Guglielmi nel suo articoletto) e ha sempre coperto soltanto la seconda accezione dell’originario termine inglese (‘a forest officer, gamekeeper’: ‘ufficiale forestale, guardacaccia’), ossia quella più remota (per non dire esclusa) dal significato che con ogni evidenza Tolkien attribuiva ai suoi ‘Rangers’ dell’Eriador e dell’Ithilien (prima accezione dell’OED combinata in parte con la terza), con l’aggravante, però, che mentre in inglese (britannico) ‘ranger’ inteso come ‘forest officer’ e ‘gamekeeper’ è oggigiorno un appellativo desueto e limitato ai soli guardiani dei parchi reali, l’italiano ‘Forestale’ invece non ha nulla di arcaico ma anzi, come sostantivo, è impiegato correntemente (e unicamente) per designare un membro della moderna forza di polizia italiana, il Corpo forestale dello Stato (costituito nel 1910 con il nome di ‘Corpo reale delle foreste’ e soppresso nel 2016, ma i cui componenti, designati come ‘Carabinieri forestali’, sono divenuti parte dell’Arma dei Carabinieri). È lampante quindi che nella lingua di destinazione ‘Forestale’ rappresenta un traducente assolutamente inadatto a rendere l’originale ‘ranger’ nel contesto in cui è inserito nell’opera, nonché stilisticamente straniante e potenzialmente fuorviante per un nuovo lettore che nulla sa della storia narrata e che potrebbe pensare, leggendo il prologo e i primi capitoli de ‘La Compagnia dell’Anello’, che Aragorn e gli altri Dúnedain dell’Eriador siano dei guardaboschi o i membri di una forza di polizia ‘statale’ affine a quella dei Guardacontea/Sceriffi (‘Shirriffs’). Appare chiaro dunque che, tenendo ben presenti sia la lingua di origine, sia la lingua di destinazione, la traduzione ‘Ramingo’/’Raminghi’ adottata dall’Alliata, per quanto non copra anche il terzo significato, sia però il compromesso migliore in italiano (ed è adatta anche a descrivere l’aspetto ‘logoro’ degli abiti di chi vaga da lungo tempo senza una dimora stabile per grandi distese). Tra l’altro, nella poesia italiana, spesso ‘ramingo’, ‘andar ramingo’ e ‘ramingare’ sono associati proprio ai boschi e ai luoghi selvaggi, cosa che si adatta a pennello alla definizione che Aragorn dà dei Dúnedain dell’Eriador: ‘Rangers of the wild’, ossia ‘Vagabondi, Erranti, Raminghi delle terre selvagge’. A riprova sta quanto scrivono Hammond e Scull in ‘The Lord of the Rings: a Reader’s Companion’ (p. 31): “Rangers – The Dúnedain of the North, protectors of Eriador. Ranger here has the sense ‘wanderer’ ” (” ‘Rangers’ – I Dúnedain del Nord, protettori dell’Eriador. ‘Ranger’ qui ha il senso di ‘errante’ ” [ossia prima accezione dell’OED, traducibile, in uno stile più elevato che si confà al contesto, come ‘ramingo’]).
    Quanto poi a Natty Bumppo, il celebre protagonista dei cinque romanzi di James Fenimore Cooper, noto di volta in volta come ‘Sterminacervi’, ‘Occhio-di-falco’/’La longue carabine’, ‘L’esploratore’, ‘Calze-di-cuoio’ e ‘Il trappoliere’, per l’autore non era un ‘Forestale’ o un guardaboschi con il compito di sorvegliare le foreste della provincia di New York (né Tom Shippey ha mai affermato qualcosa del genere): era, stando a quanto scrive Cooper, un cacciatore di pellicce, maestro del tiro con la carabina e abile staffetta ed esploratore, figlio di coloni inglesi cresciuto tra i Lenape: egli vagò nei territori dei Grandi Laghi tra il 1740 e 1790 ca., prima di trasferirsi, dopo la morte dell’amico Chingachgook, nelle grandi pianure del Mississipi, dove morirà di vecchiaia.
    Tirando le somme: la traduzione ‘Forestale’/’Forestali’ per ‘Ranger’/’Rangers’ è semplicemente indifendibile.

    • Roberto Arduini ha detto:

      Questa la risposta di Wu Ming 4:
      È straordinario che la traduzione di “Ranger” con “Forestale” da parte di Ottavio Fatica ne La Compagnia dell’Anello abbia prodotto un dibattito tanto acceso. Dunque ecco Elrond Mezzelfo sulla pagina FaceBook dei Tolkieniani Italiani, ribattere al mio “articoletto” (definizione sua, alla quale senz’altro mi adeguo), che consiste in una disamina filologica della parola Ranger attraverso la semplice consultazione dell’Oxford English Dictionary e con la consulenza di Tom Shippey. Questa mia controreplica sarà dunque l’occasione buona per sintetizzare quanto il sottoscritto ha espresso nel dibattito in calce all’articoletto in questione.

      Elrond Mezzelfo fa notare che «quando si traduce dovrebbe essere presa attentamente in considerazione nella sua complessità non solo la lingua di origine, ma anche la lingua di destinazione». Cosa che secondo lui né il sottoscritto né tantomeno il traduttore Ottavio Fatica avrebbe fatto. Questo perché non avremmo considerato che «i più importanti dizionari/vocabolari della lingua italiana alla voce ‘Forestale’ non attribuiscono alcuna sfumatura negativa», quella che invece il sottoscritto le attribuisce risalendo all’etimologia latina della parola. I suddetti vocabolari riportano come significato «sempre e soltanto la seconda accezione dell’originario termine inglese», cioè «ufficiale forestale, guardacaccia, ossia quella più remota (per non dire esclusa) dal significato che con ogni evidenza Tolkien attribuiva ai suoi ‘Rangers’ dell’Eriador e dell’Ithilien (prima accezione dell’OED combinata in parte con la terza)».

      A questo si aggiungerebbe un’aggravante, anzi due: «mentre in inglese (britannico) ‘ranger’ inteso come ‘forest officer’ e ‘gamekeeper’ è oggigiorno un appellativo desueto e limitato ai soli guardiani dei parchi reali, l’italiano ‘Forestale’ invece non ha nulla di arcaico ma anzi, come sostantivo, è impiegato correntemente (e unicamente) per designare un membro della moderna forza di polizia italiana, il Corpo forestale dello Stato».
      Ne consegue, secondo Elrond Mezzelfo, «che nella lingua di destinazione ‘Forestale’ rappresenta un traducente assolutamente inadatto a rendere l’originale ‘ranger’ nel contesto in cui è inserito nell’opera, nonché stilisticamente straniante e potenzialmente fuorviante per un nuovo lettore che nulla sa della storia narrata e che potrebbe pensare, leggendo il prologo e i primi capitoli de ‘La Compagnia dell’Anello’, che Aragorn e gli altri Dúnedain dell’Eriador siano dei guardaboschi o i membri di una forza di polizia ‘statale’ affine a quella dei Guardacontea/Sceriffi (‘Shirriffs’)».

      Ora, il ragionamento suddetto contiene una premessa falsa, una premessa arbitraria, e un’inferenza errata.

      La premessa falsa è che nell’inglese moderno la parola “ranger” sia un «appellativo desueto e limitato ai soli guardiani dei parchi reali». In Gran Bretagna e nei paesi anglofoni dell’ex-impero britannico la parola “ranger” designa la guardia forestale proprio nell’uso corrente, tant’è che i vocabolari moderni inglese/italiano riportano “guardaboschi” come prima definizione.
      Infatti ecco i rangers britannici:
      https://nationalparks.uk/ranger-room/meet-the-rangers
      quelli statunitensi:
      https://en.wikipedia.org/wiki/National_Park_Service_ranger
      quelli australiani:
      https://www.nationalparks.nsw.gov.au/about-npws/careers/rangers
      quelli neozelandesi:
      https://www.careers.govt.nz/jobs-database/animal-care-and-conservation/conservation/ranger/
      quelli canadesi:
      https://engage.gov.bc.ca/bcparksblog/2016/02/10/how-to-become-a-bc-parks-ranger/
      Dunque se un anglofono legge “Rangers” compie probabilmente un’associazione mentale simile a quella che compie un italiano quando legge “Forestali”. Ed è precisamente l’effetto che la traduzione di Fatica vuole ricreare, benché ovviamente il significato sia diverso, dato che nella Terra di Mezzo i Rangers non svolgono specificamente mansioni di guardaboschi.
      Il secondo significato riportato dai vocabolari inglese/italiano per “ranger” è invece riferito a certi corpi speciali di vari eserciti, discendenti probabilmente da quelle prime milizie coloniali che vennero così definite (su questo vedi oltre).

      La premessa arbitraria è che l’unica maniera di intendere l’aggettivo sostantivato “il Forestale” sia quella che definisce un agente della Forestale. Non ambientandosi in Italia Il Signore degli Anelli, bensì in uno spazio-tempo immaginario, è ovvio e scontato che “Forestale” non può in alcun modo designare un agente del Corpo Forestale dello Stato, proprio come “Ranger” nel testo originale non designa un UK National Park Ranger.

      Per inciso: capita una cosa simile al “farthing”, che per un cittadino britannico degli anni Cinquanta era una monetina, e che nel romanzo definisce un quarto di Contea anziché un quarto di penny. Chissà se qualcuno fece notare a Tolkien che usare quella parola era una forzatura e un errore, dato che nella lingua inglese corrente il riferimento alla divisione amministrativa dell’Islanda medievale non poteva essere colto quasi da nessuno, e tutti invece avrebbero pensato agli spiccioli che avevano in tasca. Ridicolo, no? Probabilmente Tolkien avrebbe risposto che il contesto narrativo solitamente funziona benone per definire il senso inusuale di un termine usuale. E se funziona in inglese, magari funziona anche in italiano.

