Modena, Fatica: Tolkien, uno scrittore coerente

Il 15 febbraio l’AIST e Istituto Filosofico Studi Tomistici hanno organizzato a Modena un Tolkien-Lab sul tema “Come e perché ritradurre Il Signore degli Anelli” con ospite Ottavio Fatica, traduttore e poeta che per Bompiani ha ritradotto dopo 50 anni il capolavoro di J.R.R. Tolkien, che ha così concluso il suo mini-tour emiliano dopo gli incontri di Parma e Piacenza. All’incontro era presente anche Giampaolo Canzonieri che è il responsabile incaricato dalla nostra Associazione per la consulenza nel progetto di traduzione. Viste le moltissime richieste dei lettori amanti di Tolkien, pubblichiamo ora un resoconto, firmato dal padrone di casa, Claudio Antonio Testi, che è basato sui suoi appunti e non è stato rivisto dal dott. Fatica: potrebbe quindi contenere qualche imprecisione imputabile unicamente a Testi.

Il resoconto

Fatica ModenaPer me è stata una giornata non solo piacevole ma anche estremamente stimolante sul piano intellettuale. Ho avuto infatti il piacere di conoscere di persona il dottor Fatica e di apprezzarne la vasta cultura (ci ha descritto la sua biblioteca di oltre 25.000 volumi) e la sua profonda sensibilità letteraria. La sua conferenza, inoltre, mi ha fatto capire quanto sia complesso e difficile il mestiere del traduttore, che deve rendere in una lingua diversa ciò che il madrelingua intende leggendo un certo testo.
Devo ammettere che in un primo momento, quando in AIST si valutò di riproporre una nuova traduzione del Signore degli Anelli avevo qualche perplessità, vista anche la buona riuscita della precedente. Ora, alla luce di quanto ho sentito e anche dei dibattiti che si sono avuti in rete, non ho più dubbi sul valore culturale di questa operazione, infatti:
a) Non esiste nessun classico che non abbia avuto ritraduzioni in cinquant’anni e se Tolkien è un classico, meritava una ritraduzione (che spero da parte mia non sia l’ultima);
b) Non si erano mai viste tante discussioni in cui si comparava la traduzione all’originale, e questo ha fatto e farà ancor di più capire l’originale: a questo servono le diverse traduzioni.
c) La nuova versione era stata attaccata ben prima della sua pubblicazione in quanto “maoista” e “in foggia lgbt”: chiunque l’abbia letta potrà ben capire quanta ideologia e malafede ci sia stato in quegli attacchi. Intendiamoci, ben vengano le critiche, ma per essere costruttive dovrebbero essere circostanziate e se vogliono non essere ideologiche, dovrebbero usare la stessa lente di ingrandimento non solo sulla versione di Fatica, ma anche sulla precedente la quale, dopo cinquant’anni, contiene ancora macroscopici errori addirittura nei titoli!
Divido per temi tutto il lungo e interessante intervento di Ottavio Fatica.

Sul ‘mestiere’ del traduttore
Pubblico Fatica ModenaFatica ha iniziato ammettendo che conosce molto degli Inklings (C.S. Lewis lo apprezza moltissimo come saggista, apprezza Poetic Diction di Owen Barfield e ama Charles Williams, che vorrebbe vedere ripubblicato) per quanto di Tolkien non abbia letto tutto (ha letto Lo Hobbit, Il Silmarillion e Albero e Foglia e per tradurlo naturalmente Il Signore degli Anelli). Ha poi citato alcuni passi di Marcel Proust, Walter Benjamin e Simone Weil riguardanti il difficile mestiere del traduttore. È poi entrato sul tema della giornata e ha detto che una cosa che lo ha stupito di Tolkien è stato il fatto che la sua narrativa non deraglia mai, ma è molto coerente. Ha quindi richiamato due brani delle lettere ove Tolkien scrive che la sua opera è fondamentalmente cattolica e paragona la situazione di Frodo al “non indurci in tentazione” del Padre Nostro, passo recentemente ritradotto con “non abbandonarci alla tentazione”. La Conferenza Episcopale ha recentemente ritradotto quel passo. In merito alla nuova versione della preghiera, ha spiegato che il difficile compito del traduttore è tenere per buono ciò che ti trovi davanti e tradurlo così com’è, senza adattarlo alle proprie convinzioni. La traduzione è uno specchio.

Sulla traduzione precedente
Ottavio FaticaFatica ha poi fatto una breve storia della traduzione italiana de Il Signore degli Anelli, confermando ammirazione per quanto riuscì a fare una giovane sedicenne in così poco tempo. Si è però detto stupito che nell’ultima edizione viene detto che sono stati corretti alcuni refusi e questo ancora dopo cinquant’anni! Non solo, ma nota che ce ne sono ancora alcuni clamorosi, come ad esempio il titolo “Percorrendo la contea” in cui la parola “scouring” è stata presa erroneamente per “scouting”. Ci sono molti casi anche di sparizione dalla traduzione di intere frasi che non danno modo al lettore italiano di cogliere alcune sfumature oppure causano incongruenze logiche nelle azioni dei protagonisti come «I am wounded with knife, sting, and tooth, and a long burden» (“The Return of the King”, book VI, chapter 7, Homeward Bound), che descrive bene la pesante condizione di Frodo e dà senso alla frase successiva «Where shall I find rest?»; «The blade turned on the hidden mail-coat and snapped» (RR, c.8, The Scouring of the Shire) quando Saruman tenta di uccidere Frodo, ma la sua lama va a sbattere contro la sua cotta di maglia e si spezza… il lettore italiano legge solo che Saruman impugna il pugnale per colpire Frodo e che poi quest’ultimo chiede agli altri hobbit di non vendicarsi. La Compagnia dell'Anello - nuova traduzione di Ottavio FaticaNon si capisce perché un personaggio ferito voglia salvare il suo attentatore, a meno che non si tratti di una sorta di sindrome di Stoccolma. Lo stesso vale per Sam nelle ultimissime frasi del libro, quando è ancora indeciso, manca la frase «and he went on» poco prima del famoso «Well, I’m back» e questa sfumatura se ci fosse mostrerebbe al lettore italiano come Sam fino all’ultimo sia attratto dall’idea di raggiungere Frodo e Bilbo, non di tornare a casa… Poi ci sono vere e proprie sviste come «misery» preso al posto di «mistery», «mirk» tradotto sempre come fosse «mark» oppure “betulla” (birch, che non c’è nell’originale) usato al posto di “faggio” (beech) non una volta sola ma per tutto il libro.

