La serie televisiva Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere ha senz’altro imposto l’attenzione degli appassionati, al netto delle (legittime?) polemiche sull’attinenza al canone del professore oxoniense – in termini di coesione narrativa e caratterizzazione – sulle modalità di rappresentazione televisiva del corpus tolkieniano a vent’anni di distanza dalla prima trilogia cinematografica di Peter Jackson. Si sono evidenziati i meriti degli sforzi di Amazon in termini di impatto visivo e cura scenica, ma bisogna altresì sottolineare la volontà degli sceneggiatori di ridurre ai minimi termini ogni riferimento esplicito alla dimensione trascendente del Legendarium. Tale scelta è evidente sin dal breve prologo offerto nel primo episodio: Valinor è presentata come la terra della Luce, “alimentata” dai due Alberi Telperion e Laurelin; di essi, come del resto delle Terre Immortali, non è data alcuna notizia circa l’origine e, fatta salva una corsiva e vaga menzione su una “Grande Musica” primigenia, la voce di Galadriel null’altro comunica sulla nascita di simili prodigi di Arda o sulle entità (gli Ainur, “I Santi”) che l’hanno foggiata. Si è obiettato che queste scelte siano dettate da oneri di natura eminentemente legale, legate cioè all’indisponibilità dei diritti necessari a mettere in scena anche quei protagonisti. Una simile critica, ancorché non del tutto infondata, non dà ragione della corsiva allusione ai “Valar” (sic) dalla voce di un dubbioso Celebrimbor, per ben due volte nel corso della serie; o del richiamo a Eru Ilúvatar (chiamato “L’Uno”) nella conversazione tra Galadriel e l’elfo corrotto dall’Ombra Adar prima, nonché tra la stessa Galadriel e Halbrand-Sauron poi.
Questi sparuti cenni sono lasciati languire e non sono approfonditi per dare sostanza all’antefatto, né per delineare il sostrato escatologico che informa le vicende di Eä – di tutto il creato, non soltanto Arda (il mondo). È un aspetto che è stato forse poco rilevato dalla critica, quasi non fosse necessario per la riproposizione di Tolkien nel primo ventennio del secolo corrente.
Si avverte lo scorporamento del divino dal metafisico, che procede quindi su due direttrici coincidenti: da una parte l’ultramondano è depauperato a mero ricordo magmatico, che pare non aver mai avuto credito nel reggere l’ordito della storia sino al principio della serie. Alla Luce di Valinor vengono conferite proprietà profilattiche, un potere proattivo, energetico, a conservazione della vita degli Elfi se opportunamente veicolata attraverso la sua fonte più ricca: il mithril.
L’acciaio argentato, nei testi di Tolkien nulla più che metallo preziosissimo lavorato dai Nani ed ambitissimo nella fabbriceria o nell’artigianato, viene investito di proprietà magiche ulteriori rispetto all’incredibile malleabilità e resistenza concesse da Tolkien: per tramite di una leggenda apocrifa (sic), che vede il metallo creato grazie all’infusione combinata di energia benefica (di un elfo senza nome!) e negativa (di un Balrog, con quello a contesa) nei pressi di un albero alla base del quale, celato nella montagna, si nascondeva uno dei Silmaril. Un fulmine – ex abrupto – cade sull’albero durante il duello e invade la montagna: donde la comparsa del mithril, per dissoluzione del gioiello di Fëanor. Esso racchiude in sé la luce degli Alberi, della quale gli elfi hanno bisogno per preservare la propria immortalità senza partire anzitempo per Aman, il Continente Beato dove il dominio dei Valar conserva la Creazione dalla corruzione, ritardando così l’abbandono della Terra di Mezzo. Il mithril risolve quindi il problema dello svanire degli Elfi.
Niente viene detto sulla differenza tolkieniana tra fëa (spirito) che rimane incorrotto e hröa (corpo) che si consuma: nel procedere delle Ere, gli Elfi (creature immortali) sbiadiscono nel corpo per effetto di tale consunzione fino a che il hröa persiste come semplice memoria dello spirito e gli Elfi appaiono così invisibili agli occhi dei mortali, a meno che non dimorino in Aman. Nella serie Amazon si parla invece di opportunità di “saturare gli Elfi” con un rimedio scientifico che annulla Valinor e la metafisica elfica.
Contemporaneamente, però, gli sceneggiatori hanno scelto di tenere viva una strada “religiosa” attraverso il personaggio di Adar, l’elfo corrotto divenuto Padre degli Orchi, che per sua stessa ammissione sembra cercare un ruolo da divinità per poter creare un nuovo mondo (possibilità riservata soltanto a Eru). Egli riassume una visione superomistica che auspica il superamento dei propri limiti attraverso l’ascensione al soglio divino, considerata possibile – in maniera imprecisata – ma che, di per sé, appare completamente irrituale nella teogonia tolkieniana. Infatti non è dato mai il caso di una creatura terrena – elfo o uomo – che desideri o tenti di divenire uno dei Valar (posto che essi siano da considerare delle vere e proprie divinità) o di sostituirsi a Eru medesimo.
Scegliere di caratterizzare un triagonista quale Adar mediante una tensione spirituale così intesa muove la bilancia della sorte dalle mani del Creatore a quelle di un attore mondano, quasi sovrapponendo immanenza e trascendenza. Sembra che simili scelte indichino una sottesa volontà di proporre a mezzo televisivo un’immagine della spiritualità quasi esclusivamente pragmatica, improntata all’ottenimento di benefici concreti per gli individui e per la società, e quindi del tutto priva di una dimensione teleologica – più congeniale al Legendarium – che sussume l’individuo e lo tende verso una dimensione trascendente a un tempo personale e collettivistica, informando tutta la diacronia dell’epos tolkieniano e sostanziandosi ognitempo nel disegno di Eru. Ne deriva una musica disfonica, i cui canti afoni rassomigliano le discordanze di Melkor: la frustrazione e la sconfitta dell’Eco sulla Voce.
Categoria: Cinema
Gli Anelli del Potere: finale di stagione
ATTENZIONE SPOILER
…Gli anelli del Potere: note su ”L’Occhio”
ATTENZIONE SPOILER
Non c’è molto da dire su questa settima puntata della serie Gli Anelli del Potere. Si tratta di un episodio di raccordo, che di fatto si svolge tutto durante il fall out dell’Orodruin, e durante il quale non accade praticamente niente di significativo. Non è un grande spoiler dire che assistiamo alla nascita di Mordor, gli spettatori l’avevano senz’altro intuito già alla fine della puntata precedente. Le trovate interessanti di questa prima stagione riguardano quasi esclusivamente gli Orchi e gli Hobbit, e la nascita di Mordor per eruzione vulcanica è una di queste. Infatti le ceneri che oscurano il sole consentiranno agli Orchi di muoversi e agire anche di giorno con disinvoltura, senza bisogno di ingombranti tabarre e tendaggi protettivi.
Per il resto sembrerebbe di assistere alla messa in discussione del fanatismo di Galadriel, la quale si sente responsabile della catastrofe in cui si è risolta la spedizione numenoreana nella Terra di Mezzo, che è pure costata la vista alla regina. Se non fosse che la regina stessa la scavalca, uscendosene con una dichiarazione d’intenti che suona come un lugubre: “Ritorneremo!”.
Insomma 1-0 per Adar il Padre degli Orchi e la sua razza dannata in cerca di una terra («This is our land now. It is our home»), che al momento risulta il personaggio più simpatico. I Numenoreani se ne tornano oltremare scornati, mentre Galadriel e Helbrand galoppano verso il Lindon, a ricevere la probabile “lavata di capa” da re Gil-Galad.
Nel frattempo gli autori trovano il modo di infilare tre immancabili citazioni tolkieniane. La scena che vede Galadriel e il giovane Theo nascosti sotto un tronco, con un orco sopra di loro che annusa l’aria, richiama immediatamente quella più celebre del Signore degli Anelli, in cui gli hobbit vengono fiutati dal Cavaliere nero.
Poco prima, nel dialogo tra i due personaggi, Galadriel è riuscita a citare la scena del colpo di fulmine tra Beren e Luthien («We met in a glade of flowers. I was dancing and he saw me there») riferendosi all’incontro col marito Celeborn – che qui viene dato per «lost», probabilmente in vista di una rentrée successiva -; e cita anche quasi testualmente la visione provvidenziale della storia che Gandalf fornisce nel medesimo romanzo: «There are powers beyond darkness at work in this world».
