I Cavalieri del Mark, divenuti associazione nel gennaio 2016, organizzatori di eventi tolkieniani fin dal principio, propongono anche questo autunno un serie di incontri che approfondiranno le opere del Professore. Già promotori della mostra su Lo Hobbit dal titolo In te c’è più di quanto tu creda: l’avventura umana secondo Tolkien ne Lo Hobbit che si tenne a Castelfidardo dal 23 aprile al primo maggio, lo smial marchigiano continua la sua crescita. Per l’occasione abbiamo intervistato Giuseppe Scattolini, presidente dei Cavalieri del Mark: buona lettura!
Lo smial è attivo da alcuni anni. Siete cresciuti e avete fatto tesoro di quali esperienze?
«Sì, il nostro smial è cresciuto. Senza nemmeno accorgersene, I Cavalieri del Mark hanno passato un altro anno insieme. La nostra amicizia si è approfondita, e col tempo abbiamo via via maturato la nostra identità. Sono state le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare e le esperienze e gli errori, e le cose buone, che abbiamo fatto insieme, a farci scoprire quello che noi oggi chiamiamo “il nostro metodo”, che è la strada attraverso cui noi camminiamo e seguiamo le orme del Professore di Oxford, J.R.R. Tolkien, secondo l’eredità che ci ha lasciato».
Ci può spiegare meglio il vostro metodo?
«Per rispondere devo fare una lunga premessa, partendo dalle molte particolarità e limitazioni del nostro smial».
Avete avuto difficoltà all’inizio?
«Sì. Solitamente, e che io sappia, nessun gruppo di tolkieniani in Italia ha mai dovuto affrontare, o ha mai affrontato, una realtà come quella che ci siamo trovati davanti. Anzitutto, il primo problema che abbiamo avuto è stato quello della distanza. Mentre tutti gli altri in Italia e in giro per l’Europa ed il mondo frequentano i Tolkieniani della propria città o vicino casa propria, il nostro gruppo si è trovato ad affrontare anzitutto una distanza geografica non del tutto indifferente. Maturare un’amicizia attraverso la frequentazione costante e settimanale, o magari giornaliera, permette di rendere i legami più solidi. Noi ci abbiamo invece messo molti mesi a conoscerci, ed ancora non ci conosciamo davvero bene. Alcuni di noi si vedono solo poche volte, due o tre, ogni anno, ed è già una stima al rialzo.
Inoltre, tra noi non ci sono studiosi di Tolkien. Mi sono reso conto che se due persone non si conoscono ma hanno un interesse di studi in comune possono rompere il ghiaccio iniziando a parlarne. Io mi ricordo ancora il nostro primo incontro, nell’ottobre del 2015, quando non sapevamo nulla dell’altro e mai abbiamo saputo impostare un discorso su Tolkien: abbiamo sempre e solo avuto la nostra passione da condividere.
Infine, anche le nostre provenienze culturali, relative alla visione del mondo, alla politica, al credo religioso, sono diverse!».
Quindi, solo col tempo avete trovato il vostro metodo?
«Il panorama tolkieniano con cui abbiamo dovuto confrontarci era vasto, con vari gruppi ed associazioni in competizione, e nessuno pronto a fidarsi di noi. Solo l’AIST lo ha fatto fin da subito: una cosa che non dimenticheremo mai. Inoltre abbiamo notato un distacco che, per quanto evidente, pochi cercano di colmare, tra studiosi di Tolkien, che mettono in campo bibliografie chilometriche, e gli appassionati come noi, lasciati tristemente a parlare solo dei film o dei personaggi preferiti del Signore degli Anelli, e la cui massima ambizione è un tatuaggio con la traslitterazione (nemmeno la traduzione) del proprio nome in elfico, o simili.