Sui nomi
Si è poi detto stupito della mole di studi e glossari che esistono su J.R.R. Tolkien sia in rete che in volume: sono cose, dice Fatica, che si fanno soltanto su grandi autori del Novecento come James Joyce e quindi vuol dire che Tolkien ha una complessità linguistica simile. Per lui infatti anche un inglese che legge Il Signore degli Anelli incontra delle difficoltà e probabilmente deve leggere il volume con il dizionario accanto. ad esempio, Tolkien usa alcuni apax, cioè parole che usa una sola volta, come la parola inglese «whithersoever» che risale al Trecento: per renderla al meglio, Fatica l’ha tradotta con “ovechessia”, termine usato da Giovanni Boccaccio.
Tolkien sfida spesso i suoi lettori inglesi, li stuzzica continuamente ad usare l’ingegno. Un altro esempio di complessità linguistica è il nome ‘Dunharrow’, in cui il lettore medio inglese leggerebbe subito “harrow” come “erpice”. Invece, il suo etimo è da Tolkien legato a un tempio pagano sopra le colline, “heathen fane”, come spiega nella Guide ai traduttori. Infatti “fane” vuol dire “fano” che in italiano significa appunto “tempio sacro”: per questo Fatica ha tradotto ‘Valfano’. Lo stesso dicasi per “Cotton”, che non significa ‘cotone’ (come anche un lettore medio inglese potrebbe pensare), ma deriva da Cottage e il suffisso -ton per town (come Brighton): Fatica però ha dichiarato di aver perso la sfida non trovando in italiano una equivalente (avrebbe voluto Casipoli). Chissà cosa avrebbe pensato Tolkien del termine italiano “Vocabolo”, che in alcune zone dell’Italia centrale vuol dire “frazione di paese”. Secondo Fatica lo avrebbe usato subito! Lo stesso potrebbe valere, sempre in italiano, con le parole “postribolo” (che Tolkien non avrebbe mai usato perché sconcia!) e “triboli, tribolazioni, tribolare” nel senso di «sofferenze, dolore». Sicuramente, lo scrittore inglese avrebbe inventato qualcosa come un luogo che si chiamasse «Postriboli» che non non avrebbe significato “postribolo”, ma post-“triboli”, cioè “dopo le tribolazioni”!!! Ecco Tolkien faceva  questo con l’inglese.
Fatica poi motivato la sua scelta di tradurre “farthing” con “quartiero” e “Rivendell” con “Valforra”: per quest’ultimo, l’idea gli è venuta anche guardando la resa delle traduzioni in francese (tre traduzioni: Fondcombe, Combe Fendue e Fendeval per Lo Hobbit), gallego (Valfendido) e portoghese (Valfenda). In tutte c’è il concetto ripetuto di “valle” e di “fenditura tra le rocce”. Queste sue traduzioni possono anche non piacere, tutte le scelte sono opinabili, ma l’importante è capire che sono motivate da qualcosa, dalla linea coerente che seguiva anche l’autore. Anche ai lettori inglesi ad esempio la parola “farthing” risulta comica quindi l’equivalente italiano deve risultare un po’ buffo! Tolkien poi è strampalato con i numeri: se deve scrivere “vagano per molte ore”, lui scrive «per molte volte mezz’ora» che è una incongruenza; su ‘Undicentesimo’ per “eleventy” (parola che in inglese non esiste), ad esempio, Fatica si è detto consapevole del suo diverso significato in latino (‘undecentesimus’ vuol dire novantanove): per questo ha lasciato la ‘i’ per distinguerlo.
Ha anche parlato del famoso “Forestali” perché questo indica appunto il mestieri di chi fa la guardia dei boschi: e ha detto che all’inglese ‘ranger’ rimanda immediatamente a queste figure.
Nemmeno nei nomi Tolkien è coerente ed è quindi impossibile fare il calco dei nomi dei protagonisti: Bilbo e Frodo sono nomi hobbit (anche se il secondo deriva dal norreno froða); Peregrin detto Pippin è inglese ed è la varietà di una mela, Merry deriva da Meriadoc che è gallese, Baggins è tradotto dal Westron, Took è inglese, ma deriva da un nome hobbit, Samwise è versione anglicizzata di un soprannome hobbit, mentre Gamgee è inglese, ma Tolkien raccomanda di considerarlo “senza significato” e trattarlo come un nome normale. Come si fa a tradurre con coerenza tutto questo? Fatica ha poi fatto un grandissimo mea culpa perché ha ceduto alle pressioni di lasciare Baggins in originale, anche per la resa del nome nei film di Peter Jackson, mentre in tante altre traduzioni estere è stato tranquillamente tradotto. Tolkien consigliava di renderlo nella lingua di destinazione perché quel cognome è una traduzione in inglese del termine hobbit e faceva intuire il significato in Sacchi, Sacconi, Saccocce, Borse o anche Scarsella. Io gli ho chiesto come lo avrebbe tradotto, ma lui non ci ha pensato, per quanto «Sacconi» non gli dispiacerebbe e magari nelle future ristampe…
Ha poi fatto notare che Samwise vuol dire ‘sempliciotto’, e per questo lo ha reso con “Samplicio”. Questo perché anche qui Tolkien gioca con i significati dei nomi dei protagonisti: Frodo e Sam sono una sorta di Don Chisciotte e Sancio Panza e i loro nomi infatti significano “uomo savio” e “uomo semplice”. Molti lettori invece sono rimasti attaccati non a Samwise, ma alla traduzione “Samvise” che non ha alcun significato in italiano…
Ha poi detto che in generale non capisce tante forti reazioni al cambio nei nomi e ha ricordato che quando nella sua gioventù “Nembo Kid” divenne “Superman” non gli cascò il mondo addosso. Ha poi fatto simili riflessioni sulle sfide lanciate da Tolkien ai suoi lettori con “Merry” che fa ridere un inglese – lui l’avrebbe tradotto Felice o addirittura Giocondo, detto Giò – e il cattivo “Sharkey” – dove il lettore inglese legge subito “squaletto”, ma per Tolkien viene dal linguaggio nero sharkû che significa “vecchio” – e ha scherzosamente precisato che “Pipino” non l’ha lasciato perché troppo sconcio per lo scrittore per cui lo ha sostituito con ‘Pippin’ – ma anche qui Tolkien gioca col nome che in inglese è una piccola mela gialla o rossa da dessert e lui l’avrebbe tradotto Melozzo!!!
Riguardo a Strider, da lui reso con “Passolungo” ha ammesso che la traduzione ideale gli è venuta in mente dopo e sarebbe “Falcante”: persino Tolkien cambiò idea all’ultimo e proverà a chiedere a Bompiani di modificarla nel volume unico. Infine, ha detto che si è molto divertito a tradurre i cognomi hobbit elencati durante la festa di compleanno di Bilbo, ma che è dispiaciuto perché Bolger non è stato tradotto in Bolgeri, un po’ stonando nella lettura: è stato Tolkien a scrivere che «the Bolger family (a hobbit-name not to be translated)»…

