The Bovadium Fragments : esce oggi la traduzione italiana

Esce oggi, 27 ottobre 2026, la traduzione in italiano di The Bovadium Fragments, il volume pubblicato nel Regno Unito da HarperCollins il 9 ottobre 2025, curato da Christopher Tolkien e corredato da disegni dell’autore e dalle suggestive immagini del pluripremiato fotografo olandese Cas Oorthuys. Diviso in due parti autonome ma complementari, il volume comprende, oltre ai “frammenti” di J.R.R. Tolkien, anche il saggio di Richard Ovenden, The Origin of Bovadium, che ricostruisce il contesto storico nel quale l’opera venne concepita e ne illustra la funzione polemica. La traduzione italiana, per le edizioni Bompiani, è di Stefano Giorgianni, già socio e presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani e traduttore della Storia della Terra di Mezzo, della quale è stato recentemente pubblicato l’ottavo volume, La Guerra dell’Anello. Da I Frammenti di Bovadium emerge un aspetto meno conosciuto di Tolkien: non soltanto il creatore di mondi mitologici, ma anche l’osservatore ironico e critico della modernità, capace di trasformare una polemica nata da circostanze molto concrete in uno strumento satirico e in un’invenzione letteraria di notevole originalità. Un testo che gioca con il latino, con le convenzioni della scrittura erudita e con diversi registri linguistici; una traduzione, quindi, che oltre la ricerca di equilibrio tra fedeltà formale e fruibilità per il proprio pubblico, richiede l’ulteriore impegno di conservare anche la funzione che le parole svolgono nella satira.

Parte I – I Frammenti di Bovadium

Ne I Frammenti di Bovadium Tolkien immagina la catastrofe di Oxford, ribattezzata “Bovadium”, travolta dalla motorizzazione. Le automobili diventano oggetto di una vera e propria venerazione, fino a prendere il posto delle cerimonie religiose domenicali, ma la loro proliferazione conduce infine all’assurdo: i veicoli sono così numerosi da non riuscire più a muoversi e la città viene soffocata dai gas di scarico, che uccidono la popolazione. La vicenda viene ricostruita attraverso frammenti e testimonianze interpretati da studiosi del futuro, le cui spiegazioni, gravate dalla solennità e dalle pretese dell’erudizione accademica, contribuiscono alla comicità del racconto.

• La cornice letteraria. Il ricorso a manoscritti, testimonianze e documenti immaginari non costituisce, per Tolkien, una novità e attraversa opere molto diverse tra loro, dal Libro Rosso, attraverso il quale ci viene trasmessa la materia narrativa de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli, fino a I Notion Club Papers: dispositivi equivalenti che svolgono, però, funzioni distinte e testimoniano la versatilità con la quale Tolkien vi fa ricorso. Ne Il Signore degli Anelli la tradizione manoscritta contribuisce a dare profondità storica al mondo narrato e a suggerire una trasmissione della memoria; ne I Notion Club Papers i documenti partecipano a una costruzione complessa in cui scrittura, sogno, tempo e memoria si intrecciano; ne I Frammenti di Bovadium, invece, questa mediazione è funzionale a una satira che investe sia la trasformazione del mondo sia il modo in cui quel mondo viene interpretato. La cornice pseudo-archeologica permette qui a Tolkien di creare la distanza dagli eventi necessaria alla deformazione satirica e gli offre lo spazio entro il quale mettere in scena il proprio bersaglio attraverso una serie di rovesciamenti comici sempre più estremi.

• La satira: dai giochi linguistici alla parodia del mito. Non è, però, la cornice documentaria, di per sé, a produrre la comicità, ma il modo in cui Tolkien mette in scena la satira e la fa agire all’interno di quella cornice: i giochi di parole, le discussioni degli accademici e la parodia mitologica sono modalità differenti di questa operazione. La comicità, infatti, nasce piuttosto dai giochi di parole e dalle incongruenze contestuali che Tolkien inserisce nella narrazione, usando strumenti linguistici e interpretativi che conosce benissimo, per metter in ridicolo le pretese di chi li adopera senza sufficiente consapevolezza dei propri limiti. Le latinizzazioni trasformano luoghi e realtà contemporanee in oggetti di un’erudizione apparentemente solenne, evidenziando lo scarto tra parola e ciò che essa designa. Il linguaggio pseudo-erudito degli studiosi immaginari, d’altra parte, offre a Tolkien l’occasione di ridicolizzare la rigidità e le pose dell’ambiente accademico. Tolkien era egli stesso un filologo e uno studioso e la sua parodia non implica affatto una svalutazione della ricerca scientifica o del sapere filologico, che costituisce invece uno degli strumenti fondamentali della sua immaginazione letteraria; il bersaglio è piuttosto la «pomposità degli archeologi», l’erudizione irrigidita dalle convenzioni, il linguaggio che ostenta autorità e la pretesa di poter comprendere ogni cosa attraverso categorie precostituite. A questo gioco d’incongruenze partecipa la parodia mitologica, con l’immagine di Caronte che attraversa lo Stige a bordo di una barca a motore. L’intrusione della tecnologia moderna persino nell’oltretomba porta all’assurdo la logica della motorizzazione: nessuno spazio sembra poter sfuggire alla sua invadenza. La comicità, in questo caso, deriva dallo scontro fra la solennità dell’immaginario classico e la banalità di un mezzo meccanico che sembra ormai indispensabile in ogni circostanza e pretende di adattare ogni realtà alle proprie esigenze. Il risultato è una desacralizzazione comica: non è la modernità a dover trovare il proprio posto nel mondo, ma è il mondo, persino quello dell’aldilà, a doverle fare spazio. La tragedia è reale, ma Tolkien la racconta con una tale inventiva da farci ridere anche mentre osserviamo la catastrofe.

