Sviluppi: da Sendak a Yeskov e Shippey su Sigurd

In gergo si chiama “follow-up”: seguito, ancor meglio “sviluppo di una notizia”. Bene noi ne abbiamo troppe che premono per non occuparcene. Quindi, stavolta un bell’articolo composito, che rende giustizia a tutti i nostri “follow-up”.

Lo Hobbit mai disegnato da Maurice Sendak
Maurice SendakWayne Hammond, autore insieme a Chiristina Scull del The J.R.R. Tolkien Companion and Guide, su MythSoc, la mailing list della Mythopoeic Society, ha inviato un messaggio sulla mancata collaborazione tra Tolkien e Sendak, fornendo la versione che si può trarre consultando gli archivi di Allen&Uwin e Houghton Mifflin, le due case editrici coinvolte. In sintesi è quella che abbiamo riportano nell’articolo e smentisce la versione “di terza mano” (Sendak > Maguire > Di Terlizzi) fornita dal Los Angeles Times. Noi avevamo già espresso forti dubbi, basandoci sul fatto che non si ha traccia del secondo disegno di Sendak e soprattutto che il primo, quello di Gandalf e Bilbo, aveva proprio il difetto riportato dallo stesso Tolkien. Hammond conferma che la versione è riportata da Sendak perché il famoso disegnatore ne parlò anche in una conferenza a cui lui partecipò: «Rimane la sua interpretazione dei fatti. I documenti d’archivio sulla corrispondenza tra le due case editrici lo smentiscono». Tre i punti di dissenso:
1) Tolkien non supervisionava tutta l’operazione, ma aveva lasciato che gli editori gestissero la cosa. Sendak aveva negoziato delle royalty più basse pur di consegnare più tardi i disegni, che poi furono consegnati soltanto all’inizio del 1967, oltre due anni dopo la firma dell’accordo;
2) la versione delle didascalie invertite non regge, perché dalla corrispondenza si parla sempre chiaramente di una sola bozza, quella di Gandalf e Bilbo. Hammond fornisce la sequenza cronologica precisa, che si può già leggere nell’articolo da noi pubblicato in precedenza.
3) Non c’è alcuna traccia della frase di Tolkien secondo cui “Sendak non aveva letto attentamente il libro e non sapeva cosa fosse un Hobbit”, anche se potrebbe essere plausibile osservando la bozza in questione.
Hammond conclude che, in ogni caso, sarebbe stato interessante vedere Lo Hobbit illustrato da Sendak, che si sarebbe sicuramente realizzato se non ci fosse stato il suo attacco di cuore nel maggio del 1967 e che il disappunto di Tolkien circa la bozza non avrebbe sicuramente fermato un progetto del genere.

«Al di sopra del Marese, della Valle dell’Acqua, dei Monti Brumosi, del Bosco d’Oro,
della Montagna Solitaria, delle nubi, dei mari, al di là del Fuoco Dorato, della Rete di Stelle
e dei confini delle Cerchie del mondo…».

L’Ultimo portatore dell’Anello
Edizione spagnola di The Last Ring BearerTorniamo sulla notizia del libro
The Last Ring-Bearer, scritto da Kirill Yeskov, di cui avevamo già parlato diffusamente. La notizia ha suscitato tanto interesse che il biologo e paleontologo di Mosca ha scritto sul suo blog un lungo intervento in cui spiega le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere “la storia del Signore degli Anelli dalla parte dei perdenti”. Salon ne ha riportato la traduzione in inglese, che tra l’altro ha scatenato i commenti dei lettori. L’articolo è molto approfondito e meriterebbe un articolo a parte, per la profondità, le digressioni in campo letterario e sul mondo di critica in Russia e per lo stile piacevole di Yeskov.

Riportiamo qui una sintesi: «Ho scritto The Last Ring-Bearer soltanto per diletto, il mio e quello di dei miei amici. Non ho scritto il romanzo inseguendo i gusti di un editore o di un possibile pubblico», scrive lo scienziato russo. «È stato scritto anche per un pubblico specifico: è una “storia fantastica per giovani scienziati”, come sono io». Soprattutto, il romanzo ha un obiettivo: «Far ricredere quelli tra noi che sono scettici o agnostici, secondo cui Tolkien è solo un affascinate, sebbene un po’ noioso, scrittore di libri per bambini». Yeskov considera il suo libro non un sequel, ma un “apocrifo”, l’unico tipo di opera in grado di prendere spunto da un capolavoro per produrre talvolta risultati apprezzabili.