Sulle Poesie
A questo punto ha iniziato a trattare la traduzione delle poesie. In Tolkien ne ha trovate alcune ritmate come filastrocche, altre più impegnative. Ha anche detto che nella poesia dell’Anello le rime sono rimaste: ad esempio tra cielo e celano c’è la rima è pura e italiana (Pascoli fa questo tipo di rime, diverse dalle rime da filastrocca). ‘Fato crudele’ lo ha così tradotto per mantenere la rima e lo stesso per vincerli con avvincerli (quest’ultimo termine del resto non è una ripetizione perché deriva da ‘vinciri’ e non da ‘vincere’).
Inoltre ha notato che in Tolkien spesso ci sono versi nascosti nella prosa, proprio come avviene in: Dickens (ad esempio quando muore Nell in Oliver Twist), Melville (in Moby Dick – che come Tolkien parte picaresco e diventa epico – Acaab a un certo punto fa un assolo ispirato a King Lear), Calvino (lo fa sistematicamente nelle Città Invisibili). Fatica ha anche notato che a un certo punto Tolkien pare citare Ariosto quando la salma di Théoden viene portata via dal campo di battaglia usando dei ‘spear-truncheons’ (“tronconi di lancia” che si ritrovano anche nell’Orlando Furioso e che sono stati così tradotti in un’edizione scozzese che Fatica ha consultato). Del resto, per lui Éowyn è Corinna.

Sulle descrizioni di percorsi e paesaggi
La forza narrativa di Tolkien è impressionante: anche le azioni belliche sono ben violente e condensate. Per l’epoca si trattava di una prosa truce, erano brani che colpivano i lettori inglesi. Ma la parte che narrativamente Fatica ha più apprezzato sono quelli dei paesaggi: sono talmente particolareggiate che gli hanno fatto venire in mente Niggle nella sua ricerca di dettagli. Con queste Tolkien pare quasi voler «far coincidere la mappa col territorio», ma sappiamo che, come dicono Eco e Borges, ciò non può accadere. È un concetto molto importante da capire. La bravura di Tolkien si vede anche nel far digerire ai lettori più giovani queste descrizioni che normalmente potrebbero annoiarli. Lo stesso Fatica è dovuto ricorrere a una quantità enorme di termini italiani che neanche lui usa: forre, dirupi, balzi, calanchi, gravine, burroni, seracchi, baratri, strapiombi, precipizi, falesie, cenge, orridi… Tolkien lavora su tutti questi termini e anche su quelli militari.
Fatica ha particolarmente amato tradurre le difficili descrizione dei percorsi (specie degli Hobbit in Mordor) e però si è stupito come possano essere sopportate da un pubblico giovane, perché impegnative e senza azione dato che alcuni suoi paesaggi sono ardui come quelli di Thomas Hardy, a dimostrazione che Tolkien ha una marcia in più rispetto ai soliti fantasy.
Molte interessante inoltre l’osservazione di Fatica sull’uso coerente e complesso della punteggiatura o dei maiuscoli e minuscoli in Tolkien, che è mimetica al testo. È un uso originale e coerente nel testo: in tanti anni non avevo mai sentito questo rilievo, nemmeno all’estero.

