Gli Anelli del Potere giunge al sesto episodio, che inaugura la fase conclusiva di questa seconda stagione dello show targato Amazon. Come il precedente (ne abbiamo parlato qui), anche questo offre uno spettacolo a tratti persino piacevole ma paga il fio di tanti problemi di trama che si sono accumulati nel corso dello show.
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Gli Anelli del Potere: il quinto episodio
Ed eccoci al quinto episodio degli Anelli del Potere, che ha il sapore di un momento di passaggio tra gli eventi narrati sinora e quelli ancora di là da venire e si concentra in particolare sulle vicende di Khazad-dûm e di Númenor, non senza alcune scene dedicate a Celebrimbor e Annatar e a Galadriel, ora in mano a Adar, che le propone un’insolita alleanza.
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Serie tv: la recensione del quarto episodio
E veniamo al quarto episodio di questa nuova stagione degli Anelli del Potere (delle prime tre abbiamo parlato qui). Puntata che, come il titolo stesso (Eldest nell’originale inglese, Il più anziano nella traduzione italiana) suggerirà ai più attenti o a quanti sono stati raggiunti dal martellante battage pubblicitario, ha per protagonista un personaggio che in molti attendevano di vedere sullo schermo: nientemeno che Tom Bombadil (Rory Kinnear; avevamo dato qui la notizia della sua presenza nella serie).
Ma andiamo con ordine, non senza dedicare un istante alle ambientazioni sempre più spettacolari e alle efficaci transizioni sulla mappa della Terra di Mezzo che separano le scene, contrassegni di un comparto tecnico di qualità che mostra sempre più e sempre meglio le proprie capacità. Il problema, come avevo già detto in precedenza, è che un simile sforzo produttivo non trova riscontro in una scrittura adeguata e ne rimane inevitabilmente penalizzato. Unico disclaimer: da questo punto in poi, attenzione spoiler.
Serie tv, la recensione dei primi tre episodi
«E così ha inizio…». La nuova stagione de Gli Anelli del Potere, la serie miliardaria creata da J.D. Payne e Patrick McKay e prodotta da Amazon MGM Studios, è uscita lo scorso 29 agosto con le prime tre puntate (le altre saranno inserite settimanalmente) e noi stiamo lì, in piedi come re Théoden al fosso di Helm, a osservare l’inizio della battaglia sotto una pioggia battente (mica tanto: chi scrive vive nel profondo Harad e semmai deve fronteggiare il problema della siccità, ma passi la licenza poetica). Se ne è parlato tanto, spesso con grandi scontri, perlopiù da dietro le trincee delle tastiere, tra critici ed entusiasti, tra chi ritiene sia in atto un “tradimento” ai danni di Tolkien e chi scorge nella serie Amazon una sintonia con l’opera del Professore, tra chi ne biasima la scrittura e chi la esalta. Di certo, si tratta di un evento che coinvolge ogni appassionato e che catalizza le attenzioni dell’ampia e variegata comunità tolkieniana. Se l’obiettivo degli showrunner era il “purché se ne parli” (regola n. 1 del marketing: non esiste cattiva pubblicità, solo pubblicità), possiamo dire che è ampiamente raggiunto. Naturalmente, discussioni e riflessioni si sono prodotte anche all’interno dell’AIST, sempre attenta a ogni novità riguardante il mondo di Tolkien, e anche all’interno dell’AIST si sono prodotti pareri differenti. Le righe che seguono vogliono esprimere il punto di vista di chi scrive e non quello dell’Associazione che non ha linee-guida o posizioni ufficiali su questo come su altri argomenti – come è sempre stato dalla sua fondazione.
Non è mia intenzione proporre qui una sinossi delle prime tre puntate della nuova stagione degli Anelli del Potere: chi le ha viste si sarà già fatto la propria idea, chi non le ha viste e abbia un minimo di curiosità potrà trovare decine di riassunti in rete. Mi interessa maggiormente proporre alcune considerazioni di carattere generale su un prodotto che, da un lato, afferma di richiamarsi a un’opera stratificata e complessa come quella di Tolkien ma, dall’altro, pretende di apportarvi modifiche, aggiunte o addirittura aggiornamenti e migliorie. Ribadisco che non si tratta di giudicare Gli Anelli del Potere sul metro della fedeltà al tracciato tolkieniano: una trasposizione “bella e infedele” rimane bella, forse proprio perché infedele, e i puristi se ne fanno prima o poi una ragione. A mio parere, il problema della serie Amazon riguarda prima di tutto la qualità della scrittura. Per quanto questa seconda stagione presenti certamente meno problemi di struttura narrativa e dialoghi rispetto alla precedente, nondimeno continua ad avere grossi difetti di ritmo: la narrazione risulta ancora troppo frammentaria e confusa, con un numero spropositato di linee narrative che gli showrunner faticano a gestire in modo efficace. Ciascuna è spezzettata in scene brevi o brevissime che spesso paiono di carattere più esornativo che sostanziale e mostrano tutt’al più un continuo sforzo da parte degli autori di creare momenti di grande pathos: il risultato è che assistiamo a momenti che vorrebbero essere drammatici ma si sviluppano quasi per caso, giungono velocemente al climax e poi si esauriscono in cliffhanger scontati senza aver apportato alcun vero progresso nella trama generale, che incede con una lentezza disarmante. Ad esempio: nel giro di una o due puntate veniamo messi di fronte alla possibilità che gli Anelli elfici salvino la Terra di Mezzo, la vediamo sfumare mercè l’intervento di Elrond ma non facciamo in tempo a metabolizzarne le conseguenze che interviene Círdan, uno degli innumerevoli dei ex machina che costellano la serie, a riportare la situazione esattamente al punto di partenza.
Un altro problema di scrittura riguarda la caratterizzazione dei personaggi, meno statici ed impacciati che in precedenza ma ancora privi di un vero e proprio spessore drammatico. Galadriel (Morfydd Clark), sempre un po’ Mary Sue e un po’ Karen, resta il personaggio su cui la serie si focalizza maggiormente ma, almeno per ora, non sembra crescere rispetto alla prima stagione. Come in precedenza, appare mossa da un desiderio più di vendetta che di giustizia, come se quella con Sauron fosse una battaglia personale alla quale tutti gli altri appaiono totalmente disinteressati anche quando la minaccia diventa tangibile. L’unico cedimento nella sua fibra anodina è la consapevolezza bruciante che Halbrand l’ha “suonata come un’arpa” (espressione che suona malissimo anche pronunziata da un Elfo), ma per il resto procede spedita come un treno con la certezza che, finito il giro di giostra, ad aver ragione sarà sempre e comunque lei a dispetto di tutto e tutti. Del resto, l’eccessiva fretta degli showrunner nello svelare l’identità di Sauron ha creato più di un problema alla trama generale della serie. Il principale riguarda proprio Galadriel: resta aperta, infatti, la domanda che nel primo episodio è lo stesso Gil-galad ad esplicitare: «Perché ti destreggi per non dire la verità?». È la domanda che, con lui, si pone anche lo spettatore: perché l’intrepida Elfa non rivela a tutti ciò che sa, che Halbrand altri non è che Sauron? La risposta sensata pare una sola: «Perché altrimenti la serie finirebbe subito». Sì, perché in un mondo fantastico in cui i protagonisti percorrono distanze enormi da una scena all’altra ma i messaggeri che portano messaggi di importanza vitale tardano (Amazon che fa cattiva pubblicità ai corrieri, ma guarda tu…), se Galadriel avesse messo subito Celebrimbor al corrente dell’identità di Halbrand avrebbe risparmiato un bel po’ di guai a tutti.