      Nessun lettore italiano infatti può pensare che Aragorn e Faramir siano agenti della Forestale. Si potrà trovare stridente l’accostamento mentale, o anche ridicolo, ma poi si entrerà in quel mondo e si dedurrà dal contesto narrativo che quel “Forestale” significa “delle foreste”, il primo significato riportato da qualunque dizionario della lingua italiana. Quello è in effetti l’unico significato letterale (ed è soltanto l’uso che ha determinato la forma “il Forestale” per riferirsi a una guardia forestale, cioè una guardia “delle foreste”, appunto). Leggendo si capirà quindi facilmente che Forestale non è riferito a un qualche corpo di polizia, bensì a colui che viene da, attraversa, combatte nelle foreste, cioè nelle terre selvagge/selvatiche < selva, foresta. Ed è questo che fanno i Rangers nella Terra di Mezzo. Proprio come Natty Bumppo, il protagonista del ciclo di romanzi di Fenimore Cooper. L'accostamento di Shippey tra Aragorn e la Longue Carabine ci azzecca eccome. Proprio come ci azzecca il suo accostamento con i Rangers militari. E qui si può concordare con Elrond Mezzelfo e Shippey quando dicono che questo - cioè il terzo significato dell'OED - è il più adatto ai Rangers della Terra di Mezzo. Ma proprio da questo punto di vista espressioni come "i Forestali del Nord" e "i Forestali dell'Ithilien" evocano più facilmente un corpo di guerrieri forestali, combattenti delle terre selvagge, di quanto non facciano "Raminghi del Nord" e "Raminghi dell'Ithilien", che invece fanno pensare a dei vagabondi o a degli esuli, non certo ai ranghi di un reggimento. Inoltre resta il fatto inoppugnabile che a Bree usano questo termine in senso dispregiativo, con un riferimento esplicito non già all'arruolamento, ma alla selvatichezza, al parlare con gli animali, all'inciviltà, all'essere forestieri. Non c'è niente da fare: la coperta è corta. – – L’inferenza errata è questa: «Appare chiaro dunque che, tenendo ben presenti sia la lingua di origine, sia la lingua di destinazione, la traduzione ‘Ramingo’/’Raminghi’ adottata dall’Alliata, per quanto non copra anche il terzo significato, sia però il compromesso migliore in italiano (ed è adatta anche a descrivere l’aspetto ‘logoro’ degli abiti di chi vaga da lungo tempo senza una dimora stabile per grandi distese). Tra l’altro, nella poesia italiana, spesso ‘ramingo’, ‘andar ramingo’ e ‘ramingare’ sono associati proprio ai boschi e ai luoghi selvaggi». Non appare chiaro affatto, invece. A parte che “Ramingo” non contiene alcuna sfumatura di senso che riguardi l’abbigliamento o l’aspetto esteriore, se è vero che il suo significato si adatta ad Aragorn, non così per i Rangers dell’Ithilien. Questi non vanno in giro raminghi (e nemmeno logori), bensì svolgono un ruolo di sorveglianza militare, pattugliamento e guerra boschiva, ben integrati nell’esercito di Gondor, al punto da essere capitanati dal figlio del Lord Steward (che non è quello della Casa Reale britannica… lo si evince dal contesto ;-). Ma il problema evidente è soprattutto che Ramingo è una parola che appartiene al linguaggio alto e poetico ed è una scelta totalmente fuori registro sia rispetto all’originale “Ranger” sia rispetto al contesto narrativo. Hammond e Scull hanno ragione nel dire che riferito ad Aragorn e ai Dunedain del Nord «here has the sense ‘wanderer’», e proprio per questo suona ridicolo che l’oste della locanda di Bree definisca quelli che ai suoi occhi sono rozzi e loschi vagabondi come “Raminghi”, manco stesse prendendo un prestito da Foscolo o da Giovanni Berchet. La verità è che Ramingo non è meno straniante di Forestale, ma sono entrambi relativi allo stile delle rispettive traduzioni. Chi preferisce Ramingo lo fa – per usare le rivelatrici parole di Elrond Mezzelfo – perché è «uno stile più elevato che si confà al contesto». Quale contesto? Non certo quello narrativo, dove dovrebbe indicare viaggiatori selvatici o coriacei guerriglieri forestali, bensì quello stilistico della vecchia traduzione, appunto. Elrond Mezzelfo, come molti ferventi critici del lavoro realizzato da Fatica, confonde Alliata con Tolkien. E così dalla filologia si scivola di nuovo nell’affetto tradito. Infine conclude: «Tirando perciò le somme, se si ha un minimo di onestà intellettuale penso che, alla luce di tutte queste informazioni, si debba riconoscere che la traduzione ‘Forestale’/’Forestali’ per ‘Ranger’/’Rangers’ è semplicemente indifendibile». Suggerirei a Elrond Mezzelfo, invece di chiamare in causa l’onestà intellettuale – terreno sempre scivoloso -, di provare ad accogliere una semplice constatazione. E cioè che non esiste una parola italiana in grado di rendere il groviglio di accezioni che Tolkien realizza con l’uso della parola Ranger nel suo romanzo, sfruttando tutte e tre le definizioni dell’OED, e che potremmo sintetizzare con “guerriero di frontiera girovago dall’aspetto di guardaboschi”. Dunque è scontato che ogni scelta finisca per sacrificare qualcosa. Nella discussione in calce al mio articoletto c’è chi ha detto che la scelta migliore sarebbe stata quella di non tradurre, di lasciare Ranger, dato che ormai è entrato anche nell’uso italiano. Sarebbe stata una scelta facile, ma sarebbe stata anche una rinuncia alla sfida che la traduzione rappresenta. Alla luce di questa considerazione, dunque, forse si potrebbe apprezzare chi ha coraggio e ci prova, invece di arroccarsi in difesa delle buone vecchie abitudini con argomenti che finiscono per rivelare la propria matrice psicologica più che filologica.

      • Roberto Arduini ha detto:

        Questa comunque è la contro-replica di Elrond Mezzelfo a WuMing4.