Incongruenze
Fatica ha anche notato alcune incongruenze in Tolkien, come ad esempio quando usa le parole ‘dryad’, ‘train’ o ‘gerontius’, ‘babel’ e ‘ancient of days’, che si rifanno a mitologie e culture che non dovrebbero essere del mondo della Terra di mezzo. Ha inoltre rilevato che Tolkien, pur dicendo di non amare il francese, usa spesso parole francesi o ispirate al francese, come ‘alas’, ‘sortie’ ‘poisson’. Usa addirittura un francesismo di concetto usando il termine per il clou usato dai soldati francesi nella Prima Guerra Mondiale.
Fatica ha poi ammesso di non aver troppo apprezzato l’attenzione di Tolkien alle lingue inventate, forse lui è stato uno dei pochi ad averla sviluppata al meglio, anche se non perfettamente, perché le lingue sono interconnesse con il resto del mondo e con la storia del pianeta.
Ha inoltre notato che Tolkien usa “nightshade’ nel senso di oscurità che non esiste in inglese, mentre a un lettore inglese il primo significato che gli viene in mente è il veleno Belladonna, a dimostrazione del gusto che ha Tolkien nel lavorare sulle parole e sugli effetti che hanno nel lettore.
C’è una incongruenza narrativa! Nel capitolo del repulisti della Contea, a un certo punto Cotton parla delle ruberie che fanno i furfanti: «‘gathering’ as they call it». Le virgolette sono qui superflue e poi Frodo qualche pagina prima parla proprio di questo: «The ruffians are on top, gathering, robbing and bullying…». Come faceva a saperlo?
Ha poi concluso dicendo che ha particolarmente ammirato il modo con cui Tolkien fa parlare Gollum e ha tornato a citare Proust, per il quale i doveri e i compiti di un traduttore sono quelli di uno scrittore e viceversa.

 

ARTICOLI PRECEDENTI:
– Leggi l’articolo Università, Ottavio Fatica a Parma e Piacenza
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– Leggi l’articolo Bompiani: le novità tolkieniane ottobre 2019
– Leggi l’articolo La traduzione della Compagnia a ottobre
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LINK ESTERNI:
– Vai al sito di L’editore Bompiani: «Nessuna lettura ideologica di J.R.R. Tolkien»

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27 Comments to “Modena, Fatica: Tolkien, uno scrittore coerente”

  1. Edoardo ha detto:

    walter benjamin non william

  2. Wu Ming 4 ha detto:

    Personalmente, ascoltando la conferenza di Fatica mi sono reso conto di almeno due cose.

    La prima è che in Italia non si era mai sentito sviscerare lo stile di Tolkien in questo modo. Di un sacco di cose messe in risalto da Fatica nemmeno i tolkieniani di più lungo corso avevano mai discusso. Anzi, forse non le si era nemmeno mai notate. Questo perché per mezzo secolo si è fatta coincidere una traduzione con l’originale, e questo ha prodotto – oltre alle reazioni turbolente che abbiamo registrato all’uscita de La Compagnia de l’Anello – un equivoco percettivo che si è consolidato sempre più col passare dei decenni. È ormai assodato, infatti, che la precedente traduzione, oltre ad appiattire i registri linguistici presenti nel romanzo, aveva tagliato e aggiunto parole e frasi qui e là, nonché raddoppiato molto spesso l’aggettivazione, di fatto creando un falso stilema tolkieniano. L’avvento di una seconda traduzione ha consentito – anzi, ha imposto – di tornare all’originale, come fa notare l’articolo qui sopra, e di avviare finalmente una riflessione sullo stile di questo autore.
    Come ha detto Fatica a Modena, la traduzione è l’ombra proiettata dall’opera originale, dunque le dà profondità, tridimensionalità. Si può aggiungere che forse non è mai stato così vero come nel caso del Signore degli Anelli. Più traduzioni ci sono della stessa opera, dunque, più questa riflessione si arricchisce.

    La seconda cosa che ho realizzato è che ci sono buone probabilità che in questo momento Ottavio Fatica sia uno dei massimi conoscitori dello stile di Tolkien, almeno per quanto pertiene il LOTR. In effetti mentre lo ascoltavo mi sono chiesto – e ho chiesto ad alcuni dei presenti – se avessero mai letto dei saggi che entrassero così specificamente nel merito dello stile di Tolkien. A me viene in mente soltanto il libro di Steve Walker del 2009 “The Power of Tolkien’s Prose”. Ovviamente potrei sbagliare, ma ho avuto l’impressione che anche nel mondo anglofono sia prevalsa l’esaltazione della potenza narrativa e mitopoietica di Tolkien a discapito di un’analisi dello stile letterario.

    Per verificare questa intuizione ho chiesto a Fatica se nel corso della traduzione dei tre libri si fosse accorto di un mutamento nello stile tolkieniano, cosa che sarebbe assolutamente comprensibile data la lunghissima gestazione dell’opera. Tolkien iniziò a scrivere il romanzo quando aveva circa 46/47 anni e lo pubblicò quando ne aveva 62. Nell’arco di un quindicennio lo stile di un’autore cambia naturalmente.
    La risposta di Fatica è stata estremamente interessante. Il LOTR ha un andamento stilistico ascendente; vale a dire che lo stile rispecchia il viaggio degli eroi dalla rurale e borghese Contea ai nobili e aristocratici regni di Rohan e Gondor. Lo stile accompagna questo percorso, appunto, facendosi progressivamente più alto e toccando il picco epico nelle scene delle grandi battaglie. Quando si trattò di far tornare a casa i personaggi, nella buona vecchia Contea, dopo anni di scrittura “ascendente”, Tolkien si trovò in difficoltà. La parte del ritorno a casa, dice Fatica, ha uno stile ibrido, in cui si nota la difficoltà dell’autore, non più abituato a scrivere come dieci anni prima, nell’importare l’afflato epico nella terragna Contea.

    Un’altra cosa che è mutata con l’andare del tempo e il procedere della stesura, dice Fatica, è con ogni evidenza l’importanza assegnata da Tolkien alle descrizioni paesaggistiche. Nel secondo e nel terzo libro il paesaggio diventa un personaggio. Secondo Fatica, Tolkien è ritornato più volte su certi passaggi, forse addirittura inserendoli o ampliandoli ex post, dentro la trama, quasi rallentandola, intercalandola con la “voce” di questo personaggio ulteriore.

    Ecco, Fatica è oggi in grado di cogliere tutto questo (cose che in Italia nessuno ha mai detto… e all’estero?). Vale a dire anche le idiosincrasie, le contraddizioni, dello stile tolkieniano che, almeno dalla mia visuale interessata, non sono meno affascinanti dei suoi punti di forza.