Proprio Celebrimbor (Charles Edwards) è il personaggio che, nella serie, patisce maggiormente i danni di una cattiva scrittura. Tralasciamo l’improbabile dialogo della prima stagione in cui un oscuro esule del Sud dà consigli di metallurgia nientemeno che al nipote di Fëanor, secondo soltanto a quest’ultimo nelle arti della forgiatura, facendolo gongolare come l’ultimo dei ragazzi di bottega. “Eh, ma Halbrand è Sauron, i suoi consigli non sono quelli dell’ultimo venuto…”. Giustissimo: ma allora bastava costruire meglio la scena, non inventarsi un banale consiglio sulle leghe metalliche. Ma andiamo oltre… In questa stagione, lo si è detto, Galadriel non informa il signore dell’Eregion della vera identità di Halbrand ma intima a lui, come agli altri, di diffidarne. Eppure, al public enemy n. 1 della Terra di Mezzo bastano un semplice giro di parole su Galadriel e sugli Anelli che “hanno funzionato” e una scenografica presentazione come emissario dei Valar perché Celebrimbor si lasci candidamente abbindolare, prostrandosi ai suoi piedi (come se egli stesso non fosse nato in Valinor, come se egli stesso non avesse scorto il volto delle Potenze di Arda). Negli scritti di Tolkien la questione è più complessa ma anche molto più netta, vuoi anche grazie a una cronologia decisamente meno contraddittoria. È vero che «all’inizio della Seconda Era [Sauron] aveva ancora un aspetto bello, o poteva assumere una bella forma visibile, e non era in effetti completamente malvagio» (Lettere, n. 153) e che si era presentato agli Elfi con «il nome di Annatar, il Signore di Doni» (Il Silmarillion, Degli Anelli del Potere e della Terza Era) ma è anche vero che «Gil-galad ed Elrond nutrivano dubbi su di lui e sul suo bell’aspetto; e, sebbene non sapessero chi egli fosse davvero, pure non gli permettevano di metter piede su quella terra» (Ivi); del resto, sebbene la «brama di conoscenza» dei fabbri dell’Eregion «permise a Sauron di abbindolarli» (Il Signore degli Anelli, Il consiglio di Elrond), lo stesso Celebrimbor non era così ingenuo da credere ciecamente a ogni parola di Annatar: «non lo perdeva d’occhio e nascose i Tre che aveva fatto» (Ivi). L’errore dei Fabbri dell’Eregion non è stato, perciò, quello di essersi gettati tra le braccia del primo venuto; essi dubitavano di Annatar tanto quanto Gil-galad ed Elrond ma, contro gli ammonimenti di questi ultimi e i propri stessi sospetti, avevano accettato i suoi “doni” perché desideravano la sua conoscenza, per la quale erano disposti a osare ogni cosa. Quale che fosse la reale identità di Annatar, essi non hanno dato prova di dabbenaggine, hanno consapevolmente accettato un rischio pienamente percepito. Con la conseguenza che, lentamente sobillato da Sauron, Celebrimbor aveva maturato l’intenzione di rendere la Terra di Mezzo «splendida come Valinor», ciò che costituisce «un velato attacco agli dèi, un’istigazione a provare a creare un paradiso indipendente e separato» (Lettere, n. 131). È qualcosa, insomma, di molto più sottile ma anche molto più sinistro rispetto a quanto visto nella serie, in cui Celebrimbor è tutt’al più un artefice benintenzionato ma ingenuo e frustrato dal confronto con Fëanor e dalla sudditanza a Gil-galad.
Veniamo a Halbrand, ovvero Annatar, ovvero Sauron (Charlie Vickers). La scena iniziale del primo episodio, nella mente degli showrunner, vorrebbe essere un geniale antefatto per spiegare le ragioni dell’incontro tra Halbrand e Galadriel ed il motivo per il quale Adar crede di aver ucciso Sauron. Tralasciamo la scena dell’uccisione del falso (o vero) Sauron per mano degli orchi, il sangue-blob che si fa strada attraverso Mordor e via dicendo… La questione che rimane aperta è un’altra: perché mai Sauron dovrebbe tentare (fallendo miseramente) di convincere gli orchi a seguirlo? L’Oscuro Signore non è esattamente un democratico, il suo ascendente su di essi non si basa sul convincimento ma sulla coercizione, sul terrore e sul potere. Nelle intenzioni degli showrunner, credo, questa scena dovrebbe avere lo scopo di far capire che gli orchi hanno una volontà propria, che non sono semplicemente creature malvagie: essi possono persino desiderare la tranquillità e la sicurezza che Adar sembrerebbe garantire (e che Sauron metterebbe a repentaglio), come mostra la scena in cui uno di loro, parlando con il Signore-Padre, chiede se sia proprio necessario scendere in guerra e poi si gira verso la moglie (?) col figlio in fasce (?). Al di là della scena un po’ maldestra e sovraccaricata, questo è un elemento di grande interesse che, se ben sviluppato, potrebbe offrire un contributo a una questione sulla quale lo stesso Tolkien si lambiccò per anni. Finora, però, il solo risultato è quello di rendere estremamente confuse le interazioni tra Sauron e gli orchi. Allo stesso modo, non è del tutto chiaro perché egli si riconsegni a Adar perorando la liberazione degli Uomini del Sud (salvo poi sfuggire dalla prigionia in un paio di scene, non senza aver preparato una bella sorpresa per il suo carceriere). È probabile che nel primo tentativo, quello conclusosi con la sua “uccisione”, Sauron non avesse ancora le forze necessarie a imporsi sugli orchi (ma questo non è spiegato) e che nel secondo, quello della sua prigionia, abbia come unico scopo annunziare a Adar che l’Oscuro Signore non è morto. È possibile, sì, ma la narrazione appare troppo confusa e inutilmente complicata e la sensazione che se ne trae è di una serie di scene che si succedono senza una linea ben definita.