        WuMing4 ribadisce quanto ha scritto nel suo articolo, partendo nuovamente dall’assunto totalmente gratuito e logicamente infondato (e contorto) della connessione etimologica tra il sostantivo ‘Forestale’ e ‘foresta’ per suffragare la sua definizione di ‘Forestale’ dalla quale dipendono quasi tutti i suoi argomenti. Peccato che questo non intacchi minimamente il fatto che ‘Forestale’ in lingua italiana indica solo e soltanto un membro del Corpo forestale dello Stato, o, un tempo, un guardaboschi o un ufficiale di una corte deputato alla sorveglianza della flora e della selvaggina di un’area (così il Tommaseo nel suo storico dizionario della lingua italiana per la forma arcaica ‘Forestaro’: “Soprastante delle foreste, titolo di alcune corti. Maff. G. P. Vit. Confess. p. 254. col. 1. (Gh.) I forestari di Corte (così chiamano in quelle contrade i soprastanti delle foreste e delle cacce del Re)”. Afferma WuMing4 “La premessa arbitraria è che l’unica maniera di intendere l’aggettivo sostantivato “il Forestale” sia quella che definisce un agente della Forestale”. Niente affatto, è invece la premessa del Guglielmi a essere totalmente gratuita, arbitraria e infondata. Ciò che conta è quanto hanno scritto e scrivono i linguisti e lessicografi italiani, poiché di certo WuMing4 non può inventarsi per affar suo significati che nessun dizionario e vocabolario della lingua italiana attribuisce o ha mai attribuito al sostantivo ‘Forestale’. Questo sostantivo, inoltre, non ha mai avuto – lo ribadisco – alcuna accezione o sfumatura negativa. Questa è un’altra palese invenzione linguistica di WuMing4, che la elabora arbitrariamente lavorando su un’etimologia e confondendo, per avvalorare i suoi argomenti, la definizione di ‘Forestale’ con quella di ‘Forestiero’. Tutti i dizionarî e vocabolarî che ho richiamato nel mio precedente intervento (che invito a leggere) concordano con quanto affermo e qui ripeto per l’ennesima volta (repetita iuvant): che in lingua italiana fin dall’Ottocento ‘Forestale’ (e ancor prima ‘Forestaro’) è sempre stato un sostantivo che indica solo un guardaboschi o un ufficiale di corte deputato alla sorveglianza di un’area per proteggere le specie arboree e la selvaggina; ma i ‘Rangers’ di Tolkien non sono certo dei guardaboschi, delle guardie forestali o dei guardacaccia. Sicché si possono accampare tutte le giustificazioni che si vogliono per difendere la scelta di Fatica, anche alterando il significato del termine (come ha fatto WuMing4), ma il dato oggettivo rimane.
        In secondo luogo, la mia premessa è vera: primo perché è lo stesso OED a qualificare nel 1933 (è questa l’edizione posseduta da Tolkien) la seconda accezione di ‘ranger’ (‘a forest officer, gamekeeper’) come arcaica nell’inglese britannico e ristretta ai guardiani dei parchi reali (trovo assolutamente scorretto da parte di WuMing4 non riportare la definizione dell’OED che ho commentato, la quale afferma testualmente “2. A forest officer, a gamekeeper. Now only arch., and as the official title of the keepers of the royal parks”). Che io abbia ragione lo dimostra il fatto che tra i link richiamati da WuMing4 solo uno si riferisce a un contesto inglese, gli altri sono tutti nord-americani o australiani e neozelandesi, ossia di luoghi al di fuori dell’Inghilterra (U.S.A. e paesi del Commonwealth) dove ‘ranger’ è usato con maggiore frequenza nel senso della seconda accezione dell’OED (penso ai guardaparco americani).
        WuMing4 inoltre non comprende (o fa finta di non capire) che a non azzeccarci nulla è l’accostamento tra Natty Bumppo e l’appellativo ‘Forestale’ (secondo il significato costantemente attribuito dai lessicografi, non quello inventato per giustificare scelte traduttive, come fa il Guglielmi). Il protagonista dei cinque romanzi di Fenimore Cooper non è certo un guardaparco, un guardaboschi, un guardacaccia della provincia di New York; è un abitante della frontiera, un cacciatore di pellicce (‘trapper’), un maestro del tiro con la carabina e una guida, un esploratore, una staffetta, figlio di coloni inglesi, ma cresciuto tra i Lenape e istruito dai Fratelli Moravi: egli vagò (ramingò è altrettanto adatto) nei territorî dei Grandi Laghi tra il 1740 e 1790 ca., prima di trasferirsi, dopo la morte dell’amico Chingachgook, nelle grandi pianure del Mississipi, dove morirà di vecchiaia. Tra l’altro nell’appendice A di ‘The Road to Middle-earth’ Tom Shippey afferma semplicemente – e su questo sono assolutamente d’accordo – che la descrizione che Cooper fa del suo Natty Bumppo potrebbe aver influenzato Tolkien nell’elaborare quella di Aragorn, e che il viaggio della Compagnia sull’Anduin ricorda alcuni passi de ‘L’ultimo dei Mohicani’, così come l’incontro di Aragorn, Legolas e Gimli con i Cavalieri di Rohan riecheggia alcune scene dei romanzi di Cooper (credo che alluda soprattutto a ‘La prateria’, dove sono presenti i Sioux). Per quanto riguarda il vocabolo ‘ranger(s)’ in Cooper, ne ‘L’ultimo dei Mohicani’ compare una sola volta, nel capitolo 32, e – spiacerà a WuMing4 – non vuol certo indicare dei ‘Forestali’, ossia delle guardie forestali, dei guardaboschi o dei guardacaccia: l’Autore lo impiega per riferirsi a una banda di venti uomini, capeggiata da Occhio-di-falco, ossia, a grandi linee, nella terza accezione dell’OED; ma nessuno si sarebbe mai sognato, né si sognerebbe di tradurre in italiano quel ‘rangers’ di Cooper con ‘forestali’ (infatti, il traduttore della più nota edizione italiana de ‘L’ultimo dei Mohicani’, pubblicata dall’editrice Mursia nel 1969, lo rese con ‘uomini scelti’, perché in effetti questo vuol dire nel contesto in cui lo impiega Cooper).
        Per quanto riguarda i ‘Rangers’ dell’Ithilien, che WuMing4 chiama in causa, ebbene essi sono innanzitutto (al pari di quelli dell’Eriador) i discendenti degli antichi abitanti del luogo, costretti a fuggire ed errare (ramingare, appunto) fuori dalla loro terra avita (l’Ithilien), e per questo chiamati ‘Rangers’; in seguito una parte di essi fu organizzata da Denethor come ‘corpo militare’. Ora, è possibile che Tolkien riferendosi soprattutto ai ‘Rangers’ dell’Ithilien abbia preso almeno in parte in considerazione anche la terza accezione dell’OED (‘a body of mounted troops, or other armed men, employed in ranging over a tract of country’). Ma la prima (‘a rover, wanderer’) resta l’accezione principale del termine per tutti i ‘Rangers’ di Tolkien (sia dell’Eriador, sia dell’Ithilien). Per certi aspetti i ‘Rangers’ dell’Ithilien sono ancor più sradicati dei ‘Rangers’ dell’Eriador, poiché mentre questi continuano a vagare (ramingare) per le loro terre, per quanto non abbiano più propriamente una patria poiché il regno di Arnor e i successivi reami sono scomparsi, quelli dell’Ithilien sono stati scacciati dalla loro terra (l’Ithilien) e sono stati costretti a passare l’Anduin e a vagare per gli altri territorî del regno di Gondor. Tra costoro Denethor trasse poi uomini per formare una forza militare da impiegare per attacchi contro gli Orchi nello stesso Ithilien. In questo i ‘Rangers’ richiamano anche in seconda battuta la terza accezione dell’OED (‘A body of mounted troops, or other armed men, employed in ranging over a tract of country’). Ma nell’unico passo in cui Tolkien usa l’appellativo ‘Rangers’ per gli uomini dell’Ithilien, contenuto nel cap. 4 di ‘The Two Towers’: ‘Of Herbs and Stewed Rabbit’ (“After a while he spoke to them; but they were slow and cautious in answering. They named themselves Mablung and Damrod, soldiers of Gondor, and they were Rangers of Ithilien; for they were descended from folk who lived in Ithilien at one time, before it was overrun. From such men the Lord Denethor chose his forayers, who crossed the Anduin secretly (how or where, they would not say) to harry the Orcs and other enemies that roamed between the Ephel Dúath and the River”) Tolkien usa l’appellativo ‘Rangers’ nella prima accezione dell’OED (‘rovers, wanderers’), e sembra evidentemente distinguerlo da ‘soldiers (of Gondor)’. Quel che è certo è che ‘Forestale’ (nella definizione offerta dai dizionarî e vocabolarî della lingua italiana, non da quella re-inventata da WuMing4) qui non c’entra assolutamente nulla. Che poi i ‘Rangers’ dell’Ithilien che si spostano nei boschi della loro antica terra non se ne vadano in giro con abiti ‘logori’, come spesso accadeva per le truppe in territorî poco ospitali, lo trovo alquanto dubbio, per usare un eufemismo. Tra l’altro in questo caso WuMing4 si contraddice platealmente, in quanto nel precedente articoletto (l’ho chiamato così intendendo ‘breve articolo’, come con ‘notarella’ s’intende una ‘breve nota’) afferma proprio a proposito dei ‘Ranger’ dell’Ithilien (cito testualmente): “Si tratta quindi di una milizia selezionata dallo Steward di Gondor in base alle capacità e conoscenza del territorio, impiegata nel battere una regione di confine e rendere la vita dura ai nemici, con raid e tattiche di guerriglia. Si dà il caso che l’Ithilien sia un territorio prevalentemente boschivo, e l’aspetto dei Rangers del Sud è infatti quello di combattenti “forestali”: indossano tenute mimetiche verdi per confondersi con la vegetazione, e la loro arma d’elezione è un’arma da caccia prestata alla guerra, cioè l’arco lungo: «Two had great bows, almost of their own height, and great quivers of long green-feathered arrows. All had swords at their sides, and were clad in green and brown of varied hues, as if the better to walk unseen in the glades of Ithilien. Green gauntlets covered their hands, and their faces were hooded and masked with green […] (TT, IV. IV)». Questo aspetto si ricollega alla seconda definizione di “ranger”, come in effetti già il look di Strider/Aragorn – logori stivali di cuoio, mantello e cappuccio verde-scuro. Nel Medioevo inglese, l’uomo incappucciato e vestito di verde, esperto di vita nei boschi, dotato di armi leggere e arco lungo, è appunto il forester, il forestale o guardaboschi”. Quindi WuMing4 ammette nel precedente intervento che pure i ‘Rangers’ dell’Ithilien se ne andavano ‘logori’. Associa questo aspetto alla seconda accezione dell’OED. Ma lo stesso aspetto si può attribuire, con buona pace di WuMing4, anche a un girovago, un errante, un ramingo appunto che vaga da lungo tempo senza una dimora fissa per grandi spazî, e dunque alla prima accezione del lemma riportata dell’OED (‘a rover, wanderer’). Inoltre non è vero che ‘ramingo’ sia una parola impiegata solo da Foscolo e Berchet, e da qualche altro poeta: è un vocabolo non così raro nella poesia italiana dei secoli passati, e, come ho notato nel mio intervento, spesso l’uomo che va ramingo è associato al vagabondare per le selve.
        WuMing4 conclude la replica affermando “E cioè che non esiste una parola italiana in grado di rendere il groviglio di accezioni che Tolkien realizza con l’uso della parola Ranger nel suo romanzo, sfruttando tutte e tre le definizioni dell’OED, e che potremmo sintetizzare con “guerriero di frontiera girovago dall’aspetto di guardaboschi”. Questa sintesi del significato di ‘ranger’, però, nella quale WuMing4 tenta di riassumere tutte e tra le definizioni dell’OED non si attaglia e non ha nulla a che fare – WuMing può inventarsi tutte le definizioni che vuole – con il significato del sostantivo italiano ‘Forestale’.
        Aggiungo poi un’altra osservazione. Nel cap. 9 de ‘La Compagnia dell’Anello’ Tolkien scrive “In those days no other Men had settled dwellings so far west, or within a hundred leagues of the Shire. But in the wild lands beyond Bree there were mysterious wanderers. The Bree-folk called them Rangers, and knew nothing of their origin”. L’ultima frase – con il riferimento al fatto che gli abitanti di Brea non sapessero nulla della loro origine – chiarisce bene come ‘Ranger’ qui è usato nella prima accezione dell’OED, ossia ‘a rover, wanderer’ (‘girovago, errante’, quindi, giustamente, ‘ramingo’; e di girovaghi ed erranti ovviamente spesso non si conoscono le origini), come confermano anche Hammond e Scull nel ‘Reader’s Companion’. A proposito di questi WuMing4 afferma: “Hammond e Scull hanno ragione nel dire che riferito ad Aragorn e ai Dunedain del Nord «here has the sense ‘wanderer’», e proprio per questo suona ridicolo che l’oste della locanda di Bree definisca quelli che ai suoi occhi sono rozzi e loschi vagabondi come “Raminghi”. Contro-obiezione: se l’oste di Bree, nella nuova traduzione, è in grado di definire il pony della sua locanda come ‘inalberato’, termine tecnico impiegato in araldica per un cavallo impennato, rampante, sicuramente saprà (avrebbe saputo) anche il significato di ‘ramingo’ e impiegato un termine del genere. Resta poi il fatto che il sostantivo ‘Forestale’ in lingua italiana non ha nulla che fare con il vagabondare (a differenza di ‘ramingo’).
        Quanto poi al fatto che io “confonderei Alliata con Tolkien”, posso assicurare al Guglielmi che leggo ‘Il Signore degli Anelli’ (così come le altre opere di Tolkien) da molti anni in lingua originale e so valutare assai bene dove l’Alliata ha reso correttamente un passo o un singolo vocabolo, e dove non l’ha fatto; lo stesso vale per la nuova traduzione di Fatica. Ho soltanto constatato che la scelta di quest’ultimo, difesa con tanta veemenza da WuMing4, è semplicemente insostenibile alla luce della lingua italiana e del significato che al sostantivo ‘Forestale’ è stato attribuito almeno da duecento anni (e, ancor prima, al più antico ‘Forestaro’). In questo caso, seppur non pienamente soddisfacente, resta certamente preferibile il ‘Ramingo’ dell’Alliata, che rende esattamente la prima accezione di ‘ranger’, quella che senza alcun dubbio Tolkien attribuiva primariamente ai suoi ‘Rangers’.

  18. Triceratopo Volante ha detto:

    Qualcuno dica a Elrond Mezzelfo che non si scrive “WuMing4” ma “Wu Ming 4”. Alla faccia della precisione filologica…

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Eh, ci mancherebbe che fossi così pignolo sulla grafia dello pseudonimo. Però a volte sono Wu Ming 4, a volte Guglielmi (a volte perfino con l’articolo “il Guglielmi”). Ci si decidesse come chiamarmi…

  19. Wu Ming 4 ha detto:

    Non c’è niente da fare, ha ragione Elrond Mezzelfo.

    Bisogna scrivere a chi redige i dizionari etimologici, a partire dal Treccani, e spiegargli che sono partito «dall’assunto totalmente gratuito e logicamente infondato (e contorto) della connessione etimologica tra il sostantivo “Forestale” e “foresta” per suffragare la definizione di “Forestale”» dalla quale dipenderebbero tutti i miei argomenti. Bisogna dire loro che sbagliano a sostenere che “Forestale” è un “agg. [der. di foresta]” e che significa “delle foreste”. Forestale e foresta non hanno nulla a che spartire, se lo mettessero in testa.

    Bisogna altresì scrivere a tutti gli scrittori viventi dicendo loro che non si sognino di usare parole in un’accezione diversa da quella consolidata – nemmeno in un contesto fantasy – come ad esempio faceva quel furbetto di Tolkien ricorrendo a significati secondari o obsoleti dell’OED, e che in particolare “Forestale” può significare sempre e soltanto “agente del Corpo Forestale dello Stato”, a prescindere dal contesto narrativo, perché «ciò che conta infatti è quanto hanno scritto e scrivono i linguisti e lessicografi italiani».

    Bisogna scrivere ai summenzionati redattori di vocabolari etimologici dicendo che sbagliano ad attribuire a “forestale” e “forestiero” la stessa radice, e cioè il latino “foris”, dal quale deriva la parola “foresta”, a sua volta derivata dall’espressione latina “forestis silva”, cioè “selva esterna”, dunque il significato originario di “foresta” è “che sta fuori”; e che “foresto/a” non è assolutamente un aggettivo arcaico per “forestiero/a”. Prendessero nota gli etimologi e correggessero i dizionari.

    Bisognerà infine far sapere a tutti i parlanti inglese della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e del Commonwealth che sbagliano a chiamare “ranger” i guardaboschi dei loro rispettivi paesi, perché Tolkien non ha usato “ranger” in quell’accezione, dunque non si permettano di fare quell’associazione mentale.

    E ovviamente bisognerà scrivere a Tom Shippey dicendogli che ha ragione nell’accostare i “trapper” e i “deerslayer” delle foreste nordamericane ai Ranger tolkieniani, che certo non sono dei guardaboschi, e che WM4 sbaglia nel fare questa associazione. Questo anche se WM4 non l’ha mai fatta né ha detto che Bumppo è un guardaboschi, bensì lo ha definito «Scout dei boschi, cacciatore, guerriero, capace di sopravvivere nei territori selvaggi».