    Quello che dovremmo auspicare è che presto o tardi Fatica dia forma compiuta alla sua riflessione sul LOTR, con un saggio, così che si possa aprire anche questa nuova pagina degli studi tolkieniani.

  3. interessante e preziosa trascrizione, speriamo in un saggio conclusivo.
    ripensando al suo cruccio, in effetti frodo sacconi che sfida i nazgul renderebbe bene l’idea della normalità alle prese con lo straordinario, il terribile, il grandioso. però anche frodo baggins trasporta nel suo nome, nella sola sonorità senza significato, un rapporto di cose semplici e concrete, il termine intradotto trasuda ugualmente una posizione gioviale.

    domanda. secondo voi fatica si evolverà durante il processo di traduzione dei tre libri?

  4. Maedhros ha detto:

    Salve! Grazie per il resoconto. Desidererei però un chiarimento:

    ” Poi ci sono vere e proprie sviste come […] «mirk» tradotto sempre come fosse «mark» oppure “betulla” (birch, che non c’è nell’originale) usato al posto di “faggio” (beech) non una volta sola ma per tutto il libro. ”

    1) “Mirk” compare solo 4 volte, nel Ritorno del Re. Nei capitoli “L’Assedio di Gondor” e “La Cavalcata dei Rohirrim” è tradotto da A/P (Bompiani 2004) come “melma”, impreciso. Nel capitolo “Il Cancello Nero si apre” è tradotto con “fumo”, più simile al complesso significato originale. Nel capitolo “Monte Fato” mirky = sporca, abbastanza buono. In nessun luogo della traduzione A/P “mirk” è stato confuso con “mark”. Ho cercato anche “murk” per sicurezza, ma non ho trvato alcun errore di traduzione.

    2) ” “betulla” (birch, che non c’è nell’originale) “: nel testo originale del SdA birch ricorre molte volte. Nella Compagnia dell’Anello compare due volte, in entrambe tradotto correttamente da A/P con “betulla”. Beech ricorre pure molte volte, e quasi ogni volta è tradotto correttamente come “faggio”. Solo nella canzone di Barbalbero c’è un autentico refuso, “raggi” al posto di “faggi”.

    Come spiegate questi due errori nel resoconto e/o nell’intervento del dott. Fatica? Grazie.

    • Roberto Arduini ha detto:

      Grazie per la precisazione. Quel passo del resoconto riporta soltanto citazioni brevi fatte da Ottavio Fatica a Modena. Sicuramente, ci sarà modo di chiedere cosa intendeva nel dettaglio al prossimo incontro pubblico. Se riesci a chiederglielo anche tu quando lo incontrerai, faccelo sapere così potremo aggiornare l’articolo.
      Un saluto

      • Maedhros ha detto:

        Grazie! Purtroppo ho mancato Modena, anche se era a portata di mano. Cercherò di esserci al prossimo incontro. Tuttavia i dati che ho citato su “mirk” e “beech/birch” sono corretti; penso che chiunque dotato di e-book possa controllare.

    • Giuspee ha detto:

      Anch’io su “beech” – “faggio” non ricordo errori comparando i tre testi, ma forse Fatica si è confuso su qualche altra specie botanica? Ricordo che ad esempio i capitoli incentrati sulla Vecchia Foresta hanno qualche confusione sulle traduzioni delle piante. Basta ricordare la questione dei water-lilies citati anche nel file delle correzioni dell’AIST su questo sito. Se mi capiterà di ritornarci su quei capitoli controllo meglio.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Ho provato a raccapezzarmi, in attesa del prossimo incontro con Fatica.

      È il caso di dire che la resa di “mirk” da parte di Alliata/Principe è una delle loro molte cantonate. Intendo dire che è proprio sbagliata e, tra l’altro, sarebbe bastata la logica del racconto per accorgersene.
      Nelle occorrenze giustamente rilevate, la traduzione storica rende per due volte “mirk” con “melma” (che in inglese è “mud”, e forse è questo che voleva dire Fatica in conferenza, anziché “mark”?).

      Nella prima occorenza l’errore avrebbe dovuto risultare dal fatto che non si possono piantare tende nella melma – è tecnicamente impossibile, e anche la metafora dei funghi risulta abbastanza implausibile:

      1) «The plain was dark with their marching companies, and as far as eyes could strain in the mirk there sprouted, like a foul fungus-growth, all about the beleaguered city great camps of tents, black or sombre red.» (The Siege of Gondor)

      Alliata/Principe: «I loro eserciti coprivano la pianura, e a perdita d’occhio spuntavano nella melma, come funghi velenosi tutt’intorno alla città assediata, grandi accampamenti di tende, nere o di un rosso scuro.»

      È evidente che “mirk”, qui significa “tenebra”, “oscurità”, come nel celeberrimo composto “Mirkwood”. La melma non c’entra proprio nulla.
      Nella seconda occorrenza, idem come sopra:

      2) “‘Anything that can keep so in this devil’s mirk’, answered Elfhelm. (The Ride of the Rohirrim)

      A/P: «Qualunque cosa riesca a reggersi in piedi in questa melma diabolica», rispose Elfhelm.

      Figuriamoci se un’armata a cavallo si accampa nella melma! La scena si svolge di notte e, poco prima di questo dialogo, il Maresciallo Elfhelm (questo non fa ridere come Forestale? Non fa pensare ai Carabinieri? Va be’, chiedo venia per la frecciatina…) è inciampato in Merry, perché non ci si vede a un palmo dal naso. Dunque anche in questo caso “mirk” è riferito al buio e all’oscurità.
      Nella terza occorrenza la traduzione storica sceglie all’improvviso “fumo”:

      3) “And out of the gathering mirk the Nazgul came with their cold voices crying words of death; and then all hope was quenched.” (The Black Gate Opens)

      A/P: «Ed in mezzo al fumo sempre più fitto apparvero i Nazgul, urlando con le loro gelide voci parole di morte; ogni speranza svanì.»