Kirill Yeskov«Cosa realmente mi ha spinto a scrivere The Last Ring-Bearer?», si domanda lo scienziato, che risponde: «La sfida intellettuale di trovare una spiegazione logica a diverse contraddizioni ovvie presenti nel Signore degli Anelli. Paradossalmente, volevo dimostrare che era sbagliata proprio la famosa tesi che “Tolkien aveva sbagliato” circolante nel nostro ambiente». Yeskov considera Tolkien un uomo di scienza, anche se un linguista piuttosto che un geologo. Da linguista, il professore di Oxford iniziò creando lingue immaginarie, con il loro alfabeto, la grammatica e il glossario; creò quindi alcuni racconti e leggende usando questi linguaggi, poi i popoli che avevano scritto queste leggende, e soltanto allora creò steppe, montagne e foreste in cui questi popoli potessero far pascolare le greggi, costruire città e combattere “l’Oscurità dall’Est”. «È stata questa precisamente la sequenza», dice Yeskov. «Tolkien era un filologo e ovviamente aveva scarso interesse nell’ultima componente, inanimata, della Terra-di-mezzo». Così il mondo immaginario creato da Tolkien presenta una serie di difetti dal punto di vista fisico e geologico.

In un noto saggio, Must Fantasy Be Stupid?, lo scrittore russo Sergej Pereslegin (su cui si potrebbe aprire un capitolo a parte, ma andremmo lontano) fornisce un elenco dettagliato degli errori più comuni commessi dagli autori di Fantasy, ed usa l’opera di Tolkien per definirne uno: «La Terra-di-mezzo è un mondo geologicamente instabile». Ecco tutte le imperfezioni: è un mondo con un solo continente (come accadde alla Terra in era Proterozoica e Paleozoica), ma non ha catene montuose al suo centro (come l’Himalaya), risultanti dalla collisione delle diverse placche tettoniche. La conclusione è che si tratta di un mondo completamente immaginario. Kirill Yeskov reagisce a queste affermazioni e per dimostrare che la Terra-di-mezzo è un “mondo
reale”, come tra l’altro si può leggere nel bel saggio di un altro critico russo, R.I. Kabakov, Tolkien’s Lord of the Rings and the Problem of Contemporary Literary Myth-making, spiega come la Terra-di-mezzo è semplicemente la parte nord-occidentale di un continente, che si estende ben oltre i margini sud ed est delle mappe disegnate da Tolkien. Sicuramente, oltre quei bordi ci saranno catene montuose, mari ed arcipelaghi.
Lo scienziato russo dà una risposta anche ad altre domande:

  • Che tipo di economia ha quella parte del continente, dove sicuramente figure come Aragorn oppure Faramir sono personaggi non comuni?
  • Qual è il tipo di moneta circolante, ad esempio, nella Contea, dove gli Hobbit sono solito vedersi nelle locande per bere birra?
  • Qual è l’occupazione, ad esempio, degli abitanti di un regione come Rohan, dove è rinomato l’allevamento dei cavalli, che però non può essere alla base dell’economia di un intero paese?
  • Cosa mangiano le sterminate schiere dell’Oscuro Signore mentre sono accampate nel deserto di Mordor?
  • Soprattutto, come può esistere in un regno come Mordor, una capitale in mezzo al deserto?

Rispondere a tutte queste domande lo ha portato a scrivere The Last Ring-Bearer. Yeskov conclude il lungo intervento spiegando i suoi sentimenti verso il professore di Oxford: «Mi inchino di fronte al Demiurgo Tolkien, che ha creato un universo stupefacente, ma rimango un po’ freddo dinanzi a Bardo Tolkien, autore della storia dei quattro Hobbit e della loro quest. In altre parole, per me il palcoscenico è più maestoso e interessante dello spettacolo che vi si svolge sopra».