Ganci buoni per il gioco degli appassionati, divertissement postmoderni degli autori, che ovviamente non possono rivitalizzare una puntata dall’andamento piatto e quasi priva di colpi di scena. Nemmeno l’apparente morte di Isildur può far drizzare qualche capello, perché anche a essere completamente digiuni di materia tolkieniana, il cliché è talmente urlato che nessuno spettatore può bersela, e il dolore del padre Elendil sfuma nello stucchevole.
Un tentativo di svegliare il pubblico viene fatto nelle altre due sottotrame. Lì va appena un poco meglio. Gli Harfoot/Pelopiedi si trovano finalmente alle prese con una “storta” nelle loro solide abitudini e sono costretti ad abbandonare la via già tracciata. Ci sono volute sette puntate perché questo tema, di cui fin dall’inizio si fa carico il personaggio di Nori, trovasse uno sbocco narrativo. Alla buon’ora.
E ovviamente il mistero sull’identità dell’uomo caduto sulla Terra di Mezzo si infittisce, con l’aggiunta delle tre inquietanti inseguitrici (una delle quali sembra la versione albina di Anne Lennox da giovane). La dinamica però è farraginosa: prima gli Hobbit spediscono via l’uomo delle stelle, poi, quando scoprono che è inseguito da tre vestali incendiarie, decidono di andare ad avvertirlo, perché in fondo ha fatto loro del bene. Decidetevi.
E poi c’è la sottotrama del mithril, quella che vede al centro Elrond e Durin Jr.
Che dire? In sette puntate non è successo ancora niente. Si sono evocati tramacci incrociati, tradimenti, si sono visti siparietti comici e drammatici, nonché abbozzi spionistici, ma i fatti stanno a zero. Cosa si salva, quindi? Più che il rapporto d’amicizia tra Elrond e Durin quello conflittuale tra Senior e Junior. Vero è che non è niente di originale: un conflitto generazionale tra maschio alfa e maschio beta. Però introduce per lo meno un elemento discorde nel tema dinastico, quello che connota fortemente i Nani tolkieniani, schiacciati dal peso dell’albero genealogico che portano sulle spalle. Almeno Durin è in rotta col padre perché non vuole abbandonare l’amico Elrond al suo destino di decadenza e spegnimento progressivo. Il vecchio invece se ne sbatte degli Elfi, dice che il loro destino è segnato e non dipende da lui salvarli. Niente di nuovo sotto il sole, ma almeno c’è un conflitto in famiglia degno di ogni serial, ancorché corredato di nasoni finti e barbe lunghe fino ai piedi.
Ciliegina sulla torta: nelle viscere di Khazad-Dûm si cela un balrog. Non è una sorpresa per i fan tolkieniani, ma… perché proprio identico a quello di Jackson? Davvero non era rimasto un avanzo di fantasia per pensarlo almeno un po’ diverso?
Manca soltanto un episodio alla fine di questa prima stagione e viene da fare almeno una considerazione. Gli autori avrebbero dovuto mostrare più coraggio, lasciare perdere tanto il gioco citazionista, quanto la continuità estetica con ciò che era già stato portato sullo schermo.
Per mettere in scena la Seconda Era ci voleva un visionario; uno che tradisse i cliché invece di collezionarli con metodo in ossequio allo sguardo postmoderno, per lavorare invece meglio sugli archetipi (che non sono proprio la stessa cosa). Ma anche uno che rappresentasse Celebrimbor come un fabbro ferraio coperto di bruciature e sporcizia; Galadriel come un’avventuriera in cerca della propria fortuna e con un passato ambiguo da farsi perdonare; i Nani come dei metallari divisi tra avidità e onore; e i Numenoreani come Conquistadores in cerca di territori da colonizzare.
Sarebbero state scelte tanto più forti rispetto a una mezza via, in cui si è reinventata la storia banalizzandola, senza discostarsi più di tanto dall’immaginario jacksoniano. La materia su cui lavorare c’era, c’è ancora forse. Resta da sperare – senza garanzie – in qualche buon cliff hanger nell’ultimo episodio e nella capacità degli strapagati scriptwriters amazonici di fare finalmente decollare questa storia nella seconda stagione.
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Gli Anelli del Potere: note sul sesto episodio
ATTENZIONE AGLI SPOILER
Alla fine di questo sesto episodio degli Anelli del Potere, quasi interamente dedicato ai combattimenti e concluso dallo stapparsi dell’Orodruin, dove sappiamo verrà forgiato l’Unico Anello, verrebbe da dire: finalmente un po’ d’azione. Non si tratta ancora delle grandiose battaglie a cui ci aveva abituato Jackson, perché in questa fase della storia le forze del male si stanno ancora riorganizzando, e non proprio coordinandosi alla perfezione, a quanto pare. Ma almeno si combatte, due sottotrame finalmente si intrecciano e – forse di conseguenza – anche i dialoghi acquistano più significato rispetto a quanto si è ascoltato finora.
Le citazioni jacksoniane in questo sesto capitolo si sprecano. L’atmosfera di attesa degli orchi al villaggio degli uomini cita alla lettera quella prima della battaglia del Fosso di Helm ne Le Due Torri, con tanto di voce fuori campo sulle immagini rallentate di donne, vecchi e bambini, e immancabile messaggio di speranza molto tolkieniano.
Il primo scontro con i cattivi invece ha una dinamica molto simile alla Battaglia di Baywater, quella con la quale sul finale del Signore degli Anelli (romanzo, non film) gli hobbit insorti sconfiggono gli usurpatori della Contea. Nella serie c’è l’aggiunta del fuoco ed è una scena notturna, ma l’idea di chiudere i nemici tra due barricate fatte con i carri e bersagliarli di frecce è un’evidente citazione letteraria.
Bisogna tuttavia riconoscere che questi scontri armati sono più realistici di quelli jacksoniani. Innanzi tutto perché avvengono tra piccoli contingenti, poche centinaia o addirittura decine di combattenti, tutti interpretati da attori in carne e ossa. E in secondo luogo perché la fatica del corpo a corpo traspare di più, e l’unica che compie prodezze marveliane è la solita Galadriel, quando arriva con i rinforzi (ecco un’altra citazione, della cavalcata dei Rohirrim, anche se in questo caso sono numenoreani). Lei in effetti mentre combatte a cavallo pare un cosacco del circo di Mosca, ma tutti gli altri sono assai più normali nel modo di combattere, e con meno “addizioni digitali” rispetto ai guerrieri di Jackson.
Arondir, l’elfo eroico che è rimasto a combattere con gli Uomini, lo fa in effetti con la destrezza tipica della sua razza, ma senza esibirsi nei “numeri” del Legolas interpretato da Bloom. Può perfino capitargli di essere trascinato giù da un tetto e di soccombere sotto la presa di un orco enorme, salvo intervento provvidenziale dell’amata Bronwyn. Dopodiché la gente (di qualunque razza sia) negli scontri muore perché viene infilzata da una lama o trafitta da una freccia o calpestata dai cavalli, e le ferite sanguinano sul serio, anche copiosamente. Come quella della stessa Bronwyn, che quasi ci lascia le penne (e casomai la cosa del tutto inverosimile è trovarla a battaglia vinta abbastanza in forma per colloquiare con la regina Mìriel e per acclamare il nuovo re Halbrand).
Ma inutile girarci attorno, perdendosi negli scontri armati. Perché la questione affrontata di peso in questo sesto episodio è quella degli Orchi.
Lo spietato Adar, interpretato da un mesmerico Joseph Mawle, senz’altro il migliore attore della serie in scena finora, aveva già lasciato intendere di avere una visione politica. Qui finalmente la esplicita. Non solo nel discorso iniziale alle sue truppe orchesche, che chiama “fratelli” e “figli”, e che incita a prendersi un posto (non al sole) nella Terra di Mezzo. Soprattutto lo fa nel dialogo con Galadriel che lo ha catturato. I ruoli sono invertiti rispetto alla prima apparizione, quando era Adar nel ruolo di carceriere e l’elfo Arondir in vincoli. Galadriel lo interroga e le cose che gli dice lasciano trasparire la metà in ombra dell’elfa eroica; ombra che finora era stata soltanto evocata a parole. Galadriel riversa su Adar – elfo nero “orchizzato” – tutto il suo disprezzo per gli orridi Orchi. Di contro, Adar rivendica il fatto che gli Orchi sono esseri senzienti, «ognuno ha un nome e un cuore», e che sono stati anch’essi creati dall’Uno, cioè da Eru, e in un secondo tempo corrotti. Insomma anche gli Orchi sarebbero creature di Dio, secondo Adar, e di conseguenza avrebbero diritto a vivere e ad avere un posto in cui farlo.