    Bisogna infine comunicare agli uomini del Capitano Faramir, prima costretti a «ramingare fuori dalla terra avita (l’Ithilien)» e poi intenti a presidiare l’Ithilien, che in italiano la definizione giusta per loro è “Raminghi dell’Ithilien” che significa quindi qualcosa come “Vagabondi scacciati dall’Ithilien che adesso vagano per l’Ithilien” [scherzi a parte, perché no? È un po’ contorto, ma in base alla ricostruzione di Elrond Mezzelfo, a senso ci potrebbe stare]. E già che ci siamo dovremmo spiegare loro che le tenute mimetiche verdi e marroni che hanno sono logore come quella di Aragorn, anche se la loro è la tenuta di un corpo militare, quasi un’uniforme e la sua un po’ meno.

    Dovremo inoltre dire all’oste di Bree che fa benissimo ad appellare quei loschi vagabondi con una parola «non così rara nella poesia italiana dei secoli passati», cioè appunto con un termine poetico: Raminghi. Ché se gli dicesse che vengono dalle foreste potrebbero offendersi parecchio. Del resto, se il pony sulla sua insegna si “inalbera”, perché lui non dovrebbe parlare forbito per dire male di qualcuno?

    Ma soprattutto bisognerà dire a Elrond Mezzelfo che sbaglia a “sconcertarsi”, “indispettirsi” e finanche “indignarsi” per un articolo come questo. Nel thread ci sono ben 48 commenti, quasi tutti argomentativi (tra cui i suoi), con perfino ulteriori proposte di resa per “Ranger”, e alcune niente male.
    Io stesso non ho sostenuto che “Forestali” sia la resa migliore, dato che non lo penso, ma ho scritto che avrei preferito Cacciatori. Altri hanno proposto “Rondieri”, che ha un suo perché (più di Forestali probabilmente). Eccetera. Non c’è nessun bisogno di inalberarsi, insomma. Quello lasciamolo fare ai cavallini.

  20. Giuspee ha detto:

    Non voglio fare l’avvocato difensore di nessuno, ma in effetti quello che secondo me manca alla disamina di Elrond Mezzelfo nella puntuale consultazione dei vocabolari è un’interpretazione semantica-culturale della parola “forestale” in relazione al sostantivo che l’ha generata, almeno per come è stata tirata in ballo nella prima accezione di “Ranger” nell’articolo qui sopra.
    Nel senso che l’etimologia, come già evidenziato, rimanda a quello, a un’accezione della foresta come luogo esterno e “altro” rispetto ai luoghi usuali del vivere civilmente e collettivamente, come può esser il villaggio di Bree nel caso della nostra opera. Basti pensare che il TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini) alla parola foresta registra anche questo senso estensivo: “Luogo aspro e inabitabile, irto di pericoli.”. Insomma, si dovrebbe pensare in maniera più elastica e ampia l’accezione di questa parola per come la usa Fatica, a prescindere da ciò che attualmente registrano i dizionari d’italiano. Poi certamente si può continuare a preferire altro, ci mancherebbe.

    • Triceratopo Volante ha detto:

      Secondo Elrond Mezzelfo uno scrittore, prima di usare in un certo modo una parola, dovrebbe controllare sul dizionario se l’uso è accreditato e consueto e, se non lo è, rinunciare. Peccato che la letteratura possa e debba ALLARGARE la sfera del significato di una parola, innovare gli usi, e rifuggire il consueto.

      • Triceratopo Volante ha detto:

        Ecco, avevo l’impressione, forte, ma non mi veniva la parola, adesso mi è venuta: quello di Elrond Mezzelfo è lo scritto di un burocrate.

  21. Elrond Mezzelfo ha detto:

    Al di là dei toni beffardi che già qualificano da soli l’autore, mi preme chiarire un punto, che evidentemente WuMing4 (anzi no, per essere ‘filologici’, Wu Ming 4) ha abilmente ignorato nell’ultima replica. L’assunto totalmente gratuito che ho contestato è semplicemente questo: che il sostantivo ‘Forestale’ derivi in ultimo da ‘foresta’ (come è chiaro che sia) non vuol dire assolutamente niente, poiché quel sostantivo (anche nella forma più antica ‘Forestaro’ attestata nel dizionario del Tommaseo) ha sempre e solo indicato una guardia forestale, un guardaboschi, un ufficiale di una corte deputato al controllo dei boschi e della selvaggina di una determinata area. Questo è l’unico significato del sostantivo ‘Forestale’ contemplato in tutti i più importanti vocabolari e dizionari della lingua italiana. Ora, davvero si vuole far credere che i ‘Rangers’ di Tolkien fossero delle guardie forestali, dei guardaboschi? Quanto alla definizione “Forestale dunque è colui che viene da fuori, dai territori selvaggi, ed è egli stesso un selvaggio di cui è meglio diffidare”, non è contemplata da alcun dizionario e vocabolario italiano; essa al contrario corrisponde in parte alla definizione di ‘Forestiero’, che vuol dire tutt’altra cosa. Quanto a Tom Shippey, probabilmente Wu Ming 4 deve rileggere il passo della mia contro-replica, perché non l’ha capito. Io concordo perfettamente con l’insigne studioso inglese; dissento semmai dalle conclusioni di Wu Ming 4, che vorrebbe dar supporto e giustificare alla sua interpretazione del sostantivo ‘Forestale’ richiamandosi al personaggio di Natty Bumppo. Ma siccome il protagonista dei romanzi di Cooper può esser fatto ricadere solo sotto la prima e la terza accezione dell’OED (come in quest’ultimo caso è stato giustamente notato da Shippey), vuol dire che non può essere in alcun modo chiamato a supporto per tradurre i ‘Rangers’ di Tolkien come ‘Forestali’, nome che invece traduce solo e soltanto la seconda accezione dell’OED (‘a forest officer, gamekeeper’). Spero di aver chiarito una volta per tutte la questione.

    • Triceratopo Volante ha detto:

      Quanta incomprensione di cosa sia la letteratura in questa pedestre pretesa che scrittori (e traduttori) non lavorino sulle connotazioni delle parole che usano… In questo caso Fatica, con «forestale» propone la sostantivazione di un aggettivo che, secondo tutti i dizionari esistenti, significa «della foresta».

      «forestale
      fo|re|stà|le
      agg., s.m. e f.
      1834;

      AD
      1. agg. , della foresta; […]»

      Dal Dizionario De Mauro.

      Come nell’originale inglese c’è il rapporto con il “range” (spazio aperto, prateria etc), nella traduzione di Fatica c’è il rapporto con la foresta, intesa non solo come selva ma come esterno, come fuori.
      Più mi imbatto in esempi di inutili e astiose pedanterie e arrampicate di specchi da parte dei suoi detrattori ormai cronici, più Fatica mi risulta simpatico.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Abbi panzienza, Elrond Mezzelfo,
      ma vorrei farti notare alcune cose.

      Irritato, indispettito e indignato (parole tue) dal mio pezzo sui Forestali, hai deciso di confutarlo. Ma non l’hai fatto qui, dov’è stato pubblicato e dove se ne sta discutendo da giorni, bensì in altra sede. Questo significa che la tua intenzione non era discuterne con l’autore, ma con altri.
      Questo come ti qualifica?

      Hai concluso la tua critica con queste parole: «tirando le somme, se si ha un minimo di onestà intellettuale penso che, alla luce di tutte queste informazioni, si debba riconoscere che la traduzione “Forestale”/”Forestali” per “Ranger”/”Rangers” è semplicemente indifendibile».
      Hai cioè affermato che chi non si riconosce nelle tue argomentazioni è disonesto intellettualmente.
      Questo come ti qualifica?

      Seguiti a dire che io ignoro a bella posta il fatto che l’uso attestato per l’aggettivo sostantivato “Forestale” è esclusivamente quello che indica il “guardaboschi”. Ma io non lo ignoro affatto! Lo so bene. E ho replicato più volte che 1) il contesto narrativo può modificare questo uso, rifacendosi al significato letterale, cioè “della foresta” e 2) che anche in inglese “ranger” ha come primo significato “guardaboschi” e che la scelta di Fatica è stata quella di riprodurre questo effetto (scelta contestabilissima, ovviamente, ma allora parliamo di questo, non di etimi). Su questo seguiti a non replicare, ripetendo che io eludo l’obiezione, quando invece ho risposto ripetutamente.
      Questo come ti qualifica?

      Ti ho fatto notare che “ramingo” è un termine dell’italiano colto e della lingua poetica (tu stesso lo hai riconosciuto). Tutto il contrario di “ranger”, che invece è un termine di uso comune nell’inglese medio. E poiché questo è indiscutibile, ribatti che allora non andrebbe bene nemmeno “inalberato”. Ma qui stiamo parlando di Ranger. Un’altra volta, se vuoi, parliamo del cavallino inalberato.

      Ho riportato le parole di Tom Shippey, il quale dalla lettura dell’OED deduce che quando si parla di Ranger “There’s a strong association with forests”. Shippey dice questo a suffragio dell’idea che la terza definizione – non la prima, né la seconda – dell’OED sia quella che più si approssima ai Rangers della Terra di Mezzo, ovvero del fatto che i Rangers non devono per forza essere cavalleggeri (“mounted men”), ma appunto possano spostarsi e combattere a piedi, su canoe, lungo fiumi e nelle foreste. Ecco l’associazione con Bumppo, che io ho definito “scout dei boschi”, non guardaboschi. Dunque ho solo riportato il parere di Shippey circa la connessione tra i Rangers, Bumppo e le foreste. E ho fatto notare che anche la parola “forestale” ha a che fare con le foreste, dato che significa “della foresta”. Tutto qui.

      A conti fatti l’intera tua critica muove dall’assioma che l’uso di un aggettivo sostantivato possa essere soltanto quello attestato dai vocabolari e che se dico che nella Terra di Mezzo uno è un “Forestale” io non possa in alcun modo attribuirgli un significato diverso da quello di guardia forestale. Ma, come ti è stato fatto notare anche da altri, questo lo hai deciso tu, non è una legge scolpita nella pietra.

      Dunque perché inalberarsi tanto? Perché chiamare in causa l’onestà intellettuale altrui? Perché andare a discutere dove si trova più facilmente consenso, invece di farlo civilmente con il diretto interessato? Cosa ti avrò mai fatto, a parte scrivere un pezzo che non condividi?

      P.S. @Valerio. Meno male che volevo smetterla di parlare di Forestali! Hai ragione tu, è colpa mia, me la sono cercata. Pago dazio 😀

      • Triceratopo Volante ha detto:

        Questa incredibile pazienza verrà premiata.

      • Ekerot ha detto:

        Guarda, WM4, in realtà la discussione è bellissima. Anche se per te è stata sfiancante.
        Perché a partire da una parola ne viene fuori un mondo, ed è comunque interessante dato che ognuno di noi ci mette un elemento di soggettività ineluttabile, che ci fa pendere per un termine o per un altro (a partire dall’imprinting della prima volta).
        All’inizio del “La Via per la Terra di Mezzo”, Shippey riporta quest’idea per cui le parole sono come stalattiti, e guardandole bene ne puoi scorgere tutta la “vicenda”.
        Anche tentare di dare una propria traduzione è un esercizio (inutile quanto vogliamo) molto istruttivo, e sarebbe una bella lezione di Inglese da fare a scuola.
        Io, come ho spiegato sopra, sono legato a questo valore un po’ ombroso dei “Ranger”, gente che ispira un certo timore e dalle quali è bene guardarsi, e quando sono incappato in “Forestale” questa sfumatura mi è un po’ mancata. “Rondiere” non sarebbe male, ma è sembra una parola inventata – io non l’avevo mai sentita in vita mia.