Sigurd & Gudrún, Shippey torna in Galles
Dopo una simile rassegna non potevamo non potevano chiudere in bellezza. Avevamo annunciato l’avvio dei due corsi online alla University of Wales Institute di Cardiff, che partiranno da lunedì 23 maggio prossimo. A condurli è Dimitra Fimi, giovane conferma tra gli studiosi di Tolkien, autrice tra l’altro del libro Tolkien, Race and Cultural History, recentemente premiato con il 2010 Mythopoeic Scholarship Award in Inklings Studies. La professoressa greco-gallese ha portato in dote ai suoi studenti la conferenza pubblica tenuta da Tom Shippey su Writing into the Gap: Tolkien’s The Legend of Sigurd & Gudrún (stesso titolo della sua recensione del volume pubblicata su Tolkien Studies 7). Lo studioso è stato presentato da Fimi come colui con cui «sono nati seriamente i Tolkien Studies, con la pubblicazione di La Via per la Terra-di-mezzo» (edito da Marietti 1820). Vista l’improbabilità di aver potuto sentire la conferenza di Shippey a Cardiff, vogliamo darvi un assaggio di quel che ha detto su Tolkien e il suo lavoro. Eccovi quasi dodici minuti della sua conferenza!!! Non sarà tutta, ma almeno un morso alla mela lo diamo anche dall’Italia…
Ecco anche la Parte 2
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Diana Wynne Jones, Tolkien e la sindrome di Polly

Diana Wynne JonesÈ da poco scomparsa, Diana Wynne Jones, scrittrice per ragazzi inglese considerata tra le più importanti del Novecento. Fa parte di quel gruppo di di autrici americane e inglesi (Ursula K. Le Guin, Philippa Pearce, Susan Cooper, Natalie Babbitt) che, a partire dagli anni ’50, hanno ridefinito la letteratura fantastica per ragazzi, creando molti dei nuovi classici del genere. Jones, che ha scritto più di trenta romanzi, è conosciuta in Italia soprattutto per la saga di Chrestomanci (pubblicata da Salani) e ancor di più per la serie de Il Castello Errante di Howl (Kappa Edizioni), da cui il regista giapponese Hayao Miyazaki ha realizzato il film d’animazione nel 2004. L’autrice inglese ha vinto due dei maggiori premi letterari fantasy: nel 1999 il Karl Edward Wagner Award nel Regno Unito, premio assegnato dalla British Fantasy Society e la sezione per ragazzi del Mythopoeic Fantasy Award negli Usa, per due volte, nel 1996 per The Crown of Dalemark e nel 1999 per Dark Lord of Derkholm.

Qui ci piace ricordare come Diana Wynne Jones amasse i libri di J.R.R. Tolkien, essendo stata anche una sua studentessa. Dal 1953 al 1956, infatti, studiò letteratura inglese al St. Anne’s College di Oxford, dove assistette a una serie di lezioni pubbliche sia di C. S. Lewis, sia di Tolkien. Di entrambi aveva un ricordo vivo, riportato in diverse occasioni in interviste, nella sua autobiografia e in vari libri. «Il primo faceva il pienone in aule affollatissime, mentre il secondo mormorava a me e altri tre», raccontava. Jones scrisse un saggio sullo stile di Tolkien, The Shape of the Narrative in The Lord of the Rings, pubblicato nella raccolta Everard’s Ride e successivamente in J.R.R. Tolkien: This Far Land (in italiano si può leggere il saggio nel numero 23 di Minas Tirith). L’autrice ricorda: «Quando studiavo all’università seguii un ciclo di lezioni pubbliche che Tolkien tenne sulla narrazione, la sua forma e lo schema delle storie – o, almeno credo questo fosse l’argomento dato che Tolkien era pressoché incomprensibile quando parlava.
Evidentemente odiava tenere lezione e ho il sospetto che odiasse anche i propri pensieri. Ad ogni buon conto, egli, nel giro di due settimane, riuscì nell’intento di ridurre l’uditorio alla sottoscritta ed altri quattro ascoltatori. A dispetto dei suoi sforzi noi tenemmo duro. La sua maniera di procedere era la seguente: quando sembrava che potessimo sentire quello che diceva, era solito voltarsi e rivolgersi alla lavagna. In questo modo mi raggiungevano solo vaghi sentori di ciò di cui parlava, eppure, anche così, erano fin troppo affascinanti per poterli perdere. Tolkien cominciava con la più elementare delle storie possibili: un uomo (dal principe fino al boscaiolo) parte per un viaggio. Quindi, conferiva un obiettivo al viaggio, permettendoci di scoprire che la semplice trama picaresca si era sviluppata in una Cerca. Non sono ben sicura di cosa accadesse poi, ma so che, alla fine, stava discutendo il particolare adattamento del motivo della Cerca fatta da Geoffrey Chaucer nel Pardoner’s Tale [Il Racconto dell’Indulgenziere]».