Ecco, noi ci siamo ritrovati gettati in tutto questo, esattamente come accadde a Bilbo, in un’avventura certamente più grande di noi. Ma, piano piano, abbiamo trovato la nostra strada: siamo stati in effetti quasi “costretti” dalle circostanze a mettere in pratica ed a fare nostra l’eredità di Tolkien. Non che la lettura di Tolkien ci abbia dato come evidenti e necessarie tutte queste cose. Ma, proprio grazie ai nostri “limiti”, abbiamo dato un valore alla diversità intensissimo e cruciale, cardinale, perché abbiamo capito, con Tolkien, che la crescita dell’identità avviene davvero solo attraverso una comprensione reciproca, e che la comprensione reciproca avviene, di contro, realmente solo se si dà valore alle identità e si permette loro di crescere insieme, non ‘a fianco’ l’una dell’altra, ma l’una “dentro” l’altra».
E come avete messo in pratica il vostro “metodo”?
«Abbiamo iniziato dal web, anche se non era immediato o auto-evidente il progetto della nostra pagina. È iniziato giusto per far conoscere la nostra associazione. Ma con questo è piano piano cresciuto il nostro metodo, e via via sempre più è questo che abbiamo proposto alle persone. Farci conoscere non è stato facile, abbiamo lavorato tanto, sia sulla pagina Facebook che dal vivo, e vediamo sempre più partecipazione, sempre più voglia di essere “vivi” delle persone. Certamente, affinché un progetto e un metodo del genere abbiano realmente presa e significato, e se ne vedano gli effetti, ci vorrà del tempo, ma il paragone migliore è quello con “l’albero”: più il tempo passa, più il tronco si fortifica, le foglie crescono e divengono più belle, ed in primavera arrivano i fiori e i frutti, e questo perché le radici si ramificano sempre più e vanno sempre più a fondo. Noi abbiamo deciso di non gettare il nostro seme sui sassi, dove presto fiorisce ma alla prima intemperia viene sradicato perché non ha forza. Abbiamo scelto di coltivare la terra buona, e di non avere fretta, e di vedere crescere questa pianta. Ci vorrà quanto ci vorrà, fiorirà. Anche qui seguiamo Tolkien: il significato del suo albero delle storie non sta solamente nel fatto più visibile che ogni foglia e ramo dell’albero rappresentano una storia, ma piuttosto come le fiabe mettano in noi radici e danno frutto, seppure nel tempo ed in modo inaspettato».
Nel concreto cosa siete riusciti a organizzare. Potete descriverci quelle di quest’anno?
«Il nostro programma si divide ormai in due semestri. Lo smial marchigiano dei Cavalieri del Mark ha organizzato una serie di interventi tra gennaio e maggio scorso, approfondendo diversi aspetti delle opere tolkieniane. Abbiamo poi ripreso le attività il 23 settembre scorso riunendoci a Montegranaro per festeggiare lo Hobbit Day, il compleanno di Bilbo e Frodo Baggins. E dal 7 ottobre abbiamo iniziato il nostro programma autunnale, con un incontro sulle opere cosiddette minori di Tolkien».
In calce mettiamo le attività del programma. In futuro avete altri progetti?
«Per il futuro abbiamo progetti, o meglio, la volontà di proseguire per questa strada. Mentre il senso del programma che pensiamo annualmente rispecchia la nostra volontà di aprire sempre di più Tolkien alla comprensione e all’amore e alla passione delle persone, abbiamo un obiettivo molto chiaro e più a lungo termine: 1) far innamorare le persone del Silmarillion. Non ci si può limitare a leggere Tolkien solo nelle sue opere più conosciute e popolari, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. Per questo vogliamo realizzare una mostra sul Silmarillion.
2) Concretamente, in futuro abbiamo in mente di fare un convegno sulle lettere, che verranno, grazie all’AIST, ripubblicate il prossimo 3 gennaio. 3) Pensiamo poi sia fondamentale fare almeno un tentativo di mettere in piedi un seminario di lingua inglese, per imparare insieme l’inglese, appunto, sui testi di Tolkien: così ho fatto io da auto-didatta, e se trasmetto tutte le altre mie esperienze vorrei provare a trasmettere anche questa, che credo possa essere più che importante per permettere alle persone di mettersi a leggere Tolkien in piena autonomia, senza dipendere sempre dagli altri e dalle loro traduzioni. 4) Inoltre, il prossimo 22 settembre saremo a Dozza con i nostri amici di AIST, a FantastikA, per tenere un incontro sugli Hobbit in occasione dell’anniversario di nascita di Bilbo e di Frodo, e sarà bello festeggiare con loro questa data. Per il resto, potremmo anche fare altro, sempre tenendo come stella polare l’apertura totale di tutti i testi di Tolkien, per promuoverne una conoscenza integrale, perché non esistono né testi secondari né opere minori, per nessun autore e in modo particolare, ne siamo convinti, per il Professore di Oxford e Leeds (perché forse altro punto che viene sempre un po’ messo in secondo piano è che per anni Tolkien ha insegnato anche a Leeds, mentre Oxford è sempre sulla bocca di tutti)».