Questo fa precipitare dentro la serie uno dei grandi dilemmi irrisolti dell’opus tolkieniano, che a quanto pare gli autori non hanno avuto remore ad affrontare (si vedrà poi come e se lo risolveranno). Vale a dire l’irriducibile questione degli Orchi, che Jackson non s’era nemmeno immaginato di toccare. Sappiamo che nel corso del tempo Tolkien tornò a riflettere a più riprese sulla natura degli Orchi, i quali gli creavano un problema concettuale e teologico. Da buon cattolico non poteva digerire una razza di creature senzienti irredimibili per natura. Qualche lettore glielo fece notare, e all’amico Auden che gli chiedeva lumi su questo, Tolkien dava una risposta aperta (Lettera 269).
Nei Myths Transformed (HoMe X) passa in rassegna una serie di possibili soluzioni dell’origine e della natura di questa razza “derivata”, per così dire, e teologicamente così scomoda, ma alla fine si risolve a degradare gli Orchi al rango di bestie. «The Orcs were beasts of humanized shape», cioè sono privi di anima razionale. E a dimostrazione di questo dice che il loro modo di parlare è solo un riflesso di quello di Melkor, un po’ come i pappagalli ripetono le parole che sentono dal padrone, o come i cani che abbaiano per riprodurne la parlata, e possono pure ribellarsi per istinto, ma non per questo esercitano il libero arbitrio.
Se però uno legge Il Signore degli Anelli non ha affatto questa sensazione, ma tutto il contrario. Gli Orchi appaiono come una razza dotata di linguaggio e cultura e di una propria natura, ancorché pervertita e perversa. Quella a cui approdò Tolkien nel suo rimuginare a posteriori sa tanto di una soluzione di comodo, che potesse mettere buoni i teologi cattolici (o la sua coscienza di cattolico).
Ciò nonostante sul piano letterario – e qui sta la grandezza – gli Orchi rimangono un problema aperto. Rispetto al quale Adar può dunque dire la sua, e sentirsi sputare in faccia tutto il disprezzo razzista di una Galadriel nelle vesti (letteralmente) di novella Giovanna d’Arco, disposta a minacciare torture sugli orchi prigionieri per farlo confessare, e dichiaratamente votata allo sterminio della loro razza corrotta. «Anche se ci mettessi tutta questa Era, giuro di sradicarvi fino all’ultimo», dice l’eroina della serie. Non paga, prefigura di lasciare lo stesso Adar per ultimo, in modo che prima di essere giustiziato, possa vedere scomparire tutta la sua genìa.
Di fronte a questa dichiarazione di crudeltà genocida, la risposta di Adar è forse la più saggia possibile: «Pare che io non sia l’unico Elfo vivo che è stato trasformato dall’oscurità. Forse la tua ricerca del successore di Morgoth doveva cessare nel tuo specchio».
Ecco che alla fine di questo sesto episodio verrebbe da dire anche un’altra cosa: finalmente un po’ di complessità. I buoni non sono del tutto buoni. I cattivi non sono del tutto cattivi. «Ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», diceva Amleto. Si potrebbe aggiungere anche la teologia. E poi segnare un punto per la letteratura e la drammaturgia.
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Gli Anelli del Potere: note dopo 5 episodi
Se si dovesse valutare la serie tv Gli Anelli del Potere da un punto di vista “tolkieniano” bisognerebbe innanzi tutto rilevare una cosa evidente. Non potendo raccontare nel dettaglio le vicende della Prima Era (dato che i diritti del Silmarillion non erano nella disponibilità), e dovendo raccontare la Seconda Era basandosi solo sulle appendici del Signore degli Anelli, gli autori hanno fatto una scelta radicale. Non solo hanno riassunto e semplificato l’intera Prima Era in un prologo a volo d’uccello, ma soprattutto hanno reinventato le vicende della Seconda Era con assoluta spregiudicatezza. Tuttavia l’hanno fatto mantenendo una cornice tolkieniana, cioè una serie di riferimenti a eventi e personaggi del passato (Morgoth, Fëanor, Eärendil, ecc.), reinterpretando alcuni personaggi della storia originale (Galadriel, Elrond, Elendil, ecc.) e inventandosene altri di sana pianta (Halbrand, Arondir, i proto-hobbit, ecc.) che agiscono dentro quella cornice.
Ovviamente questo è già sufficiente a scontentare il fandom più conservatore e geloso, che grida alla lesa maestà e guarda la serie con la matita rossa in mano. All’estremo opposto ci sono invece i fan che apprezzano qualunque cosa riguardi la Terra di Mezzo, e tanto più quindi una serie che ha la pretesa di trasporre – ancorché in modo liberissimo – ciò che sullo schermo non era mai stato trasposto. Si potrebbero definire gli innamorati di Tolkien non gelosi. Nel mezzo c’è quella parte del fandom rassegnata a sentire l’odore delle storie di Tolkien senza ritrovarcisi, e guarda gli episodi con un approccio disincantato o divertito, ovvero con snobistico distacco, per il gusto di vedere cos’hanno combinato questi quattrinai yankee.
Per onore di cronaca bisognerebbe citare anche il sottoinsieme assai chiassoso dei fan tolkieniani che se la prendono con la serie perché “fa politica sfruttando Tolkien”, riferendosi al fatto che – come in quasi ogni serie fantastica anglosassone di ultima generazione – è stato scelto un cast multietnico che non rispecchia la cromaticità epidermica nel testo letterario. In Italia di uso politico dell’opera di Tolkien, anche se di segno diametralmente opposto, ne sappiamo qualcosa, quindi dovremmo essere vaccinati, ma tant’è. Certo è che tra tutte le licenze poetiche e le libertà di riscrittura che si sono presi gli autori della serie, quella del cast multicolore è veramente la meno impattante, soprattutto perché le caratteristiche delle razze della Terra di Mezzo sono invece rispettate piuttosto fedelmente. E dal punto di vista tolkieniano è quello che conta.
Difficile assegnare delle percentuali numeriche alle varie categorie di spettatori, ma sono abbastanza riconoscibili nei commenti che si incontrano nel web, con tutte le sfumature possibili tra l’una e l’altra, ovviamente. La sensazione è che ce ne sia per tutti, ovvero che i produttori abbiano deciso di correre il rischio massimo, contando magari anche su una parte di spettatori non-fan che vanno a ingrossare la schiera di quelli che guardano la serie facendo il gioco del “canonico/non canonico”.
Un altro elemento narrativo che salta agli occhi è la centralità assegnata ai personaggi femminili, figlia dei tempi attuali. A Tolkien veniva imputato di averne inseriti pochi nelle sue storie e sempre in ruoli secondari. Ciò non toglie che i suoi personaggi femminili fossero belli e significativi, e dunque suggerissero una presa di spazio che una riscrittura contemporanea non può che mettere in atto. Ad esempio la sottotrama degli Harfoot, i proto-hobbit, completamente inventata, ha al centro una protagonista femminile, Elanor (il nome che sappiamo sarà della primogenita di Sam e Rose Gamgee), che ricorda non poco i protagonisti maschili dei due romanzi di Tolkien, con tanto di personaggio-spalla “buffo”, anch’esso femminile (Poppy). Anche la sottotrama numenoreana è in gran parte imperniata sulla rivalità/alleanza tra Galadriel e la regina reggente Mìriel – contrapposizione anche visiva, trattandosi di due attrici etnicamente agli antipodi – con i personaggi maschili a fare da corollario. E pure le vicende degli Uomini del Sud hanno una protagonista donna, la madre single Bronwyn, accanto all’elfo Arondir, con il quale trapela un’affinità elettiva, per così dire. Meno centrale per ora il personaggio femminile di Disa nella sottotrama che si sviluppa intorno all’amicizia accidentata tra l’elfo Elrond e il nano Durin. Va detto però che ruba la scena a tutti ogni volta che compare, dando vita a siparietti comici ai quali i Nani – forse per colpa dell’imprinting jacksoniano – sembrano destinati.
Un altro aspetto della serie è l’indagine antropologica sui vari popoli di Arda. Di ciascuno vediamo almeno un rituale, un’usanza, un aspetto centrale della società. Vale per i proto-hobbit che commemorano i membri della tribù persi durante le migrazioni; vale per Numenor, con tutto il suo sfarzo, le gilde artigiane, la corte; vale per gli Elfi, con tanto di leggende apocrife; vale perfino per gli Orchi, che venerano un “Padre”.