JRR TolkienA parziale discolpa del professore per il suo comportamento, bisogna notare che le lezioni pubbliche al St. Anne’s College erano una delle mille incombenze di Tolkien come accademico, facendo egli parte del Consiglio di Facoltà di Lingua inglese, tenendo regolari lezioni (il 1953 è proprio l’anno dei corsi sul Pardoner’s Tale) e dovendo seguire come tutor per la laurea diversi studenti. Il 1953 è poi l’anno in cui Tolkien stata dando gli ultimi ritocchi al Signore degli Anelli. L’autore era comprensibilmente concentrato su quell’opera, oltre a dover presiedere sessioni d’esame e conferenze pubbliche. «Spero che i miei studenti abbiamo fatto tardi la sera, così da essere tanto confusi da non accorgersi delle gravi lacune del loro docente in materia di celtico», scrisse in una lettera poco prima della presentazione di Inglese e Gallese, pubblicata poi nel 1963.
Nella sua autobiografia Jones, poi, confessa: «Guardando indietro, sia Tolkien sia Lewis hanno avuto un’influenza enorme su di me, ma è difficile dire in che modo, tranne per il fatto che hanno avuto un’influenza anche su altri. Ho scoperto, poi, che quasi tutte le future scrittrici inglesi di libri per i ragazzi – come Penelope Lively, Jill Paton Walsh – erano a Oxford nello stesso periodo in cui ero io, ma raramente le ho incontrate e mai abbiamo parlato di fantasy insieme. Oxford era allora molto ostile alla letteratura fantastica. Guardando Lewis e Tolkien, tutti alzavano le sopracciglia e dicevano: “Sono pure studiosi eccellenti!”».

Diversi altri autori di libri per ragazzi hanno riconosciuto l’influenza diretta o indiretta di Tolkien sulle loro opere (per non parlare di autori come Stephen King, Ursula K. Le Guin e J.K. Rowling). Susan Cooper, scrittrice nota soprattutto per Il risveglio delle tenebre, saga fantasy ambientata nell’Inghilterra e nel Galles medievali e vincitrice di numerosi premi, conferma le parole di Diana Wynne Jones, anche sul fatto che nella città inglese universitaria per eccellenza in quegli anni la letteratura fantastica non era vista di buon occhio. Tolkien stesso non incoraggiava gli studenti in questo senso, ma i
corsi di studi in inglese erano influenzati della propensione del professore a trattare quel tipo di argomenti mitologici che cementarono la preferenza verso il mito e il genere fantastico già presenti in questi autori.