• Satira occasionale e autonomia letteraria. Il bersaglio principale resta, comunque, la motorizzazione: non soltanto le automobili, ma ciò che esse rappresentano in senso più ampio nel rapporto tra progresso tecnico, trasformazione del paesaggio e atteggiamento umano. Senza rinunciare alla concretezza del proprio obiettivo, Tolkien riesce infatti a superare i limiti della satira d’occasione: la polemica nasce da una situazione storica precisa che ne costituisce l’effettivo punto di partenza, eppure l’invenzione fantastica, l’esagerazione e il gusto per il paradosso consentono a I Frammenti di Bovadium di acquisire una propria autonomia letteraria. La deformazione grottesca non cancella la realtà dalla quale prende le mosse e la rende, anzi, più visibile spingendone le contraddizioni fino all’assurdo, ma il testo non si esaurisce in quella denuncia occasionale: la satira rimane ancorata al proprio tempo, ma non ne resta prigioniera. In questo consiste la genialità dell’operazione, nella capacità di Tolkien di trasformare una polemica circoscritta in un’opera che conserva la propria efficacia oltre le circostanze originarie, acquistando un significato universale e un valore letterario indipendente.

Parte II – Le Origini di Bovadium 

Nella seconda parte del volume, con il saggio di Richard Ovenden, The Origin of Bovadium, si passa dalla Oxford immaginata (“Bovadium”) alla Oxford storica. La ricostruzione di Ovenden è un complemento fondamentale per comprendere pienamente le motivazioni della satira di Tolkien, soprattutto per chi non abbia conoscenze dirette della storia urbanistica di Oxford. Il saggio restituisce una dimensione concreta a ciò che, senza queste informazioni, potrebbe sembrare solo una fantasiosa esagerazione letteraria ed aiuta a comprendere la sproporzione apparente della parodia. La satira nacque dalle controversie urbanistiche che investirono Oxford nel secondo dopoguerra, quando la diffusione dell’automobile e i progetti destinati a riorganizzare la circolazione – quale il dibattutissimo Piano Sharp che prevedeva una strada attraverso la verdeggiante oasi del Christ Church Meadow – minacciavano di modificare profondamente il volto della città. Tolkien assistette direttamente a queste trasformazioni e alla tensione fra le esigenze della viabilità e la conservazione di un ambiente urbano al quale era profondamente legato. Come riporta Ovenden,

«le opinioni di Tolkien sui dettagli del piano non ci sono note, ma quelle sulla questione generale dell’impatto del traffico sul carattere della città in quel periodo erano chiare: “Lo spirito di Isengard, se non di Mordor, è sempre in agguato – scrisse a Michael Straight nel 1956 – il presente progetto di distruggere Oxford per far posto alle automobili ne è una prova.”»

La polemica di Tolkien si colloca, così, in una storia più articolata di trasformazioni, interessi e conflitti che accompagnarono la motorizzazione; una contestualizzazione che può suggerire collegamenti con la più generale diffidenza del Professore verso alcuni aspetti della modernità, ma non per questo bisogna leggere I Frammenti di Bovadium come un manifesto filosofico contro ogni forma di progresso tecnico. La specificità del bersaglio della satira resta comunque in primo piano, sebbene essa conservi una sorprendente capacità di parlare al presente. Una voce che il manoscritto non ebbe in passato, dal momento che rimase inedito durante la vita dell’autore e, da quanto racconta Christopher nella sua Introduzione, fu proprio Tolkien a decidere di non pubblicare quella che avrebbe dovuto essere la sua “arma polemica”. Racconta Christopher, che suo padre aveva sottoposto il testo al giudizio dell’amico Clyde S. Kilby, il quale espresse delle riserve sia sulla possibilità che i lettori percepissero la tragedia sottostante la comicità sia sulla scarsa accessibilità del latino; Tolkien ripose quindi il manoscritto in un cassetto e non possiamo sapere cosa ne avrebbe fatto se le polemiche ad Oxford non si fossero concluse. Ma la sua pubblicazione postuma consente, oggi, di ridare voce a I Frammenti di Bovadium, di confrontarsi direttamente con le riserve espresse da Kilby e di valutare quanto la comicità, la parodia linguistica e il fondo tragico convivano nell’opera, contribuendo all’identità letteraria della stessa e costituendone il principale interesse.

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LINK ESTERNI:
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