      La svista qui è dovuta al fatto che poco prima si è detto che da Mordor esalano effluvi e fumo. Ma il contrasto non è con l’aria tersa, bensì con la luce. Risulta evidente appena si considera l’intero periodo:

      «The wind blew, and the trumpets sang, and arrows whined; but the sun now climbing towards the South was veiled in the reeks of Mordor, and through a threatening haze it gleamed, remote, a sullen red, as if it were the ending of the day, or the end maybe of all the world of light. And out of gathering mirk the Nazgul came with. their cold voices crying words of death; and then all hope was quenched.»

      Anche in questo caso, quindi, “mirk” mantiene il significato che conosciamo fin da Lo Hobbit: la melma e il fumo sono invenzioni di Alliata/Principe, non sono licenze poetiche, perché cambiano il significato di ciò a cui la parola si riferisce.
      Infine la resa di “mirky” (appena diverso) ripropone lo stesso equivoco, benché in questo caso in forma più lieve:

      4) «for here as the Mountain drew near the air was ever mirky, while out from the Dark Tower there crept the veils of Shadow that Sauron wove about himself.» (Mount Doom)

      A/P: «perché avvicinandosi alla Montagna l’aria si faceva sporca, mentre dalla Torre Oscura si sprigionavano i veli dell’Ombra che Sauron tesseva intorno a sé.»

      Il punto non è tanto che l’aria sia sporca, non è un problema di inquinamento, diciamo, ma che l’aria sia torbida, opaca, per via dei fumi che escono dalla Montagna. Ripeto: qui ci può anche stare, anche perché “mirky” è un po’ diverso da “mirk”.

      C’è poi un altro problema: e cioè che “mirk” è uno dei tanti arcaismi utilizzati da Tolkien. In un vocabolario di inglese moderno infatti non è scontato trovarlo, e al suo posto troviamo invece il derivato “murk”. Per Alliata/Principe il problema non sussisteva, come sappiamo, e hanno piallato tutto o inventato significati diversi (melma, fumo). Fatica invece – coerentemente con il lavoro svolto nel primo volume – avrà per forza cercato parole arcaizzanti, per riprodurre l’effetto del testo originale.

      Per quanto riguarda “beech” (faggio) tradotto da Alliata/Principe come fosse “birch” (betulla), possiamo dire che non è un equivoco che si presenta in tutto il libro, bensì solo nel terzo volume, in ben quattro occorrenze. Nei capitoli “L’ultima discussione”, “La Torre di Cirith Ungol” e due volte ne “I Campi di Cormallen”, è tradotto con “betulla”.

      • Wu Ming 4 ha detto:

        A proposito di quest’ultima svista di Alliata/Principe, benché certo non si tratti di un errore invalidante per la comprensione della trama, ho però l’impressione che collocare le betulle nel paesaggio dell’Ithilien sia comunque un tradimento non indifferente. Soprattutto alla luce di quanto peso assume il paesaggio naturale nella terza parte del romanzo e l’attenzione maniacale di Tolkien per le piante proprio in quelle pagine.

        Ma del resto, a questo proposito si potrebbe pure citare “Quickbeam” tradotto con “Sveltolampo”, travisando “beam”, ignorando che il “quickbeam” è un tipo di sorbo e che i nomi degli Ent sono composti con quelli della specie di alberi a cui appartengono (quindi si tratta di un gioco di parole che andrebbe reso con “Sorbosvelto” o “Sorbolesto”).

  5. Giuspee ha detto:

    Riguardo le “sviste” botaniche, ero curioso e ho controllato i due capitoli della Vecchia Foresta. In realtà ricordavo male, cioè che ci fossero errori lungo il capitolo, ma questi si concentrano – se ho controllato bene – in due punti precisi.

    Il primo è nel capitolo “La Vecchia Foresta” e si trova nella pagina prima della vista del Withywindle/Sinuosalice/Circonvolvolo.
    Nella traduzione storica così si legge: “pini e felci sostituivano le querce e le ceneri lanuginose e le altre piante strane ed arcane che spuntavano nel fitto del bosco”.
    Nell’originale: “and pines and firs replaced the oaks and ashes and other strange and nameless trees of the denser wood”.
    Si può notare ‘firs’ scambiato per ‘ferns” e mi sembra più grave ‘ashes’ tradotto ‘ceneri lanuginose ‘ per i ‘frassini’!

    Il secondo è nella bella descrizione di Goldberry/Baccador/Baccadoro, dove si concentrano degli errori, fra cui quello dei water-lilies già citati. Ma andiamo al passo.
    Nella traduzione storica: “la sua veste era verde del verde dei giovani germogli, tempestata di argentee perle di rugiada; e la cintura d’oro pareva una catena di gigli incastonata dai non-ti-scordar-di-me. Ai suoi piedi, migliaia di candidi gigli galleggiavano in vasi di ceramica verde e marrone, pari a un piccolo lago intorno a un trono”.
    Nell’originale. ” her gown was green, green as young reeds, shot with silver like beads of dew; and her belt was of gold, shaped like a chain of flag-lilies set with the pale-blue eyes of forget-me-nots. About her feet in wide vessels of green and brown earthenware, white water-lilies were floating, so that she seemed to be enthroned in the midst of a pool.”
    Si può notare ‘reeds’ reso con un vago ‘germogli’, ‘flag-lilies’ erroneamente tradotto come ‘gigli’ mentre sono in realtà degli iris, e infine ‘water-lilies’ con la ripetizione di ‘gigli’ al posto del corretto ‘ninfee’.

  6. Maedhros ha detto:

    Grazie della correzione riguardo alle betulle! Mi si devono essere incrociati gli occhi per non vederle. Vera anche l’improprietà della traduzione A/P di “mirk”. Il mio appunto è solo all’assenza della confusione con “mark” e alle betulle al posto di faggi che non ricorrono “in tutto il libro”; 4 volte è tanto, anche se le altre occorrenze (circa una decina, se non ho sbagliato di nuovo) sono tradotte correttamente.