Libro Fire and HemlockNell’eccellente fantasy, per nulla “tolkieniano”, Fire and Hemlock, una rivisitazione in chiave moderna della ballata di “Tam Lin” da parte di Jones (1984), l’eroina Polly scopre Il Signore degli Anelli all’età, sembra, di circa quattordici anni e lo legge tutto per quattro volte di seguito. Subito dopo scrive una storia d’avventura su se stessa e la figura del suo mentore/padre: «È l’avventura di Tan Coul e Hero e di come si misero alla ricerca dell’Obah Cypt nelle Grotte del Giudizio…». Dopo Il Signore degli Anelli, a Polly era molto chiaro che l’Obah Cypt era realmente un anello molto pericoloso e doveva essere distrutto: «Hero lo fece, con grande coraggio». Inviò il manoscritto al suo mentore, Tarn Lynn, ma lui rispose soltanto: “No, non è un anello. Lo hai rubato da Tolkien, devi usare le tue idee”». Questo brano è emblematico e Diana Jones ha riportato nel suo libro un fenomeno culturale all’opera dagli anni ’50: la Terra-di-mezzo è un universo così potente che molti lettori – come si può anche vedere dall’enorme quantità della “fan fiction” che si può trovare su internet – sentono l’immediato bisogno di raccontare la propria storia in essa o al suo fianco, in un mondo parallelo. In Meditations on Middle-earth, una raccolta di riflessioni su Tolkien a cura di Karen Haber e scritta da molti dei più importanti scrittori contemporanei di fantasy e fantascienza (George R.R. Martin, Raymond Feist, Poul Anderson, Michael Swanwick, Esther M. Friesner, Harry Turtledove, Terry Pratchett, Robin Hobb, Ursula K. Le Guin, Diane Duane, Douglas A. Anderson, Orson Scott Card, Charles De Lint, Lisa Goldstein, Glenn Hurdling, Terri Windling), questa “sindrome di Polly” è confermata ripetutamente dagli autori stessi.

In Tolkien, Autore del Secolo (Simonelli Editore), Tom Shippey suggerisce che in alcuni casi – in molti dei casi come quello dell’eroina di Diana Wynne Jones – le parole e le immagini di Tolkien sono state apprese così presto e così profondamente, presumibilmente con la lettura compulsiva e ripetuta dei suoi libri, che esse sono state interiorizzate e ora sono proprietà personale piuttosto che debito letterario. Il fenomeno era abbastanza comune nei secoli in cui l’epica, le saghe e le ballate erano trasmesse oralmente in formule o in versi; gli ascoltatori passivi di una tradizione si univano immediatamente ai suoi estensori attivi, divenendo a loro volta diffusori di poemi. È un cosa strana, ma non del tutto disprezzabile da vedere oggi, in quest’epoca in cui domina l’autorevolezza del singolo individuo e la difesa dei diritti d’autore.

Peter Gilliver, Jeremy Marshall ed Edmund Weiner in The Ring of Words hanno dimostrato come l’uso frequente della parola “confusticate” (forma meno usata per “
confondere”) nei libri della serie dei Chrestomanci sia sicuramente un prestito di Diana Wynne Jones da Tolkien. La stessa cosa accade ad altre scrittrici di lingua inglese (ad esempio, a Jan Siegel, pseudonimo di Amanda Hemingway e alla canadese Alison Baird) per altre parole del professore di Oxford. Se pensiamo a quel che ha detto Jones nella sua autobiografia, forse è questo il modo in cui Tolkien ha esercitato la sua influenza sulle scrittrici inglesi del Dopoguerra. E non solo: perché, come concludono Gilliver, Marshall e Weiner, «in sintesi, nella lingua inglese è iniziato il processo di assimilazione del patrimonio lessicale usato da Tolkien nelle sue opere».

Roberto Arduini



Lo Hobbit che non fu mai disegnato

Copertina Tony Di Terlizzi dei Racconti Incompiuti di J.R.R. TolkienNon solo le lingue generano storie, come diceva Tolkien. Probabilmente anche le immagini. Almeno così sembra nel caso del filo conduttore che lega insieme tre famosi disegnatori a Lo Hobbit. E la storia rivela particolari inediti su una vicenda in parte nota circa il celebre romanzo di Tolkien. Sul Los Angeles Times l’autore e disegnatore Tony Di Terlizzi, legato a Tolkien per aver disegnato la copertina dell’edizione Del Rey dei Racconti Incompiuti (qui accanto), ha rivelato l’esito di una ricerca coronata da successo. Incuriosito dalla notizia di un breve contatto negli anni ’60 tra due suoi miti, J.R.R. Tolkien e Maurice Sendak, aveva voluto sapere di più della vicenda. Perciò, DiTerlizzi ha contattato il suo collega scrittore Gregory Maguire, famoso per Wicked (Strega), una rivisitazione della strega del Mago di Oz di L. Frank Baum. Nel 2003, Maguire aveva pubblicato a Making Mischief, A Maurice Sendak Appreciation, una serie di saggi su Sendak, corredato da illustrazioni dell’artista difficilmente reperibili. In quell’occasione Maguire aveva ricordato la sua prima intervista a Sendak del 1977 e ne aveva realizzata una nuova, mentre Sendak aveva inviato scritto una Prefazione al libro. Questa amicizia ha fatto svelare un retroscena sconosciuto che risale a oltre quarant’anni fa.

