Per chi ama insieme Il Signore degli Anelli e Magic: The Gathering, le espansioni dedicate alla Terra di Mezzo sono un sogno che si avvera. Quando Wizards of the Coast pubblicò, qualche anno fa, la prima espansione dedicata al capolavoro di Tolkien, fu chiaro già dal design che i progettisti volevano carte capaci di rappresentare la Terra di Mezzo e di far sentire il giocatore all’interno di quel mondo. Nell’agosto 2026 Wizards è tornata nella Terra di Mezzo con il set The Hobbit, sequel tratto dal libro omonimo dell’autore. L’uscita è del 14 agosto, con prerelease dal 7 al 13. Il set riporta in scena Gandalf il Grigio, Bilbo Baggins, Gollum e altri, adattando una storia molto diversa da quella del romanzo più famoso.
Le cinque carte speciali e la loro reinterpretazione
Magic: The Gathering – The Hobbit offre numerose carte insolite da collezionare, ma le carte in Lingua Nanica sono tra le più particolari. Ce ne sono solo cinque: Arcane Signet, Treasure Vault, Mox Amber, Dwarven Warriors e The Reaver Cleaver (Sigillo Arcano, Volta del Tesoro, Ambra Mox, Guerrieri Nanici e La Mannaia Predatrice). Tutte e cinque sono versioni speciali di carte Magic già esistenti, sono ora di rarità mitica (mythic rare) e sono esclusive delle buste da collezione. Le cinque carte sono disponibili sia in versione non foil sia in foil tradizionale, senza versioni foil Surge. Questo rende il set un sottoinsieme piccolo e mirato per i collezionisti. La cosa particolarmente interessante di questa scelta è che Wizards non si è limitata a riprendere cinque carte fondamentali del formato Commander. Dal punto di vista meccanico, Mox Amber, ad esempio, è sempre Mox Amber, solo con una nuova illustrazione ispirata a Lo Hobbit e il trattamento speciale nanico. Wizards reinventa però la carta come uno dei tesori di Smaug, rendendola estremamente intrigante. La carta Guerrieri Nani risale addirittura al set Alpha originale di Magic, il che conferisce a questa versione un legame con i primissimi giorni del gioco, anche se non è una carta potente. Questo la rende, inoltre, un interessante ponte tra Magic e Tolkien. I nani fanno parte dei giochi fantasy da sempre, e ora una delle più antiche carte dei nani di Magic riceve un collegamento diretto alla Terra di Mezzo. Dal punto di vista meccanico, la Lama del Predatore ruota già attorno al combattimento e alla generazione di Tesori, quindi inserirla in una storia piena di Nani, una montagna piena d’oro e tutti che si contendono quell’oro sembra piuttosto naturale. La Wizards identifica questa carta con la scimitarra di Bolg. Non si tratta quindi solo di una ristampa a scopo di curiosità. La Reaver Cleaver ha, infatti, una reale utilità in Commander, soprattutto nelle strategie incentrate sugli equipaggiamenti. Le cinque carte, insomma, non sembrano cinque ristampe casuali che hanno ricevuto lo stesso trattamento, come avvenuto per molti set precedenti di altre ambientazioni. C’è un filo conduttore tematico sufficiente a rendere sensato il fatto di esporle insieme; e questo è proprio il loro punto di forza.
Per Wizards le cinque carte sono le “Dwarvish language cards” e sulla pagina ufficiale dichiara di aver lavorato per «faithfully transliterate» queste cinque amate carte in nanico. Compaiono con una frequenza dell’1,5% a busta per il Non Foil e dell’1,6% per il Foil. Arcane Signet è stata annunciata il 1° maggio; le altre quattro sono state svelate al MagicCon di Amsterdam.
Nel set precedente, Racconti della Terra di Mezzo, una delle scelte migliori era stata la lingua elfica sulle carte, in particolare sui Solar Ring (Anello Solare) e sull’iconico Anello Unico, pezzo unico. In pochi però sanno che per le traduzioni, Wizards ha coinvolto uno studioso di Tolkien, Jason Fisher, richiamato anche per The Hobbit. Stavolta doveva confrontarsi con il linguaggio nanico.