Questi ultimi sono Orchi primordiali, mezzi talpe e mezzi vampiri, con elmi ricavati da teschi di animali, che scavano gallerie sotterranee e si riparano dall’odiata luce solare con mantelli e tendaggi. Vengono mostrati, per altro, nella goblinesca – e quindi si potrebbe azzardare “filologica” – attività di rendere schiavi gli altri affinché lavorino al posto loro (leggasi Lo Hobbit).
Una nota particolare la merita l’ipotesi narrativa sui proto-Hobbit, rappresentati come un popolo seminomade, costretto a mimetizzarsi nel paesaggio, non avendo altri strumenti di difesa dai pericoli del mondo esterno. Una spiegazione questa di una caratteristica tipica degli Hobbit tolkieniani. Implicitamente si suggerisce che una volta diventato stanziale e sedentario, quel popolo non riuscirà a cancellare completamente le tracce del proprio passato ancestrale. E allora ecco la “tookishness” che ogni tanto affiorerà in un hobbit, scatenandogli la voglia di partire e vedere il mondo, affezione da cui Elanor “Nori” sembra già colpita. Ma ecco anche la canzone della migrazione, della quale retrospettivamente si troverebbe una sopravvivenza in un verso della poesia di Bilbo su Aragorn: «Not all those who wander are lost».
Ci sono altri easter eggs che gettano ponti tra gli Harfoot e gli Hobbit, dei quali almeno due si possono segnalare: l’evidente somiglianza fisiognomica tra Dylan Smith, l’attore che interpreta Largo Brandyfoot, e Dominic Monaghan, l’attore che interpretava Merry Brandybuck nella prima trilogia di Jackson, forse a suggerire una discendenza tra i “Brandy”; e la prima parola pronunciata da Elanor alla sua entrata in scena: «hundred-eleven», gli anni di Bilbo all’inizio del Signore degli Anelli, quelli che si celebrano alla festa attesa a lungo.
Della resa visiva di Arda vale forse la pena parlare solo per dire che è spettacolare. La montagna di soldi spesi lì si vede tutta, sia che si tratti di riprese di paesaggi reali sia che si tratti di ricostruzioni digitali di ambienti urbani, skylines di città, isole, ecc. Almeno su questo è difficile non compiacersi di come è stata rappresentata la visione tolkieniana, in continuità con quella dei film di Jackson. Anzi, forse la critica che si potrebbe muovere è di essere rimasti fin troppo in continuità e non avere osato di più.
Immancabile il “toto-personaggio” innescato astutamente dagli autori: chi è il misterioso uomo caduto dal cielo? Chi è il misterioso Elfo (?) che gli orchi chiamano “Padre”? Chi sono le misteriose figure androgine biancovestite che indagano sul cratere del meteorite? Chi è davvero Halbrand? Eccetera. Alla fine della prima stagione probabilmente alcune di queste domande troveranno risposta. Nel frattempo contribuiscono a tenere alta l’attenzione, a trasformare la visione in un gioco.
Uno dei veri punti deboli della serie sembra invece essere finora quello ritmico-narrativo, sul quale si sono spese non poche critiche. Le prime cinque puntate sono lente, di fatto preparano l’avvio degli eventi senza che accada ancora nulla di eclatante. Per questo scopo cinque ore sono troppe rispetto ai ritmi a cui siamo abituati oggi. Paradossalmente forse non lo sarebbero state per Tolkien, che nel Signore degli Anelli impiega tutto il libro I e ben due capitoli del libro II (in tutto 270 pagine nell’edizione inglese) per apparecchiare la missione dell’eroe e spiegare il contesto in cui si svolgerà. Ma noi non siamo nati alla fine del XIX secolo, e non ci nutriamo di romanzi ottocenteschi, viviamo qui, oggi, e pretendiamo di non addormentarci davanti allo schermo, ma di essere catturati dalla vicenda entro la prima ora. Altrimenti la soglia d’attenzione comincia a calare, WhatsApp chiama, qualcuno suona alla porta, il pensiero della prossima bolletta del gas si insinua infingardo. Non siamo al buio di una sala insieme ad altre decine di persone, ma nel nostro domicilio, magari facendo colazione, o cenando, o stravaccati sul divano alla fine di una giornata di lavoro, col sonno che incombe.
Poi ci sono le critiche sull’intreccio. Sì, perché, come è noto, non sempre la libertà che ci si prende viene spesa al meglio. E allora alcune semplificazioni negli snodi narrativi, alcune gratuite e repentine sterzate della trama, e soprattutto le poche sfumature psicologiche dei personaggi non possono che fare storcere il naso ai palati più sgamati. Soprattutto nella sottotrama numenoreana, non solo gli intrighi di palazzo sono risolti piuttosto ingenuamente e certi personaggi stereotipati; non solo le tensioni sociali sull’isola sono tirate via; ma soprattutto il personaggio di Galadriel risulta un motore fin troppo immobile per far ruotare gli eventi intorno a sé. Quando il personaggio principale di una linea narrativa è poco sfaccettato e si presenta invece come monolitico, risulta difficile appassionarcisi, per quanto iconica sia la sua figura e per quanto un’interprete come Morfydd Clark, con la sua aura celtica e un taglio d’occhi davvero particolare, sia nella parte.
A poco servono i giochi di rimandi con cui gli autori hanno voluto evocare la precedente Galadriel, o meglio, la grande attrice che l’ha interpretata, Cate Blanchett. Sono almeno due riferimenti a chiave, che passano attraverso un altro personaggio, quello della regina Elisabetta I di cui l’attrice australiana ha vestito i panni in due film. La Galadriel degli Anelli del Potere pronuncia la fatidica frase «There is a storm in me» che riecheggia quel «I have a hurricane in me» di Blanchett-Elizabeth urlato davanti ai minacciosi ambasciatori spagnoli. E l’armatura che Galadriel indossa quando sale sulla nave numenoreana che dovrà portarla nella Terra di Mezzo è quasi identica a quella indossata dalla regina Elizabeth in una celebre scena del secondo film.
Il punto è che un personaggio così importante nella serie per ora non riesce a essere complesso, mostrando solo una maniacale forza di volontà, abilità guerriere da eroina Marvel, e un’ossessione cieca per la propria missione. Anche senza considerare la grande potenzialità dell’originale, questo deficit di scrittura del personaggio si fa notare perfino più delle azzardate invenzioni sul metallo mithril, o delle contraddittorie strategie del re Gil-Galad, et similia.
Più interessanti, perché ancora misteriosi, indubbiamente i personaggi dell’Uomo caduto sulla Terra (di Mezzo) e di Adar, il villain manifesto, interpretati da due attori davvero nel ruolo, Daniel Weyman e Joseph Mawle. Ben scritte finora le loro parti e ben interpretate. Almeno quanto quella di Sadoc, l’anziano leader degli Harfoot, che detiene la memoria storica e il libro divinatorio della tribù, affidata a Sir Lenworth George Henry CBE (una garanzia).
A conti fatti, l’impressione è che questa serie seguiterà a far parlare di sé gli appassionati tolkieniani. Anche quelli che la respingono o la snobbano. Anzi, soprattutto quelli. E questo è comunque un risultato di audience che la produzione incassa. Chi se la godrà di più, invece, saranno gli spettatori dall’occhio talmente postmoderno da ridiventare ingenuo. Ce li si immagina – non senza un pizzico di celatissima invidia – come degli adulti bambini che non pretendono che la vicenda sia perfettamente coerente e realistica, o i personaggi profondi, o la storia aderente all’ortodossia tolkieniana, ma riescono a vedere la serie come una favola postmoderna, appunto: una storia relativamente semplice, a tratti anche bislacca, ma spettacolare e piena di riferimenti a quello che amano.
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Episodio 3: arrivano Númenor e Adar
Le reazioni del pubblico alla premiere de Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere della scorsa settimana spaziavano da una grande e calorosa accoglienza per i magnifici (e costosi) effetti speciali, impressionante per le sue dimensioni, scetticismo ed entusiasmo per l’espansione incontrollata del canone tolkieniano e una scoraggiante campagna di bile sui social media mirato in parte contro il casting inclusivo e l’equilibrio tra eroi maschili e femminili. Ciò che è particolarmente irritante riguardo alle lamentele incentrate sulla razza e sul genere è che la storia raccontata da questa serie – simile a quella raccontata da JRR Tolkien nei suoi libri – riguarda in gran parte il modo in cui gruppi diversi superano i loro pregiudizi e superstizioni per una causa superiore. In altre parole: il punto sono proprio i vari modi in cui queste creature multiculturali appaiono e agiscono.