Maurice SendakQuesto ci porta a Lo Hobbit e alla possibilità sfumata di averne oggi un’edizione illustrata da Maurice Sendak. Dalla Tolkien Companion and Guide si apprende che il 25 febbraio 1964 Rayner Unwin inviò a Tolkien una lettera della casa editrice americana Houghton Mifflin che, per il trentennale dello Hobbit, proponeva un’edizione di lusso illustrata da Sendak. In quel momento, l’artista era già ampiamente noto per aver scritto una decina di libri per bambini, averne illustrati quasi una cinquantina, ed aver appena ottenuto il prestigioso “Caldecott Medal” per Where the Wild Things Are (Nel paese dei mostri selvaggi, da cui è stato tratto anche un film). Soltanto più di tre anni dopo Sendak fu in grado di inviare un disegno in bozza, l’incontro tra Gandalf e
Bilbo sulla porta di Bag End.
Il 16 Febbraio 1967 Rayner Unwin visitò Tolkien, forse in compagnia dell’altro editore americano Ian Ballantine, e gli mostrò la bozza di Sendak. Rayner in una lettera del 20 febbraio riferì a Houghton Mifflin che Tolkien lui era «pesantemente sconvolto dalle proporzioni delle figure»: Bilbo era troppo grande rispetto a Gandalf (oppure il contrario). Sempre dal Tolkien Companion (p. 420) apprendiamo che poche settimane dopo, Sendak ebbe un attacco di cuore, e sebbene poi si riprese, non ritornò più a Lo Hobbit e il progetto venne abbandonato.

Ora, Di Terlizzi aggiunge molti altri particolari a questa vicenda. Il disegno in bozza non era uno, ma due! Oltre alla scena dell’incontro tra Gandalf e Bilbo, Sendak aveva completato anche l’illustrazione di un elfo silvano che danzava al chiaro di luna. Inoltre, sembra nello spedire i bozzetti a Tolkien, il responsabile della casa editrice americana aveva erroneamente invertito le etichette di contrassegno di Elfi e Hobbit che risultarono quindi invertiti. Secondo questa versione, Tolkien fu infastidito della cosa, rispose che Sendak non aveva letto con attenzione il libro e non aveva afferrato l’aspetto degli Hobbit. Le illustrazioni non vennero approvate e Sendak s’infuriò molto. Per mitigare i dissapori, la casa editrice decise di organizzare ad Oxford un meeting fra i due, dato che Sendak si trovava in Inghilterra per il tour promozionale proprio per Where the Wild Things Are. Tuttavia, il giorno prima dell’incontro, Sendak, a soli 39 anni, fu colpito dall’attacco di cuore che lo costrinse a un ricovero di diverse settimane in un ospedale di Birmingham. I due non ebbero più modo d’incontrarsi e il progetto non vide mai la luce.

Il bozzetto dello Hobbit di Maurice SendakSendak, che attualmente ha 83 anni, potrebbe confermare questa versione. A sostegno c’è il fatto che l’artista aveva sottolineato alcuni passi della sua copia dello Hobbit per possibili illustrazioni e lungo i margini del testo sono visibili anche diversi schizzi. A fianco potete trovare una delle illustrazioni create da Sendak, successivamente donata, insieme alla sua copia del libro, alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library della Yale University, dove si trova tuttora. La seconda illustrazione, riguardante gli Elfi, è invece scomparsa, almeno per ora. Maurice Sendak è considerato da molto tempo il più geniale illustratore di libri per bambini. Alla luce di quanto da lui realizzato è davvero un peccato che per una serie di sfortunati eventi il tutto non abbia più avuto un seguito. Sarebbe stato interessante vedere come un maestro ne interpretava un altro. Già il bozzetto di Gandalf e Bilbo, seppur errato nelle proporzioni, dimostra come Sendak sapesse tenere bene l’equilibrio tra luce e ombra, non solo della narrativa di Tolkien, ma anche degli eventi che turbinavano intorno alla creazione stessa dell’opera d’arte. Lo dimostrano anche altri titoli, come Pierre o il suo capolavoro Nel paese dei mostri selvaggi. Sendak interpreta non solo gli ostacoli fisici che i personaggi di una storia devono affrontare, ma anche quelli psicologici. Era il visionario perfetto per reinterpretare Tolkien.