Da “super-mega fan” a studioso
Fisher è ingegnere informatico di professione e studia Tolkien da decenni. Definisce questo lavoro un impegno fatto per passione. Come molti, è partito da “super-mega fan”: ha letto Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli da giovane. E, come molti, ha trovato nel Silmarillion un ostacolo: la prima volta non è riuscito a finirlo, per la sua densità e per un linguaggio quasi biblico. Il passaggio al mondo accademico risale al 2004, a una conferenza su Tolkien alla Marquette University. L’ateneo statunitense conserva la maggior parte dei manoscritti de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli, venduti da Tolkien negli anni Cinquanta; gli altri sono alla Bodleian Library di Oxford. Fisher era lì per vedere le pagine e incontrare gli studiosi. Intervistato dal giornale studentesco, disse che si vedeva «al podio a fare ricerca tra qualche anno». Il suo blog, Lingwë, ricorda quella conferenza di ottobre 2004, organizzata per i cinquant’anni de Il Signore degli Anelli e in onore del compianto Richard Blackwelder. Ha presentato il suo primo articolo a una conferenza nel 2006 e da allora ha pubblicato molti saggi e numerose recensioni. Ha curato Tolkien and the Study of His Sources: Critical Essays (McFarland, 2011), una raccolta con contributi di Tom Shippey, John Rateliff, Diana Pavlac Glyer, Kristine Larsen e altri, in cui compare anche un suo saggio. Il volume ha vinto nel 2014 il Mythopoeic Scholarship Award in Inklings Studies, dopo due anni da finalista. Fisher ha inoltre lavorato come consulente su progetti legati a Tolkien, dai giochi alla prima espansione di Magic. Fisher aveva già giocato a Magic, ma non conosceva nessuno alla Wizards. Fu l’azienda a cercarlo, su suggerimento di un’altra studiosa, Janet Brennan Croft, che è accreditata come “Tolkien Scholar” nei film de Lo Hobbit di Peter Jackson. Croft rispose di non essere esperta di linguistica, rune e altre lingue, e passò il contatto a Fisher, che accettò.
Il Quenya e il Khuzdul
Tra le carte più rare di Racconti della Terra di Mezzo ci sono le versioni elfiche del Sol Ring (Anello Solare), carta base del formato Commander, come verrà spiegato meglio più avanti. A renderle belle è anche la scrittura Tengwar sul fronte. Non è una semplice trascrizione dell’inglese: è la traduzione di Fisher in Quenya, la lingua elfica più sviluppata di Tolkien. Il testo è il poema dell’Unico Anello, ripetuto più volte sulla carta. Il Quenya serviva per forza. Nei film di Jackson l’elfico che si sente è quasi sempre il Sindarin, perché molte culture elfiche incontrate in quel periodo sono enclave di Elfi Silvani con qualche Noldor. Restano però tracce di Quenya: Galadriel che pronuncia Namárië (Addio) davanti ad Aragorn prima della partenza sull’Anduin, e Saruman che lo usa per invocare la tempesta al Passo del Corno Rosso. In una intervista, Fisher riassume così il proprio lavoro: linguistica, critica delle fonti e mitologia comparata.
Con il Khuzdul, nome della lingua nanica, Fisher ha trovato la sfida opposta. Poche parole sono note fuori dalla cultura dei Nani, ed è una delle lingue meno sviluppate fra quelle di Tolkien. Per questo le cinque carte sono traslitterazioni del testo inglese. Fisher ha spiegato che il corpus è «minuscolo» rispetto a quello di Quenya e Sindarin. Il team ha discusso se rappresentare il Khuzdul o il Neo-Khuzdul, ma la risposta dello studioso è stata che si sarebbe dovuto fare quello che David Salo ha fatto per i film: inventarlo. Tolkien non tace del tutto sul Khuzdul. Come ricorda Fisher, la lingua si basa su radici triconsonantiche, come avviene in lingue semitiche quali l’arabo e l’ebraico, e nei libri compaiono alcune frasi dei Nani e parole utili come esempi di fonologia. Ma creare le carte in nanico avrebbe significato costruire una lingua nuova.
Angerthas: la traslitterazione secondo Tolkien
La traslitterazione è anche la scelta più fedele alla tradizione. Tolkien la usa sia ne Lo Hobbit sia ne Il Signore degli Anelli: nelle rune della Mappa di Thrór e nel Libro di Mazarbul. I Nani sono riservati e non condividono la loro lingua fuori dalle comunità, quindi parlavano e scrivevano nella lingua comune: il Westron nell’universo narrativo, l’inglese nel nostro. Esiste un sistema di rune apposta, l’Angerthas Moria e l‘Angerthas Erebor, di cui un esempio sta sulla tomba di Balin. L’iscrizione superiore è in Khuzdul, mentre quella inferiore riporta la stessa frase, «Balin, figlio di Fundin, Signore di Moria», traslitterata in inglese. Secondo Fisher le due forme sono «largamente intercambiabili», con quasi tutte le rune identiche. Nella storia, l’Angerthas Moria è più antico e deriva dall’Angerthas Daeron; l’Erebor ne è un adattamento del tempo in cui i Nani, cacciati da Moria, arrivarono alla Montagna Solitaria. Esiste poi una terza forma, le rune gondoliniche, poco documentate, che si ritiene fossero sulle spade Glamdring e Orcrist.