Nessuno di questi personaggi sta superando i propri pregiudizi o superstizioni nell’episodio 3 di questa settimana. Gli sceneggiatori stanno ancora delineando quanto sia profondamente nei guai la Terra di Mezzo. Con l’introduzione di Númenor siamo ancora nel world-building. Ma questo mondo che sembrava per lo più in pace sta iniziando, molto, molto gradualmente, a vedere come le radici delle vecchie alleanze stiano marcendo, e questo permette a qualcosa di ripugnante di filtrare dal basso. L’azione nell’episodio 3 (“Adar”) è principalmente distribuita in tre luoghi: un grande regno insulare che potrebbe rivelarsi fondamentale per il futuro della Terra di Mezzo; un terribile covo di orchi nelle Terre del sud; l’accampamento dei piedi di Harfoot.
Galadriel e Halbrand (Charlie Vickers) vengono salvati e portati a bordo di una nave númenoreana capitanata nientemeno che da Elendil (Lloyd Owen) che avrà sicuramente un ruolo molto importante in The Rings Of Power. Arondir (Ismael Cruz Còrdova) è stato catturato dagli Orchi e portato in un campo per scavare passaggi sotterranei in modo che gli Orchi possano viaggiare durante il giorno. Gli Harfoot si preparano per la loro migrazione stagionale, e lo Sconosciuto (Daniel Weyman) viene scoperto. Il loro viaggio inizia con il carro di Nori Markella Kavenagh (Elanor ‘Nori‘ Brandyfoot) in fondo alla fila.
La storia si svolge (per lo più) come un romanzo. “Adar” non fa vedere le storyline legate ai Nani, a Elrond o a Bronwyn. Invece, per circa due terzi di questo episodio trascorriamo lunghi periodi in ciascuno dei tre luoghi principali, in sequenze che si svolgono a lungo, come i capitoli di un libro.
L’episodio diventa più simile alla tv nel suo terzo finale, con più tagli trasversali tra le trame, fino a creare alcuni grandi e drammatici cliffhanger. Il più grande accade a Númenor, dove Galadriel ha approfittato degli archivi dell’isola per scoprire che il sigillo di Sauron è in realtà una specie di mappa e che rivela le intenzioni del nuovo Signore Oscuro di stabilire un regno completamente malvagio. La ricerca di Galadriel rivela che anche il suo compagno delle Terre del Sud Halbrand è una sorta di re riluttante, in stile Aragorn. Alla fine dell’episodio, Halbrand confessa la sua riluttanza a unirsi alla causa di Galadriel: «È stata la mia famiglia a perdere la guerra», dice. «Ed è stata la mia a iniziarla», risponde l’elfa. Ma è pronta a iniziare un attacco contro Sauron a prescindere. Secondo Míriel, questo è il «momento che temevamo» tanto atteso e di fondamentale importanza. Númenor sta per affrontare alcune scelte di vita o di morte, tutto perché «L’elfo è arrivato».
Uno dei misteri introdotti nella premiere della serie in due parti è stato risolto quasi istantaneamente in questo episodio. Negli ultimi secondi dell’episodio, Arondir viene trascinato davanti a qualcuno di nome Adar. Mentre gli orchi scandiscono il suo nome e si inchinano in deferenza, un personaggio si sposta nell’inquadratura offuscata, coi capelli scuri, pallido, imberbe e con quelle che sembrano orecchie a punta. Potrebbe essere Sauron (Adar significa “padre” in elfico, ed è certamente una figura paterna per queste creature), ma sembra troppo presto per Rings of Power per rivelare il suo antagonista principale (e strano per lui essere in queste trincee). Se si segue il canone, nessun elfo ha mai combattuto sotto il vessillo di Morgoth o di Sauron, ma Sauron fece catturare molti Elfi prima e durante la Guerra d’Ira della Prima Era. Visto ciò che Galadriel ha scoperto sulla magia nera di Sauron nelle lande più settentrionali, sembra del tutto possibile che Sauron possa torturare o stregare degli Elfi facendoli diventare leader degli orchi.
Matthias Freund
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Gli Anelli del Potere: i primi due episodi
Fin dal primo annuncio nel 2017, Gli Anelli Del Potere non deve solo combattere contro un’inimmaginabile miscuglio di nostalgia alimentata dalla lettura di ricordi e volti plasmati nella mente di milioni di lettori o occupati di recente dalle trilogie di Peter Jackson. Vuole dimostrare di esser in qualche modo degna del maestro o dei maestri, J.R.R. Tolkien. La prima cosa importante da dire è che, dal punto di vista visivo, è mozzafiato. Ogni frame trasuda tutti i milioni del suo budget. Non si fa abuso della computer grafica, in piena armonia con l’immaginario visivo imposto da Peter Jackson. La produzione non ha niente di televisivo e regge infatti anche una visione su grande schermo: alcune scene sembrano dei dipinti e la loro maestosità è accompagnata da una colonna sonora altrettanto potente. Il lavoro della telecamera, infatti, a volte offre all’improvviso ampi panorami al pubblico, ma per il resto non ha prospettive insolite e congela grandi scene di montaggio come i disegni colorati di una cronaca illustrata, dovrebbe sembrare familiare agli appassionati del regista neozelandese. E vengono pure citati gesti significativi del lavoro di Jackson, ad esempio quando lo “straniero” caduto richiama alla mente Gandalf quando sussurra alle lucciole.
Il pubblico difficilmente può aspettarsi che i creatori della serie si atterranno rigorosamente al lavoro di Tolkien. Gran parte dei suoi racconti da Arda, da cui traggono ispirazione, è un lascito confuso, chiamato “Legendarium”, in parte inedito, in parte pubblicato postumo in diverse versioni. La prima stagione della serie è vagamente basata sugli ultimi due capitoli del Silmarillion. Inoltre, i diritti solo legati solo e strettamente alle due opere maggiori di Tolkien e alle Appendici del Signore degli Anelli. Impossibile seguire il “canone tolkieniano” con questi presupposti.
Ci sono due cose che possono essere attribuite, quindi, a questo tentativo di narrazione fin dall’inizio: creare un sentore di ciò che Tolkien chiamava «il quadro generale», ovvero la vera portata della sua narrazione, attraverso la quale Il Signore degli Anelli con tutti i suoi intermezzi poetici e le sue canzoni ottengono solo la profondità e la densità che costituiscono il suo fascino coinvolgente. Allo stesso tempo, creare spazio per un pathos carico di positività, una sorta di barlume di speranza che punta al di là della nostra realtà, invece di essere semplicemente più intelligente e brutale di quanto non sia, come spesso accade. In questi primi due episodi, la speranza ha fluenti capelli biondi e copre quelli che sono probabilmente i panorami più potenti della serie: la ricerca di Sauron, l’assassino di Finrod, l’avventura nel gelido nord che fallisce, ma è comunque ricompensata dal re degli Elfi con il permesso di viaggiare verso Valinor.
La varietà dei popoli e il gran numero delle location, l’animazione delle creature fantastiche e la vastità degli scenari sono impressionanti. Una delle sequenze migliori (e quella che più si avvicina allo spirito tolkieniano) è quella ambientata nella città dei Nani di Khazad-dûm nel secondo episodio, dove si possono ammirare le miniere di Moria in tutta la loro potenza e conoscere il principe Durin e la deliziosa moglie, Disa. Chimica perfetta tra i due attori che regalano molti sorrisi: questa scena è l’esempio perfetto dell’equilibrio tra solennità e leggerezza che le prime due puntate riescono a mantenere.
Una leggerezza sostenuta da un fattore principale: gli episodi servono principalmente al world building, le scene corrono all’impazzata, i personaggi vengono buttati in scena e non si fa troppa fatica a seguire il filo anche per chi non è un lettore delle opere di Tolkien. Questo, però, è anche il suo difetto, perché in due episodi la serie sembra solamente accarezzare la superficie dei personaggi. Ad esempio, tutti i regni degli Elfi sono solo accennati, senza qualche approfondimento forse necessario. Anche la storyline dell’elfo Arondir e della guaritrice Bronwyn sembra essere molto complessa, mentre quella che funziona meglio è la storyline di Nori e del gigante caduto dal cielo, l’unica che forse lascia lo spettatore con tanti interrogativi.