Un ultimo pensiero prima di salutarci?
«Infine, vorrei riassumere in poche parole la nostra esperienza, riportando quanto scrissi sulla nostra pagina qualche tempo fa: “Sono diventato davvero un tolkieniano perché qualcuno me lo ha detto. Fu Roberta Tosi, presidente degli Argonath di Verona, a chiamarmi così per la prima volta. “Tu sei un tolkieniano vero, un tolkieniano doc” mi diceva. Da quella volta, per me è rimasto quello il significato di “essere tolkieniano”. Non significa avere le medesime convinzioni del Professore. Non significa conoscere le sue opere a memoria. Non significa nemmeno vivere facendo dei suoi testi un codice etico e teorico entro cui racchiudere la propria vita. Essere un tolkieniano significa… non so dirlo bene. Amare, farsi ispirare, raccogliere e fare propria l’eredità che Tolkien, come un padre, ci ha lasciato. In qualche modo, essere tolkieniani significa essere suoi figli. Egli ci ha resi tali dischiudendo il suo cuore nelle sue opere, nel dono del suo genio e di tutto sé stesso. Ed allora, proprio come dei figli, dobbiamo oggi appressarci a ciò che di lui è vivo, che è la sua eredità che vive in noi, e che siamo noi”. Di qui, la mia e la nostra eterna amicizia e gratitudine a chi ci ha dato tanto, come Roberta e gli Argonath di Verona, e a chi fin da subito ha avuto fiducia in noi, l’AIST, in special modo nelle persone di Roberto Arduini e Claudio Antonio Testi. Senza Tolkien, nostro padre, noi, suoi figli, non saremmo qui a raccontarlo».

Tornano i Saggi Hobbit!
“Stai soffrendo, Frodo”, disse Gandalf dolcemente, cavalcandogli a fianco.
“Io ti farò un dono. Perché io sono la figlia di Elrond: non partirò con lui quando si recherà ai Porti, perché la mia scelta è quella di Lúthien, e anch’io ho scelto come lei allo stesso tempo il dolce e l’amaro. Ma in vece mia partirai tu, Portatore dell’Anello, quando giungerà l’ora, e se lo vorrai. Se la tua ferita sarà ancora dolorante e il ricordo del tuo fardello sarà pesante sul tuo cuore, allora potrai recarti a ovest, finché tutte le tue ferite e stanchezze non siano sanate. Ma ora prendi questo in memoria di Gemma Elfica e di Stella del Vespro, i fili che si sono intrecciati con te nel tessuto della tua vita!”.
Ma Frodo è torturato solo dal ricordo degli orrori passati? O c’è altro ad angustiarlo?
fatto come un completo fallimento. ‘Malgrado io possa tornare nella Contea, non mi sembrerà la stessa perché io non sono più lo stesso”. Questa in realtà era una tentazione dell’Oscurità, un’ultima scintilla di orgoglio: il desiderio di tornare come “l’eroe”, non soddisfatto di essere solo un mero strumento del Bene. Ed era mista con un’altra tentazione, più oscura e (in un certo senso) più meritata in quanto, comunque lo si voglia spiegare, in realtà lui non ha gettato l’Anello con un gesto volontario: era tentato di rimpiangerne la distruzione e di desiderarlo ancora. ‘Se n’è andato per sempre, e ora tutto è buio e vuoto’ sussurra mentre si risveglia dalla malattia nel 1420 
Janet Brennan Croft è autrice, editor ed è a capo dei servizi di accesso alla biblioteca dell’Università dell’Oklahoma.