      • Mattia ha detto:

        Wu Ming 4, trovo la discussione interessantissima e, a mio parere, convincente la replica di Elrond Mezzelfo. Quindi concordo almeno col finale nel quale dici che la nuova traduzione produrrà interessanti discussioni è un revival della ricerca. Io seguirò di lontano e mi godrò la lettura quasi da nuovo sperando escano in fretta gli altri due volumi.
        La tua contro-(contro-? Non si riesce a tenere il conto!) replica chiarifica bene la tua posizione, ma rimane intatto il nerbo dell’obiezione.
        1-il significato di “ranger” secondo i dizionari citati da Elrond Mezzelfo comprende “guardaboschi”, ma come significato già desueto
        2-“ranger” inoltre ha, come tutti riconoscete, ampio spettro di significati
        3-“forestale” aveva ed ha un solo significato, quello di “guardaboschi”.
        Ora il punto 1- è fondamentale in effetti perché se vero toglie l’analogia di effetto per il lettore comune inglese (all’uscita di ISDA) e italiano oggi. Inoltre “forestale” non contiene quella gamma di significati molteplici che “ranger” invece possiede. Ciò significa che mentre il lettore inglese doveva spaziare tra i significati presenti quello italiano dovrà re-inscrivere un nuovo significato nella parola. Si intende, niente di così impossibile, succederà cosí come tu o qualche altro (Norbert? Non ricordo) “profetizzava”. Però complessivamente direi che la conclusione che “forestale” non sia stata una buona scelta diventa davvero più verosimile – non scrivo “si impone” perché sarebbe un rafforzativo fuorviante: o si impone e cessa la “polemica” o se no inutile dire si imponga. Purtroppo le opposte partigianerie rendono difficile discutere serenamente (e copro con un mantello le origini della lotta attuale). Auspicabili saranno discussioni più sistematiche e generali sulla resa degli stili, ultimata la pubblicazione di tutta l’opera.
        PS: faccio palinodia su ciò che ho scritto sopra sulla “difesa di ufficio (prima su fb poi qui perché fosse visibile); non posso negare l’impressione, ma credo che ognuno debba fare sempre epoché da ciò che guasta la lettura serena di un testo e per me è stata dura e ho espresso al contrario un’inverificabile percezione.

        • Wu Ming 4 ha detto:

          Be’, Mattia, io l’ho scritto che non avrei tradotto Forestale. Perché – chissà mai che una buona volta io trovi l’occasione di dirlo e magari è proprio questa – non mi convince del tutto la ratio di Fatica. Capisco la sua scelta, e ho scritto l’articoletto filologico perché mi ci sono scervellato un po’ sopra e mi è parso, a torto o a ragione, che sia meno balzana di quanto mi era sembrata all’inizio, ma non significa che io la ritenga migliore di altre. Mi riferisco alla scelta di ricreare l’effetto dell’inglese moderno, dove i ranger sono le guardie forestali, e poi scoprire invece dal racconto che nella TdM sono un’altra cosa. Non sono convinto che sia la scelta più oculata.
          Questo mi distingue inevitabilmente da quelli che scherzosamente ho definito i “Ramingofili”. Perché loro hanno una certezza. Hanno la soluzione che ritengono essere il migliore compromesso in italiano. Io no.

          Se mi chiedi come avrei tradotto io, la mia risposta è “non lo so”. Perché una traduzione che mi convinca del tutto non l’ho ancora sentita. Sarà per questo che do per scontata la necessità di una risemantizzazione d’una parola d’uso comune come “Forestale”. Ma ti dirò che sarei pure tentato di aderire al “partito” di Peta, che suggeriva di non tradurre, dato che in fondo “Ranger” è entrato nell’uso italiano. Però poi mi viene in mente che qualora un italiano decidesse di aprire un vocabolario della sua lingua e controllare il significato della parola acquista dall’inglese “ranger”, leggerebbe:
          “1. Nei paesi anglosassoni esploratore, guardia forestale. 2. Durante la guerra d’indipendenza americana, nome dei cavalleggeri volontari; più recentemente , militare dei reparti di assalto” (Sabatini-Coletti).
          Il Treccani invece inverte l’ordine:
          “1. Militare appartenente, originariamente, a formazioni volontarie di cavalleggeri durante la guerra di indipendenza nordamericana, e in seguito a piccoli reparti speciali di assalto degli Stati Uniti d’America e, recentemente, di alcuni paesi alleati. 2. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Canada, ufficiale guardia di un parco o di una riserva naturale.”
          E così saremmo punto e a capo… 🙁
          Però almeno mi solleverei dalla responsabilità. Vuoi mettere? 🙂

      • Valerio ha detto:

        Mi associo a Ekerot (tra l’altro se le mie deduzioni sono esatte è pure mio omonimo 😉 ) nel dire che, al di là di tutte le inutili polemiche, la discussione è interessantissima.

        Penso che lo stesso Tolkien non sarebbe affatto dispiacito sapere che dalla traduzione di una singola parola da lui adottata nel SdA sia scaturita una tale discussione (il post su facebook, transposto in word dicono abbia raggiunto le 130 pagine).

        Già che ci sono lo scrivo anche qui: ho deciso che a me sarebbe piaciuta la traduzione “Randagio”: è l’equivalente di Ramingo in un linguaggio meno “alto”, rimanda a un che di selvaggio, ma anche al segugio (cane) e quindi alla sua capacità di seguire le tracce (caratteristica dei Ranger); infide portrebbe essere un nome adatto a un corpo specializzato di combattenti.

    • Peta ha detto:

      In effetti hai ragione, come osa definire ironicamente la tua replica un “attacco dei Ramingofili” ed ora addirittura avere toni beffardi?

      Alla fine nel dire la tua (altrove) hai solo sostenuto che non è disponibile al dialogo, disonesto, che difende una scelta per partito preso perché parte di quello che è un evidente complotto e… boh, un tot di altre cose, ho perso il conto. Ma tant’è non era evidentemente un attacco, ecco, definirlo tale “è da fascisti”. Un po’ come la Segre che “semina odio”, diciamo. Viviamo in tempi interessanti.

      P.S. Il bello è che la tua analisi avrebbe anche dei punti validi (non avevo io stesso nei primi commenti qui detto che proprio quell’associazione etimologica anche a me non convinceva appieno?).
      Ma ispirato dai tuoi toni così equilibrati e palesemente non frutto di alcun bias, ho deciso che d’ora in poi, ogni volta che rileggerò il SdA, Aragorn avrà per me il volto di Terence Hill. E così lo narrerò ai miei figli, anche se magari dovrò poi inventarmi qualcosa per spiegar loro perché alle volte lo si è visto accompagnarsi ad un certo beorniano che nei libri non compare…

      • Triceratopo Volante ha detto:

        Un giorno, quando ai lettori del SdA verrà raccontato che avete sollevato tutto questo ridicolo e sproporzionato polverone per il termine «forestali», passando mesi e mesi a contestare il termine come se fosse un attentato alla Nazione o che altro, sarà divertente vedere le loro espressioni prima di sbigottimento e poi di compatimento.

  22. Alberto ha detto:

    Non ho letto che l’articolo iniziale, e ho partecipato agli innumerevoli commenti su Fb riguardo ad esso (in certi casi ho l’abitudine di fare dei files word delle discussioni più interessanti, e nel caso specifico sono arrivato a 104 pagine A4), quindi non me la sento proprio di rileggere anche i commenti qui su AIST.
    Osservo allora sinteticamente che va bene la filologia, vanno bene tutti i significati rinvenibili di ogni parola, ma la base dovrebbe essere cosa il testo stesso permette di dire di quel termine. Che in questo caso è Rangers. Le citazioni principali di Rangers in cui si spiega in qualche modo il perché del nome sono due, una per il Nord e una per il Sud (quest’ultimo è l’unico brano in cui si parla di chi sono i Rangers del Sud) della TdM.

    Nord, già citata nell’articolo iniziale.
    “«He is one of the wandering folk – Rangers we call them. […] But if I was in your plight, I wouldn’t take up a Ranger» (FR, I. IX).”
    Qui i Rangers sono estremamente affini all’accezione 1. gente che ‘vaga’ nei dintorni di Brea. E dagli annali si può cogliere che il termine va bene per i Dunedain, se viene detto: ‘When the kingdom ended the Dúnedain passed into the shadows and became a secret and wandering people, and their deeds and labours were seldom sung or recorded. Little now is remembered of them since Elrond departed.”

    Sud, non ricordo se è stato citato nell’articolo principale.
    “After a while he spoke to them; but they were slow and cautious in answering. They named themselves Mablung and Damrod, soldiers of Gondor, and they were Rangers of Ithilien; for they were descended from folk who lived in Ithilien at one time, before it was overrun. From such men the Lord Denethor chose his forayers, who crossed the Anduin secretly (how or where, they would not say) to harry the Orcs and other enemies that roamed between the Ephel Dúath and the River.”
    Qui, si distingue il fatto che si tratti di soldati di Gondor, dal fatto che appartengano ad un popolo che un tempo abitava nell’Ithilien (tramite il FOR); e dagli annali si può vedere che si tratta di un abbandono quasi completo già 100 anni prima per andare ad ovest dell’Anduin o Far Away, non molto dissimile dal wandering, e comunque un popolo sradicato dalla sua terra. E non vi è alcun tono negativo, neppure di diffidenza.

    Aggiungo che il tono negativo riguardo a come i Breani vedevano i Rangers del nord è molto leggero, si tratta più che altro di diffidenza, mista anche a qualche sorta di ammirazione; e se si tiene conto del fatto che Raminghi è in pratica una sorta di neologismo, dato che è un aggettivo sostantivato dal traduttore, anche il tono leggermente negativo non credo dovrebbe creare problemi nell’uso del termine ramingo.

    • Peta ha detto:

      Io ho solo una domanda: perché si evita sistematicamente di citare tutte le ricorrenze in cui Rangers viene usato? E torno a sottolineare: usato più volte da personaggi diversi ma sempre – sempre – con una rigorosissima maiuscola.

      Altro esempio, infatti: “Lonely men are we, Rangers of the wild, hunters – but hunters ever of the servants of the Enemy, for they are found in many places, not in Mordor only”. E qui parla Aragorn stesso, di quale sia l’accezione (più o meno diffidente) del popolo di Brea gli frega poco, e decisamente quella che usa lui in questo frangente poco pare avere a che vedere con quella del “nomade”, del ramingo, e molto più con quella del soldato/cacciatore impegnato in terre selvagge.