Quanto a Elrond (Robert Aramayo) e Gil-galad (Benjamin Walker). Il primo finalmente mostra un minimo di fibra e risorse morali, smette i panni del politicante che gli erano stati affibbiati nella prima stagione e ora agisce quasi come il maestro di saggezza che dovrebbe essere; purtroppo, a causa degli stravolgimenti cronologici, egli finisce per opporsi non alla collaborazione con Annatar (quel treno è già bello che passato…) ma all’utilizzo dei tre Anelli una volta che questi sono stati realizzati. Gil-galad, dal canto suo, adesso appare meno come un sovrano interessato esclusivamente al proprio potere e più come un signore che desidera la guarigione del mondo: proprio per ciò, differentemente da Elrond, egli intende utilizzare gli Anelli. Ma ecco, ancora una volta, una profonda incomprensione di Tolkien da parte degli showrunner: nella serie, infatti, lo “svanimento” degli Elfi è causa della decadenza del mondo mentre in Tolkien avviene l’esatto contrario poiché lo “svanire” è «il modo in cui [gli Elfi] percepivano i cambiamenti del tempo (la legge del mondo sotto il sole)» (Lettere, n. 131). Donde la necessità dei Tre che, così come nelle opere tolkieniane, anche nella serie servono ad abbellire, preservare e guarire le ferite della Terra di Mezzo. Tuttavia, essi sembrano esercitare il medesimo, sinistro potere di fascinazione dell’Unico Anello: ciò è inspiegabile alla luce degli scritti di Tolkien, nei quali si afferma che essi, pur essendo «assoggettati all’Unico», sono «immacolati, poiché a forgiarli era stato il solo Celebrimbor, né mai la mano di Sauron li aveva toccati» (Il Silmarillion, Degli Anelli del Potere e della Terza Era). Nella serie Amazon tutto è più oscuro, confuso, e non si può avere del tutto questa certezza che, negli scritti del Professore, costituisce la condizione stessa del loro utilizzo da parte degli Elfi. Appare altrettanto strana, infine, la spartizione degli Anelli elfici, buttata lì un po’ a caso con Círdan che, dopo aver tentato di gettarli in mare, li restituisce a Gil-galad ma si appropria di Narya, l’Anello di Fuoco, senza il consenso di alcuno, il re del Lindon che si infila Vilya e Nenya che gli cade di mano e finisce da Galadriel. Tolkien rende chiaro, anzitutto, che i Tre furono non i primi ma gli ultimi Anelli del Potere forgiati da Celebrimbor – qui non si tratta di filare lana caprina sulle cronologie, ma di comprendere che, essendo l’opera finale del signore dell’Eregion, essi costituiscono il picco della sua arte – e che la loro spartizione avvenne solo quando questi si avvide della creazione dell’Unico e, consigliatosi con Galadriel, affidò a lei Nenya e a Gil-Galad Vilya e Narya (quest’ultimo, poi, passato a Círdan) per allontanare i Tre dall’Eregion, dove Sauron supponeva si trovassero. Un’altra cosa che stona è che, sebbene nella serie si parli continuamente di un potere che sta «oltre la carne», sembra ancora che le virtù degli Anelli elfici non derivino che dal mithril, qui inopinatamente trasformato in un metallo magico che contiene in sé il potere di salvare gli Elfi dallo svanimento e il mondo dalla decadenza. Inutile dire che, per Tolkien, non è la materia di cui sono fatti gli Anelli ma l’Arte con cui sono creati a renderli potenti.
Passiamo alle Honorable mentions. Anzitutto lo Straniero (Daniel Weyman), ancora perso nel suo viaggio verso chissà dove insieme a Nori (Markella Kavenagh) e Poppy (Megan Richards), novelle Frodo e Sam nella terra di Rhûn. Risulta strano, ancora una volta, che un Istar inviato dai Valar in soccorso della Terra di Mezzo sia così poco consapevole dei propri poteri, ma si sa già che presto incontrerà un mentore, un personaggio presentato dagli showrunner come lo “Yoda della Terra di Mezzo”… Tra le glorie di Númenor, invece, Pharazôn (Trystan Gravelle) trama per raggiungere il potere e, infine, coglie l’attimo per autoproclamarsi re. La scena dell’apparizione dell’Aquila, tanto per cambiare, non è scritta benissimo ma ha un grandissimo impatto visivo. Rimane aperto il mistero di quest’ennesima figura di deus ex machina, ma qui l’oscurità (purché sia temporanea) ha un senso: l’emissaria alata di Manwë è lì per Míriel? Pharazôn si limita a rigirare questo segno a proprio beneficio? Che i Valar lo favoriscano è da escludersi, quindi occorrerà vedere se di vero presagio si tratta. Frattanto l’arco narrativo di questo personaggio sembra quello meno stropicciato della serie, anche se questa attenzione all’intrigo politico sembrerebbe più adatta al Trono di Spade che non al legendarium tolkieniano. Infine, occorre citare la new entry, il misterioso stregone (Ciarán Hinds) a capo delle tre emissarie che nella scorsa stagione si erano imbattute nell’uomo caduto dalle stelle. La caratterizzazione e l’aspetto, per ora, non mi paiono del tutto convincenti: con quell’enorme bastone dalla foggia “barbara” e quel trono monolitico, parrebbe uscito più da un’avventura di Conan che da una storia di Tolkien. L’identità di questo personaggio è ancora celata, c’è solo da sperare che non si tratti di Saruman o, in generale, di un Istar…
Si potrebbero aggiungere molte altre cose ma credo che sia bene, a questo punto, elencare gli indubbi punti positivi di questa nuova stagione degli Anelli del Potere. Il primo è senz’altro costituito dalle spettacolari ambientazioni e dalle scenografie che, pur fortemente derivative rispetto alla trilogia jacksoniana – la capitale di Númenor ricorda Minas Tirith, Pelargir sembra Osgiliath –, risultano convincenti e di grande impatto visivo. Lo stesso si può dire della colonna sonora che certamente ricorda le atmosfere di Howard Shore ma sa essere estremamente evocativa, con exploit gradevoli come la canzone di Gil-galad del secondo episodio. Il livello generale della recitazione, inoltre, è su livelli medio-alti, sebbene si avverta la mancanza di Joseph Mawle, vero mattatore della precedente stagione, il quale aveva saputo conferire complessità a un personaggio difficile come Adar, che ora risulta assai più piatto; ancora del tutto apprezzabile è, invece, la performance di Peter Mullan nei panni di Durin III, a mio parere il migliore e più fedele esempio cinematografico di nano tolkieniano. Purtroppo, constatare tutto questo lascia l’amaro in bocca perché un comparto tecnico e attoriale di indubbia qualità patisce inevitabilmente i limiti di una scrittura approssimativa.
In definitiva, come ho già detto, anche in questa seconda stagione Gli Anelli del Potere sembra rimanere un prodotto che, pur richiamandosi a Tolkien, pretende di modificarlo a piacimento e senza apprezzabili ragioni di natura specificamente cinematografica. Indipendentemente dal risultato, che sta al singolo spettatore giudicare, il problema che a mio parere si pone è chiaro: una trasposizione, quale che sia la sua natura mediale, passa inevitabilmente dalla comprensione dell’opera cui si ispira. Si parva licet, penso ancora a cult come Apocalypse Now o Blade Runner, chiari esempi di opere “belle e infedeli” che hanno compreso profondamente i romanzi cui si ispiravano e hanno potuto rimaneggiarli, perfino alterarli, senza smarrirne il senso profondo ma anzi tenendolo sempre presente e arricchendolo di nuovi significati. Lo stesso si può dire, ad esempio, per la prima trilogia jacksoniana, che ha modificato fortemente alcuni aspetti anche essenziali del Signore degli Anelli – e non solo quelli che avrebbero funzionato meno dal punto di vista cinematografico – ottenendo comunque un risultato in buona parte concorde con lo spirito dell’opera. Il problema degli Anelli del Potere è proprio questo: non può o non vuole comprendere il materiale di partenza – materiale già alquanto striminzito, dal momento che Amazon detiene i diritti di sparute porzioni dell’opera tolkieniana – e, di conseguenza, non riesce a manipolarlo in nessun modo; tuttavia, tenta di stendervi sopra una veste di novità, di archi narrativi inventati ad hoc e persino di puro e semplice fan service allo scopo di celare questa mancata comprensione di fondo. Col risultato che, tolti il budget faraonico, gli effetti grafici obiettivamente stupefacenti e alcune interpretazioni degne di nota, a farne le spese è la storia stessa. Non resta che attendere le prossime puntate e sperare che imprimano un passo più svelto e coerente a una narrazione che, finora, ha proceduto in maniera fin troppo forzata.