C’era però una scelta da fare: usare le Angerthas del Signore degli Anelli o le rune germaniche che Tolkien impiega ne Lo Hobbit? Il team avrebbe potuto scegliere queste ultime: sono rune autentiche, comuni nei testi in antico inglese e antico norreno tra il VI e l’VIII secolo e, nei testi norreni, ancora usate fino all’XI-XIII secolo. Ma Tolkien riadattò Lo Hobbit al mondo del Signore degli Anelli, cambiando tra l’altro la storia di Gollum, e così si è deciso di restare coerenti con il secondo.
Arcane Signet e lo schizzo di Tolkien
La carta che ha conquistato Fisher è Arcane Signet. Mostra la porta di Bilbo Baggins con le tre rune che, nel libro, Gandalf vi incide: nel primo capitolo, il nano Gloin spiega che il segno sulla porta significa: «Ladro cerca buon lavoro, con molta eccitazione e ragionevole compenso». Nello schizzo a matita e acquerello, Tolkien ha reso graficamente questo concetto utilizzando le antiche rune anglosassoni (Futhorc) associate a tre parole chiave: la B di Beorc (che storicamente indica la “betulla”) qui usata come iniziale per Burglar (“scassinatore” o “ladro”); la D di Daeg (che storicamente indica il “giorno”) e qui rappresenta l’iniziale di Danger (“pericolo”); il terzo simbolo (un rombo/diamante) qui rappresenta graficamente il Treasure (“tesoro”), ovvero la ricompensa finale o la quota spettante a Bilbo. C’è spesso confusione su questo dettaglio perché nella trilogia cinematografica de Lo Hobbit il regista
Peter Jackson fa tracciare a Gandalf, invece, solo un’unica runa luminosa azzurra: la runa “G” dell’alfabeto inventato da Tolkien (Cirth) che rappresenta l’iniziale del nome dello stregone e da lui utilizzata anche ne Il Signore degli Anelli come firma o sigillo personale. Tornando al primo romanzo, non c’è alcuna illustrazione di questa scena, ma l’artista che ha realizzato la carta – Anastasia Balakchina – si è ispirata allo schizzo in cui Tolkien stesso mostrava quali sarebbero state le tre rune sovrapposte, pubblicato in The Art of The Hobbit di Wayne Hammond e Christina Scull.
Se Wizards avesse voluto il Khuzdul, Fisher ci sarebbe stato, a patto che entrambe le parti riconoscessero la natura in gran parte inventata dell’operazione. Lo avrebbe reso il più autentico possibile, rispettando ciò che si sa della fonologia nanica, cioè quali suoni ci sono e quali no. «Molta pura invenzione», ha riassunto.
Pur non essendo più un giocatore, Fisher apprezza la diffusione di queste carte. Lo stesso criterio era stato utilizzato per i Sol Ring elfici della prima espansione, che sono tra le carte più costose del mercato secondario per la loro limitata disponibilità. Sol Ring (Anello Solare) era una carta già celebre, ma ha ricevuto una speciale versione da collezione, scritta in caratteri Tengwar (l’alfabeto elfico), nella precedente espansione.
Come scritto, il testo di quelle carte speciali è interamente scritto in lingua Quenya. Piuttosto che una traduzione letterale dell’effetto della carta originale, il testo riporta i celebri versi della poesia dell’Anello di Tolkien. Le tre varianti esclusive di Sol Ring rappresentano i diversi Anelli del Potere distribuiti alle razze della Terra di Mezzo, sono disponibili esclusivamente all’interno delle bustine Collector Booster, e presentano tirature limitate che riflettono il numero di anelli della mitologia originale: gli Anelli Elfici (Sol Ring Elven – #408) solo 300 copie in Foil serializzati, 3.000 copie in Non Foil; gli Anelli Nanici (Sol Ring Dwarven – #409) solo 700 copie in Foil serializzati, 7.000 copie in Non Foil; gli Anelli degli Uomini (Sol Ring Human – #410) solo 900 copie in Foil serializzati, 9.000 copie in Non Foil. I font e la traslitterazione in Tengwar presenti sul layout di queste carte sono stati realizzati grazie al lavoro del designer Toshi Omagari (font Alcarin Tengwar) e di Arno Gourdol (creatore del trascrittore Tecendil). Non è quindi un caso che il loro costo sia notevolmente alto.
Anche la ristampa in “nanico” di Mox Amber è tra le più ambite dell’espansione: siti specializzati come Wargamer valutano circa 85 dollari per la carta Mox Amber in lingua inglese, mentre MTGStocks oscilla tra gli 82 e 92 dollari, con un picco a 200 dollari per la carta Foil! Fisher ha definito il lavoro «incredibilmente gratificante e appagante» e si è detto fortunato che l’amica Croft lo abbia messo in contatto con Wizards. Gli piace approfondire questi temi nel dettaglio, e gli fa piacere che il progetto venga visto da tante persone, perché, dice, «in tanti vogliono queste carte».
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LINK ESTERNI:
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