      Ma il punto – che in troppi sottovalutano – è che non si parla mai di “rangers”, bensì sempre e SOLO di “Rangers”. Con la maiuscola, come suddetto. Significa che è un nome proprio. Un titolo. Ed in quanto tale, ci si può scannare quanto si vuole nel trovare tesi che avvalorino di volta in volta più l’una o l’altra accezione, ma i titoli propri non necessariamente rispecchiano al 100% l’etimo da cui derivano, e questo più è vero più il tempo passa dal conio di un termine. EX: i Carabinieri continuano a chiamarsi tali benché non portino più le carabine.

      Poco importa insomma se abbia ragione chi nella parola inglese “ranger” ci vede un 55% di significato errante, o chi ci vede un 62% di significato armigero: la parola ed il suo uso non sono quelli. Stiamo parlando dei Ranger della Terza Era, non di ranger inglesi o americani.

      Cosa significa questo? Che è dunque perfettamente verosimile e presumibile – tanto per fare un esempio – che tale titolo nasca come appellativo per il popolo “esule”, senza più patria, dei Dunedain sin dalla caduta di Arnor. In accezione dunque “raminga”. Col progressivo declino di tale stirpe, tanto che ne restano solo gruppetti sparuti e neppure si può più parlare di “popolazione” vera e propria, questo titolo diviene sinonimo di ciò che di essi è rimasto, per l’appunto esclusivamente o quasi un gruppo in arme di “nostalgici” che mantengono memoria degli antichi fasti della loro stirpe, e lo fanno attraverso la belligeranza verso il Nemico.
      Il che, guardacaso, si sposa perfettamente anche con quell’uso che sottolinei nel caso dell’Ithilien: così come per i discendenti di Arnor, il titolo naturale da applicare nel duplice (ma in questo caso più contemporaneo) significato è ovviamente Rangers anche lì.
      Il tutto fisiologicamente (e nient’affatto a caso) permesso dall’ampiezza di significato del termine ranger, minuscolo.

      Ne consegue una cosa: che a conti fatti, in quanto titolo proprio e non un “sostantivo descrittivo”, fintantoché ci metti la maiuscola Ramingo, Forestale, Ranger, Rondiere, Cacciatore, whatever: è pressoché impossibile stabilire oggettivamente quale sia “migliore”, poiché trattasi di immaginare un’evoluzione linguistica di cui il materiale originale non ci racconta esplicitamente nulla. Anzi, l’unica cosa che ci racconta è proprio una conferma di ciò: che il termine è talmente ampio ed aperto ad interpretazioni multiple, che per gli abitanti di Brea lo si può pronunciare con un certo tono di diffidenza, come parlassero di individui che sospettano possano esser mezzi briganti, mentre Aragorn lo può pronunciare con “orgoglio militare”.

      Al massimo possiamo scannarci sull’indovinare a cosa TOLKIEN avesse pensato “al 55%” quando ha scelto Rangers proprio per questa palese ampiezza di utilizzo necessaria alla resa cercata, ma se anche vi fosse modo di stabilirlo con sicurezza (e non c’è), ne risulterebbe comunque un’importanza per l’economia della narrazione esattamente pari a zero.

      Tutto, quindi, dulcis in fundo si riduce a “cosa PER ME rende meglio l’impressione dei Ranger che io stesso ritengo più importante sottolineare, in assenza di un termine altrettanto ampio in italiano”. Ossia, ci stiamo scannando sul nulla, sul gusto personale. Al massimo, per l’appunto, l’unica discussione sensata è sulla resa di un termine piuttosto di un altro nella lingua di destinazione, in questo caso la critica a Forestale, sotto il piano dell’adattamento, ci può stare. Ma il buffo è che tale argomentazione si può fare quasi del tutto scissa dal contenuto del romanzo, perché del resto questo è: in gran parte un altro discorso.

      Insomma, a conti fatti si sta ancora una volta si sta tirando Tolkien per la giacchetta per discutere di altro.

      • Alberto ha detto:

        Concordo, sul fatto che il gusto personale ha un ruolo preponderante in certe scelte, e che l’analisi di un termine non può esulare dal testo de ISdA che ne crea il contesto. E che tutto nasce dalla polivalenza del termine in inglese, che in italiano non ha una traduzione univoca.
        Ciò non toglie che alcune valutazioni oggettive sui possibili ‘candidati’ non si possano fare, partendo sempre però dal testo come si presenta al lettore. E in questo senso evidenziare le debolezze e i punti di forza dei vari usi, non vedo perché significhi tirare per la giacca Tolkien e discutere di altro. Se si discute di Ranger, dell’uso che se ne fa ne ISdA (quindi senza scindere la traduzione dal contenuto del romanzo), e delle possibili traduzioni in italiano, si fa un lavoro ammissibile e rispettabile. Basta farlo con rispetto ed evitando le assolutizzazioni.

        • Peta ha detto:

          Certo, e infatti ti spiego, prendendo ad esempio un altro caso che mi è capitato di discutere in un’altra – interessante e per fortuna almeno finché non ci sarà il corrispettivo ufficiale di un traduttore da attaccare o difendere, molto più leggera – chiacchierata, riguardo a come tradurre Eowyn la “shieldmaiden”.

          Anche lì ci si è infognati sul fatto che, pur trattandosi pressoché di un neologismo tolkieniano (vi sarebbero stati altri corrispondenti preesistenti e più precisi infatti, cioè Shield-may), derivi direttamente, è ovvio, dal nordico skjaldmær, e in tanti a sperticarsi a trovare come meglio rendere skjaldmær: scudiera? Fanciulla d’arme? Vergine guerriera? (il terzo appellativo è quello che, benché sia quello che troverei meno adeguato, è suggerito come alternativa nel famoso elenco degli “errori”).

          E lì ho sottolineato una cosa che mi pareva sfuggire: a noi non ce ne deve fregare molto di tradurre skjaldmær. Noi dobbiamo tradurre shieldmaiden (minuscolo: anche in questo caso è importante che il termine sia minuscolo o maiuscolo, perché può fare la differenza fra una descrizione generica ed un presunto titolo proprio della società Rohirrim), *lo shieldmaiden tolkieniano*, e rendere il più verosimilmente possibile il significato e l’accezione d’uso che quel termine ha all’interno del SdA. È chiaro che l’etimologia è indispensabile a comprendere appieno la scelta lessicale di Tolkien, ma è altrettanto evidente che Eowyn *non è* una skjaldmær come quelle della mitologia norrena (di cui nessun contemporaneo dubita, anzi in genere sono leggendariamente temute, come ad esempio Hervor lo è addirittura sin dalla nascita) – o almeno riconosciuta tale – sino al Pelennor: dove dimostrerà quelle qualità che nessuno attorno a lei aveva sino a quel momento preso sul serio, trattandola come una ragazzina che vuole “giocare a fare la guerriera”.

          Però così ella si autodefinisce ben prima, anzi proprio quando lamenta di come nessuno la prenda sul serio come tale. Ne deriva un problema, dunque: una traduzione forse più direttamente rappresentante delle skjaldmær, altisonante come “vergine guerriera” (ma anche “fanciulla d’arme”, come è stato usato un paio di volte nell’Alliata, non scherza) nell’economia della narrazione rischia di apparire un po’ troppo ridicola, esagerata, sin patetica. Ben più patetica di quanto dovrebbe, pur essendovene una ovvia traccia in passaggi che debbono trasmettere al lettore, con meccanismo identificativo, proprio la frustrazione di Eowyn che si sente in trappola, ignorata.

          È la ragione che farebbe propendere me personalmente per l’adattamento in “scudiera”, questo ben consapevole che si tratterebbe di un adattamento etimologicamente meno preciso. Ma – oltre ad avere il vantaggio della scorrevolezza ed assonanza – meglio renderebbe secondo me la verosimiglianza del contesto, grazie ad una certa ampiezza di significato, facendo sembrare meno ridicolmente presuntuosa lei (aspirante guerriera, proprio come i “nostri” scudieri, giovani nobili in addestramento e non ancora non riconosciuti come cavalieri titolati) quando si definisce tale, e meno necessariamente uno “sfottò” quando sono altri a chiamarla così.

          Ma questa divagazione nello specifico – ed a maggior ragione quale sarebbe la mia preferenza – non è importante qui, se non a ribadire un concetto: non stiamo traducendo i ranger dell’esercito di Sua Maestà, i ranger guardiaparco/guardiaboschi o quelli texani, stiamo traducendo i Ranger Dunedain. Ed anch’essi, proprio come la “shieldmaiden” Eowyin non è esattamente una skjaldmær, non sono propriamente i “nostri” ranger: Tolkien ha preso in prestito alla realtà un meraviglioso termine ricco di sfumature e differenti significati, e l’ha usato in maniera inevitabilmente un po’ diversa per un analogo (e per questo molto azzeccato e verosimile) molteplice uso nel suo setting fittizio. Questo significa che possiamo fare la stessa cosa, nell’obiettivo di perfezionare una traduzione: è lecito forzare (ovviamente nei limiti del buon senso), adattare ad un significato parzialmente diverso e/o meno comune e/o più ampio di quanto strettamente preteso dall’etimologia, un lemma che può secondo noi funzionare in maniera analoga a come ha funzionato l’originale. L’ha fatto Tolkien, perché non dovrebbe poterlo fare chi ne cura l’adattamento? Come spesso mi è capitato infatti di ripetere, ci si dimentica troppo spesso che traduzione ed adattamento non sono la stessa cosa, ed una traduzione va anche adattata.

          Le conclusioni sono le stesse di prima: si finisce a poco più del gusto personale, a una questione di percezione (vuoi individuale o di massa: è innegabile che “Forestale” funzioni poco felicemente proprio nella larga percezione del lettore medio: poi che abbiano “ragione” o meno, se mai anche fosse possibile stabilirlo “scientificamente”, conta davvero poco).
          “Ramingo” coglie sicuramente in pieno una delle più forti accezioni con cui è usato “Ranger” nel SdA, e sta al lettore accettarlo in una forzatura (ma neppure poi troppo, essendo pressoché un neologismo senza equivalenti esterni, e per di più appunto coadiuvato da quella maiuscola titolare), che pretende sia valido anche per le altre forti accezioni presenti nel SdA come quelle belliche/di vigilanza (giacché, de facto, nella narrazione vera e propria noi incontriamo solo “soldati erranti”, nessun “civile nomade”, se non proprio quella giusta menzione della distinzione che sembra esservi in quel passaggio sull’Ithilien).
          “Forestale” idem, solo a punto di partenza ed arrivo della forzatura pressoché opposto. Si tratta sempre di prendere in prestito un lemma (o pressoché coniarne uno) e dargli un significato leggermente diverso all’interno di un contesto diverso da quello reale.

          Lecito poi discutere su quale ci appaia più verosimile in quel contesto (e al di là della ricezione difficile di “Forestale”, da questo punto di vista pure io trovo appunto più verosimile che sia nata prima l’accezione “esule”, quindi “raminga”, e che solo in un secondo tempo abbia acquisito quella più esclusivamente armigera di quei pochi rimasti sul finire della Terza Era, che non il percorso opposto); quella che ci appare più credibile “in Ovestron”, nel nostro Ovestron, ma per sostenere una tesi in tal ambito l’etimologia esterna al contesto romanzesco è valida, certo, ma risolutiva solo sino a un certo punto. Perché noi parliamo italiano, ed Ovestron e italiano, anche laddove il primo è reso con il secondo, non sono necessariamente la stessa identica cosa, così come non lo sono Ovestron e inglese nel romanzo originale: hanno alle spalle una storia differente, le lingue non nascono dal nulla ma anche se non soprattutto dal contesto storico in cui si sviluppano e si modificano nel tempo, e dunque il parallelismo non potrà mai essere (né dovrebbe esserlo) preciso al 100%.