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…The War of the Rohirrim: esce il primo trailer
È uscito il primo trailer dell’attesissimo film The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim. Si torna così nella Terra di Mezzo al cinema con il film di animazione previsto per il prossimo dicembre anche in Italia. Ma, soprattutto, torna nella Terra di Mezzo Peter Jackson, che ha curato ben due trilogie di successo tratte dalle opere di J.R.R. Tolkien. Ecco cosa dice il comunicato stampa ufficiale che lo annuncia.
Serie tv, gli showrunner: abbiamo improvvisato
La seconda stagione del Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere – è appena stato diffuso il trailer finale prima dell’inizio della serie previsto per il 29 agosto – si avvicina e si intensificano gli eventi promozionali della produzione e di tutto il cast di Amazon Prime Video. Dopo aver portato quasi tutti gli attori più importanti al Comic-Con di San Diego e aver dispensato centinaia di interviste, ora scendono in campo anche gli showrunner J.D. Payne e Patrick McKay, che però hanno ammesso candidamente quello che il pubblico ha sostenuto da anni, cioè che per quanto riguarda le opere di J.R.R. Tolkien hanno scelto la Seconda Era della Terra di Mezzo per poter improvvisare.
Da Amazon il trailer finale della 2ª stagione
Amazon Prime ha pubblicato il trailer finale della seconda stagione del Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere che mostra la Terra di Mezzo in preda alla discordia seminata da Sauron e l’inganno e la manipolazione che portano alla creazione degli Anelli del Potere. Questo trailer si concentra, infatti, molto sul potere oscuro di Sauron e sulla guerra e distruzione che porta nella Terra di Mezzo. Alleanze improbabili si forgiano nel fuoco, e le vere amicizie sono messe alla prova. I pericoli non sono più celati dall’ombra, ma vengono rivelati alla luce del sole. Decisioni importanti spettano ai regni di Eregion, Khazad-dûm, Lindon, Númenor e alle terre intermedie, mentre la sicurezza e la pace di questi regni sono in bilico. I primi tre episodi della seconda stagione del Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere saranno disponibili in anteprima il 29 agosto 2024, seguirà poi un episodio a settimana sino al finale di stagione, previsto per il 3 ottobre 2024.
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The War of the Rohirrim: «Rimasti fedeli a Tolkien»
La Warner Bros. Pictures ha rivelato le prime immagini del prequel animato del Signore degli Anelli. In occasione della presentazione in anteprima di 20 minuti di The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim al Festival Internazionale del Cinema d’Animazione di Annecy, la casa di produzione statunitense ha condiviso le prime immagini ufficiali della protagonista e del villain del film prequel in veste animata della prima trilogia cinematografica di Peter Jackson.
Ma le rivelazioni sono state molte di più, soprattutto grazie al panel moderato dall’ospite speciale Andy Serkis che ha intervistato il regista e fatto un’analisi approfondita dell’attesissimo lungometraggio anime originale.
The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim dovrebbe arrivare nei cinema americani a dicembre di quest’anno, precisamente il 13 dicembre 2024. Così, il mondo della celebre trilogia ideata e scritta da J.R.R. Tolkien si arricchisce ancora: dopo i film e la serie TV – The Lord of the Rings: The Rings of Power, di recente produzione Amazon MGM Studios basata sui romanzi – un nuovo adattamento è pronto a far discutere gli amanti delle opere dello scrittore inglese.
Serie tv: Tom Bombadil ne Gli Anelli del Potere
Ci mancava giusto lui. Sì, perché Stregoni smemorati, Balrog dal sonno leggero e proto-Hobbit girovaghi non bastavano a saturare la Seconda Era di personaggi destinati – cronologie tolkieniane alla mano – a entrare in scena nella Terra di Mezzo solo millenni dopo. Ne Gli Anelli del Potere mancava giusto il personaggio narrativamente più eslege e misterioso dell’intero mondo tolkieniano, nientemeno che Tom Bombadil. In una recente intervista a Vanity Fair, infatti, gli showrunner Patrick McKay e J.D. Payne hanno annunciato la sua presenza nella seconda stagione dello show targato Amazon (di cui abbiamo dato le notizie principali e analizzato il trailer), con tanto di immagini di scena che lo immortalano all’interno della sua dimora, in compagnia dello Straniero-Gandalf.
Gli Anelli del Potere: l’analisi del trailer
«Uno Stregone non è mai in ritardo, Frodo Baggins. Né in anticipo». Lo sanno perfettamente tutti gli appassionati della trilogia diretta da Peter Jackson. Allo stesso modo, gli amanti delle serie TV sanno che anche i trailer arrivano sempre al momento giusto, solitamente annunciati con largo anticipo per solleticare l’immancabile hype del pubblico. Ma con Gli Anelli del Potere ci troviamo in un mondo ben diverso, nel quale gli Stregoni arrivano anzitempo rispetto alla propria missione (Tolkien li voleva comparsi nella Terra di Mezzo verso il 1000 della Terza Era, qui Gandalf è – letteralmente – catapultato negli ultimi decenni della Seconda). E così fanno anche i trailer: il 14 maggio, infatti, è arrivato a sorpresa quello che annuncia la seconda stagione della serie targata Amazon Prime, con tanto di data di uscita ufficiale: il 29 agosto 2024.
Warner: Serkis nel 2026 in Caccia a Gollum
Ormai in quasi in tutto ciò che riguarda la trasposizione cinematografica e videoludica delle opere di JRR Tolkien si sfiora il ridicolo. A oltre 20 anni dalla trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson e a oltre 10 da quella dello Hobbit, Hollywood guarda ancora lì, è fissata e non riesce a concepire un film originale che non sia legato a quella produzione. Per non parlare delle tematiche, che devono per forza essere esattamente quelle. Siamo lontanissimi dalla sperimentazione, dalla spericolatezza, dalla voglia di stupire che hanno caratterizzato tutti gli adattamenti del capolavoro di Tolkien dagli anni ’50 a Jackson compreso… qui la parola d’ordine è: fare tanti soldi col minimo sforzo, soprattutto intellettuale. Ma andiamo con ordine e diamo la notizia: nel 2026 uscirà al cinema un film su Gollum prodotto da Jackson, scritto da Fran Walsh e Philippa Boyens, diretto e interpretato da Andy Serkins. La notizia finisce qui. Ma c’è tanto altro da dire.
Scompare Bernard Hill, il Théoden di Peter Jackson
E così anche re Théoden ci ha lasciati. Nel 2020 era toccato a Sir Ian Holm, l’interprete di Bilbo nella trilogia del Signore degli Anelli; pochi giorni fa è scomparso Bernard Hill, attore iconico di due di quei film, che tutti i tolkieniani ricordano nei panni del re dei Rohirrim mentre arringa i suoi cavalieri prima dell’ultima carica di cavalleria.
Ci sono attori che diventano talmente famosi da sopravvivere a qualunque personaggio possano avere interpretato in carriera. Hill non era tra questi, aveva recitato in molti film importanti, ma mai da protagonista e il suo viso è associato a quello di alcuni celebri ruoli.
Gli Anelli del Potere: tutte le novità della serie tv
Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere dovrebbe tornare ufficialmente per una seconda stagione entro la fine del 2024. La serie è ambientata nella Seconda Era della Terra di Mezzo, quasi 5.000 anni prima degli eventi della Compagnia. dell’Anello. La serie approfondisce la forgiatura degli Anelli del Potere, incluso l’Unico Anello di Sauron, che deciderà il destino della Terra di Mezzo. La prima stagione degli Anelli del Potere è stata fortemente contestata dai lettori appassionati del Signore degli Anelli per le modifiche apportate all’opera originale di J.R.R. Tolkien e per aver ignorato l’amato adattamento cinematografico di Peter Jackson.