La fantasia di Tolkien è tridimensionale, materica, che si dispiega sulla terra, sull’acqua e nell’aria: dalle altezze alle profondità più oscure e viceversa. I suoi personaggi viaggiano dalla luce all’oscurità, sotto le montagne e attraverso i mari, e coloro che sono fortunati tornano. Ma durante questi movimenti migratori (soprattutto all’inizio ci sono le migrazioni di popoli) si accumula una quantità così incredibile di materiale che anche chi decide di lasciar fuori alcune cose, ha ancora molto da fare. Questo è forse il problema più grande di questo tipo di serie: sono destinate a battaglie materiali con i testi. Ciò significa che il materiale non può essere steso, si potrebbe quasi dire travasato e lasciato a respirare come il vino, ma deve essere sempre ben proporzionato, strutturato in modo chiaro e presentato senza grandi cambiamenti di tempo. Invece di giocare con la materia, ciò che viene mostrato si perde in allusioni al passato, al futuro e ai meta-livelli…
Matthias Freund
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Il Signore degli Anelli, i diritti vanno a Embracer
La società svedese di videogiochi e media Embracer Group ha annunciato l’acquisto della Middle-earth Enterprises (MEE) da The Saul Zaentz Company, acquisendo nel frattempo tutti i diritti di sfruttamento commerciale per Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Uno degli aspetti più interessanti di questo annuncio per gli appassionati di J.R.R. Tolkien è la possibilità ventilata di eventuali «film aggiuntivi basati su personaggi iconici come Gandalf, Aragorn, Gollum, Galadriel, Eowyn e altri personaggi delle opere letterarie di Tolkien».
Rings of Power, ecco la colonna sonora
È disponibile in tutto il mondo, su tutti i principali servizi di streaming musicale, The Lord of the Rings: The Rings of Power (Season One: Amazon Original Series Soundtrack), la colonna sonora dell’attesa serie di Amazon Prime Video Il Signore degli Anelli: gli Anelli del Potere. La colonna sonora è composta dal Premio Emmy Bear McCreary e include anche il tema musicale principale The Lord of the Rings: The Rings of Power, composto da Howard Shore, già autore della colonna sonora della trilogia cinematografica diretta da Peter Jackson, per la quale ha vinto due Oscar (nel 2002 con La Compagnia dell’Anello e nel 2004 con Il Ritorno del Re). La serie debutterà su Prime Video, visibile anche su Sky Q e tramite app su NOW Smart Stick, il 2 settembre. Clicca qui per ascoltare la colonna sonora, stagione uno. I Cd fisici possono essere preordinati qui e gli LP possono essere preordinati qui. Una variante in vinile Amazon Exclusive è disponibile per l’acquisto anticipato qui.
San Diego, tante rivelazioni dal Comicon
Una lunga fila di fan si è accampata in fila durante la notte per assistere alla presentazione di un trailer esclusivo e all’anteprima di svariate scene della serie. I creatori della serie e ben 21 attori del cast di questa colossale serie si sono riuniti sul prestigioso palco della Hall H, entusiasmando i 6.500 fan che hanno gremito la sala del centro congressi. Il nuovo show è ambientato 4.000 anni prima della trilogia di Jackson, nella Seconda Era, un periodo storico abbozzato in modo meno dettagliato dagli scritti di Tolkien. I creatori avevano la possibilità di creare molti nuovi personaggi.
La cosa più importante che McKay e il collega showrunner J.D. Payne hanno voluto far arrivare ai fan è che non si tratta di un prequel. Che sì, questo è Il Signore degli Anelli. Sì, ci sono alcuni personaggi che si conoscono. Ma solo perché è una serie prequel non significa che non possa essere ampia ed epica come i film vincitori di Oscar. In effetti, gli sceneggiatori hanno avuto ancora più spazio per raccontare la storia rispetto ai film, perché si sono dedicati ad essa per 50 ore di televisione in cinque stagioni.
«Questo è completamente diverso perché è ambientato in un’altra epoca che nessuno ha mai visto, mai. Anche per questo è molto eccitante da vedere ed è stato molto eccitante averne fatto parte», ha raccontato l’attore Charles Edwards (Celebrimbor). «Siamo tutti una banda di nerd e geek, siamo nel paradiso nei nerd e dei geek, è il posto migliore. Si sente davvero l’amore qui. E’ stato anche a prova di nervi perché qui ci sono anche i critici più severi ma credo che abbiamo veramente amato quanto hanno visto», ha detto l’attore della serie Ismael Cruz Còrdova (l’elfo Arondir).
Rings of Power, il primo trailer finalmente
Dopo mesi di attesa e aver mostrato varie immagini, interviste e un paio di “teaser” (di cui uno dedicato al titolo) e ancora i costumi dei personaggi e i temibili e spaventosi orchi, Amazon Prime Video ha pubblicato il primo trailer. Sebbene ufficialmente ci si riferisca ancora a questo come un “teaser trailer”, il nuovo filmato ha una durata di ben 2 minuti e 30 secondi, in pratica si tratta di un trailer completo per Il Signore degli Anelli: gli Anelli del Potere. E sono tantissime le novità!
The Rings of Power: arrivano gli Orchi!
Due giorni fa, la rivista IGN ha svelato, con immagini esclusive, il design e le caratteristiche degli Orchi che gli spettatori potranno vedere nella serie TV Amazon The Rings of Power. Il risultato, perlomeno da queste prime immagini, è notevole, perché gli Orchi, esattamente come nella prima trilogia di Peter Jackson, sono attori in carne ed ossa ai quali è stato applicato un “trucco prostetico” (cioè l’utilizzo di protesi scolpite, stampate o fuse, per creare effetti cosmetici avanzati), quindi il senso di realtà e verosimiglianza è la prima cosa che si nota. Inoltre, sono Orchi che mostrano ancora, se li si osserva con attenzione, la loro derivazione da “qualcos’altro”: insomma, quelle torture e mutazioni di cui si può leggere ne Il Silmarillion, che ebbero come vittima gli Elfi dei primi tempi che si allontanavano dal lago di Cuiviènen, loro patria d’origine, e venivano catturati dai servi di Morgoth e cambiati per sempre. Si vedrà se questa mutazione verrà mostrata nella serie tv.
Gli Anelli del Potere: il reportage di Empire
Il numero di luglio 2022 di Empire, il più famoso magazine a tema cinematografico e televisivo del mondo, offre un focus sulla serie Amazon Gli Anelli del Potere, con presentazione generale del progetto, immagini ad alta risoluzione, interviste a sceneggiatori, produttori e interpreti. Un servizio molto ricco, i cui contenuti sono circolati nelle scorse settimane in minima parte, soprattutto le 15 immagini in alta risoluzione di cui vi abbiamo già parlato; in questo articolo, invece, vi riveliamo le dichiarazioni del team creativo, sia per quanto riguarda chi sceneggia e dirige, che per la parte “attoriale”.
War of the Rohirrim: tornerà Miranda Otto
Mentre si attende il trailer ufficiale di The Rings of Power, sempre più vicino, ecco che vengono diffuse notizie ufficiali riguardo all’altro progetto audiovisivo sulla Terra di Mezzo, The War of the Rohirrim, il film animato prodotto dalla New Line Cinema e dalla Warner Bros e con la produzione di animazione di Sola Entertainment. Il film vede come produttrice esecutiva Philippa Boyens, già sceneggiatrice delle trilogie jacksoniane, oltre a Alan Lee, John Howe e Richard Taylor nel team creativo. La produzione del progetto della Boyens, con la produzione di Joseph Chou (Blade Runner: Black Lotus). Alla sceneggiatura del progetto troviamo Phoebe Gittins, la figlia di Boyens, e dal suo partner Arty Papageorgiou. La storia è basata su quella scritta da Jeffrey Addiss e Will Matthews,
autori della serie The Dark Crystal: L’era della Resistenza, che hanno basato il copione su Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re. Alla regia c’è Kenji Kamiyama, noto un regista di anime giapponese. Il film ha già una data confermata: il 12 aprile 2024, secondo Deadline. Ebbene, è stata annunciata la sinossi, ma non solo: abbiamo anche gli attori che daranno voce ai personaggi.
Gli Anelli del Potere: ecco 15 nuove immagini
A partire dal lunedì appena trascorso, il 6 Giugno, la promozione di The Rings of Power, in arrivo il 2 settembre, è entrata davvero nel vivo, stimolando dibattiti, confronti, entusiasmi e scetticismo, com’è normale per una produzione che riguardi la Terra di Mezzo e il Professore.