          Ecco perché dunque io rimango più favorevole al mantenimento dell’ormai acquisito in italiano “ranger” (forzatura per forzatura, tanto vale ormai prendere in prestito lo stesso “adattamento”, la stessa “forzatura” già utilizzata da Tolkien), e vabbè, chissene della preferenza mia, ma soprattutto perché tanti dei paralleli fatti a sostegno dell’una o dell’altra tesi finiscano col lasciare il tempo che trovano.

          Ed è anche la spiegazione di quel “tirare la giacchetta”: non fanno altro che spostare il piano della discussione, distorcerlo, per nascondere quel poco che di davvero concreto c’è alla base di tutta la querelle: la preferenza personale (non solo dell’uno o dell’altro lemma, ma proprio dell’aspetto prediletto degli altrimenti multisfaccettati Ranger), e, lo sappiamo, molto spesso un certo bagaglio di simpatie ed antipatie preesistenti. Solo che che è difficile far valere la propria preferenza bellicosamente armati di dizionario.

          Buona parte di tutto questo polverone, inutile nascondercelo, ha ben poco a che vedere con Raminghi e Forestali: quelli sono solo una facile scusa per alzar l’arme contro la fazione avversa da ben prima che di Fatica si fosse mai sentito parlare.

          Wu Ming – è vero quello che dice sotto di noi Muti – non fa proprio uno “studio” filologico: si limita a gettar luce su alcuni risvolti del termine forestale che, al di là dell’infelice corrispondenza diretta con il corpo delle Guardie, mostrano che secondo lui non è una scelta poi così assurda per fare quella “forzatura” di cui parlavo sopra. Ed è una risposta più che sufficiente ai “meme”, insomma, all’ilarità più o meno comprensibile del lettore medio: finirebbe tutto lì, sappiamo perché Forestale fa ridere a molti e non ne facciamo una tragedia, e anche grazie al pezzo di Wu Ming sappiamo pure perché a voler ben guardare comunque non è neppure così troppo campato in aria come può apparire di primo acchito, si può essere d’accordo con ambedue le posizioni senza che ciò sia un ossimoro.

          Il problema è che arrivano costantemente anche critiche, dizionario alla mano come una bibbia (quando non fantasiose reinterpretazioni proprio della lingua inglese a proprio uso e consumo) e basta, che omettono tatticamente tutto il resto ed il buon senso, e non certo in difesa della libertà dei “meme”, del lettore medio, di ridere.
          Non sto parlando di te, eh, che anzi fai proprio un ragionamento sulle mie stesse basi: rileggendomi mi sono reso conto di esser parso un po’ piccato in apertura, non era certo mia intenzione nei tuoi riguardi, bensì piuttosto generale sfinimento che mi si è solleticato nel leggere una tesi che ha assolutamente ragionevolezza e nella quale mi rispecchio più che in parte, ma che omette coincidentalmente altre citazioni che invece sarebbero più “scomode” nel sostenerla nelle conclusioni. E mi sei capitato sempre per coincidenza tu ad offrirmi un là per questo mezzo “sfogo” generale, in quanto un certo “mezzelfo” si è dato alla macchia del DFE.

          Queste a cui mi riferisco sono critiche faziose che mostrano o malafede o la totale ignoranza di ciò che è davvero un’opera narrativa, non solo quella Tolkieniana. Di Tolkien e dei Ranger non gliene frega niente se non in funzione di ben altri risvolti: vogliono solo dimostrare che Fatica “è in errore” a priori. Non è altro che una scusa per, appunto, parlare fra le righe d’altro, cercando di delegittimare una controparte (reale o maniacalmente percepita) nel famoso e più annoso tiro alla giacchetta di Tolkien che ben conosciamo. E naturalmente non puoi delegittimare qualcuno perché “non gli piacciono le stesse cose che piacciono a te”: devi poter sostenere che “sbaglia! Nero su bianco!”. E giù di tiro a quella povera giacca.

          Oh, e beninteso: non sono mica solo i “Ramingofili” a cui mi riferisco, la cosa va anche in senso opposto. Nelle cento e passa pagine che ti sei salvato, se non ricordo male ce ne sono probabilmente due o tre in cui ci sono anche io che strippo di fronte a uno che ha deciso che “per gli inglesi Ranger vuol dire guardaboschi e basta, fine, perché lo dico io”.
          Vuoi vedere, mentre ora il confronto è perfettamente neutro e cordiale, con nessuno che si straccia le vesti per alcuna delle proposte possibili, come potrebbe diventare un caso biblico ciò che Fatica sceglierà per quel succitato shieldmaiden? Improvvisamente, dizionario alla mano, quella proposta potrà per qualcuno esser diventata “inaccettabile”, “un evidente errore”, per non dire di peggio. Se c’è chi riesce a parlare di complotto partendo da un termine “neutro” come Forestale, figurati cosa potrebbe succedere per un appellativo in cui si potrebbero verosimilmente voler leggere (con malizia di cui decisamente non c’è scarsità) implicazioni femministe… Eru ce ne scampi.

  23. Dario Muti ha detto:

    Avendo letto il titolo da newsletter, ho immediatamente aperto il link aspettandomi l’oggetto promesso: uno studio filologico, magari opportunamente collocato.

    Mi sono trovato a leggere un simpatico articolo, che può essere definito in molti modi. Nessuno di questi modi è “studio filologico” se intendiamo rispettare l’uso corrente delle parole. In particolare, intendo: con degli studi filologici si può fare un’abilitazione scientifica nazionale, e vincere una cattedra a concorso di filologia.

    In senso ampio, l’argomento di cui si tratta è parzialmente assimilabile alla filologia. Tuttavia, se io dovessi scrivere “Mi pare che la scelta di tradurre forestale sia molto solida” sarebbe piuttosto bizzarro da parte mia pretendere che questa tale esternazione sia valutata come considerazione ingegneristica. Non è solo l’argomento a fare la scienza – o disciplina – che dir si voglia. È, soprattutto, il metodo.

    Se qualcuno avesse l’ambizione di produrre uno studio filologico, sarebbe bene che considerasse non una lingua ma una famiglia (o più) di lingue e pubblicasse testi corredati da ampia bibliografia (le mail all’olimpico Shippey non contano, purtroppo, e dai dizionari al massimo si parte), possibilmente in una collocazione che garantisca al lettore di fruire un testo che è andato incontro a processo di peer review.

    La interessante ed intelligente (temo però unilaterale, per forza di cose) spigolatura sulla scelta di tradurre il “ranger” tolkeniano con “forestale”, prima di diventare uno studio filologico, deve quindi percorrere una lunga e ardua strada.
    Peraltro, bizzarra la scelta di non risalire oltre l’inglese, quando sappiamo che la scelta delle parole in Tolkien non prescindeva da considerazioni filologiche (in senso accademico, stavolta).

    Ora come ora, questo articolo difende la (legittima!) scelta di Ottavio Fatica da obiezioni presenti (stando a quanto si legge nelle prime righe) in alcuni meme. Fra i due oggetti (studio filologico e difesa da meme) c’è un bel salto.

    Confondere le due imprese intellettuali – non che una sia meno nobile dell’altra – potrebbe dare una brutta immagine dell’autore o dell’Associazione Studi Tolkeniani (da cui ci si potrebbe aspettare, fra l’altro, patrocinio a certi studi filologici). D’ora in poi si dovrebbe prendere con le pinze la parola “studio” sulla vostra newsletter? È un peccato, perché chi vi segue da tempo sa che dall’Aist nasce o passa tanta buona saggistica.

    Concludendo: delle virgolette attorno a “studio” avrebbero dato l’effetto opportuno.

    Forse è il caso di rifletterci su.

  24. Wu Ming 4 ha detto:

    Vorrei ringraziare Peta per la sua riflessione, che condivido.
    Ed è giusta anche la precisazione di Dario Muti: il sottotitolo del mio pezzo non è azzeccato. In effetti il file si intitolava semplicemente “Aragorn il Forestale”, non mi ero preoccupato di specificare alcunché. La redazione ha ritenuto di metterci un sottotitolo. Tanto più che non ho mai avuto l’ambizione di produrre uno studio filologico, non essendo un filologo. Del resto non credo che un titolo fuorviante basti a mettere in discussione l’approccio dell’Aist, e anni e anni di “buona saggistica”, appunto. Dopodiché, per carità, ci si può appigliare a qualunque cosa, per mettere in discussione chi ci sta antipatico… ma quel piano non mi interessa, tanto meno mi scalda il cuore.

    Proprio perché il mio non è uno studio filologico, non voleva nemmeno essere una petizione a favore della resa di “Ranger” con “Forestali”. Perché – filologia o no – le ragioni di una scelta traduttiva sono molteplici. Infatti io ho scritto che non avrei tradotto Forestale. Perché – chissà mai che una buona volta io trovi l’occasione di dirlo e magari è proprio questa – non mi convince del tutto la ratio di Fatica. Capisco la sua scelta, e ho scritto l’articolo perché mi ci sono scervellato un po’ sopra e mi è parso, a torto o a ragione, che sia meno balzana di quanto mi era sembrata all’inizio, ma non significa che io la ritenga migliore di altre (e l’ho detto più di una volta in questa discussione). Mi riferisco alla scelta di ricreare l’effetto dell’inglese moderno, dove i ranger sono le guardie forestali, e poi scoprire invece dal racconto che nella TdM sono un’altra cosa. Non sono convinto che sia la scelta più oculata. Tuttavia bisogna prendere atto che dalla risemantizzazione non si scappa, come dice Peta.

    Dopo questa lunga discussione, se mi si chiedesse come avrei tradotto io, la mia risposta è ancora “non lo so”. Perché una traduzione che mi convinca del tutto non l’ho ancora sentita e forse non c’è. Tanto che sarei pure tentato di avallare la preferenza del medesimo Peta, che suggeriva di non tradurre, dato che in fondo “ranger” è una parola ormai comprensibile anche nell’italiano parlato. Fatto salvo che qualora un italiano decidesse di aprire un vocabolario della sua lingua e controllare il significato della parola acquisita dall’inglese, leggerebbe cose tipo:
    “1. Nei paesi anglosassoni esploratore, guardia forestale. 2. Durante la guerra d’indipendenza americana, nome dei cavalleggeri volontari; più recentemente , militare dei reparti di assalto” (Sabatini-Coletti).
    oppure:
    “1. Militare appartenente, originariamente, a formazioni volontarie di cavalleggeri durante la guerra di indipendenza nordamericana, e in seguito a piccoli reparti speciali di assalto degli Stati Uniti d’America e, recentemente, di alcuni paesi alleati. 2. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Canada, ufficiale guardia di un parco o di una riserva naturale.” (Treccani).
    Niente di molto utile a definire i Rangers della Terra di Mezzo. Insomma il lettore italiano deve comunque risemantizzare quel “Ranger” con la maiuscola, come dice Peta. Quindi torniamo alla necessità di fregarcene della filologia e risemantizzare una parola esistente: Ramingo, Forestale, Rondiere, Cacciatore, ecc.
    Dunque sì, i fattori di preferenza e sensibilità finiscono per essere determinanti, c’è poco da fare.