Tolkien e la fiaba norvegese

Fiaba norvegeseC’era una volta un povero contadino con la casa piena di figli, ma non aveva gran che da offrir loro per nutrirsi e vestirsi, belli erano tutti ma la più bella, incredibilmente bella, era la figlia minore
Inizia così una delle più note fiabe norvegesi. La scena che colpisce di più è l’amicizia tra la bambina e un orso bianco e il viaggio che compiono insieme. Se vi è venuto in mente il film (e il libro) La bussola d’oro di Philip Pullman non sbagliate. Anche lui si è ispirato alla fiaba norvegese, che si chiama East of the sun, west of the moon. Ma sono in molti ad averne tratto spunto. E tra di loro c’è anche J.R.R. Tolkien.

Locandina del filmLa fiaba fu tradotta in inglese nel 1889 da Andrew Lang in uno dei dodici libri della sua raccolta, The Blue Fairy Book, e divenne talmente famosa da divenire proverbiale. East of the sun, west of the moon è, infatti, un’espressione per indicare il posto impossibile da trovare, il posto fantastico per antonomasia. Anche il professore di Oxford fu colpito dalla fiaba e, pur non citandola mai né nelle lettere né nei saggi, le offrì un omaggio diretto e inequivocabile nel Signore degli Anelli. Per scoprire dove si può leggere l’articolo molto bello e approfondito di Cecilia Barella sul sito della Compagnia del Libro dal titolo La fiaba norvegese che piaceva a Tolkien.
Per cogliere un indizio dell’importanza che East of the sun, west of the moon ha nei paesi anglosassoni e in quelli scandinavi, riportiamo una piccola selezione di immagini tratte dalle infinite versioni della fiaba in questi ultimi anni.
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Auguri, professore!

Birthday Tolkien ToastUno dei motivi per cui Il Signore degli Anelli possiede quell’unico e inconfondibile “sapore” di realtà, è la raffinatezza ed il dettaglio della cronologia: ogni mossa della Compagnia dell’Anello prima, e dei singoli personaggi più tardi, avviene in una ben precisa data sincronizzata con tutte le altre. I più appassionati ricordano certamente a memoria le date più importanti: il 22 settembre, compleanno di Bilbo e Frodo; il 25 dicembre, la Compagnia lascia Granburrone; il 25 marzo, l’Anello viene distrutto.
J.R.R. Tolkien però non si limitò a inventare storie, continenti, popoli e linguaggi: inventò anche calendari con i quali contare lo scorrere del tempo, diversi per ogni popolo. Ecco perché, in quelle date, si assiste spesso a litigi, o quanto meno dibattiti, fra gli appassionati tolkieniani più “integralisti”: il compleanno di Bilbo e di Frodo cade il 22 settembre, oppure il 22 “uccellaio” (che corrisponde in realtà al nostro 13 settembre)?
Su una data, però, gli appassionati tolkieniani di tutto il mondo concordano, e tutti insieme (almeno in spirito) la festeggiano: è il 3 gennaio, compleanno di J.R.R. Tolkien. Il modo di festeggiarlo è discreto, ma decisamente hobbit: con un brindisi, secondo l’usanza inglese. Le istruzioni sono semplici: per fare il Brindisi di Compleanno ci si alza in piedi, si alza un bicchiere pieno della bevanda preferita (non necessariamente alcolica), e si dicono le parole “al Professore” prima di berne un sorso. Dopo, potete sedervi e godere il resto della vostra bevanda.
La Tolkien Society inglese ha anche organizzato un sito web sul quale ci si può “iscrivere” al brindisi di compleanno (in inglese: Birthday Toast).
Sul nostro blog c’è anche la nostra foto ricordo: sono i Proudneck di Roma al Brindisi di Compleanno del 2010.