Il principale magazine mondiale dedicato al cinema e alle serie Tv, infatti, Empire Magazine, in occasione di un servizio sulla serie con annesse interviste al cast e agli sceneggiatori- e di cui vi parleremo in un prossimo articolo- ha rilasciato ben quindici immagini promozionali in alta risoluzione, che vanno a toccare alcuni dei protagonisti della serie, lasciando nell’ombra e nella segretezza solo il mondo di Nùmenor, gli Orchi e Sauron. Immagini che, in linea generale, mostrano un connubio tra un’immaginario che rimanda alle trilogie Jacksoniane e un altro che in qualche modo se ne discosta. Vediamo più nel dettaglio.
The Rings of Power, su Empire uno speciale
A esattamente tre mesi dall’uscita de Gli Anelli del Potere (The Rings of Power), ecco che il numero di luglio della rivista Empire fa un tuffo nel profondo della serie di Amazon Prime Video, esplorando la sua epica, i suoi numerosi abitanti e il suo progetto pluriennale per raccontare una storia completamente nuova in un mondo amato da tutti i lettori di J.R.R. Tolkien. All’interno, sono presenti interviste con gli showrunner JD Payne e Patrick McKay, il regista JA Bayona, il produttore Ron Ames e le star tra cui Morfydd Clark e Lenny Henry, Robert Aramayo, Markella Kavenagh e Benjamin Walker per svelare finalmente molti dettagli di una storia tenuta molto nascosta fino ad ora. Inoltre, il numero è ricco di immagini inedite del vasto cast e di nuove location.
The Rings of Power: parlano gli showrunner
In attesa dell’arrivo del primo trailer ufficiale di The Rings of Power, previsto entro giugno, la campagna promozionale di Amazon è entrata nel vivo: di recente sono state rilasciate due immagini ufficiali riguardanti Bronwyn, la donna dell’Harad interpretata da Nazanin Boniadi, e il figlio, di cui conosciamo il diminutivo “Theo”, che ha il volto dell’attore esordiente Tyroe Mujahiddin. Lo scorso febbraio, si è avuta una prima ondata di contenuti con un teaser di 60 secondi, ben 23 poster con molti dei personaggi della serie e un title teaser che aveva lasciato tutti a bocca aperta per la cura e la realizzazione originale. Amazon Prime Video sta lanciando la serie tv Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere con il budget più grande di tutti i tempi: circa 250 milioni di dollari per i soli diritti e oltre 500 a stagione.
Si tratta di una media di 57 milioni di dollari per singolo episodio, ma il budget complessivo della prima stagione include la costruzione di numerosi set che verranno utilizzati anche nelle stagioni successive. Investendo una cifra del genere, si può immaginare la volontà di sviluppare un franchise esclusivo, con l’arrivo di spin-off, prequel e altre serie derivate che potrebbero completare questa stagione, la prima di cinque previste, che uscirà il 2 settembre 2022.
Diritti al cinema, Warner e Zaentz in trattative
È in corso una guerra nella Terra di Mezzo per la spartizione dei diritti cinematografi de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit. Se infatti nei giorni scorsi la società Saul Zaentz Company aveva messo in vendita la licenza per l’adattamento filmico delle saghe di Tolkien, ora Warner Bros. interviene con un comunicato. E afferma pubblicamente di essere lei, tramite la controllata New Line Cinema, ad avere il controllo dei diritti cinematografici. Ma proviamo a fare chiarezza.
The Rings of Power, ecco il primo teaser
Come si sapeva da qualche giorno, nella notte tra il 13 e il 14 febbraio è stato diffuso in tutto il mondo il primo teaser della prima stagione di The Rings of Power, della durata di un minuto, nel quale abbiamo potuto dare un primo sguardo alla Terra di Mezzo in epoche ancora mai viste sullo schermo. Ovviamente, essendo un teaser, è solo un primo sguardo, e la produzione sta svelando a poco a poco il progetto; ma questo breve teaser ha già scatenato una ridda di commenti. Noi vogliamo analizzare qui alcuni fotogrammi interessanti che il trailer ci ha mostrato, per fare il punto su ciò che sappiamo finora sul lavoro intrapreso e sulle informazioni che questi fotogrammi ci permettono di ottenere. Al di là degli scenari mozzafiato, ai colori che alternano luce e oscurità, la bellezza della natura, la furia del mare in tempesta e imponenti ghiacciai, che certamente ci aspettavamo di vedere visti i tanti soldi spesi, è sui alcuni personaggi che vogliamo concentrare la nostra attenzione, perché ci permettono di intuire alcuni punti nodali della trama.
Galadriel, leader militare e politica
Lo sapevamo: Galadriel, interpretata da Morfydd Clark, sarà una delle grandi protagoniste della serie: la vediamo cavalcare alla testa di un esercito attraverso delle pianure correndo in soccorso di qualcuno- forse le truppe di Gil-Galad assediate nel Lindon da Sauron?- e arrampicandosi assieme ad altri Elfi su una ripidissima parete di ghiaccio, una scena, quest’ultima, che ha scatenato varie ipotesi: potrebbe essere un momento dell’attraversamento del Ghiaccio Stridente da parte dei Noldor, descritto nel Slilmarillion, o il tentativo di sfuggire al cataclisma che colpisce la Terra di Mezzo dopo la caduta di Morgoth.
Gil-Galad, ultimo Re degli Elfi tra i Monti e il Mare
Il misterioso personaggio con il vestito dorato ritratto in uno dei 23 poster è proprio Gil-Galad, re degli Elfi Noldor del Lindon nella Seconda Era, interpretato da Benjamin Walker: lo vediamo osservare una misteriosa cometa che scende sulla terra e parlare a consiglio con altri Elfi nelle dorate e affascinanti foreste del Lindon, una delle location principali che ricorda molto le atmosfere delle trilogie jacksoniane. Gil-galad è uno degli Elfi più amati dai lettori di Tolkien, e ci aspettiamo di vedere approfondita la sua pesante consapevolezza di essere “l’ultimo Re elfico”.
Arondir, un Elfo Nandor che lotta per la sopravvivenza?
Il tanto contestato Elfo Silvano Arondir, interpretato dall’attore portoricano Ismael Cruz- Cordova, viene ripreso in una foresta buia mentre lotta contro misteriosi assalitori: la scena è affascinante, e Cordova sembra essere ben inserito nella parte dell’Elfo, e a parere di chi scrive, potrebbe essere una delle rivelazioni della serie. In un’altra scena lo vediamo incatenato ad un piede mentre si scaglia contro una struttura che sembra di fattura Orchesca: che attraverso il suo personaggio venga mostrata la sofferta storia dei Nandor, gli Elfi che non partirono mai per Valinor e che dovettero cercare di sfuggire ai servi di Morgoth? Quelli che non ci riuscirono, come leggiamo nella History of Middle Earth, vennero tramutati in Orchi. Arondir potrebbe essere uno di quelli che riescono ad evitare questo destino terribile.
Nùmenor all’apice della sua gloria
Una bellissima baia circondata dalle propaggini di una montagna bianca, una statura possente che ricorda le figure degli Argonath, il simbolo del sole posto sulle costruzioni in pietra e su una nave che sta entrando nella baia, una città che pare essere della stessa produzione culturale che poi darà origine a Gondor: è il primo sguardo all’isola di Nùmenor, e in particolare al suo porto occidentale, Andùnie, luogo di residenza dei Fedeli, che mantennero sempre il rispetto per i Valar e l’amicizia con gli Elfi. La location giusta per le storie di Elendil e Isildur.
Flashback dai Tempi Remoti
L’ultima scena ci mostra uno scontro tra Elfi ed Orchi- i quali, lo si nota abbastanza chiaramente, non sono in CGI- in un evidente flashback temporale: l’elfo al centro è Finrod Felagund, signore del Nargothrond, interpretato dall’attore Will Fletcher. Non si può dire quale sia la battaglia in questione: qualcuno sostiene quella delle Innumerevoli Lacrime, alla quale però Finrod non partecipa, perché già ucciso nelle segrete di Sauron. Potrebbe essere invece una scena della Dagor Bragollach, la Battaglia della Fiamma Improvvisa, durante la quale egli venne attaccato e circondato, assieme a pochi uomini, proprio dagli Orchi: furono Barahir, Beren e i loro uomini a salvarlo, e Finrod, per quello, donò a Barahir quell’anello che sarebbe poi giunto fino ad Aragorn.