    Molto interessante l’accostamento fra Ranger/Forestale e Marshal/Maresciallo! Mi chiedo sinceramente perché Maresciallo oggi mi sembri migliore di Forestale, e purtroppo non ricordo quale fu la mia prima reazione quando lessi la traduzione Alliata/Principe tanto tempo fa. Non vorrei riaprire la discussione, ma mentre Forestale è un termine relativamente recente, Maresciallo risale al medioevo e ha avuto quasi da subito un significato illustre; mi vengono in mente i Marescialli di Napoleone. Ma capisco che sia un effetto puramente soggettivo.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Davvero, Maedhros, sul Maresciallo la mia era solo una battuta… 🙂 Come fai giustamente notare, la svista su “beech” è limitata. E aggiungo che è limitata alla terza parte. Quindi diciamo che è una svista prodottasi in un momento “tardo” della traduzione storica. Caso vuole che le uniche occorrenze di “mirk” siano nella terza parte, e sono tradotte tutte sbagliate, nonostante fino a quel momento Mirkwood sia stato tradotto giustamente “Bosco Atro”, non “Bosco Melmoso” né “Bosco Fumoso”, quindi è davvero strano. È possibile che i tempi di stampa imposero tappe forzate per la consegna e revisione e questo non abbia aiutato.
      Comunque anche le sviste botaniche precedenti, segnalate da Giuspee non scherzano: se gli abeti che diventano felci sono chiaramente colpa dell’aver letto male un paio di lettere, i frassini che diventano “ceneri lanuginose” sono un po’ come il buio che diventa melma.
      Sembra quasi che a volte, invece di consultare un dizionario, si sia tradotto all’impronta.

      • Maedhros ha detto:

        E’ pericoloso fare battute con i Noldor, le prendono sul serio e ci studiano di notte 😀 La lunghezza del testo da tradurre e le scadenze sono certamente un fattore per tutti i traduttori; ne conosco uno che in un testo fantasy invece di “knife” lesse “rifle” e tradusse “lo colpì con un fucile”. Per fortuna se ne accorse in tempo…

  7. Paolomac ha detto:

    In questi giorni travagliati mi è capitato di trasmettere qualche parola di speranza attingendo al caro professore di Oxford.

    E mi è sembrato di trovare parole perfette per questo periodo, di sprone a non piangerei addosso, o a cedere al rimpianto o alla malinconia, ma a pensare a cosa si possa fare di positivo proprio nel travaglio.

    Ho trovato quindi le parole del cap. II della Compagnia dell’Anello:

    “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni”, esclamò Frodo. “Anch’io”, annuì Gandalf, “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”.

    Mi sono incuriosito e, approfittando del tempo libero, sono andato a cercare lo stesso dialogo nella traduzione di Ottavio Fatica.

    “Vorrei che non fosse successo nel corso della mia vita,” disse Frodo. “Anch’io,” disse Gandalf, “e così tutti quelli che in vita loro sono testimoni di epoche così. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.

    A quel punto, poiché grazie anche alla nuova traduzione, alle polemiche suscitate e in attesa della uscita de “Le due torri” sto provando a leggere l’originale in inglese, sono andato a vedere il dialogo come l’aveva scritto Tolkien.

    ‘I wish it need not have happened in my time,’ said Frodo. ‘So do I,’ said Gandalf, ‘and so do all who live to see such times. But that is not for them to decide. All we have to decide is what to do with the time that is given us.

    Ebbene, io non sono un ultrà e non appartengo ad alcuna fazione: ho amato moltissimo la traduzione Alliata – Principe, che non posso non avere nel cuore, ma mi sono accostato con grande interesse al lavoro di Fatica, del quale riconosco l’approccio scientifico e la ricerca sottostante a ciascuna scelta, anche a quelle più controverse.

    Tuttavia, al di là del fatto che una frase come “tutti quelli che in vita loro sono testimoni di epoche così” mi lascia perplesso, rispetto all’originale, ho trovato per il resto corretta e assolutamente professionale la versione di Fatica, ma l’ho trovata anche…fredda, priva del pathos, dell’emozione che mi trasmette la versione Alliata.

    Se in questi giorni leggo la stesura Alliata, mi emoziono, quelle parole vanno diritte al cuore; quelle di Fatica molto meno.

    Mi piaceva condividere queste riflessioni con voi, mi piacerebbe sapere cosa ne pensiate, grazie.

    • Wu Ming 4 ha detto:

      Forse la maggiore sensazione di pathos nella traduzione Alliata/Principe te la trasmettono le due infedeltà evidenti: “vivono questi avvenimenti” e il cambio di persona verbale nella frase “Ma non spetta a noi decidere”.
      Io però vorrei evidenziare qualcos’altro, qualcosa che riguarda il piano letterario.

      ‘I wish it need not have happened in my time,’ said Frodo. ‘So do I,’ said Gandalf, ‘and so do all who live to see such times. But that is not for them to decide. All we have to decide is what to do with the time that is given us.

      Non certo casualmente Tolkien usa la stessa parola, “time”, tre volte, in tre accezioni diverse:

      1) riferito alla vita di Frodo
      2) riferito all’epoca in corso
      3) riferito al tempo a disposizione

      In tutte e tre le occorrenze il senso di “time” è temporale. Dunque mantenersi fedeli all’originale non è un freddo puntiglio, ma una necessità per rendere il senso del discorso e lo stile di Tolkien.

      Se nell’occorrenza 1 e 3 entrambe le traduzioni mantengono questo senso, nella 2) Alliata/Principe si discosta e traduce “and so do all who live to see such times” con “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti”. Fatica con “e così tutti quelli che in vita loro sono testimoni di epoche così”.
      Alliata sceglie di tradurre soltanto “live” e tralascia “to see”, e conseguentemente “times” diventa “avvenimenti”. Fatica, più fedele all’originale, sceglie “sono testimoni” e “epoche”. [Quello che suona male nella resa di Fatica è la ripetizione di “così”, per altro evitabilissima].