La prima stagione di The Rings of Power è andata in onda nel 2022, lasciando un intervallo particolarmente lungo tra il finale e la seconda stagione. Per fortuna, l’attesa per i nuovi episodi si sta rapidamente avvicinando alla fine. Il pubblico può aspettarsi che la stagione 2 di The Rings of Power inizi finalmente ad essere trasmessa su Prime Video prima della fine del 2024, anche se una data di uscita esatta non è stata ancora annunciata.
A differenza della maggior parte degli altri film e serie in produzione a metà del 2023, la stagione 2 di The Rings of Power non è stata influenzata dallo sciopero di scrittori e attori dello scorso anno. La stagione aveva appena terminato la produzione quando sono iniziati gli scioperi, lasciando di conseguenza invariata la data di uscita. Cosa c’è da sapere sulla prossima stagione e quando gli appassionati dovrebbero aspettarsi di vederla in anteprima su Prime Video?
Amazon espande i diritti per gli Anelli del Potere
La serie Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere di Amazon Studios si sta addentrando in aree della storia della Terra di Mezzo dove nessun adattamento era mai arrivato prima. La serie tv, ambientata nella Seconda Era , sta costruendo una storia basata sul materiale originale delineato, ma scarso, che Tolkien compose su quell’epoca (che precede la storia del Signore degli Anelli di molte migliaia di anni. Gli showrunner JD Payne e Patrick McKay hanno già fatto sapere di avere un accesso piuttosto limitato al materiale originale. Ciò ha reso il loro compito gigantesco, molto più difficile da portare a termine. Come già chiarito nella prima stagione, il duo creativo ha escogitato una varietà di personaggi e trame non canoniche per riempire la trama mentre cercano di creare una storia coerente con gli appunti e i riassunti di Tolkien, finora invano.
Ora, il noto canale informativo Fellowship of Fans ha rivelato che entrando nella stagione 2, Payne e McKay potrebbero aver ottenuto l’accesso a un po’ più di materiale originale su cui lavorare. Le voci affermano che per l’imminente arco narrativo della seconda stagione dello show nella regione orientale della Terra di Mezzo di Rhûn, il team ha ottenuto un accesso speciale a un paio di testi al di fuori del loro accordo sui diritti primari con Amazon. Se lo scoop fosse vero, potrebbe dare ad Amazon Studios il diritto di utilizzare una coppia di personaggi che in precedenza sarebbe stato difficile incorporare nella loro storia. Potrebbe anche indicare che lo show (che è previsto per cinque stagioni) potrebbe potenzialmente espandere i suoi diritti di narrazione man mano che procede, senza dubbio a seconda di quanti soldi sono disposti a sborsare in cambio del permesso di fare riferimento a particolari aspetti del vasto mondo di Tolkien.
The War of the Rohirrim posticipato a fine 2024
Gli effetti dello sciopero promosso dagli sceneggiatori di Hollywood si fa sentire anche nella Terra di Mezzo: The War of the Rohirrim, la cui uscita era prevista per il 12 aprile 2024, sarà trasmesso nelle sale cinematografiche a partire dal 13 dicembre 2024. La produzione, diretta dal regista giapponese Kenjy Kamiyama, è stata coinvolta in un domino iniziato con il posticipo di Dune: Parte Due, la seconda pellicola di Denis Villeneuve ambientata sul pianeta di Arrakis, che ha causato un rimescolamento del calendario delle uscite cinematografiche del 2024. Lo spostamento di Dune ha determinato il rinvio di Godzilla X Kong, che a cascata ha obbligato New Line Cinema e Warner Bros a ritardare l’uscita di The War of the Rohirrim. Gli sceneggiatori di Hollywood sono in sciopero da maggio e sono sostenuti dagli attori, che si sono uniti alla protesta nel mese di luglio: le richieste principali prevedono una maggiore tutela per le condizioni di lavoro, più trasparenza in materia di diritto d’autore e la salvaguardia degli autori dalle minacce dell’intelligenza artificiale.
The War of the Rohirrim: un’eroina al comando
«Peter Jackson e Fran Walsh mi hanno chiesto di portarvi i loro saluti». È stata sufficiente questa frase per far scrosciare di applausi la sala del centro Bonlieu ad Annecy, nel sud-est della Francia, mercoledì 13 giugno, in occasione della presentazione delle prime immagini del film The Lord Of The Rings: The War Of Rohirrim (Il Signore degli Anelli: La guerra dei Rohirrim) durante l’edizione 2023 del Festival Internazionale dell’Animazione. Sebbene Jackson non sia coinvolto nella produzione di questo film, la co-sceneggiatrice delle trilogie del Signore degli Anelli e Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, Philippa Boyens, è produttrice esecutiva del progetto. Sono stati mostrati due estratti (l’inizio e una scena di dialogo) di pochi minuti oltre a un breve teaser. Ecco un resoconto della tavola rotonda.
Serie tv, accuse di plagio per Amazon e Tolkien Estate
In California, uno scrittore di nome Demetrious Polychron ha infatti intentato una causa da 250 milioni di dollari per violazione del copyright contro Jeff Bezos, diversi dirigenti di Amazon Studio e gli eredi di J.R.R. Tolkien. Nella causa, Polychron ha affermato di aver creato, scritto e pubblicato un libro originale intitolato The Fellowship of the King e di aver ideato un’intera serie di sette libri, The War of the Rings.
Fan film, ecco Battles of the Fords of Isen
Uno degli attestati d’amore più belli per le opere di J.R.R. Tolkien dimostrato dai lettori sono proprio i fan film, quelle produzioni cinematografiche oramai saldamente professionali fatte «dagli appassionati di Tolkien per gli appassionati di Tolkien», senza scopo di lucro. L’ultimo in ordine di tempo è Battles of the Fords of Isen – A Lord of the Rings Fan Film. Si tratta di un film senza scopo di lucro solo per uso privato e non è destinato alla vendita di alcun tipo. Non è in alcun modo affiliato, sponsorizzato o approvato da Middle-earth Enterprises, gli eredi o il patrimonio di J.R.R. Tolkien, Peter Jackson, New Line Cinema, HarperCollins Publishers Ltd. o qualsiasi delle rispettive affiliate o licenziatari.
Serie Amazon, solo un terzo del pubblico ha finito di vederla
Dopo molti mesi, è tempo di tornare a parlare della serie televisiva di Amazon Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere. Che la serie avesse deluso molti appassionati lettori di J.R.R. Tolkien non è una novità, ma ora ci sono anche dati oggettivi in merito alle visualizzazioni, da una fonte che è sempre stata ritenuta attendile. Già i dati di Nielsen relativi ai minuti guardati delle serie originali avevano fatto classificare The Rings of Power al 15esimo nel 2022.
Warner Bros rinnova i diritti di LOTR: altri film in arrivo
Dopo una trattativa durata più di un anno per rinnovare i diritti sui film, i giochi e il merchandising de Il Signore degli Anelli, Warner Bros Discovery conferma che è stato raggiunto un accordo a lungo termine con i nuovi proprietari Embracer Group che vedrà in futuro più film cinematografici della Terra di Mezzo. Così durante la chiamata sugli utili trimestrali della Warner Bros Discovery (WBD), il Ceo David Zaslav ha annunciato che è stato firmato un nuovo accordo di licenza per consentire a New Line Cinema di produrre più film del Signore degli Anelli.