Tornano i Saggi Hobbit! Si tratta di saggi brevi così nominati per via della loro lunghezza volutamente contenuta (ma non trascurabile) e perché redatti secondo quelli che Tolkien descrive essere i gusti hobbit: nella Prefazione al Signore degli Anelli è infatti scritto che gli hobbit “si dilettavano a riempire meticolosamente libri interi di cose che già sapevano, in termini chiari e senza contraddizioni.”. Il proposito di questa rubrica è di fornire basi solide e affidabili su cui poter costruire altri ragionamenti e ci auguriamo che i nostri lettori vorranno aggiungere nei commenti le loro riflessioni ed opinioni. Dopo il primo saggio proposto ai nostri lettori, incentrato sugli
capacità relazionali – quali, amicizia, empatia – non arrivano all’età adulta.
Nel Lo Hobbit Tolkien usò solo il termine goblin per le creature che ne Il Signore degli Anelli appaiono con entrambi i nomi indifferentemente e ne il Silmarillion solo come orc. In italiano solitamente tutte queste creature sono tradotte come orchi oppure orchetti.
provenissero da Mordor o se fossero invece il prodotto di selezioni effettuate ad Isengard dallo stregone, che aveva incrociato anche uomini e orchi.
Come già annunciato nell’articolo
Pianista e compositore romano dalla originale cifra stilistica, Arturo Stàlteri (a destra, nella foto di Dino Ignani) è noto per essere il conduttore di importanti programmi radiofonici come “Primo Movimento” e “Il Concerto del Mattino” in onda su Radio3; di pari prestigio è anche il suo percorso artistico che si è sviluppato attraverso una lunga e importante carriera: dai primi esperimenti nell’ambito del progressive italiano con i Pierrote Lunaire negli anni ’70, per giungere alle collaborazioni con Rino Gaetano e nel recente passato anche con Franco Battiato, inseriti nel lavoro In Sete Altère, e nei due imperdibili volumi di Flowers fino alle riletture di Philip Glass e di Brian Eno.
Federica Torbidoni (a sinistra nella foto di Giovanni Matarazzo), diplomata in flauto al Conservatorio “G. Briccialdi “ di Terni con il massimo dei voti, ha suonato come primo flauto e solista nell’Orchestra da Camera di Ancona da quando aveva solo 15 anni. Dopo aver seguito corsi di perfezionamento, nel 1991 è stata primo flauto nell’Orchestre Acadèmie Internationale de Pontarlier e successivamente ha collaborato con L’Orchestra “G. Briccialdi” di Terni, L’Orchestra Filarmonica Marchigiana, L’Orchestra Giovanile della Marsica, Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Di Roma. Dal 1990 fa parte dell’Ensemble Nino Rota con il quale svolge un’intensa attività concertistica in tutta Europa e non solo, suonando nei teatri di importanti città quali ad esempio Roma, Milano, Stoccolma, Lisbona, Lione, Zagabria. Sempre con l’Ensemble Nino Rota ha inciso numerosi CD ed effettuato registrazioni per la Rai e per la Televisione Nazionale Portoghese.
Il saggio di Elisabetta Marchi che viene proposto qui è un testo importante. Già in passato questa socia dell’AIST ha dato prova di sapere applicare mirabilmente la propria formazione sociologica alla lettura dell’opera di Tolkien. Suo è il saggio
Fin dalle letture allegoriche degli anni Cinquanta, che vedevano nella Contea di Saruman una critica ai governi laburisti del decennio 1945-55, rigettate da Tolkien stesso (vedi lettera n.181); passando per quelle diametralmente opposte degli anni Settanta, con il saggio di Robert Plank “Tolkien’s View of Fascism” in Tolkien Compass (1975); fino alle più recenti letture anarcocapitaliste di Carlo Stagnaro e Alberto Mingardi in Tolkien politico (2003), i critici non hanno mai smesso di tirare quel capitolo da una parte o dall’altra.
Elisabetta Marchi si limita a leggere ciò che c’è nella storia di Tolkien, l’essenziale, e fa cadere in un attimo molti castelli di carta. Innanzi tutto quelli di chi ha voluto leggere nel celebre capitolo un’allegoria del cosiddetto totalitarismo novecentesco.