      La resa di Fatica rispetta il gioco di accezioni temporali voluto da Tolkien.

      Veniamo ora al “loro” che diventa “noi”:

      «But that is not for them to decide».
      Alliata/Principe lo volge alla prima persona plurale anziché alla terza. In questo modo si perde un’altra caratteristica del passo. Il rapporto tra le persone verbali, che anch’esso non può essere casuale.
      Tolkien usa questo andamento: prima persona singolare (“I wish”); terza persona plurale (“all who”); prima persona plurale (“All we”).
      Frodo, spaventato, mette avanti a tutto l’io, il sé. Gandalf replica con “tutti”, cioè chiunque si trovi nella stessa situazione. Ma quel “tutti” diventa poi un “tutti noi” che condividiamo un destino collettivo al quale non ci si può sottrarre. Quindi abbiamo il soggetto singolo, messo in relazione con tutti gli altri, e poi in comunione di destino con tutti gli altri.
      Il brano ha un’architettura concettuale e sintattica perfetta.

      Nella resa di Fatica suona meno caldo? Peccato. Tolkien però lo ha scritto così.

      • Paolomac ha detto:

        Innanzitutto, vorrei ringraziare di cuore Wu Ming 4 della risposta, del tempo dedicato e della disponibilità mostrata nel condividere riflessioni e indicazioni che sono di estremo interesse per chi si sia appassionato a questa tematica. È molto bello potersi confrontare in un clima di ascolto e rispetto che non è facile trovare di questi tempi: ed era proprio quello che desideravo sollecitare con il mio intervento.
        Proprio facendo tesoro della risposta, mi vengono in mente però ulteriori considerazioni.
        Certamente posso essere stato colpito da elementi che rappresentano delle “infedeltà”, rispetto alla formulazione originale.
        Sappiamo bene, tuttavia, che ogni traduttore, a suo modo, si trova costretto ad essere talvolta infedele.
        Ad esempio, è molto intere interessante quel ‘need’ che in inglese significa ‘esserci bisogno’ e che nessuno dei due traduttori ha ritenuto di tradurre…un po’ come se, per esempio, tu rompi un vaso e io ti dico, con un filo di ironia: “Eh però non c’era bisogno di romperlo” …non so se rendo l’idea. Ma ripeto, questa sfumatura è assente in entrambe le versioni, anche perché oggettivamente arduo da rendere in italiano.
        È correttissima poi l’osservazione circa il passaggio dalla terza persona plurale alla prima persona plurale contenuto nella traduzione Alliata, e che non c’è in Tolkien.
        È anche vero che la frase ‘I wish it need not have happened in my time,’ e in particolare “in my time”, viene tradotta da Fatica “nel corso della mia vita” e qui troviamo una oggettiva forzatura, rispetto alle parole usate da Tolkien.
        Mi domando infine, e qui vorrei raccogliere amichevolmente la sfida lanciata nella conclusione della sua risposta da Wu Ming 4, se sia possibile rendere la frase in questione un po’ meno fredda rispettando però il testo di Tolkien.
        Vorrei quindi suggerire questa versione:
        “Vorrei non fosse successo nella mia epoca”, disse Frodo. “Anch’io, d’altronde come tutti coloro che hanno visto tempi così”, disse Gandalf, “ma non sta a loro decidere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”.
        In quest’altra versione troverei un maggiore calore, ma trovo anche quello che è scritto Tolkien… O no?
        Grazie ancora per l’attenzione.

        • Wu Ming 4 ha detto:

          Mi piace la tua proposta. A voler essere pignoli però, si potrebbe dire che “in my time” è un’espressione che equivale a “during my life” e credo che sia questo ad aver guidato la traduzione di Fatica. Ma “Ai miei giorni” (Alliata) o “nella mia epoca” (Paolomac) secondo me possono andare altrettanto bene.

  8. Emanuele Ottolini ha detto:

    Salve, curiosamente anch’io ho cercato la stessa frase in questi giorni a causa dell’attuale situazione.
    Avendo solo la traduzione Alliata–Principe, solo adesso, leggendo il suo commento, ho avuto modo di leggere anche quella di Fatica.
    E devo dire che concordo pienamente con lei, Paolomac. Forse quella di Fatica è più aderente (traduce infatti “them” con “loro”, e non con “noi”, ad esempio). Eppure rimane effettivamente più fredda. Il Gandalf di Alliata–Principe sembra parlare in maniera più saggia e sentita, paterna, mentre quello di Fatica appare più cattedratico.
    Anch’io non tifo per nessuna fazione; alcune scelte che ho letto di Fatica mi convincono di più della versione precedente, altre decisamente meno.
    Qui non credo lo si possa certo rimproverare di scelte azzardate, anzi. Perfino la frase da lei sottolineata io la trovo invece coerente. Eppure…
    E’ come se si fosse perso qualcosa dell’anima di quel dialogo.
    Questo almeno il mio umile pensiero.

    • Norbert ha detto:

      Rimango dell’idea che una traduzione vada confrontata con l’originale.

      Come correttamente riportato da Paolomac, Tolkien ha scritto:
      ‘I wish it need not have happened in my time,’ said Frodo.
      ‘So do I,’ said Gandalf, ‘and so do all who live to see such times. But that is not for them to decide. All we have to decide is what to do with the time that is given us.’

      E’ a fronte dell’originale, che ci possiamo chiedere se e quanto sia buona una traduzione.

      C’è poi anche l’effetto abitudine – certe frasi le abbiamo lette tante volte in italiano, che una versione diversa ci sambra strana.

      Suggerisco di “sfruttare” la nuova traduzione proprio per cercare di approfondire la conoscenza del testo di Tolkien, che esorto sempre a leggere nell’originale inglese

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