Arriva a Natale in tv Il Signore degli Anelli
La Compagnia dell’Anello, Le Due Torri e Il Ritorno del Re sono usciti nel mondo in successione a fine dicembre durante i primi anni 2000 e quindi restano indelebilmente legati a questa stagione. Forse sarà questo il motivo per cui a più di venti anni dalla sua uscita al cinema, la saga cinematografica di Peter Jackson – adattamento dal celebre romanzo di J.R.R. Tolkien – torna in tv in tempo per Natale. Diretta dal regista neozelandese e basata sull’omonimo romanzo di Tolkien, su Canale 20 arriva in prima serata la trilogia completa, in versione extended de “Il Signore degli Anelli”. Jackson è riuscito a portare sullo schermo un’opera che si riteneva impossibile. Con La Compagnia dell’Anello il regista neozelandese dava inizio a una trilogia che si sarebbe conclusa tre anni dopo. In mezzo incassi stratosferici, critiche esaltanti e un bottino di premi Oscar. Tra miti e leggende, progetti grandiosi e nuovi effetti speciali, il percorso di Peter Jackson, cineasta neozelandese è divenuto punto di riferimento per gli appassionati di cinema e di Tolkien di tutto il mondo. La sua trilogia si è dimostrato anche un vero e proprio record di incassi al botteghino, facendo anche il pieno di premi: ben 17, di cui ben 11 a “Il ritorno del Re”. Notevole è anche il cast radunato per il kolossal, proprio come il libro fonte d’ispirazione per altre pellicole di genere fantastico: Elijah Wood, Ian McKellen, Orlando Bloom, Viggo Mortensen, Liv Tyler, Christopher Lee, Sean Astin e Andy Serkis nei panni del celeberrimo Gollum.
Gli Anelli del Potere: se non c’è trascendenza
La serie televisiva Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere ha senz’altro imposto l’attenzione degli appassionati, al netto delle (legittime?) polemiche sull’attinenza al canone del professore oxoniense – in termini di coesione narrativa e caratterizzazione – sulle modalità di rappresentazione televisiva del corpus tolkieniano a vent’anni di distanza dalla prima trilogia cinematografica di Peter Jackson. Si sono evidenziati i meriti degli sforzi di Amazon in termini di impatto visivo e cura scenica, ma bisogna altresì sottolineare la volontà degli sceneggiatori di ridurre ai minimi termini ogni riferimento esplicito alla dimensione trascendente del Legendarium. Tale scelta è evidente sin dal breve prologo offerto nel primo episodio: Valinor è presentata come la terra della Luce, “alimentata” dai due Alberi Telperion e Laurelin; di essi, come del resto delle Terre Immortali, non è data alcuna notizia circa l’origine e, fatta salva una corsiva e vaga menzione su una “Grande Musica” primigenia, la voce di Galadriel null’altro comunica sulla nascita di simili prodigi di Arda o sulle entità (gli Ainur, “I Santi”) che l’hanno foggiata. Si è obiettato che queste scelte siano dettate da oneri di natura eminentemente legale, legate cioè all’indisponibilità dei diritti necessari a mettere in scena anche quei protagonisti. Una simile critica, ancorché non del tutto infondata, non dà ragione della corsiva allusione ai “Valar” (sic) dalla voce di un dubbioso Celebrimbor, per ben due volte nel corso della serie; o del richiamo a Eru Ilúvatar (chiamato “L’Uno”) nella conversazione tra Galadriel e l’elfo corrotto dall’Ombra Adar prima, nonché tra la stessa Galadriel e Halbrand-Sauron poi.
Questi sparuti cenni sono lasciati languire e non sono approfonditi per dare sostanza all’antefatto, né per delineare il sostrato escatologico che informa le vicende di Eä – di tutto il creato, non soltanto Arda (il mondo). È un aspetto che è stato forse poco rilevato dalla critica, quasi non fosse necessario per la riproposizione di Tolkien nel primo ventennio del secolo corrente.
Si avverte lo scorporamento del divino dal metafisico, che procede quindi su due direttrici coincidenti: da una parte l’ultramondano è depauperato a mero ricordo magmatico, che pare non aver mai avuto credito nel reggere l’ordito della storia sino al principio della serie. Alla Luce di Valinor vengono conferite proprietà profilattiche, un potere proattivo, energetico, a conservazione della vita degli Elfi se opportunamente veicolata attraverso la sua fonte più ricca: il mithril.
L’acciaio argentato, nei testi di Tolkien nulla più che metallo preziosissimo lavorato dai Nani ed ambitissimo nella fabbriceria o nell’artigianato, viene investito di proprietà magiche ulteriori rispetto all’incredibile malleabilità e resistenza concesse da Tolkien: per tramite di una leggenda apocrifa (sic), che vede il metallo creato grazie all’infusione combinata di energia benefica (di un elfo senza nome!) e negativa (di un Balrog, con quello a contesa) nei pressi di un albero alla base del quale, celato nella montagna, si nascondeva uno dei Silmaril. Un fulmine – ex abrupto – cade sull’albero durante il duello e invade la montagna: donde la comparsa del mithril, per dissoluzione del gioiello di Fëanor. Esso racchiude in sé la luce degli Alberi, della quale gli elfi hanno bisogno per preservare la propria immortalità senza partire anzitempo per Aman, il Continente Beato dove il dominio dei Valar conserva la Creazione dalla corruzione, ritardando così l’abbandono della Terra di Mezzo. Il mithril risolve quindi il problema dello svanire degli Elfi.
Niente viene detto sulla differenza tolkieniana tra fëa (spirito) che rimane incorrotto e hröa (corpo) che si consuma: nel procedere delle Ere, gli Elfi (creature immortali) sbiadiscono nel corpo per effetto di tale consunzione fino a che il hröa persiste come semplice memoria dello spirito e gli Elfi appaiono così invisibili agli occhi dei mortali, a meno che non dimorino in Aman. Nella serie Amazon si parla invece di opportunità di “saturare gli Elfi” con un rimedio scientifico che annulla Valinor e la metafisica elfica.
Contemporaneamente, però, gli sceneggiatori hanno scelto di tenere viva una strada “religiosa” attraverso il personaggio di Adar, l’elfo corrotto divenuto Padre degli Orchi, che per sua stessa ammissione sembra cercare un ruolo da divinità per poter creare un nuovo mondo (possibilità riservata soltanto a Eru). Egli riassume una visione superomistica che auspica il superamento dei propri limiti attraverso l’ascensione al soglio divino, considerata possibile – in maniera imprecisata – ma che, di per sé, appare completamente irrituale nella teogonia tolkieniana. Infatti non è dato mai il caso di una creatura terrena – elfo o uomo – che desideri o tenti di divenire uno dei Valar (posto che essi siano da considerare delle vere e proprie divinità) o di sostituirsi a Eru medesimo.