L’autrice però è attenta a non cascare in facili semplificazioni, ed entra piuttosto nel merito di questo passaggio, constatando come la Contea che subisce la violenta trasformazione non sia già più una società tradizionale. All’arrivo di Saruman, infatti, è un luogo già in parte moderno, dove l’aristocrazia è un vago retaggio, le differenze di censo prevalgono sulle differenze di status, l’etica della common people prevale su quella gentilizia, ecc.
C’è infine un ultimo elemento di riflessione, forse il più spinoso del saggio, e riguarda un aspetto caro a Tolkien: l’esercizio del libero arbitrio rispetto alle imposizioni delle circostanze. Libero arbitrio significa esercizio della libertà di scelta, dunque assunzione di responsabilità. La passività e l’inerzia della società Hobbit sotto il dominio di Saruman deve lasciare il posto al ripristino della libertà e della responsabilità in un modello sociale che però – lo si è visto – non è né statico né specchio di un ordine eterno.

Fingolfin, figlio di Finwë, è uno dei personaggi più interessanti, completi e intensi del Silmarillon. Secondo figlio maschio di Finwë, nato dal matrimonio con Indis, Fingolfin è un personaggio singolare e affascinante. Dei tre fratelli è quello la cui personalità appare meglio definita: dei tre figli di Finwë, il geniale, impulsivo ed egotico Fëanor e il saggio Finarfin, su cui tuttavia abbiamo meno informazioni (anche perché “i popoli felici non hanno storia”, e Finarfin è colui che raccoglierà in una pace dolente i frutti dell’operato della sua famiglia), Fingolfin è quello che appare più simile al padre, con cui condivide lungimiranza, capacità di analisi e senso della famiglia, dotato della capacità (e del coraggio) di porsi di fronte al fratello Fëanor (di cui condivide alcuni tratti di carattere, pur essendo più equilibrato) e di proseguirne i disegni. Due sono gli eventi che illuminano la figura di Fingolfin: la riconciliazione con Fëanor, a valle di una lunga contesa, e l’adesione alla ricerca dei Silmarilli. La prima è una necessità, dettata dal senso della famiglia e della gerarchia. Fingolfin crede fermamente nella doverosità della sua riconciliazione e nella promessa verso il fratello, anche se ciò non comporta una soverchia simpatia nei suoi confronti. Fingolfin è consapevole del ben scarso amore del fratello nei suoi confronti e, a sua volta, non ne nutre molto: come Fëanor, è dotato di sentimenti forti e radicati. Tuttavia, in una società che richiama fortemente i valori del clan, la posizione di un fratello maggiore, peraltro dotato di grandi meriti come Fëanor, deve essere rispettata. In modo non dissimile, Finwë si esilia volontariamente per tutta la durata dell’esilio di Fëanor a Formenos, al punto da dichiarare di non poter essere re fintantoché il figlio fosse stato esiliato.
L’adesione alla sostanzialmente fallimentare quête di Fëanor, che contrasta con la prudenza di Fingolfin, deve invece essere inquadrata non tanto (o non soltanto) nell’ambito di una vendetta familiare per la morte di Finwë e/o per il furto dei Silmarilli stessi, quanto invece una rivolta contro Melkor che ha compromesso in modo definitivo il mondo che Fingolfin ama. Fingolfin, infatti, è colui che cerca disperatamente lo status quo e che, se appena potesse, se lo terrebbe stretto, pur senza rinunciare né al suo rango, né alla sua parola, quale che sia: e quindi, anche di fronte al tradimento del fratello maggiore, al quale ha giurato fedeltà, non rinuncia a seguirlo, affrontando la traversata dell’Helcaraxë, impresa titanica che altri (Finarfin in testa, probabilmente, per il citato buonsenso) avrebbero abbandonato, preferendo tornare indietro. Fingolfin è quindi un personaggio tragico, mosso da un destino ineluttabile di distruzione al quale tuttavia non ci si può consegnare senza lotta. In una casata, quella di Finwë, caratterizzata fortemente da un daimon eroico, Fingolfin rappresenta la componente tragica, in opposizione a Fëanor, che ne rappresenta l’elemento maledetto, pretendendo di modificare il mondo con la propria volontà (in un orizzonte più schopenhaueriano che nietzschiano), e Finarfin, che raccoglie i resti della follia del mondo tentando di curarne le ferite (testimone raccolto da Finrod e, infine, da una rinsavita Galadriel che, nell’ultima parte della sua esistenza nella Terra di Mezzo, di preoccuperà di guarire, non di dominare). Fingolfin intuisce benissimo dove le sue scelte condurranno lui e la sua famiglia, tuttavia la strada da prendere è una e una soltanto, quella della parola data: il giuramento di Fingolfin non è da meno di quello di Fëanor, anche di fronte al tradimento, e Fingolfin e la sua famiglia ne pagheranno le conseguenze con sconcertante consapevolezza.