    • Alberto ha detto:

      Anche io a suo tempo, durante una delle tante discussioni su Fb, con Norbert Spina in quel caso, avevo condiviso, data la difficoltà oggettiva della traduzione del termine (che ribadisco anche io, per quel che vale, non ha il benché minimo senso utilizzare per criticare tutta la traduzione, o Fatica come traduttore), l’ipotesi Ranger non tradotto. Ed infatti nell’incontro con Fatica, avvenuto qui a Piacenza (alla biblioteca Passerini-Landi) sulla sua traduzione, in cui gli avevo fatto appunto un’osservazione sulla rinuncia a Ramingo (sulla quale non ha preso posizione in quell’occasione), avevo fatto l’ipotesi della ‘non traduzione’; ma lui in questo è stato categorico: non si poteva non tradurre.
      Che dire… le discussioni, ribadisco ancora, non sono state inutili (eccettuate quelle cadute nella critica fine a se stessa, o addirittura nelle offese degli interlocutori, se ce ne sono effettivamente state), ed un carattere di oggettività ce l’hanno, ammp; inoltre, mi hanno permesso di vedere all’opera il metodo ‘falsificazionista’ di Popper, molto efficace per mettere a punto gli elementi a favore e a sfavore delle singole ipotesi di traduzione. Credo che sarebbe possibile fare uno schema esaustivo sui pro e contro di una o dell’altra traduzione, ma per farla bene, andrebbero considerate tutte le occorrenze di Ranger in TLotR, valutandole per esempio: prima di tutto secondo il significato interno al romanzo (magari anche facendo qualche sorta di gerarchizzazione dell’importanza delle singole occorrenze), poi secondo i significati in inglese in genere del termine, e poi secondo i significati delle singole proposte nella lingua italiana… lavoro da tesi di laurea forse… auguri a chi sarà tentato di farla.
      Per parte mia, non posso che essere grato, per quanto vale sempre la mia gratitudine di semplice appassionato di Tolkien, della ricchezza di molti degli interventi sul tema, che per quanto estremamente ristretto, mi è stato di stimolo per gustare il piacere di una ricerca che mi ha ancora più fatto affezionare a Tolkien e al SdA.

  25. Pábitel ha detto:

    Salve,
    volevo segnalare che a Radio 3 nella trasmissione “Qui comincia” questa settimana si è parlato delle due traduzioni, presentando l’ uscita del secondo volume.
    Per quel poco che ho potuto ascoltare la comparazione è stata abbastanza “cerchiobottista” (A ha tradotto così, B invece colà, entrambi han fatto bene perché on inglese il significato è più o meno questo). Ripeto, non ho ascoltato per intero le puntate.
    Mi permetto di esprimere un pensiero mio sulla questione Ramingo vs Forestale.
    L’accezione Ramingo l’ho sempre ricollegata ad una visione di Aragorn che non accetta ancora pienamente il suo ruolo di erede di Isildur. Come se si nascondesse, o non ritenesse di avere la forza per sostenerlo. Mentre Forestale implica di più una figura “d’ordine” (scusate il termine) , purchessia nell’ombra, e in attesa.
    E comunque, essendo passato parecchio tempo tra le letture non vorrei che Mr. Bad Taste mi avesse influenzato.
    Saluti silvani.

  26. Valen ha detto:

    Non se faccio cosa lecita e gradita, oppure no (e in tal caso mi scuso), perché sono consapevole che questo mio commento può essere considerato un po’ off topic… ma a proposito di traduzioni più o meno complesse nel Signore degli Anelli, io ho sempre detestato, da quando l’ho letto per la prima volta a 15 anni fino ad oggi, la traduzione di “halfling” in “mezzuomo” in quella vecchia.
    Ora, siccome –ling è un suffisso anglosassone che indica derivazione e discendenza, io avrei optato per “mezzoide”, usando un suffisso italiano che ha la stessa funzione e che suona anche un po’ dispregiativo come vorrebbe essere il termine originale; e soprattutto rimane applicabile, come l’originale, a entrambi i sessi, ovviando all’imbarazzo di un’impossibile resa al femminile, per cui una hobbit sarebbe dovuta essere una mezzadonna o una mezzuoma…
    Non so quale sia stata Fatica la scelta di Fatica in merito, e chiedo a qualcuno di voi che abbia già letto la sua traduzione di illuminarmi, grazie.
    Scusate la digressione.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Non sono convinto che “mezzoide” sia la resa migliore, sai? Il suffisso italiano “-oide” sta per “simile a”, o ancora meglio “dall’aspetto/forma simile a”. Antropoide, umanoide, romboide, celluloide, ecc.
      Dunque “Mezzoide” significherebbe “simile a mezzo”, “dalla forma simile a metà”, che è un bel po’ sfuggente come significato.

      Fatica ha tradotto “Mezzomo”, quindi praticamente come Alliata (secondo me con un occhio anche alla parola scozzese antica, che sta per “non del tutto cresciuto”, mi pare). La sfumatura dispregiativa c’è: se un omone fatto e finito ti dà del mezzuomo certo non ti sta facendo un complimento.
      È vero che nel caso di una hobbit femmina a rigor di logica bisognerebbe cambiarlo in “Mezzadonna”, ma, al di là del fatto che non ci sono occorenze del genere nel romanzo, in effetti non sembrerebbe un problema così grosso:
      Hobbit maschio = Mezz(u)omo.
      Hobbit femmina = Mezzadonna.

  27. Valen ha detto:

    In effetti hai ragione: -oide ha più il significato che sottolinei tu. Mi sono lasciato un po’ accecare dall’antipatia per “mezzuomo” e l’ho sovrapposto a -ide, che indica invece appunto il concetto di derivazione che intendevo. Ma certo “mezzide” sarebbe ancora peggio… Uffa. “Mezzomo” non mi convince altrettanto però. Anche se non si presentano occorrenze, la sua logica non mi torna. Ma credo sia un problema mio. In spagnolo è stato reso con “mediano”, ma da noi “mezzano” non so se funzionerebbe.

  28. Wu Ming 4 ha detto:

    Umh… direi di no. In italiano “mezzano” significa un’altra cosa. Purtroppo non di tutte le parole si riesce a trovare il corrispettivo utile in un’altra lingua.

    • Valen ha detto:

      Purtroppo sono consapevole che Mezzano non funzionerebbe, infatti ho espresso subito la mia perplessità; oltre ad avere tutt’altro significato già di suo, non renderebbe l’idea al lettore italiano, cosa che invece fa, ahimé, Mezzuomo (o Mezzomo). Il fatto che io abbia cercato il corrispettivo spagnolo creda che dica la mia disperazione nel non volermi arrendere all’evidenza di questo caso intraducibile 🙂

  29. NedoDegliEretici ha detto:

    Rispetto e comprendo il lavoro di Fatica, ma è anche comprensibile che le torri d’avorio lo isolino dal capire che mezza Italia penserà a Don Matteo al suon di Forestale e quindi tutto il lavoro di capillare mediatore di immagini sonore finisce in lavoro elitario. L’effetto che la parola ranger sorbisce sui lettori inglesi di oggi è retaggio anche del nuovo fantasy, genere chiaramente sminuito da Fatica. D’altra parte capisco il senso del suo lavoro e paradossalmente era proprio quello che serviva a quest’opera: onore storico. Ciò non toglie che traduzioni letterali come Forestale, medievalmente accurato quanto vogliate, tolgono la magia ed il mistero, ed io, volendo fuggire dall’oggi, mi metterò a ridere ritrovarmi a leggere nomi che sembrano frazioni di comuni di campagna siciliana (es. ”Poggioverro di Capovetere”) nella Bibbia fantasy per eccellenza. Fa cagare. Se mi voglio toccare di patriottismo linguistico mi rileggo il nome della rosa e non la nuova traduzione di Tolkien.

    • Valen ha detto:

      “L’effetto che sorbisce sui lettori”?
      “Mi metterò a ridere ritrovarmi a leggere”?
      “Mi voglio toccare di patriottismo linguistico”?
      “Fa ca**re”?
      Se si è soliti criticare vanamente senza proporre ma solo per il gusto di sentenziare a vanvera, cosa già di per sé deplorevole, almeno si usi l’italiano.
      Il turpiloquio poi per favore usalo a casa tua.

  30. giacomo ha detto:

    Salve Wu Ming 4, Le rubero’ solo un minuto del Suo tempo prezioso. Per farla breve, sono uno dei pochi, pochissimi che non hanno ancora letto la Trilogia del Signore degli Anelli. Mea maxima culpa.
    Facendo le dovute ricerche sono venuto a scoprire della controversia circa la nuova traduzione, in particolare di quanto sia considerata qualitativamente inferiore alla storica versione dell’Alliata.
    Non essendo familiare con quest’ultima, non mi posso esprimere in merito; tuttavia, ho avuto modo di leggere qualche “spezzone” del testo originale di Tolkien e le relative rese in entrambe le versioni (Alliata / Fatica) e devo dire che da un punto di vista strettamente stilistico e lessicale Fatica ha svolto un lavoro piu’ coerente rispetto a Alliata (sono lauerato in lingue e posseggo vari certificati ESOL per l’Inglese, pur non essendo avendo intrapreso studi filologici).
    Dunque Le chiedo, senza troppi ambagi: l’edizione attuale e’ da considerarsi piu’ aderente allo stile e alle intenzioni di Tolkien?
    Resto in attesa di un gentile riscontro e colgo l’occasione per salutarLa
    Cordialmente
    Giacomo Lasca.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Gentile Giacomo,
      come ha potuto constatare di persona, grazie alla sua conoscenza dell’inglese, la traduzione di Fatica è senz’altro più aderente allo stile del romanzo di Tolkien. L’approccio di Fatica è stato precisamente quello di cercare di rendere in italiano gli effetti linguistici e stilistici dell’inglese.

      A svariati lettori appassionati della vecchia traduzione questo non è garbato affatto, ma appunto si tratta di un problema affettivo, comprensibile, per altro.

      La traduzione storica seguiva un principio diverso, dichiarato dalla traduttrice stessa e da molti sostenitori della superiorità della sua traduzione, e cioè rendere “epico” lo stile del romanzo in base a ciò che una certa percezione italiana considera tale, assai più che cercare di riprodurre il reale andamento stilistico del testo.

      Va pur detto che all’epoca Alliata era una giovanissima traduttrice alla sua prima prova professionale, e che molte scelte vennero imposte in sede di editing da parte dell’editor Quirino Principe (che è soprattutto un traduttore dal tedesco), il quale aveva a sua volta una certa idea di cosa *dovesse essere* quel romanzo.

      Casomai la interessasse, ho trattato la questione in questo articolo:
      https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/12/senso-ritraduzione-signore-degli-anelli/

      Saluti,
      WM4

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  1. Il prologo di Tolkien: la nuova traduzione italiana – Sonia Solfrini

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