Scegliere di caratterizzare un triagonista quale Adar mediante una tensione spirituale così intesa muove la bilancia della sorte dalle mani del Creatore a quelle di un attore mondano, quasi sovrapponendo immanenza e trascendenza. Sembra che simili scelte indichino una sottesa volontà di proporre a mezzo televisivo un’immagine della spiritualità quasi esclusivamente pragmatica, improntata all’ottenimento di benefici concreti per gli individui e per la società, e quindi del tutto priva di una dimensione teleologica – più congeniale al Legendarium – che sussume l’individuo e lo tende verso una dimensione trascendente a un tempo personale e collettivistica, informando tutta la diacronia dell’epos tolkieniano e sostanziandosi ognitempo nel disegno di Eru. Ne deriva una musica disfonica, i cui canti afoni rassomigliano le discordanze di Melkor: la frustrazione e la sconfitta dell’Eco sulla Voce.
Gli Anelli del Potere: finale di stagione
ATTENZIONE SPOILER
…Gli anelli del Potere: note su ”L’Occhio”
ATTENZIONE SPOILER
Non c’è molto da dire su questa settima puntata della serie Gli Anelli del Potere. Si tratta di un episodio di raccordo, che di fatto si svolge tutto durante il fall out dell’Orodruin, e durante il quale non accade praticamente niente di significativo. Non è un grande spoiler dire che assistiamo alla nascita di Mordor, gli spettatori l’avevano senz’altro intuito già alla fine della puntata precedente. Le trovate interessanti di questa prima stagione riguardano quasi esclusivamente gli Orchi e gli Hobbit, e la nascita di Mordor per eruzione vulcanica è una di queste. Infatti le ceneri che oscurano il sole consentiranno agli Orchi di muoversi e agire anche di giorno con disinvoltura, senza bisogno di ingombranti tabarre e tendaggi protettivi.
Per il resto sembrerebbe di assistere alla messa in discussione del fanatismo di Galadriel, la quale si sente responsabile della catastrofe in cui si è risolta la spedizione numenoreana nella Terra di Mezzo, che è pure costata la vista alla regina. Se non fosse che la regina stessa la scavalca, uscendosene con una dichiarazione d’intenti che suona come un lugubre: “Ritorneremo!”.
Insomma 1-0 per Adar il Padre degli Orchi e la sua razza dannata in cerca di una terra («This is our land now. It is our home»), che al momento risulta il personaggio più simpatico. I Numenoreani se ne tornano oltremare scornati, mentre Galadriel e Helbrand galoppano verso il Lindon, a ricevere la probabile “lavata di capa” da re Gil-Galad.
Nel frattempo gli autori trovano il modo di infilare tre immancabili citazioni tolkieniane. La scena che vede Galadriel e il giovane Theo nascosti sotto un tronco, con un orco sopra di loro che annusa l’aria, richiama immediatamente quella più celebre del Signore degli Anelli, in cui gli hobbit vengono fiutati dal Cavaliere nero.
Poco prima, nel dialogo tra i due personaggi, Galadriel è riuscita a citare la scena del colpo di fulmine tra Beren e Luthien («We met in a glade of flowers. I was dancing and he saw me there») riferendosi all’incontro col marito Celeborn – che qui viene dato per «lost», probabilmente in vista di una rentrée successiva -; e cita anche quasi testualmente la visione provvidenziale della storia che Gandalf fornisce nel medesimo romanzo: «There are powers beyond darkness at work in this world».
Ganci buoni per il gioco degli appassionati, divertissement postmoderni degli autori, che ovviamente non possono rivitalizzare una puntata dall’andamento piatto e quasi priva di colpi di scena. Nemmeno l’apparente morte di Isildur può far drizzare qualche capello, perché anche a essere completamente digiuni di materia tolkieniana, il cliché è talmente urlato che nessuno spettatore può bersela, e il dolore del padre Elendil sfuma nello stucchevole.
Un tentativo di svegliare il pubblico viene fatto nelle altre due sottotrame. Lì va appena un poco meglio. Gli Harfoot/Pelopiedi si trovano finalmente alle prese con una “storta” nelle loro solide abitudini e sono costretti ad abbandonare la via già tracciata. Ci sono volute sette puntate perché questo tema, di cui fin dall’inizio si fa carico il personaggio di Nori, trovasse uno sbocco narrativo. Alla buon’ora.
E ovviamente il mistero sull’identità dell’uomo caduto sulla Terra di Mezzo si infittisce, con l’aggiunta delle tre inquietanti inseguitrici (una delle quali sembra la versione albina di Anne Lennox da giovane). La dinamica però è farraginosa: prima gli Hobbit spediscono via l’uomo delle stelle, poi, quando scoprono che è inseguito da tre vestali incendiarie, decidono di andare ad avvertirlo, perché in fondo ha fatto loro del bene. Decidetevi.
E poi c’è la sottotrama del mithril, quella che vede al centro Elrond e Durin Jr.
Che dire? In sette puntate non è successo ancora niente. Si sono evocati tramacci incrociati, tradimenti, si sono visti siparietti comici e drammatici, nonché abbozzi spionistici, ma i fatti stanno a zero. Cosa si salva, quindi? Più che il rapporto d’amicizia tra Elrond e Durin quello conflittuale tra Senior e Junior. Vero è che non è niente di originale: un conflitto generazionale tra maschio alfa e maschio beta. Però introduce per lo meno un elemento discorde nel tema dinastico, quello che connota fortemente i Nani tolkieniani, schiacciati dal peso dell’albero genealogico che portano sulle spalle. Almeno Durin è in rotta col padre perché non vuole abbandonare l’amico Elrond al suo destino di decadenza e spegnimento progressivo. Il vecchio invece se ne sbatte degli Elfi, dice che il loro destino è segnato e non dipende da lui salvarli. Niente di nuovo sotto il sole, ma almeno c’è un conflitto in famiglia degno di ogni serial, ancorché corredato di nasoni finti e barbe lunghe fino ai piedi.
Ciliegina sulla torta: nelle viscere di Khazad-Dûm si cela un balrog. Non è una sorpresa per i fan tolkieniani, ma… perché proprio identico a quello di Jackson? Davvero non era rimasto un avanzo di fantasia per pensarlo almeno un po’ diverso?
Manca soltanto un episodio alla fine di questa prima stagione e viene da fare almeno una considerazione. Gli autori avrebbero dovuto mostrare più coraggio, lasciare perdere tanto il gioco citazionista, quanto la continuità estetica con ciò che era già stato portato sullo schermo.
Per mettere in scena la Seconda Era ci voleva un visionario; uno che tradisse i cliché invece di collezionarli con metodo in ossequio allo sguardo postmoderno, per lavorare invece meglio sugli archetipi (che non sono proprio la stessa cosa). Ma anche uno che rappresentasse Celebrimbor come un fabbro ferraio coperto di bruciature e sporcizia; Galadriel come un’avventuriera in cerca della propria fortuna e con un passato ambiguo da farsi perdonare; i Nani come dei metallari divisi tra avidità e onore; e i Numenoreani come Conquistadores in cerca di territori da colonizzare.
Sarebbero state scelte tanto più forti rispetto a una mezza via, in cui si è reinventata la storia banalizzandola, senza discostarsi più di tanto dall’immaginario jacksoniano. La materia su cui lavorare c’era, c’è ancora forse. Resta da sperare – senza garanzie – in qualche buon cliff hanger nell’ultimo episodio e nella capacità degli strapagati scriptwriters amazonici di fare finalmente decollare questa storia nella seconda stagione.