È quindi la svolta drammatica della Dagor Bragollach a rivelarlo per ciò che è: la galoppata verso Angband, con una furia che lo rende simile ad Oromë, la sfida a Melkor, che ricalca la maledizione lanciatagli dal fratello, sono elementi che evidenziano certamente una mancanza di valutazione del pericolo che sfiora la follia, richiamando l’esaltata smania di Fëanor, ma che sono riconducibili ad un dovere che travalica la vita stessa, con, in più, un elemento interiore tragico e potente che induce ad un coinvolgimento emotivo e ad una pietas che a Fëanor, oggettivamente, non è possibile tributare. Una pietas eguagliata solo da quella provata per Fingon, altro personaggio di statura classica, il cui comportamento con Maedhros non a caso replica quasi pedissequamente (anche se con una componente maggiore di calore umano) il rapporto del padre e dello zio. Ma è l’invocazione lanciata a Manwë Súlimo nell’ora del dolore dei Noldor, toccante di pietas appunto, a suggellare il destino tragico della famiglia. Solo Éomer, a cavallo sulla collina, che canta disperato per la morte dello zio e della sorella contemplando la fine del proprio mondo, provoca lo stesso sentimento. Tuttavia c’è anche un altro elemento, veramente notevole e distintivo del personaggio: Fingolfin è l’unico a sfidare Melkor in persona, esattamente come Finwë, che fronteggia impavido Morgoth in cerca dei Silmarilli. Non Fëanor, al quale Melkor ha rubato i Silmarilli ma che non degna di uno scontro diretto. Non suo figlio Fingon, che, nella sua triste parabola, muore con ignominia, sfracellato dalle mazze dei nemici, senza che nessuno si muova per lui, per raccogliere il suo povero corpo.
Fingolfin è l’unico al quale Melkor risponda, esattamente come a suo padre (ci sarebbe anche Lúthien, ma è un’altra situazione). Fingolfin è considerato da Melkor se non un pari, quanto meno un nemico da considerare, la cui sfida è rilevante anche ai fini della sua immagine. Sconfiggere Fingolfin (e a caro prezzo, peraltro) è per Morgoth un punto d’onore, una sfida rilevante, una necessità quasi per affermarsi di fronte ai suoi, perché Finwë e Fingolfin sono gli unici a porsi di fronte all’abisso, al male e alla tenebra, chiedendo e sostenendo un confronto. E non è un caso che il corpo di Fingolfin sia recuperato da Thorondor perché non sia profanato: un onore che Manwë, cui Thorondor risponde, ha voluto tributare ad un eroe con statura da semidio. Il risultato è quello di un personaggio ricco di sfumature, che Tolkien destina evidentemente alla grandezza e al comando molto più di quanto non fosse Fëanor. È quindi naturale l’avvicendamento con il fratello, che per Maedhros, al quale non sfugge, dopo il rogo delle navi, il fatto che il giuramento sia incompatibile non solo con qualsiasi idea di governo ma quasi con la vita e il mondo, perché, così come concepito dalla mente paranoica di Fëanor, travalica ogni legge e ogni essere vivente. Del governo di Fingolfin, come in ogni romanzo cavalleresco che si rispetti, non si sa nulla, se non che fu un buon re, come nelle saghe arturiane. E Fingolfin, in fin dei conti, è, fra tutti, quello più simile a Re Artù.




