Gli Harfoots: Hobbit nomadi
La voce narrante del teaser è quella dell’attrice Markella Kavenagh, che interpreta una Hobbit: la giovane si interroga sulla bellezza del mondo che sta oltre i luoghi dove sopravvive questa piccola società pastorale. Come dichiarato dagli sceneggiatori, si tenterà di esplorare la loro storia primordiale, che li vede tentare di “nascondersi dal mondo” mentre Arda è preda di grandi sconvolgimenti. La giovane e altri due Hobbit incontreranno un misterioso uomo perduto che giunge assieme alla caduta di un meteorite: i tre Hobbit lo salveranno e in qualche modo nascerà un rapporto tra loro. Questo strano personaggio potrebbe essere uno di quegli spiriti che discesero in Arda quand’essa venne creata, oppure uno dei due Stregoni Blu che arrivano nella Terra di Mezzo proprio in quest’epoca. Sicuramente quest’ultima storyline è una delle più rischiose, ma la scena nella quale la giovane hobbit parla entusiasta del mondo e d’improvviso alza lo sguardo è intensa, e ci auguriamo che abbiano trovato la strada giusta per raccontare questa storia senza entrare in contrasto con la storia della Terra di Mezzo.
…The War of the Rohirrim ha una data: il 12/4/2024
Mentre cresce l’attesa per la serie Amazon Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere, arriva l’annuncio che il lungometraggio animato Lord of the Rings: The War of the Rohirrim ha una data d’uscita: il 12 aprile 2024, come svelato in esclusiva dal noto portale Variety. Della produzione non si sa molto, seppur ci sia già un primo screen ad anticipare le vicende, come potete vedere di seguito.
Warner Bros, che si trova al lavoro sulla nuova produzione potenzialmente dalla qualità davvero eccelsa, stando a questa prima foto, avrà tutto il tempo di approfondire il progetto, visto che oltre due anni ci separano dal debutto della produzione, che di sicuro continuerà a essere sviluppata e approfondita anche dopo aver analizzato il successo degli altri progetti legati al mondo di Tolkien.
Zaentz mette in vendita i diritti del Signore degli Anelli
Mai tempismo è stato più appropriato di questo. Alla vigilia della nuova febbre planetaria che da Hollywood si sta per riversare sul mondo intero con la nuova serie tv targata Amazon, ecco che vengono messi all’asta i diritti di sfruttamento commerciale delle opere più famose di J.R.R. Tolkien. Proprio quando una valanga di miliardi potrà ricoprire il proprietario dei diritti grazie a film, merchandising, giochi ed eventi live dedicati a Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, la Saul Zaentz Co. ha deciso di vendere le sue partecipazioni. Zaentz Co. ha assunto ACF Investment Bank per gestire il processo di vendita, che si svolgerà questa settimana mentre i banchieri fanno il giro degli acquirenti più logici di Hollywood. Si prevede che i diritti sulle opere di Tolkien raggiungeranno almeno i 2 miliardi di dollari, sulla base di recenti valutazioni specializzate. La tempistica del processo di vendita non è casuale. Amazon presenterà in anteprima la sua tanto attesa serie TV a mega budget della saga durante la partita del Superbowl di domenica sera, 13 febbraio (il 14 in Italia). E proprio Amazon è in cima alla lista dei primi candidati per acquisire i diritti aggiuntivi ora detenuti da Zaentz.
The Rings of Power: analisi e punti chiave
Nella giornata di ieri, Amazon, attraverso il settimanale Variety, ha diffuso le prime immagini promozionali della serie The Rings of Power, che hanno “infiammato il web”: i commenti sono stati tantissimi, e hanno mostrato una profonda divisione tra gli appassionati. Se da un lato si è potuta verificare una notevole cura nei costumi e nei particolari, dall’altro lato, però, la comunità tolkieniana in buona parte ha espresso critiche negative per alcune scelte forti della produzione che si possono intuire da queste prime immagini. In questo articolo noi vogliamo cercare di fare chiarezza su questi punti controversi e mostrare che alcune preoccupazioni sono meno giustificate di quelle che si crede, mentre altri punti, passati sotto silenzio da chi ha espresso il proprio disappunto, sono i più importanti e che necessitano di più materiale da vedere prima di esprimere un giudizio. Fino a che la serie non uscirà, il giudizio deve rimanere cauto, in entrambe le direzioni. Ma vediamo nel dettaglio i vari punti.
Serie tv Amazon, nuove immagini e prime storie
Boom!!! Finalmente Amazon ha messo in moto la macchina promozionale e ora fa sul serio. Dopo avere rivelato il titolo ufficiale, The Lord of the Rings: The Rings of Power (Il Signore degli Anelli: gli Anelli del Potere), dopo aver mostrato ben 23 poster dei personaggi (con anche traduzioni nelle varie lingue in cui sarà trasmesso, qui l’analisi), dopo aver annunciato il primo trailer per la notte del Superbowl, il 14 febbraio prossimo, ora rivela tramite Vanity Fair le immagini delle riprese e alcuni dei personaggi che appariranno nella serie tv. Secondo il reporter di Vanity Fair, che ha già visto i primi tre episodi, la serie tv è «un sontuoso e avvincente mix di intrighi di palazzo, magia, guerra e mitologia e ci sono abbastanza misteri per alimentare un migliaio di podcast.
Alcuni personaggi saranno familiari e saranno l’attrazione iniziale mentre gli spettatori vedono svolgersi il loro destino». La storia si destreggerà tra 23 protagonisti, appunto, e filoni narrativi multipli, dalle profondità delle miniere di Nani delle Montagne Nebbiose alla politica del regno elfico di Lindon e alla potente isola umana simile ad Atlantide, Númenor. Tutto questo si concentrerà, alla fine, attorno all’evento che dà il nome alla trilogia: la forgiatura degli Anelli. Tra sorprese e conferme, ci sono moltissime chicche da scoprire!
Serie tv: Amazon rivela i poster dei personaggi
Amazon inizia a fare sul serio con la serie tv dedicata agli eventi precedenti Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, raccontanti nelle Appendici e nel Silmarillion. Prima ha rivelato il titolo ufficiale, The Lord of the Rings: The Rings of Power (Il Signore degli Anelli: gli Anelli del Potere) facendo capire che c’è un legame stretto con capolavoro di J.R.R. Tolkien e soprattutto con la prima trilogia di Peter Jackson e contemporaneamente rendendo chiaro l’argomento almeno della prima stagione, cioè gli altri anelli forgiati da Sauron, che poi caddero sotto l’influenza dell’Unico Anello. Ora i vari account social di Amazon Prime Video hanno appena rilasciato un intero catalogo di quello che potrebbe essere il cast della prima stagione. Ben 23 poster dei personaggi (con anche traduzioni nelle varie lingue in cui sarà trasmesso, tra cui l’italiano), anche se al momento non sono rivelati i volti, ma l’attenzione è concetrata tutta sulle mani, di cui alcune portano anelli, sugli abiti, le armi e gli armi oggetti che portano.
Chi potrebbero essere? C’è la sensazione che in questo guazzabuglio di mani e braccia si voglia suggerire il rimescolamento continuo di razze e popoli della Terra di Mezzo che caratterizzarono la Seconda Era e l’inizo della Terza Era. Sicuramente, alcune immagini rimandano chiaramente ad alcuni personaggi noti (Sauron, Ar Pharazon, Celebrimbor, Elendil, ecc.), ma analizzeremo tutti i dettagli delle immagini in un articolo a parte domani. Per ora godetevi lo spettacolo nella galleria qui sotto e che la speculazione abbia inizio! #LOTRonPrime
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…Il Signore degli Anelli torna al cinema: le date
In occasione dei vent’anni dall’uscita del primo capitolo, Il Signore degli Anelli, la trilogia ispirata alla pagine di J. R. R. Tolkien e diretta da Peter Jackson, ritorna ancora una volta al cinema, nella versione rimasterizzata e in 4K realizzata dal regista stesso. Nelle multisale del Circuito UCI Cinemas propone infatti un revival dal nome “Rivivi Il Signore degli Anelli”, proponendo nuovamente la saga cinematografica. Gli appassionati potranno così rivivere le avventure della Terra di Mezzo, accompagnati da un cast d’eccezione, che vede tra i suoi membri Ian McKellen, Elijah Wood, Viggo Mortensen, Sean Astin, Billy Boyd, Orlando Bloom, Sean Bean, Cate Blanchett, John Rhys-Davies, Hugo Weaving, Christopher Lee e Karl Urban.


