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Gli Anelli del Potere: note sul sesto episodio
ATTENZIONE AGLI SPOILER
Alla fine di questo sesto episodio degli Anelli del Potere, quasi interamente dedicato ai combattimenti e concluso dallo stapparsi dell’Orodruin, dove sappiamo verrà forgiato l’Unico Anello, verrebbe da dire: finalmente un po’ d’azione. Non si tratta ancora delle grandiose battaglie a cui ci aveva abituato Jackson, perché in questa fase della storia le forze del male si stanno ancora riorganizzando, e non proprio coordinandosi alla perfezione, a quanto pare. Ma almeno si combatte, due sottotrame finalmente si intrecciano e – forse di conseguenza – anche i dialoghi acquistano più significato rispetto a quanto si è ascoltato finora.
Le citazioni jacksoniane in questo sesto capitolo si sprecano. L’atmosfera di attesa degli orchi al villaggio degli uomini cita alla lettera quella prima della battaglia del Fosso di Helm ne Le Due Torri, con tanto di voce fuori campo sulle immagini rallentate di donne, vecchi e bambini, e immancabile messaggio di speranza molto tolkieniano.
Il primo scontro con i cattivi invece ha una dinamica molto simile alla Battaglia di Baywater, quella con la quale sul finale del Signore degli Anelli (romanzo, non film) gli hobbit insorti sconfiggono gli usurpatori della Contea. Nella serie c’è l’aggiunta del fuoco ed è una scena notturna, ma l’idea di chiudere i nemici tra due barricate fatte con i carri e bersagliarli di frecce è un’evidente citazione letteraria.
Bisogna tuttavia riconoscere che questi scontri armati sono più realistici di quelli jacksoniani. Innanzi tutto perché avvengono tra piccoli contingenti, poche centinaia o addirittura decine di combattenti, tutti interpretati da attori in carne e ossa. E in secondo luogo perché la fatica del corpo a corpo traspare di più, e l’unica che compie prodezze marveliane è la solita Galadriel, quando arriva con i rinforzi (ecco un’altra citazione, della cavalcata dei Rohirrim, anche se in questo caso sono numenoreani). Lei in effetti mentre combatte a cavallo pare un cosacco del circo di Mosca, ma tutti gli altri sono assai più normali nel modo di combattere, e con meno “addizioni digitali” rispetto ai guerrieri di Jackson.
Arondir, l’elfo eroico che è rimasto a combattere con gli Uomini, lo fa in effetti con la destrezza tipica della sua razza, ma senza esibirsi nei “numeri” del Legolas interpretato da Bloom. Può perfino capitargli di essere trascinato giù da un tetto e di soccombere sotto la presa di un orco enorme, salvo intervento provvidenziale dell’amata Bronwyn. Dopodiché la gente (di qualunque razza sia) negli scontri muore perché viene infilzata da una lama o trafitta da una freccia o calpestata dai cavalli, e le ferite sanguinano sul serio, anche copiosamente. Come quella della stessa Bronwyn, che quasi ci lascia le penne (e casomai la cosa del tutto inverosimile è trovarla a battaglia vinta abbastanza in forma per colloquiare con la regina Mìriel e per acclamare il nuovo re Halbrand).
Ma inutile girarci attorno, perdendosi negli scontri armati. Perché la questione affrontata di peso in questo sesto episodio è quella degli Orchi.
Lo spietato Adar, interpretato da un mesmerico Joseph Mawle, senz’altro il migliore attore della serie in scena finora, aveva già lasciato intendere di avere una visione politica. Qui finalmente la esplicita. Non solo nel discorso iniziale alle sue truppe orchesche, che chiama “fratelli” e “figli”, e che incita a prendersi un posto (non al sole) nella Terra di Mezzo. Soprattutto lo fa nel dialogo con Galadriel che lo ha catturato. I ruoli sono invertiti rispetto alla prima apparizione, quando era Adar nel ruolo di carceriere e l’elfo Arondir in vincoli. Galadriel lo interroga e le cose che gli dice lasciano trasparire la metà in ombra dell’elfa eroica; ombra che finora era stata soltanto evocata a parole. Galadriel riversa su Adar – elfo nero “orchizzato” – tutto il suo disprezzo per gli orridi Orchi. Di contro, Adar rivendica il fatto che gli Orchi sono esseri senzienti, «ognuno ha un nome e un cuore», e che sono stati anch’essi creati dall’Uno, cioè da Eru, e in un secondo tempo corrotti. Insomma anche gli Orchi sarebbero creature di Dio, secondo Adar, e di conseguenza avrebbero diritto a vivere e ad avere un posto in cui farlo.
Questo fa precipitare dentro la serie uno dei grandi dilemmi irrisolti dell’opus tolkieniano, che a quanto pare gli autori non hanno avuto remore ad affrontare (si vedrà poi come e se lo risolveranno). Vale a dire l’irriducibile questione degli Orchi, che Jackson non s’era nemmeno immaginato di toccare. Sappiamo che nel corso del tempo Tolkien tornò a riflettere a più riprese sulla natura degli Orchi, i quali gli creavano un problema concettuale e teologico. Da buon cattolico non poteva digerire una razza di creature senzienti irredimibili per natura. Qualche lettore glielo fece notare, e all’amico Auden che gli chiedeva lumi su questo, Tolkien dava una risposta aperta (Lettera 269).
Nei Myths Transformed (HoMe X) passa in rassegna una serie di possibili soluzioni dell’origine e della natura di questa razza “derivata”, per così dire, e teologicamente così scomoda, ma alla fine si risolve a degradare gli Orchi al rango di bestie. «The Orcs were beasts of humanized shape», cioè sono privi di anima razionale. E a dimostrazione di questo dice che il loro modo di parlare è solo un riflesso di quello di Melkor, un po’ come i pappagalli ripetono le parole che sentono dal padrone, o come i cani che abbaiano per riprodurne la parlata, e possono pure ribellarsi per istinto, ma non per questo esercitano il libero arbitrio.
Se però uno legge Il Signore degli Anelli non ha affatto questa sensazione, ma tutto il contrario. Gli Orchi appaiono come una razza dotata di linguaggio e cultura e di una propria natura, ancorché pervertita e perversa. Quella a cui approdò Tolkien nel suo rimuginare a posteriori sa tanto di una soluzione di comodo, che potesse mettere buoni i teologi cattolici (o la sua coscienza di cattolico).
Ciò nonostante sul piano letterario – e qui sta la grandezza – gli Orchi rimangono un problema aperto. Rispetto al quale Adar può dunque dire la sua, e sentirsi sputare in faccia tutto il disprezzo razzista di una Galadriel nelle vesti (letteralmente) di novella Giovanna d’Arco, disposta a minacciare torture sugli orchi prigionieri per farlo confessare, e dichiaratamente votata allo sterminio della loro razza corrotta. «Anche se ci mettessi tutta questa Era, giuro di sradicarvi fino all’ultimo», dice l’eroina della serie. Non paga, prefigura di lasciare lo stesso Adar per ultimo, in modo che prima di essere giustiziato, possa vedere scomparire tutta la sua genìa.
Di fronte a questa dichiarazione di crudeltà genocida, la risposta di Adar è forse la più saggia possibile: «Pare che io non sia l’unico Elfo vivo che è stato trasformato dall’oscurità. Forse la tua ricerca del successore di Morgoth doveva cessare nel tuo specchio».
Ecco che alla fine di questo sesto episodio verrebbe da dire anche un’altra cosa: finalmente un po’ di complessità. I buoni non sono del tutto buoni. I cattivi non sono del tutto cattivi. «Ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», diceva Amleto. Si potrebbe aggiungere anche la teologia. E poi segnare un punto per la letteratura e la drammaturgia.
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