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Antiche atmosfere in due pubblicazioni di Tolkien

La leggenda di Sigurd e GudrunDato che i consigli letterari non sono mai abbastanza, soprattutto in periodo di regali, continuiamo a parlare di libri, segnalando due testi del Professore usciti recentemente, entrambi a cura di Christopher Tolkien. Il primo è La leggenda di Sigurd & Gudrun (Bompiani, 25 euro), in cui attingendo all’Edda e alle saghe dei Nibelunghi e dei Volsunghi, Tolkien riscrive le leggende intrecciate di Sigurd e Gudrun. Ecco allora susseguirsi prima le eroiche e tragiche avventure di Sigurd, l’uccisore del drago Fafnir che custodisce l’oro dei Nibelunghi, sino alla conquista della valchiria Brynhildr che Sigurd risveglierà dal suo sonno magico per poi inoltrarsi sul sentiero di un terribile destino sposando Gudrún. E quindi la storia della stessa Gudrún, inconsolabile vedova di Sigurd, di cui seguiamo, con tutta la suspense che l’epica autentica sa suscitare, la personale storia di vendetta che ricorda una tragedia greca trasporta nel Nord Europa. Una storia che passa attraverso il matrimonio con il malvagio re degli Unni, Atli attirato da Gudrún in una vera e propria trappola mortale. Un poema che affonda le sue radici nelle antichissime epopee mitiche della tradizione occidentale restituendocene l’afflato nconfondibile insieme a una sensibilità fantastica del tutto contemporanea, che da più di mezzo secolo continua ad affascinare lettori di ogni nazione e di ogni età. Per chi l’avesse perso, ecco la presentazione del volume, affidata a un vero e proprio trailer, per il quale rimandiamo volentieri al nostro canael su Youtube:

SirGawainIl secondo libro di Tolkien è Sir Gawain e il Cavaliere Verde (Ed. Mediterranee, 12.90 euro). La collana Orizzonti dello Spirito ripropone questo poema medievale, insieme ai suoi coevi Pearl e Sir Orfeo, già pubblicati negli anni ’70 con la traduzione di J.R.R. Tolkien. In questa nuova edizione, il traduttore Sebastiano Fusco s’è basato proprio sulla versione in inglese moderno del Professore, anziché su quella originale in medio inglese.
Se Sir Orfeo è una rivisitazione medievale del celebre mito greco, e Pearl descrive l’elaborazione mistica del lutto da parte di un padre che ha perso la figlia, con Sir Gawain entriamo nelle leggende arturiane. A sir Gawain (Galvano), uno dei più famosi e puri cavalieri della Tavola Rotonda di re Artù, è affidata la risposta a una sfida sovrumana, lanciata da un essere fantastico di fronte a tutti i più nobili eroi che acquisirono fama nella mistica cerca del Santo Graal: sopportare un colpo vibrato con un’arma tremenda da una creatura che, pur se ha l’aspetto d’un uomo, certo uomo non sembra essere. Accettare la sfida significa prepararsi alla morte. Ma in
realtà, come apprenderà sir Gawain, la tenzone che dovrà affrontare dopo infinite avventure non mette a rischio soltanto la sua vita: ciò che realmente è in gioco è la sua nobiltà di cavaliere, la sua purezza e la sua lealtà. Il romanzo di sir Gawain, nella sua versione primitiva intitolata Sir Gawayne and the Grene Knight, è narrato in un manoscritto risalente al Quattrocento, dovuto a uno sconosciuto autore che impiegava un idioma assai complesso, ricco di vocaboli provenienti dalle letterature romanze e scandinave, tale da renderlo incomprensibile al lettore moderno.
Due volumi che ci rimandano ad un passato arcano e sempre affascinante.

– Vai al sito delle Edizioni Mediterranee
– Vai al sito di Bompiani editore

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